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TORONTO PRESS
GIORNALE STORICO
LETTERATURA ITALIANA
VOLUME XX.
(2o semestre 1892).
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IR.
GIORNALE STORICO
DELLA
LETTERATURA ITALIANA
DIRETTO E REDATTO
FRANCESCO NOVATI E RODOLFO RENIER.
VOLUME XX.
TORINO
ERMANNO LOESCHER
FIRENZE — Ro::.'.
Via Tornabuoni, 20 Via del Corso, 30'
1892.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Torino — Vwcbmxo Bova, Tip. di 8. lf.« d«*BR. Prineipi.
/'
FRANCESCO GALEOTA
GENTILUOMO KAPOLITANO DEL QOATTBOCEXTO
E iXi SUO TisriEiiDxrro c^i^rzoisriEi^E
Sai quanne foste, Napule, curona?
qaanno regnava casa d'Aragona.
(Poeti nap., coli. Porcelli, t. XXIV).
Attorno ai monarchi aragonesi, nella seconda metà del se-
colo XV, stringevasi in Napoli un gruppo notabile di rimatori,
la cui poesia, cortigianesca nel fondo, non ostanti molte sue forme
e movenze accattate dal popolo, vorrebb'essere studiata in rap-
porto con quella che, circa ristesse tempo, fioriva all'ombra delle
signorie medicea ed estense. Da poco, la pubblicazione dei can-
zonieri di P. J. de Jennaro e del De Petruciis ha invogliato gli
eruditi di tentare ed esplorare anche questo campo, e vi si è
messo con profitto il Torraca , giovandosi delle poesie conser-
vate in un codice parigino ben noto, nel testo a penna di Mo-
naco, sommariamente descritto dal Halm, e nel Riccardiano2752;
suppellettile scarsa, certamente, di fronte alla copiosissima fino
a noi pervenuta dall'Italia media e superiore. Gran parte di
queste poesie manca del nome dell'autore; cosi che non v'è
modo di assegnare ciò che gli spetta a ciascuno dei non molti
facitori di versi, i quali per esse han preso posto negli annali
della nostra antica lirica. E trascurando quei minimi, di cui co-
nosciamo soltanto qualche proposta o risposta per le consonanze,
i quattrocentisti napolitani ultimamente risorti dall'oblio som-
mano appena a una dozzina, non tutti fecondi. Per ciò sarà gra-
Giornale storico, XX, fase. 58-59. 1
2 F. FLAMINI
dita, io spero, agli studiosi la notizia, che di Francesco Galeota,
del bel numero uno, si conserva manoscritto nell'Estense l'in-
tiero canzoniere, da lui medesimo raccolto. Al quale volgiamo
nella presente memoria le nostre cure, perché ci sembra d'alcun
rilievo cosi per la storia dei tempi, come per quella delle forme
letterarie allora in uso nel napolitano; e premettiamo quante
notizie c'è venuto fatto di raccogliere sull'autore e sulla sua
nobile famiglia.
I.
La famiglia Galeota, del Seggio di Capuana, stato sempre (come
nel 1471 affermava Loise de Rosa) capo de Napole, apparteneva
all'antico quartiere dei Gapece; « una di quelle tre C (1), nelle
« quali, secondo la frase proverbiale, si riassumeva la più antica
« nobiltà napolitana » (2). Il solito velo di leggende annebbia
l'origine di questi Gapece. Deriverebbero da Gapi!
Nam Capys, antiquam Capuam cui condere prima
cura fuit, postquam venit in Ausoniam,
urbs ea cum sociis foret haud satis omnibus una:
ite, alt, 0 fortes, quaerite tecta, viri!
Gampanum ex tempio pubes troiana per agrum
fertur, et hanc sedem praeripit ense ferox.
Hic posuere domus sibi. Gapuanumque sedile
a duce dixerunt nomine forte Capy:
bine arma est [nacta?], bine nomen Capycia proles,
quae prior haec tenuit compita, tecta, laree etc. (3).
L'anonimo autore di questi versi, seguitando, ci racconta peri
(1) Gapece, Caracciolo, Carafa.
(2) Croce, D. Onofrio Oaleota, Trani, 1890, pp. 11-12.
(ò) Incerti authoris de orig. et antiquitate Sedilis Capuani elegia, ms.
in BoLviTo, Variar, rerum voi. 1 (cod. CDXLl della Bibl. di S. Martino),
ce. 50 b<n a. Per altre leggende, Capkcb Tomacklli, Il principe di Taranto,
pp. 457 sgg.
FRANCESCO GALEOTA 3
che modo la famiglia si dividesse in Bozzuti, Minutoli, Tomacelli,
Galeota, Aprani; e, s'intende, ripete altre favole (1). Non tutti
i genealogisti ammettono una si larga filiazione di tal gente; né
tutti s'accordano con Francesco Elio Marchese nel riguardare
come d'un medesimo sangue e discendenti dai Gapece le famiglie
comprese nel loro quartiere (2). Tuttavia è certo, che dieci di
queste, fra cui per l'appunto i Galeota, nel 1546 stipularono
un contratto circa lo repigliare lo vero cognome et arme
Capece, quali per vari accidenti sono stati da' nostri ante-
cessori lasciati (3): e lo ripresero, conservandolo fino ad oggi;
tanto che il ramo principale dei Galeota aggiunse d'allora in poi
al suo stemma (4) il leon d'oro rampante in campo nero, in-
segna dei Gapece.
Se crediamo a Don Giuseppe Recco, duca d'Acquadia, cavaliere
di Galatrava, milite napolitano ecc., che « vantava per sua gloria »
l'ava materna Beatrice Gapece Galeota; sarebbe stato capostipite
di questa famiglia, circa il 1170, un Galeotto Gapece, figlio
d'Enrico conestabile di Napoli (5): e Scipione Ametrano (ossia,
(1) Narra, che il re (quale?), avendo i Gapece fatto rappresaglia dello
stupro da lui commesso d'una loro fanciulla, ne ordinò lo sterminio; ma poi,
badando all'estensione e importanza della famiglia, le perdonò purché mu-
tasse nome ed insegna. — Questo cambiamento da altri con più verosimi-
glianza è attribuito all'adesione dei Gapece a Corradino, che avrebbe tirato
loro addosso lo sdegno di Carlo d' Angiò (Naz. di Napoli, cod. IX. G. 13,
ce. 35 6 e 36 a). G. G. Scondito Canche gli Sconditi, come i Pesce, i Tor-
tella, i Faccipecora o Protonobilissimi, sarebbero una suddivisione dei Gapece)
lasciò scritto : « Li Gapici di Gapuana erano in gran numero gran cavaliere,
« et propie trentasei a tempo del primo re Roggiero Guiscardo, detti ad
« speruni d'oro ; et in tempo della guerra tra Manfredo e Carlo lo can. Pan-
« dolfo Gapece fé' ribellare la casa » (cod. ora cit., e. 73 ab).
(2) D' opposto avviso è, ad esempio, il De Lellis, nelle Fam. nob. del
Seggio di Capuana (Naz. di Napoli, cod. X. A. 9, e. 119).
(3) S. VoLPiCELLA, Vita e opere di F. Capecelatro, negli Studi di letterat.
storia ed arte, p. 56 n.
(4) Una sintesi a onde azzurre e argentee , col rastrello vermiglio a tre
denti, privilegio dei re francesi.
(5) Notizie di fam. nob. e illustri del Regno di Napoli , Napoli , 1717,
p. 124.
4 F. FLAMINI
com*è noto, Bruto Gapece) afferma d'aver incontrato in docu-
menti un « Pietro Gapece detto Galeota > a tempo di Fede-
rigo II (1). Certamente, ab antiquo la famiglia Galeota dette al
Regno uomini cospicui per senno, per valore, per dottrina: con-
siglieri 0 famigliari di re Garlo e re Roberto, di Giovanna I e
I^adislao, di Renato e degli Aragonesi; prelati, marescialli, come
Giacomo arcivescovo di Bari, Vincenzo vescovo di Squillace, e
quel Robino, la cui effigie marmorea, recante il bastone di ca-
pitano generale, s'ammira sul suo sepolcro, nella cappella gen-
tilizia dei Galeota, in Duomo; scienziati ed uomini di lettere,
come Silvestro, protomedico del Reame, collaterale di re Ferdi-
nando, professore nello Studio (2), e Mario, suo nipote, il noto
amico del Tansillo e di Garcilasso della Vega (3). Né si vuol
tacere, per ultimo, di Giacomo Galeota, fratello a Robino, gene-
rale di Garlo VIII e vincitore a Sant'Albino del Duca di Bre-
tagna (4); e di quel Francesco (da non confondere coU'oraonimo
di cui trattiamo), il quale nel 1358 condusse dodici cavalieri na-
politani ai servigi della Repubblica fiorentina contro il Gonte di
Landò (5).
Oggidì questa illustre famiglia è ascritta al libro d'oro ne' suoi
(1) Bella fam. Capece, p. 11. Vedi anche B. Candida Gq^*zaqa, Mem,
delle fam. nob. delle provinole merid. d*Itaìia, Napoli, 1876, III, 100.
(2) Arch. stor. napolit., IX, 205, 225.
(3) VoLPiCELLA, M. G., letterato napol. del sec. XV/, negli Atti della
R. Accad. di archeologia^ lettere e belle arti, voi. VII (1875), P. 2*.
(4) Ametrano, Op. cit.^ pp. 69-70.
(5) GoNTARiNO, La nobiltà di Napoli, Napoli, 1569, p. 83; Carbafa, Del-
l'historie del Regno di Napoli, Napoli, 1572, e. 131 b. Sugli altri più rag-
guardevoli personaggi di questa casa, Ametrano, Op. cit., pp. 63-72, Cam-
panile, Armi 0 vero insegne de' nobili, pp. 306-8, Mazzella, Descriz. del
Regno di Napoli, p. 627, Db Lbllis, Ms. cit., e. 119 sgg. Noi ricorderemo
qui ancora Berardino Galeota , consigliere del Sacro Regio Consiglio della
Giustizia in S. Chiara nel 1535 (Arch. di Stato Nap.; Cancell. Arag.; Pri-
vilegiorum voi. VII , e. 65 , Cedole di Tesoreria , anno 1535 , e. 210 b) , e
Fabio, che nel secolo successivo presiedette alla Real Camera, e si fece
onore cosi nelle lettere come < negli altri carichi supremi >, che gli furono
affidati (Capaccio, Il forastiero, p. 1024).
FRANCESCO GALEOTA 5
due rami di Duchi della Regina e S. Angelo e di Conti Galeota:
il secondo dei quali, stato lungamente fuori seggio, ottenne nel
1840 il riconoscimento de' suoi diritti. Rimonta, di fatto, al sud-
detto Silvestro (1).
Nacque il nostro Francesco da Carluccio Galeota (2). Il quale,
involto nelle prime sedizioni onde fu turbato il regno di Fer-
rante, perdette nel 14òl i molti beni ereditati dal padre (3); ma
due anni dopo (4) fu reintegrato nel possesso del castello del
Serpico, coi casali di Sorbo e S. Stefano, antichissimo feudo de'
suoi maggiori (5), essendosi a sua volta reso colpevole di fellonia
(1) Rappresentante principale della famiglia è ora il Duca della Regina,
Carlo Gapece Galeota. Appartengono al ramo dei baroni di Gasafredda, prin-
cipi di Monasterace (due feudi , ond' era già investito nel quattrocento Sil-
vestro), mons. Nicola e il co. Giuseppe (Candida Gonzaga, III, 108).
(2) Spogli inediti di genealogisti ci danno modo di comporre questo spec-
chietto :
Francesco
1
Niccolò
con Sveva della Marra
I
Carluccio
con Antonella Boccapianola
e Marta di Somma
I
I il II
Francesco Annibale Domizio Girolamo Laura
con Sigismonda della Tolfa con Verdella Moccia
\ I
I I I I^uigi
Ippolita Maria Orsina
con Luigi Galeota con Gio. Poderico
Non si sa da quale delle due mogli nascesse a Carluccio Francesco. La se-
conda, di nobile famiglia ascritta al sedile Capuano , ottenne da Alfonso 1
un'annua provvigione sui dritti fiscali di Scrino (Ricca , La nobiltà delle
due Sicilie, Napoli, 1869, IV, 436); forse pei meriti di suo padre. Coletta,
valoroso condottiero di genti d'arme, soprannominato altezza di guerra.
(3) Era costui Niccolò, nipote di Giacomo Antonio , cioè del primogenito
di quel Francesco che sopra abbiamo ricordato fra i più onorati membri
della fam. Galeota. Possedeva Montevairano, Trentola, Basa, Baronelli, Ca-
stelpizzuto, Castel degli Schiavi, S. Martino Longano e Serpico (De Lellis,
Ms. cit., e. 121).
(4) Ametrano, Fam. Capece, p. 70.
(5) Un Pietro Galeota de Serpico (cosi detto per essere signore di questa
6 F. FLAMINI
Camillo della Marra, figlio del consigliere Giacomo Antonio cui
la munificenza reale aveva assegnata quella terra (1).
Nulla sappiamo di Francesco prima del 1470, nel quale anno
compare il suo nome tra quelli delle lancie in servigio del Re (2);
ma è ben lecito supporre, che, come tanti altri gentiluomini na-
politani del par suo, trascorresse gaia e spensierata la giovi-
nezza fra le armi e gli studi geniali ; durante i primi decenni
del lungo regno di Ferdinando, che, se non fu propriamente,
come quello d'Alfonso il Magnanimo, l'età dell'oro pei letterati
di Napoli, riusci forse ancora più accetto del precedente ai cul-
tori della poesia volgare, e, in ogni modo, va segnalato per la
protezione concessa al Sannazaro e ai Pontaniani.
L'alto lignaggio, il censo dischiusero fin da principio al Galeota
l'adito alla famigliarità cogli Aragonesi. Egli era al tempo stesso
soldato e cortigiano, gentiluomo e ufflziale: nel '79 e '80 uomo
d'arme del re, nel '84 suo consigliere (3). Anzi, quest'ultimo anno
lo troviamo già ben addentro nella grazia e nella fiducia di Fer-
rante I. Poiché, cercando questi un uomo savio, fedele e ornato
di buoni costumi da far tutore di Raimondo e Roberto, figli
del defunto Duca d'Ascoli e Conte di Nola, Orso Orsini, mise gli
occhi per l'appunto sul nostro magnifico cavaliere. Non ignari
terra) fu con altri inviato in Calabria, a tempo di re Roberto, per far fronte
a un'invasione nemica.
(1) Arch. di Stato Nap. , Quintemioni appartenenti alle scritture deUa
R. Camera della Sommaria, voi. 447 (ant. IX), ce. 190 b, 194 a,
(2) BoRRELLi, Apparatus historicus, ins. nella Naz. di Nap., II, 898.
(3) Arch. di Stato Nap., Cedole di Tesoreria, voi. LXXXV , ce. 33 6 e
105 a. Nel voi. LXXVIII, e. 75 a:
Pro Fran.co Qaliota
€ S.'* Missere Pasquale. Donate a Fran.co Galiota, homo d'arme dil
« S. Re, in panno la valuta de octo ducati. Lo dicto S. li comanda dare
« in cumpto de suo soldo de Tanno presente, et per la meza paga general-
« mente data a la gente d^arme de sua M.t^, Io mese de decembre prox.
« passato, quale non haveva avuto. In Napoli, a xxvj de Jennaro 1480 >.
De V. S. Ser.»«' Antonio Dosa.
M. Fran.co Coppola fate lo suprascripto.
El V. p. Diaz Garlon.
FRANCESCO GALEOTA 7
(cosi il mandato di tutela, sottoscritto in Napoli, dal re e da An-
tonello de Petruciis, il 6 maggio 1484), qua fide et integritate
in rebus et negotiis, quae vóbis supradicio Francisco commi'
simus, usi semper fueritis , nemini melius huius rei curam
comm>icti per nos posse exìstimavimus ; cum, preler singu-
larem. prohiiatem et virtutem, qua prestaiis, vestra
sponte ipsis flliis summo amore, ut accepimus, afflciamini, ut
affìnitas quae vohìs cicm ipsis intercedit expostulat (1). Il Ga-
leota avrà assunto, non c'è da dubitarne, l'officio ; ma si sa, che,
non ostanti le proteste di singolare affezione contenute in questo
documento, non valsero i meriti del defunto conte Orso, capitano
ne' suoi tempi eccellentissimo (2), a salvarne gli eredi dalla cu-
pidigia d'Alfonso duca di Calabria , dimentico delle promesse
fatte (3). Spogliati dei loro domini e fatti prigioni , il 9 giugno
1485 Raimondo e Roberto Orsini venivano allogati in Castel
Nuovo (4); unitamente alla madre, cioè a quell'istessa madonna
Paola, che pur dianzi stava tanto a cuore alla maestà di re Fer-
rando, da giudicar necessario d'alleviarle in parte il carico della
tutela e dell'amministrazione dei beni de' figliuoli ! (5).
Più importante mandato era già stato conferito al Galeota due
anni avanti; onorando in lui, oltre allo splendore dei natali, la
pietà religiosa, che tanto apertamente si manifesta anche nel
suo canzoniere.
(1) Commissio rerum gerendarum guhernacionis filiorum Ducis Asculi
in persona domini Francisci Galioti (Arch. di Stato Nap., Gancell. Arag.,
Privilegiorum voi. II, e. 117 ab).
(2) LiTTA, Fam. cel.. Orsini, tav. XVI. Mori a Viterbo nel 1479, mentre
tornava col Duca di Calabria dalla guerra di Firenze. Nel cod. 958, fonds
ital., della Bibl. Nazionale di Parigi, di provenienza aragonese, è una sua
narrazione di quanto gli occorse « in governo et exercitio de la militia »,
preceduta da una dedicatoria al Re (Napoli, 2 gennaio 1477); della stessa
opera il Porro (Catal., pp. 323-24) descrive un cod. Trivulziano.
(3) Porzio, Gong, dei baroni, in Opere , Firenze, 1848 , pp. 47-8; Litta,
loc. cit.
(4) Passero, Historie in forma di Giornali, Napoli, 1785, p. 45; Notar
Giacomo, Cronica di Napoli, Napoli, 1845, pp. 155-56.
(5) Vedi la Commissio gubernacionis ora citata.
8 F. FLAMINI
Uno degli ultimi giorni di febbraio del 1483, dal molo di Na-
poli, affollatissimo, salpava alla volta di Francia S. Francesco da
Paola. V'era giunto in quello stesso mese, il 25 (1), dal suo con-
vento di Calabria ; donde a gran fatica, non senza l'intercessione
del pontefice, l'avea scovato la superstizione di Luigi XI, volon-
tario recluso nel castello di Plessis, che con ineffabile angoscia
si sentiva mancare lentamente la vita (2). Per onorare il frate
e compiacere al re cristianissimo. Ferrante aveva fatto del suo
meglio. Salirono col Santo sulla galea francese, oltre a sei ca-
valieri diputati dalla cittadinanza, il secondogenito del re, Fede-
rico (gran personaggio nel Regno e designato viceré di Valenza),
e, come rappresentante della nobiltà napolitana, messer Fran-
cesco Galeota. Il quale, in una poesia che riporteremo tutta in-
tera, ha narrato le vicende di questo viaggio oltralpe, d'accordo
coi biografi del Santo nei particolari che lo riguardano (3).
La galera, salvatasi, raccontano, da una tempesta (grande in-
clemenza delle onde avrebbe osteggiato, beninteso senza frutto,
la traversata), approda ad Ostia, donde il Santo va, festeggiato.
iMq_ ^m
(1) Scrive il Passero (Hist, p. 43): « Hoggi, che sono li 25 di febraro
« 1483, ei venuto in Napuli frate Francisco de Paula; donde tutta Napole
« Tei andata a basare la mano all'horto de Santo Loise, in pede lo pennino
« della Chiesa della Croce de fora Napole ». E Notar Giacomo (Cron.,
pp. 149-50): « A di xxv de febraro MCCCGLXXXIIl fra Francisco de Paula
« venne in la cita de Napoli , et andò ad slanciare ad Sancto Loyse a lo
« incontro de la ecclesia de Sancta Croce, dove hebbe uno grandissimo oon-
« curso de homini et de donne, le quale con devocione li basavano la mano,
« et da Uà a pochi di' se nne andò in Franza ».
(2) Legeay, Hist. de Louis XI, Paris, Didot, 1874 , 11 , 495 sgg.; Dk
MAULDE-LA-Ci.AvikRE , Hìst. de Louis XII, Paris, Leroux, 1890, première
partie, t. II, pp. 1^6-41. Chi non ricorda le pagine mirabili che Filippo de
Gommines dedica nelle sue Mémoires agli anni estremi e alla malattia di
questo monarca?
(3) Vedi Toscano , Della vita , mrtù , miracoli ed istituto di S. Fr. di
P., Milano, 1712, pp. 210 sgg.; G. G. Capaccio, Descrittione della perdo-
nanza di S. Fr. di P. ecc., Napoli, 1631, p. 28; e, sul soggiorno di S. Fran-
cesco in Francia, principalmente De Maulde-i.a-Clatièrb, Les origines de
la Revolution Fran^ise au commenccment du X VI* siècle, Paris, Leroux,
1889, pp. 57-69. Il dotto francese s* è valso per molti particolari d*un im-
portante manoscritto della Bibl. Nazionale di Parigi.
FRANCESCO GALEOTA 9
a inchinarsi al pontefice; poscia a Genova, dove il Doria e la
Signoria lo accolgono a braccia aperte ; e finalmente, dopo molti
stenti, in Francia. Sbarcato, il miracoloso fraticello passa bene-
ficando in mezzo alle popolazioni della Provenza travagliate dalla
peste, e attraversa il Lionese, il Borbonese, l'Auxerrese, l'Orlea-
nese, « per giungere più tosto a Tursi, a sodisfare il desiderio
« del Re, che impaziente l'attende » (1). A Tours, il 24 aprile 1483,
popolo e corte gli muovono incontro. Accompagnato dal Principe
di Napoli, dal Galeota, da Gruyot o Guinot de Lauzières, siniscalco
di Quercy, seguito dai compagni dell'Ordine e dai cavalieri na-
politani , egli prende la via di Plessis-les-Tours. Solenni acco-
glienze, processione solenne ; preci, lagrime, inchini (2). In mezzo
al festoso scampanio e allo strepito delle bombarde, un raggio
d'allegrezza torna a balenare sul viso scarno e pallido del mo-
narca. La speranza gli è rifiorita un istante nel cuore: egli ha
tolto per mano « il sant'uomo », se l'è messo a dritta del pari,
pende estasiato dal suo labbro. Poiché, secondo un insigne spetta-
tore del fatto, sembra che lo Spirito Santo parli per quella bocca;
le parole che n'escono sembrano ispirate da Dio (3).
Non era il primo, né fu il solo lungo viaggio che Francesco
Galeota imprendesse: visitò la Catalogna e « la deliciosa cita di
« Barzelona » (4), fu in Levante, corse tutta l'Italia. Ma di nessun
altro, io credo, avrà ritratta un'impressione cosi profonda e re-
cati seco tanti incancellabili ricordi. La varietà dei paesi tra-
versati, gli onori che per tutto gli procurava il suo mandato,
la compagnia del santo e, sopra tutto, il fasto, ispirato da com-
punzione sincera, delle accoglienze ricevute a Plessis, resero
quesV ambassata al re Alvise ben memorabile per lui, sviscerato
(1) Toscano, Op. cit, p. 222.
(2) È noto, che re Luigi gli mosse incontro vestito de' più suntuosi palu-
damenti, con quell'istessa magnificenza che avrebbe usata col pontefice, e gli
si gittò a* piedi, facendogli, in cambio della vita che tanto bramava prolun-
gare, ogni sorta di offerte (De Maulde, Les origines, pp. 62-63).
(3) GoMMiNES, Mémoires, lib. VI, cap. 6. Ben diversa eloquenza sfoggia
il santo nella tragedia del Delavigne!
(4) Trivulz. 566, p. 7.
10 F. FLAMINI
figliuolo di S. Chiesa e cresciuto fra le magnificenze della corte
aragonese. La descrisse, di fatto, con minuzia di cronista, e ral-
legravasi d'averla compiuta:
Viddi de vane cose
e varie gente,
ch'io sono lieto haver visto el Ponente.
Laddove di quegli altri viaggi appena ci ha lasciato nel canzo-
niere qualche accenno (1).
Luigi XI, come nulla tralasciò che potesse render più gradito al
monaco calabrese il soggiorno presso la sua corte , cosi anche
al Galeota e ai cavalieri napolitani fece larghe profferte, e li pre-
sentò riccamente. Dal canto suo, il Santo regalò a messer Fran-
cesco un reliquiario, che sino ad una generazione fa si conser-
vava presso i Duchi della Regina, suoi discendenti principali (2);
inoltre, scrisse per mano di lui, Galeota, a re Ferdinando L Poi
si separarono. Don Federico mosvse alla volta di Tolone, il Ga-
leota di Marsiglia; entrambi liberalmente provveduti lungo il
cammino per ordine del re di Francia. Racconta Padre Isidoro
Toscano, che il nostro si mise in mare a Marsiglia, che gli zoc-
coli del santo lo salvarono da una procella, che sbarcò a Porto
Venere, indi a Napoli; ma dal poeta medesimo apprendiamo, ch'egli
passò invece pei monti della Savoia, attraversò il Monferrato, la
Lombardia, e di là si ridusse in Napoli, desiderando di porre fine
(1) Cosi neir Epistola in versta che si legge a ce. ili a-112& del codice
Estense, egli allude al suo soggiorno in Levante:
E q II isti Turchi, che redato m'hanno,
piatosi furo al mio grave tormento.
Un' altra epistola , in prosa , facta in Catalogna a la sua Almanté] , parla
della cara immagine di donna che sempre sta presente alia memoria del
poeta, « fra tanti venti contrari, oppresso dal caldo sole et dal sereno fredo,
« in mezo l'onde del Tyremno mare » (e. 1126).
(2) Per mediazione d' un amico , so dal Duca Carlo Capece Galeota, che
trattavasi d'uno dei soliti frammenti del legno della croce, veramente inter-
minabile.
FRANCESCO GALEOTA 11
alle sue peregrinazioni in « un luogo chiuso, presso ad un foco »,
nel paese natio « tutto in pace », accanto al valoroso signore (1).
L'Andres, il quale ebbe sott' occhio un codice di rime del Ga-
leota diverso da quello di cui noi ci serviamo, afferma che il
Nostro « al ritorno di Francia si fermò qualche tempo in Pavia,
* e di là scrisse varie poesie » , che quindi passò a Ferrara,
« dove per lungo tempo tenne compagnia alla Duchessa Eleonora
« di Aragona , figliuola del suo sovrano » , e che per lei pure
compose varie poesie ed una novella. Quest'ultima, infatti, è
indirizzata alla Duchessa. Nella chiusa il poeta dice d'averla det-
tata, fra molti timori e fastidì, « passando da Tesino in Po », e
compiuta in Ferrara. Eccone la dedicatoria:
Al piccolo spazio di riposo eh' è (2) a me in mezzo di tanti affanni con-
cesso nel mio peregrinare , o illustrissima Elianora d' Aragona , Duchessa
di Ferrara eccellentissima, e figliuola diserta del mio virtuoso principe, mi
è di bisogno per alcun mio alleviamento di pena alcuna volta di scrivere.
Ed essendomi quasi dimenticato, per la indisposizione del tempo e negozi
(1) Vedi Appendice, pp. 76-78. N' è conferma questo strambotto composto
«ritornando di Fransa»:
Chi fosse del mio mal vera consorte
d'og^ni lite del mar vo cercando io,
poi che fra mille fiamme e luce attorte
d'nna me messe Amor tanto desio;
e ritornando al mio dolor piti forte,
ansi che d' Ar n o tr app assase el rio,
in mezo l'Alpe ritrovai per sorte
nn fuoco eterno simil al cor mio.
In fine alla novella di cui siamo per parlare il Galeota scrive: « La grati-
« tudine sola, che io debio de li recevuti benefitij al mio vittorioso principe
« observare, mi ha facto tanti fiumi, tanti mari et tanti paesi transcorrere,
« et tanti pericoli, fatiche et supplitii comportare » (Trivulz., 566, fase, ult.,
p. 22). A questi viaggi poco graditi allude anche spessissimo ne'suoi strambotti:
Qnand'io mi trovo solo cavalcando,
misero ! da chi amava allontanato ,
per lochi donde io vao peregrinando,
me vene inansi el bel tempo passato ecc.
(2) Le parole in corsivo sono sottosegnate nel ma. con una linea tratteggiata.
12 F. FLAMINI
del mio Cesare; per forza riterato da una nuova cagione, per darne alla tua
altezza notizia, la dimenticata penna in mezzo di duo correnti grandissimi
a prendere ho dato principio, fra tanti rumori tacendo e navigando, scrì-
vendo la più rara e maravigliosa novella che fosse mai nelle orecchie degli
uomini pervenuta, nella quale quanto sia grande la potenzia della invidia
e della gratitudine se dimostra. E perché di regale progenie devota e cat-
tolica e più che mai altra gratissima ti riconosco, la piccola opera del tuo
fedelissimo servo che la legga ti supplica (1).
Non sappiamo bene quanto sia restato il Galeota ai servigi
della Duchessa; ma è certo che i suoi voti furono esauditi, ed
egli potè, prima del 1487, passare più anni fermo nella cara Na-
poli, tanto bella a' suoi occhi, tanto degna d'onore. Con che in-
dicibile struggimento, di lontano, veleggiando, aveva ripensato
al suo cielo, alla distesa scintillante del mare entro quel golfo
maraviglioso, ai begli occhi delle sue gentildonne. In un viaggio
nel Levante, capitando a Napoli di Romania, un palpilo l'aveva
tutto riscosso a questo nome:
(1) Godd. Trivulziani 566 e 570. Sono ambedue copie tarde; migliore il
primo, perché contiene nella sua integrità la novella. La quale, del resto,
benché l'autore vi sfoggi i ricami più fantastici sull'ordito comune e grosso-
lano, ci sembra una ben povera cosa. Basterà riferirne l'argomento: « Amerìco
<( di Guascogna, allievo del Re Aloise di Francia, ritrovata una penna di
« falcone d'oro andando a caccia, facendone al suo signore uno presente,
« per invidia fu accusato che aveva il falcone intero; gli fu dato esilio
« penale della vita, se a capo d'uno anno tale uccello dato non avesse.
« Trovò uno cavaliere morto, e lo fece seppellire a sue dispese, satisfacendo
« prima a'suoi debiti. Torna povero e misero, metesi per disperato nel bosco:
« trova un vecchio barbuto, il quale gli donò tre venture: perde le due, e
« con l'ultima le ricovera; e, tornato felicemente a sue contrade, satisfece
« alle sue promesse, ed ebbe remunerazione e gratitudine dal morto cavaliere
« che seppellito avea. » Principia : « Fu adunque nella gran corte del Re
« Aloiso di Franza, illustrissima Madonna, uno cavaliero virtuosissimo, che
« avea nome Americo di Guascogna ecc. >. E, come ognun vede, s'impernia
attorno a un vecchio motivo della novellistica: il morto riconoscente^ am-
piamente studiato dal Hippe ncWArchiv f. das Studium d. neu. Sprachen
u. Litterat., LXXXI (1888), 141-82. Cfr. anche Rua, Intorno alle « Piacevoli
€ Notti* dello Straparola, in questo Qiom.^ Xlll , 273-74, e Brutn An-
DRBWS, Contes ligures, Paris, Leroux, 1892, nov. XXVI.
FRANCESCO GALEOTA 13
Napuli bolla, desiata tanto
dal core e da la mia penosa vita,
Napuli bella, ch'io lassai da canto,
Napuli bella, e come t'ho fuggita?
Napuli bella, gli occhi miei di pianto
son pieni per la misera partita!
Un'altra n'ho trovata per la via
Napole, che dimora in queste bande,
ma non è questa Napoli la mia!
Versi che vengono dal cuore. Nato in ira alle Muse, quasi, a
un tratto, ti diventa poeta il buon Francesco! ...Gran mercé di
quella favilluzza di sentimento, che in lui ha saputo destare il
nome della Napoli sua. — Altra volta , venendo di Barcellona ,
a un cavaliere suo conterraneo che rimpatriava avea detto:
Amico mio, se pur tu arrivi innante
al bel paese che '1 mio cor desia,
bassa la testa infino alle tue piante,
e fagli onor da la tua parte e mia.
E di', che nel ponente e nel levante
terra non è che più felice sia,
ma se tu vedi la mia cara amante,
dirai ch'io so' rimasto per la via.
In Napoli, oltre all'amante, contava amici carissimi. Abbiamo
visto che di novelle s'intendeva, e che avea fatte le sue prove
anche in questo genere letterario: non è maraviglia se a Ma-
succio salernitano lo stringeva famigliarità « non moderna ».
Come si sa, il Guardati, che, al dir del Fontano,
nobilis ingenio, nata quoque nobilis idem,
et doctis placuit pi'incipibusque viris (1),
intitolò <r< a lo Magnanimo Francesco Galioto » la sua XLI novella,
indotto « de l'armonia de soa dolcissima lira ». Mutua stima ali-
(1) MiNiERi Riccio, Biografie de' Pontaniani, p. 124.
14 V. FLAMINI
raentava la loro amicizia; di che sono argomento due sonetti
editi non ha guari (i). Inoltre, nella Duchessa di Calabria (la
cólta Ippolita, figlia di Francesco Sforza) avevano una comune
protettrice: il Galeota la celebrò ne* suoi versi, Masuccio le de-
dicò il Novellino, uscito in luce a Napoli nel 1476; fatto carat-
teristico, quest'ultimo, bene osservava il compianto Gaspary, per
i costumi del tempo, attesa l'oscenità del libro e la « excellentia
« de virtù » di quella degnissima fra le dame del suo tempo.
Ricorda chi ci legge il ritratto che ne ha lasciato Sabadino degli
Arienti? — Bella, bionda, grande, dagli occhi onesti e dalla mano
sottile : aveva aspetto di maestà , eppur grazioso e mansueto.
« In eloquio , facunda et eloquente. Legea cum suavi acenti et
« resonantia, et intendeva assai mediocremente latino (2). Dicea
<v che , legere spesso li morali libri , la persona vile se faceva
« egregia Le parole de lei erano de tanta virtute et dolceza,
€ che averebbeno acceso el fuoco nel iazzo » (3). Non meno in-
tendente àliistorie che di falconi e cani, dotta nel greco, in cui
r aveva ammaestrata Costantino Lascaris, come in ogni altro
genere di amena letteratura, Ippolita favoriva di gran cuore
le lettere, incoraggiando e premiando liberalmente i cultori della
poesia volgare; dai quali era ricambiata, in Napoli e fuori, con
omaggi ed encomi (4). A lei il Cornazano, poeta ne' suoi tempi fa-
moso, intitolava la Vita di Maria Vergine, e Luigi Pulci, forse
ad esempio di Masuccio, la novella di Messer Goro; a lei un
Giovanni di Cosenza, da identificare, io credo, coll'autore del la-
mento per la morte di Don Enrico d'Aragona (5), faceva dono di
(1) Nelle Discussioni e ricerche letterarie di F. Torraca, Livorno, 1888,
pp. 127.28.
(2) Ne prova l'orazione edita dal Mansi.
(3) Gynevera de le clare donne, pp. 33940, 345.
(4) Oltre al Tiraboschi, vedi Litta, Pam. cel., Attendolo, tev. V; Db
Blasiis, Tre scritture del sec. XV, in Arch. star, napol, IV, 413-14; Ga-
BOTTO, lov. Fontano e Ippolita Sforza, nel cessato periodico fiorentino Vita
Nuova, II, 156 sgg.
(5) Su Giovanni Morelli Cosentino cfr. anche De Cesjarb, Una famiglia
di patriotti, Roma, 1889, p. xxni.
FRANCESCO GALEOTA 15
certe rozze epistole in terza rima, glorificanti il Duca di Cala-
bria (1), precedute da una dedicatoria faticosamente ampollosa,
e Gio. Luigi Guidobono inviava un carme in esametri tuttora
inedito (2). Simpatia piena di rispetto avrà dunque nutrito per
la Duchessa il Galeota; onesto egli pure, amante de' buoni studi e,
che più importa, tutto della real casa e del Duca. — Anche Ferdi-
nando I l'onorava d'una molto benevola dimestichezza e d'incom-
benze delicate. Una volta (scrive il poeta in capo a una canzone),
essendo data da un cavalliero a la Maestà del Signor Re una
petitione lamentandose de la sua innamorata, Sua Maestà la
mandò a Messer Francesco, che de ciò se informasse e rife-
risse. La bella non fé' buon viso al real m,esso (3) ; il quale
perciò , avendo prese le parti del cavaliere , a questo modo si
licenziava dalla sua relazione in versi:
Cesar per obedir, te rappresenta
dinanzi al mio Signor, quando el vedrai;
tre volte inchina, e poi, bassando el pede,
prega che tanto error non se consenta,
e che soa spata ormai
raquisti un altro regno a la sua fede ecc. (4).
A ben altre lotte, che alle incruente del regno di Cupido, Fer-
dinando aveva affilata codesta spada, cui lordò del sangue dei
primi gentiluomini del regno ! Ma, come nella sua corte, spagno-
(1) In persona d'Ippolita, al marito: la prima Florentinorum expugna-
tori, la seconda contra Turchos Christianae Reip. protectori, la terza Fer*
rariensia patriae contra Venetos salvatori, la quarta contumaces et rebelles
subditos expufjnanti. Formano un codicetto in pergamena, con lettere e fregi
miniati, n« 1053 fonds ital. della Biblioteca Nazionale di Parigi, di prove-
nienza aragonese.
(2) Arch. star, lomb., anno XIII (1886), 54.
(3) E me, come a real messo mandato,
m*ha l)en poco stimato,
dicendome : lontan de qui te tira !
Tal che de sdegno el cor me *nde sospira.
(4) La canzone comincia: « Inclito Signor mio, po' ch'a te piace ».
16 F. FLAMINI
^
lescamente fastosa, pur quando sull'orizzonte politico s'addensas-
sero nubi gravide di procella, continuava l'allegria delle caccie
e dei conviti ; cosi ben poteva il re, fra le cure di stato, porger
l'orecchio al Galeota che ricantavagli, in versi da cantimpanca,
le sette allegrezze d'Amore {los siete gozos de Amor di Juan
Rodriguez; il vecchio tema, insomma, ugualmente gradito in ogni
tempo al popolo e alle corti, con cui si spassò, sembra, anche
il Magnifico) e le nove virtù che de' havere uno amante (1);
ben poteva accettare con un sorriso d'aggradimento dal cortigiano
fedele un lunghissimo dialogo pure in istrambotti e di soggetto
amoroso (2).
Giovavasi peraltro dell'opera di Mosser Francesco, « suo amico
« e parente » (3), anche in faccende di natura e importanza ben
diversa. Nel maggio del 1487, essendosi avviato in pellegrinaggio
verso Roma il Duca di Ferrara suo genero, Ferdinando gli mandò
incontro il Galeota, per confortarlo a venirsi a riposare alquanti
di alla corte di Napoli, dove sarebbe accolto con piacere e te-
nuto allegro. « Non perdonarete (dice Y Istruzione) a cosa ninna
« che sia per indurlo a venire, rimettendo alla discretione
«vostra li modi che in questa parte haverete da
« provare Studìareteve di fareli quella più assidua compa-
« gnia che la honestà rocercarà et di darle in ogni vostro rag-
(1) Inclyto, glorioso et trìomphant«,
magnanimo, possente, alto, regale,
▼ictorloso mio bon re Ferrante,
degno de la gram sedia imperlale,
tn sol me fld cantar in consonante,
però che me si stato liberale I
Septe allegreie odiste de l'amante,
nove virtate ascolta principale.
(2) Comensa uno dialogo facto partendose da la soa amante^ et se puose
nome Silvio^ che per alguno tempo nelle selve se stette a scrivere. Il quale
dialogo cum le seguente epistole donò a la Maestà de l' invictissimo Signor
Re ecc. (cod. Est., e. 170 a).
(3) Cosi lo chiamava egli stesso, scrivendo per la morte di Francosco
Minatolo (notizie cit. dell'Andres , cod. Trivuh. 570, e. 1 h).
FRANCESCO GALEOTA 17
« gionamento suavità et piacere ^> (1). Tre mesi dopo iy Istruzione
ora citata è del 19 maggio) il Galeota veniva eletto castellano
di Gastellamare di Stabia (2). Il successivo anno lo troviamo le-
galo regio a Milano (3); alla quale ambasceria sembra riferirsi
una seconda Istìnizione, tuttora inedita, del 3 ottobre '87, dove
Ferdinando incarica « Messer Francesco » (il cognome non è detto
per ommissione dell'indirizzo) di rallegrarsi in suo nome col
Moro della ricuperata sanità, accordandosi, circa i modi della
commissione, con Simonetto Belprato stabile ambasciatore a Mi-
lano, e visitando poscia Gian Galeazzo. Nell'andata, deve far sosta
in Firenze e, d'intesa con Marino Tomacello (4), abboccarsi col
Magnifico (5).
Mentre ad uffici così importanti lo designava la fiducia di
Ferrante I, il Galeota era in dimestichezza cordiale anche col
potentissimo erede del trono. Quel buon Leostello, concittadino
e corrispondente d'Antonio Ivani, che, per ordine espresso avuto,
(1) [Volpicella], Regis Ferdinandi primi Instructionum liber, Napoli,
1861, p. 227.
(2) Arch. di Stato Nap., Cancell. Aragonese, Collaterale, Partium voi. II
(1487-8), e. 94 a:
Nobiles et egregii viri fìdeles nostri dilecti. Perché nui havimo ordi-
nato, che Messer Frane" Galioto de questa nostra cita de Napoli sia vostro
Gapitanio per Io anno presente, Sexte Indictionis secundo, vederete più cla-
ramente per lo privilegio che ne li facimo expedire, secundo è solito. Et
perché è el tempo de fare lo ingresso, et a l'expedire del dicto privilegio
ce correranno alcuni di; a ciò che quessa cita non stea senza oflBciale, vo-
limo lo admictate, e li fate fare lo ingresso liberamente: et cosi exegrete
{sic) senza difficultà, se havite cara nostra gratia. Datum in Castello Novo
Neap., ij Septembris Mcccclxxxvij. Rex Ferdinandus.
{Universitati Castrimaris de Stabia).
(3) In una lista di Cavalieri e Ambasciatori (Bibliot. Nazion. di Napoli,
cod. X. E. 40, e. 77 a).
(4) Valente e dotto oratore del re a Firenze (Mancini, Yita di L. Valla,
p. 221).
(5) Bibl. Naz. di Napoli, codd. XV. B. 17, e. 276 &, e XIV. A. 14, e. 239 b.
— Non sembra che il mandato possa riferirsi né a Frane. Spinello, né a
Francesco de Montibus , ricordati anch' essi nel Liber Instructionum , a
pp. 166, 181 e 183.
Giornale storico, XX, fase. 58-69. 2
18 F. FLAMINI
notò giorno per giorno, con minuzia a volte puerile, le cose fatte
per el Duca di Calabria, dal 22 maggio 1484 al 6 febbraio 1491,
in apposite Ephemeridi (1), non tralascia di registrare sovente
fra i nomi dei commensali del padrone quello di « Francisco Ga-
« leocto ». Cosi lo troviamo fra i convitati del Duca « a lo giar-
« dino grande a la fontana » in onore dell'ambasciatore turco
(20 luglio '87); poi in un banchetto offerto dal medesimo al fra-
tello Federico e ad alquanti Fiorentini (18 giugno '89). Gola d'A-
vanzo, ospitando Alfonso a mensa nel suo giardino, voleva seco
anche il Galeota (22 maggio '89); questi, a sua volta, convitava
in Serpi il suo signore (27 novembre '90), e non di rado gli of-
friva una modesta refezione, nella masseria cui, sia da Napoli
sia da Bagnoli , il Duca facevagli 1' onore di visitare. In un' e-
pistola notevole (delle molte inchiuse nel suo Canzoniere) il Qa-
leota si rammarica con Alfonso per la lontananza di lui: « Credi
«(gli scrive), suavissimo mio Sonofra, che quanto più valorosi
« sono i cuori de li homini et de sangue più alto, più caldamente
«se incendono de l'amorose fiamme, le quale non per natura
« sono ardentissime da longa tanto quanto da presso te agiac-
« ciano; et per questa cagione me sono mosso non altramente
« a venire de te pia toso, che de me stesso dolente quando era
« nelle affannose stigmate de l'exilio , dov' io te vegio et non
« senza grandissima doglia te indico. Vedete absente con l'animo,
« credendome il mio dolor passato, imaginando il tuo presente,
« nel quale selli tariamente, insieme cum le scerete lacrime, de-
« sidere venirtene a la tua Partenope; che non manche te tira
« lo affanno de chi t'aspecta, che '1 tuo proprio. Pertanto, fide-
«lissimo amico S. mio, io te prego, se la fortuna prospera
« te guide, et in breve spacio, al tuo paese tranquillo, advisame
«del viver tuo lontano, acciò eh* io del tuo piacere et de la
« gloria sia corno ad tuo vero amico participe » (2).
(1) Nei Documenti per la storia, le arti e le industrie delle provincie
napolilane, a cura del principe Filangieri, Napoli, 1883, voi. 1.
(2) God. Estense, e. 94 a.
FRANCESCO GALEOTA 19
Anche al Principe di Gapua, Ferrandino, che aveva caro ol-
tremodo il dire in rima e i versi del Petrarca, il Galeota (in
Parnaso non più Francesco, ma Silvio) disfogava con pistolotti
di tal genere le sue pene amorose. Uno , zeppo d' antitesi , è
del 1484 (1); e poco dopo quest'anno, a nostro avviso, dovette
esser raccolto e ordinato dal poeta tutto il Canzoniere; nel quale
trovi , fra 1' altre cose , rime in lode della Duchessa Ippolita,
morta, si sa, nel 1488, e una lettera in istrambotti per una donna
di Boemia del Signore Illustrissimo Don Francesco de Ara-
gona (2) , terzogenito de' figli legittimi di Ferrante I , il quale
mancò ai vivi, poco più che ventenne, il 26 ottobre 1486 (3).
All'opera dell'accozzare e ricucire rassettandole le rime e prose,
per lo avanti disperse, dettate in varie congiunture e per varie
persone, il Galeota dovè attendere riposatamente, in questi anni
che furono, senza dubbio, i migliori della sua vita. Mandò in-
nanzi alla raccolta un prologo a Tirinzia\ nome poetico della
donna amata , bellissima e di crudeltà pari all'alto sangue : —
Schivo di lodi, egli non ha escogitato finzioni poetiche; il suo
colibeto vuol essere l'espressione modesta, ma fedele, dei tor-
menti patiti. Unico il fine , varie le voci, « secondo el languire
« derivato dal vario dolore ». Gli basta che Tirinzia, « dato al-
« quanto di luogo ai più importanti e più grandi negozi » , lo
legga secondo l'innata benignità — (4).
(1) Ivi, e. 116 a. Il poeta gli appicca il soprannome arcadico di Sireno.
(2) « Corre da gli ochij mei Tamara vena ».
(3) Ecco uno strambotto manifestamente ispirato al Galeota da questa
sventura :
De dolor grande et de tremor no ardisco
e, qnando ardisse, scriver non poria,
perché scrivendo a lacrimar m'infrisco,
e non me lassa dir che io dovria;
e però in tanto navigar me 'nde isco
a dir del ciel quel che oggi s'invia,
ma pianger sol r infante don Francisco
io voglio sin al fin de vita mia.
Altre notizie su « don Francisco » dà E. Pércopo (Arch. stor. napoL,
XIII, 147).
(4) Ci piacerebbe essere in grado d'identificare questa novella Laura; ma
20 F. FLAMINI
Prima di divulgarla, « mandò a vedere l'opera » alla Contessa
dell' Acerra. Ricanteremo qui le lodi di Costanza de Davalos
(dopo il 1501 duchessa di Francavilla), la zia dei Marchesi di
Pescara e del Vasto, la vigile educatrice di Vittoria Colonna (1),
r eroina che nell' isola d' Ischia sostenne a lungo e gloriosa-
mente r assedio di quaranta galee francesi ? (2). Giantommaso
Moncada conte d'Adernò, ch'ebbe a conoscerla in Sicilia, fug-
gita di Napoli a tempo della discesa di Carlo Vili, narrò lati-
namente i casi occorsi alla gentildonna fino a quel tempo (3);
gli ultimi anni di sua vita, spentasi nel 1541, descrisse Filonico
Alicarnasseo. Bernardino Martirano le assegna una parte onori-
fica nel poemetto ì'Aretusa (4); e per ispiegare l'invio del Ga-
leota, basterà richiamarci alla nominanza ch'ella consegui nelle
lettere, agli elogi che le fecero in diversi tempi uomini reputa-
tissimi: il Cariteo nel quattrocento (per costui era addirittura,
come Saffo, la decima musa)y nel cinquecento il Giovio. « Fu
4c donna , scrive Filonico, di grande e profonda letteratura e di
« giudizioso conoscimento. E che sia il vero, scrisse in latino,
€ in volgare, in prosa, in versi; e nell'una e nell'altra lingua si
«accuratamente, che Marsilio Ficino, Ermolao, Poliziano, Pico
« della Mirandola, Volaterrano e il Duca d'Atri, e cosi pure il
il poeta s* è chiuso riguardo a lei nel più assoluto riserbo. Nessun nome se-
creto; se non forse nello strambotto « La voce e '1 mio cantar ecc.», che
finisce:
Intendame chi 'ntese
come era prim» la mia bella anrora;
mo* ò tarca, ingrata I e fiJsa inde» mora.
Altrove il poeta si duole « d\ina colomna » che gli ha tolto la vista della
persona amata.
(1) Reumont, Vitt. Colonna, traduz. Muller-Ferrero», pp. 14-15, 131, 209.
(2) Vedi ciò che di tal difesa scrive il Capaccio, Neap. hist., p. 582;
niustrium muUerum et ili. litteris virorum elogia, p. 195; Il Forastiero,
p. 949.
Qi) Il VoLPiCELLA die fuori , tradotti , due brani di questa biografia (Le
nozze di Costanza D'Avalos e Federico Del Balzo nel sec. XV e La moglie
esemplare, nella strenna La Sirena, Napoli, 1845 e 1846).
(4) Gfr. i miei Studi sulle poesie del Tansillo, p. 73 n.
FRANCESCO GALEOTA 21
« Bembo, il Molza e la gran turba delli poeti volgari del tempo
« suo, leggevano, ammiravano ed imitavano sovente la sua dot-
« trina. Per qual rispetto, Pompeo Colonna seco si trastullava
«scrivendo; né sapendo trovar rimedio d'uguagliarsi nelle ri-
« sposte, chiedeva soccorso invano ai più notabili scrittori e let-
« terati d'Italia ecc. » (1). Il Galeota accompagnò l'invio con una
lettera, dove strettamente prega Gostanza, levandola a cielo, di
volergli rivedere, giusta la promessa, l'opera sua; affinché questa,
« cum le sue mani anzeliche in qualche parte emendata et cor-
« repta, iongendo et mancando le syllabe, cassando et sopra seri-
« vendo, limando segondo il bisogno et al suo recto iudicio se
« richiede », possa finalmente uscire fra la gente, non più « ti-
« mida povera e tenebrosa », ma « richissima lucida et secura »,
insieme « con li altri libri de più gram titoli e minij » (2).
Nel 1491 la pubblicazione del Canzoniere era già avvenuta:
vale a dire, che già n'erano state tratte più copie a penna in
buona forma. Nelle Cedole di Tesoreria di quest'anno troviamo
assegnati, il 6 aprile, ducati 18, 3 tari e 15 grana allo scrivano
Giovan Marco « per la scriptura de 36 quaterni de carta de
« coyro de foglio e meczo comone avantagioso, scrìpto de litera
«antiqua, un poco fermetta, in li quali è notato un'opera
« facta per Frane.** Galioto, in li quali nce so' litere pari-
« sine 866 e certe toncze, e quilli [Joan Marcho] ha consignato
« in la dieta libraria » (3). La libreria di cui qui si parla era
della maestà di Ferrante I; il copista, Giovan Marco Cinico Par-
mense noto scrittóre della biblioteca regia (4). Alla quale, dunque.
(1) Vite ecc., nel noto cod. X. B. 67 della Bibl. Nazion. di Napoli, e. 15 a.
Vedasi anche Ammirato, Fam. nob. nap., II, 98.
(2) Cod. Estense, e. 5 bS b. — Altri rimatori coetanei del Nostro manda-
rono pure dei versi alla Contessa d'Acerra; per esempio, il de Jennaro e
Gio. Antonio de Petruciis.
(3) Rego 142, e. 329 a.
(4) Cinico de Palma hanno le Cedole; ma a pie del famoso codice di
Plinio, già Famesiano, ora della Nazionale di Napoli, costui si sottoscriveva:
Johannes Marcus, clarissimi et virtute et nobilitate viri Petri Strozae
Fiorentini discipulus ecc. Parma e oriundus. Cfr. [A. Miola], Introduz.
I
22 F. FLAMINI
passò senza dubbio questo codice dell'Opera del Qaleota, di cui
non s'hanno ulteriori notizie. Un altro ne vide il NapoH-Signo-
relli nella Biblioteca dei Teatini (1); e, di fatto, i cataloghi di
questa, che tuttora si conservano manoscritti, registrano, colla
segnatura Scanzia VI, n° 28, un membranaceo, in quarto, man-
cante nel principio e nella fine, dov' è una « raccolta di diverse
< lettere e canzoni amorose in lingua volgare » di Francesco Ga-
leota (2). Ma se ancora esista, e in quali mani, non possiamo
determinare ; certo non è quello di cui ci siamo giovati noi per
la presente memoria. Poiché il codice della Biblioteca Estense
di Modena X. B. 13 (nel catalogo degli italiani, n» MCXXXVI), di
199 fogli numerati, oltre a due bianchi in fine, non manca
di nessuna parte, ed è cartaceo. Nulla ha di comune né pur col-
l'Aragonese; essendo pulito e chiaro, ma privo d'eleganza. Ha
iniziali rosse e azzurre, legatura originale con borchie e avanzi
di fermagli, e s'intitola: FRANGISGI GALEOTI EQUITIS AG
BARONIS OPVSGVLUM.
Non pili addietro del secolo passato risalgono le notizie che
possediamo intorno a questo manoscritto. Cesare Chierici, pa-
alle Ephemeridi del Leostello, pp. xi-xii; e, sui mss. dovuti a questo celebre
amanuense e miniatore, Mazzatinti, Inventario dei codd. italiani delle
biblioteche di Francia^ I, xxxvi-vii, Wagen, Die vornehmsten Kunstdenk-
mdler in Wien, II, 110.
(1) Vicende della cultura nelle due Sicilie, Napoli, 1810, IV, 549. Pro-
babilmente è il medesimo di cui si valse TAndres per le citate notizie del
Trivulz. 570; poiché del Galeota egli conosceva < alcuni componimenti diretti
« al Re Ferdinando, molti più al Duca di Calabria Alfonso li e alla Duchessa
« sua moglie, altri al Principe di Capua, altri al conte di S. Angelo e ali i
« contessa dell'Acerra e ad altri signori, ove si vede certa intrinsichezza (
€ familiarità, che aveva con tutta la famiglia reale e co* primi signori della
« Corte ». E coglieremo noi nel segno , congetturando che da esso derivi
anche quel manipoletto di Rime e prose scelte da un manoscritto in per-
gamena del Galeota, che il Pèrcopo afferma di conoscere nella sua ediz.
delle Rime del Chariteo (Napoli, 1892, 1, ci w.), giuntaci mentre stiamo per
licenziare le stampe del presente lavoro? Si tratta di < ventitré poesie, una
« novella ed alcune epistole in prosa al duca di Calabria e al principe di
« Capua ».
(2) God. 466 della Bibl. di S. Martino, alla lettera G.
FRANCESCO GALEOTA 23
trone dì questo libro, leggesi sopra una delle sue guardie; e
dev'essere il nome dell'antico proprietario napolitano. Nel 1756
lo comprò in Modena Giovanni Antonio Panelli, a Dominico
Santagata, in Mutinensi Foro maiori publico Mhliopego, odo
soluiis scutis romanis. Ma per fortuna degli studi, dalle mani
degli eredi di Giovanni Panelli , nipote da parte di fratello di
Giovanni Antonio , passò in quelle d' un intelligente e appassio-
nato ricercatore d'antichi testi, pur modenese, Giulio Basini, che
l'acquistò nel 1802; e, com'è noto, il figlio di costui. Proposto Ot-
tavio, offri alla Biblioteca Estense più di dugento codici, di molta
e svariata importanza, ereditati dal padre. Questo dono ha sal-
vato dal naufragio dell'oblio le rime del cavaliere Galeota.
Non molti anni ancora durarono per Messer Francesco tempi
cosi felici, nei quali non aveva altra cura, se non di banchettare
allegramente coi padroni di Napoli, e dettar frottole o stram-
botti per le dame di corte. Il 25 gennaio del 1494 re Ferdinando
moriva, e quasi al tempo stesso si affacciava alle Alpi, vindice dei
diritti angioini, Carlo Vili. Alfonso duca di Calabria, salito al trono,
deluse le speranze de' suoi fautori ed amici. L'eroe d'Otranto,
vinto per terra e per mare, dopo un solo anno di regno abdi-
cava a favore del figlio Ferrandino, e spegnevasi di crepacuore
in un chiostro, lontano dalla sua Napoli ; lasciando anche ne' cuori
più fidi un dispettoso sconforto:
Scorno eterno a l'italico paese,
quando fia letto, che un regno si forte
contr' a' Francesi non si tenne un mese! (1).
Il Galeota aveva ricevuto dai principi , cui la sorte volgeva
allora cosi avversa, favori e benefici; ma di non minori n'avevan
fatti alla sua casa, nei tempi andati, gli Angioini. D'altra parte,
che poteva egli sperare dal real giovinetto, sulle cui spalle gra-
vava ora un tanto peso, quando a sorreggerlo era stato impo-
(1) Versi del Tebaldeo, nel ben noto sonetto contro Alfonso.
24 F. FLAMINI
lente il padre, guerriero valoroso ed esperto? Se qualche bar-
lume di speranza gli era rimasto in fondo al cuore, dove inte-
ramente svanire quand*egli seppe profugo in Sicilia il disgraziato
Ferdinando II, e vide il conquistatore francese entrare nella ca-
pitale del Regno in mezzo « all'entusiasmo, si facile ad esser ec-
« citato, del popolo napolitano » (1). Certo, il fasto spavaldo di
costui, i suoi torneamenti e conviti, le sue baldorie gli fecero ca-
pire, che ormai soltanto all'ombra dell'orifiamma poteva conti-
nuare la vita frivola e gaia , ch'era ne' suoi desideri (2). Spo-
sata dunque francamente la nuova causa, s'addisse ai servigi di
Francia; perciò, anche quando, nel giugno del '96, Napoli era
di nuovo libera dagli stranieri, e, sorretto dalle armi di Con-
salvo, del Papa, dei Veneziani, vi si era insediato nuovamente
Ferrandino, e per le vie di Roma, insultando alla ritirata di re
Carlo, cantavano:
È venuta la casa d'Aragona,
che fa vendetta de lo traditore! (3);
anche allora, troviamo il Galeota, insieme co' suoi congiunti Ia-
copo e Dionigi, fra i baroni angioini in campo coi Francesi (4).
Fu ventura per lui, che Don Federico d'Aragona (il secondoge-
nito di Ferrante I, succeduto al nipote ch'era mancato ai vivi
sulla fine di quel medesimo anno) non facesse rappresaglie, anzi
restituisse ad amici e nemici i beni che avevano prima degli
sconvolgimenti avvenuti nel Reame. Capiva questo principe, che
l'aver diffidato della fortuna di Aragona, quand'era caduta cosi
basso, non poteva riguardarsi come vera fellonìa ; e quindi, non
immemore dell'antica famigliarità, dovette nuovamente accogliere
nelle sue grazie il Galeota; i cui figli, di fatto, subito dopo la
morte del padre, pagando il relevio de' feudi, sovvennero il re
(1) Delaborde, Uexpéd. de Ch. Vili en Italie^ pp. 555^.
(2) Vedi infatti De Gherrier, Hist. de Ch. Vili, II, 157, ed anche Notar
Giacomo (pp. 189-90).
(3) Croce, Canti politici del popolo napolitano, Napoli, 1892, p. ix.
(4) Sanudo, Diari, 1, 22545.
FRANCESCO GALEOTA 25
ne' suoi bisogni, per le mani del tesoriere generale Michele de
Afflitto, di quattrocento ducati.
Mori Francesco Galeota nel settembre del 1497, regnante an-
cora Don Federico (1); e fu sepolto nel suo casale del Sorbo, in
Principato Ulteriore, diocesi d'Avellino (2). Gli ultimi mesi di vita
gli furono amareggiati dalle brighe di una lite coi terrazzani del
Serpico circa il salario per l'esercizio d'un « pozzo dove se fa
lo sale » ; e per ciò appunto, crediamo, la morte lo sorprese, an-
ziché in Napoli, in quel suo feudo. Poiché il 20 giugno del '97
la causa era ancora pendente. Il 3 di questo mese, rifiutando
quo' terrazzani di seguitar a lavorare coi patti stabiliti , la Ca-
mera della Sommaria, sentito il ricorso del padrone, aveva in-
giunto loro di desistere dalla dannosa deliberazione (3); il 20,
notificava ai riottosi il suo decreto « de incontinente comenzare
« ad exercitare dicto puzo et da dicto exercitìo non togliere
« mano; per che per dieta Camera serra stabilito lo salario,
« intendendo questo citra preiudicium utriusqice partis » (4).
(1) Nelle Cedole di Tesoreria di quest'anno, a di viiij de ociobre (vo-
lume GLXI, e. 39 a), leggiamo:
« Da Luisi Galiota, marito di M* Ipolita Galiota, figlia del condam Franco
« Galiota, seicento ducati, quali paga a la Regia Corte: ciò è 200 D. per lo
€ rellevo e nova investitura de la terra de Serpico, de la provintia de Prin-
« cipato Ultra, in la quale succede per morte de dicto Frane» suo socero.
€ ad ipso promisso per lo dicto Frane" dum in humanis ageret^ per con-
« templatione de dicto matrimonio, eum consensu prestito per dieta Maestà:
«et quattrocento ducati restantì subvene dieta Maestà in
«questi sol bisogni, secundo in lo privilegio expedito in lo Castello
« Novo de Napole a ij del presente se contene ».
11 medesimo dice la consulta che citiamo qui appresso.
(2) Arch. di Stato Nap., Consulte della R. Camera della Sommaria,
anni 1507-1509, voi. I, e. 107 a.
(3) « Per tenore de la presente ve d[iciamo] e comandiamo, che debiate
elaborare et fare comò è principiato e risponderli [al Galeota] iuxta la
€ conveneione et iuxta lo solito Verum, se del predieto ve sentissino
« agravati, compariti infra tre di, che ve serra ministrata iusticia ex-
«pedita; et interim non interessati la opera de lo puezo, intendendo el
«comparere lepitime •» ('Archiv. di Stato Napol., Sommaria, Partium vo-
lume XLll, e. 102).
(4) Arch. di Stato Nap., Sommaria, Partium voi. XLIII, e. 40.
26 1. 1 1 A.MINI
Altri documenti della contesa, posteriori, non abbiamo; né c'im-
porta di sapere se la continuassero gli eredi di Messer Francesco.
Il quale, non v'ha dubbio, usci di vita in età ancor fresca.
Poiché non solo le notizie che di lui abbiamo non risalgono molto
addietro nel quattrocento, ma, quantunque lasciasse tre figliuole
adulte, una delle quali già maritata, sua moglie gli sopravvisse
di più che quarant'anni. Era costei Sigismonda dei Frangipane
della Tol'fa, casa nobilissima del Seggio di Nido (1). Non aven-
done egli avuto nissun figlio maschio, che potesse ereditare il suo
nome e i suoi feudi; aflfìnché questi non uscissero della famiglia,
di buon grado dette in isposa la primogenita Ippolita a Luigi
Galeota (suo nipote per parte del fratello Gerolamo), < gentil-
« homo de nobile generacione, barone, bono christiano » (2) ; e
ne' capitoli matrimoniali, consenziente re Federico, s'obbligò a
tenerli seco, lasciando loro post tnoriem il castello del Serpico,
con condizione di maritare Maria ed Orsina, sorelle d'Ippolita (3).
Queste nozze furono feconde; che nel 1507 n'erano già nati sette
maschi e una femmina. Il povero Francesco, il quale tanto do-
veva aver desiderato un erede, non potè godersi questa benedi-
zione di Dio (4). Toccò invece a sua • moglie , Madonna Sigis-
monda; ma costei, nella vedovanza precocemente iniziata, non
si conservò, come sembra, tenera madre, poiché nel 1538, in età
davvero non verde, citava dinanzi al Sacro Regio Consiglio la
propria figlia ed erede, nientemeno che per ricuperare la dote
ch'ella, Sigismonda, aveva recata, una sessantina d'anni avanti,
al marito Francesco, già da otto lustri passato a miglior vita!
(1) Della Marra, Discorsi delle famiglie estinte, forastiere^ o non
comprese ne" Seggi, Napoli, 1641, pp. 173-80; Mazzella, Descrittione del
Regno ecc., p. 739; De Lellis, Fam. nobili, nel cod. X. A. 6 della Nazion.
di Napoli, ce. 224a-229 6.
(2) Arch. di Stato Nap., Consulte della Sommaria, voi. cit., e. 108 fc.
(3) Ivi, e. iOQb; cod. X. A. 3 della Nazion. di Napoli, e. 182 6.
(4) Il privilegio d'investitura di suo nipote è del 2 ottobre V7. Costui
chiese ed ottenne la conferma del Serpico nel 1507; quando, per l'incendio
di S. Chiara, bruciarono i privilegi e l'altre scritture che quivi avea riposte
(Arch. di SUto Nap., Quintemioni, Princ. Ultra, voi. 13, ant. Vili, e. 109 agg.).
FRANCESCO GALEOTA 27
E la povera Ippolita, nolens litigare cum maire, fu costretta a
cederle S. Stefano, uno dei due casali che aveva ereditati in-
sieme col castello (1).
II.
Il Canzoniere del Galeota ha vera importanza. Più ampio del-
l'intera raccolta edita dal Mazzatinti e dall'Ive, rappresenta uno
stadio mediano della lirica nel mezzogiorno d'Italia durante l'ul-
timo trentennio del quattrocento. Mentre, infatti, ha già accolte,
e in quanta copia ! le forme d'arte in cui s'esplicherà sul cadere
di quel secolo la nuova maniera poetica, lo stile modella ancora
sul Petrarca, e si serba quasi immune dal secentismo che sarà
presso la nuova generazione di verseggiatori il peggiore effetto
dei criteri artistici mutati. In verità, qual differenza tra questo
ed altri canzonieri , pur napolitani , scritti qualche anno dopo !
Non io vorrei togliermi, ad esempio, la briga d'illustrare quel
membranaceo dell'Alessandrina, che nel seno capace racchiude
gl'infiniti encomi ed omaggi in rima d'uno sconosciuto, mosso « da
« le extreme parte del felice paese de Italia », alla beltà d'una
Elisabetta Gola, milanese. Guai, se tanto sfolgorio di diamanti e
raggiar di sole e biancheggiar di neve, a lungo andare (e lunga
la descrizione è davvero), avessero per avventura sul lettore gli
stessi effetti che sul poeta!
Son una nave, et in me stesso ò il mare,
le lacrime son l'onda e '1 fiato è '1 vento;
Madonna, con quel sol ch'ogni altro ha spento,
la stella fu ch'a' naviganti appare ecc. (e. 39 b).
Chi ravvisa più qua dentro il petrarchesco « Passa la nave mia »?
(1) Arch. di Stato Nap., Quinternioni, Princip. Ultra, voi. 45 (già XIU),
e. 9 a. La cessione veniva ratificata il primo di giugno; ma già Sigismonda
ne aveva alienata, quindici giorni avanti, una parte! (Ricca, IV, 409).
28 F. FLAMINI
Ed è tutta cosi la congerie di questi sonetti e ternari, di queste
canzoni e sestine: ghiribizzi, ampolle, concettini. Le fiamme del
cuore (osserverebbe, arguto, il D'Ancona) sono salite al cervello
del poeta per farlo delirare ingegnosamente.
Per fortuna, il Canzoniere del Galeota è altra cosa. V'incon-
triamo si un frasario convenuto e immagini stravecchie: sempre a
un modo rappresentata la donna, Amore sempre cieco e faretrato;
ma non per ciò vorremo noi mettere il Galeota in ischiera col
Tebaldeo, con Serafino. Goteste frasi, coteste immagini, nonché
certi artifizi formali ed estrinseci, trovava già nel Petrarca: le
ha accolte , e niente più. Ben altro hanno fatto que' valentuo-
mini della nuova scola ! Attribuendo al senso proprio delle pa-
role ciò eh' è soltanto del figurato , costoro dai traslati e dalle
ambiguità stillavano a gara, per via d'inaspettate deduzioni, la
quintessenza dell'arguzia. Non tanto l'abuso, quanto il malo uso,
di quell'istesso linguaggio metaforico, che già il massimo dei li-
rici aveva consacrato col suo esempio, ha partorito la più gran
parte delle sottigliezze strampalate , onde anche il quattrocento
estremo, come il secento, va tristamente famoso.
Il Galeota dev' essere semplicemente imbrancato nel gregge
dei belanti dietro al pastore di Valchiusa. Emistichi ed anche
qualche verso intiero tolto al Petrarca non mancano nel suo
Canzoniere (1); come non vi mancano luminose testimonianze
della sua ammirazione per quel grande. In S. Chiara d'Avignone
la memoria dell'innamoramento del Petrarca quivi accaduto gli
ispira alcuni versi. Oimè , alcuni versi soltanto ; non un senti-
mento, non un pensiero men che pedestre !
Dov'è Laura soave, et in qual loco
de questo sacro tempio s'assise,
quand'ella intenta suo' begli occhi affise,
per far d'un giaccio un si mirabil foco?
(1) Uno strambotto, ad esempio, finisce:
Un b«l morir tatU U vita onora (e. Il a).
E un altro:
Co0i M spende el miser tempo mio
fr» le rane sperante e '1 ran disio (e. 82 a).
FRANCESCO GALEOTA 29
Questa, ognun vede, è squallida prosa, costretta a gran fatica
nelle ritorte del metro. Seguitiamo :
Dov'è colui, ch'ardendo amando in gioco
tant'anni in pace visse, e chi conquise
tant'amor e tant'arte, e si divise
sono de là fra lor molto né poco?
E basta ; che di qui esce troppo malconcia la grammatica. Un
sonetto analogo compose il Galeota « passando per Gomont,
* dove nacque madonna Laura » (1) ; ma anche questo luogo
non gli ha suscitato in mente se non l'idea, che anche la sua
bella dovrà, al par di Laura, morire ! Parimente, può restarsene
senza infamia e senza lodo nel manoscritto il sonetto con cui
accompagnava a Gostanza de Davalos il ritratto di Laura :
Ecco qui Laura, tal qual era viva,
le chiome d'or, la forma del bel viso,
dove Francesco riguardando affiso
tant'anni pianse, e per lui fatt e diva ecc.
Poiché il Galeota s' è ben poco esercitato, invero, nella forma
più diffusa della poesia d'amore. Oltre a questi, egli non ha che
altri sei sonetti, due dei quali d'argomento sacro (2); e quindi
in essi, per manco d'esperienza, riesce duro e contorto (3). Fu
invece, senza dubbio, il più fecondo strambottisia, o strambottaio,
del quattrocento. Altro che Serafino dell'Aquila e i suoi imitatori !
Del Cariteo conosciamo trentadue strambotti ; quelli del Nostro si
(1) Vignion, Coment, là dov'ella nacque,
Eodano e Sorga ancor vid'io passando,
e dove scripse, e dove arse cantando
il mio maestro quanto a Laura piacque ecc.
(2) L'uno, in modo de supplicatione a Dio, chiude il canzoniere; l'altro è
stato scritto passando per 5. Maximirn, dove sta la gloriosa figura di Mag-
dalena (e. 17 a).
(3) Nell'unico sonetto amoroso del canzoniere Estense, per dipingerci la
sua inquietudine, il Galeota usa un brutto artificio : in fin d'ogni verso pone
espressioni di questo genere: di luoco in luoco, di gioco in gioco, a poco
a poco ecc. (e. 8 a).
30 F. FLAMINI
contano a centinaia , tutti su due sole rime , quattro volte al-
ternate: l'ottava siciliana (ancor viva nel mezzogiorno d'Italia
fra '1 popolo, e dal popolo usata già in antico), che fu nel secolo
decimoquinto la forma preferita per lo strambotto dai rimatori
della corte aragonese (1). Qualche volta hanno una coda, com-
posta di due endecasillabi a rima baciata e d'un settenario; svol-
g(mo per lo più in un solo periodo grammaticale una sola idea,
atteggiata e ripercossa in vari modi. Ve ne sono inoltre d'inca-
tenati mediante un rappicco di due o più voci ; e questi, come
i rispetti continuati polizianeschi e pseudo-polizianeschi, ci rap-
presentano « or l'epistola, or l'elegia, ora la serenata e la dipar-
te tita e il dialogo » (2); ma con tanto meno di garbo e d*efl3cacia,
quanto a componimenti d'una qualche estensione è più disadatta
dell'ottava, metro narrativo per eccellenza, una monotona fila-
tessa di versi su due sole consonanze.
E, s'intende, cercheresti invano negli strambotti di cui ci stiamo
occupando alcun tratto di quell'arte mirabile, con cui il corti-
giano del Magnifico rivestiva pulitamente, senza punto sciuparne
la freschezza, i parti della musa popolare. Anch'egli, il buon Ga-
leota, travasò a più non posso nel suo gran serbatoio dalla sor-
gente, vivida e perenne, onde attingevano o avevano attinto, a
Firenze l'Ambrogini e il Pulci, a Venezia, più anni addietro, il
Giustinian. Ma, prima di tutto e sopra tutto, era un petrarchista;
e se, forse per gradire alle dame e ai cavalieri, s'era acconciato
a scrivere strambotti in vece di sonetti, non per ciò reputava
opportuno dilungarsi dalla via tenuta dal maestro. Or come con-
servare allo strambotto popolare la sua schiettezza e la sua
grazia, ormeggiando il Petrarca? Non fa maraviglia, che questo
(1) Cfr. ToRRAGA, Discuss. e ricerche lett.^ pp. 142 sgg. — Irregolarmente,
uno strambotto del Galeota (cod. Est., e. 38 6) consta di 12 versi, tutti a
rime alterne; altri, di 10 (im, ce. 11 a, bla).
(2) Carducci , Poliziano^ p. cxvii. — Anche per un' orazione a Dio (cfr.
p. 86) e per una delle solite confessioni in rima (< Rendome in colpa ecc. »;
cfr. la mia Lirica tose, del Rinascimento, p. 483) il Oaleota si vale di queste
serie di strambotti!
FRANCESCO GALEOTA 31
genere di poesia abbia perduto nelle mani del Galeota la sua
impronta caratteristica e genuina (1). — Quantunque e' si sia
adoperato, se non c'inganniamo, con ogni industria per conser-
vargliela. Sentasi di fatto, in che modo, per esempio, si duole
^una heltissima donna che se parti :
In mare è la mia vita arisicata
d'inverno, in mezo al Faro de Messina;
al vento, a la fortuna abandonata,
de notte cum le negre onde camina :
un remo et una vela ha conserbata
la stanca mia barcheta peregrina,
e cosi sola va per disperata,
ch'Ammore lo commanda e '1 Giel destina.
Io sono al mare! et ella se n'è andata,
lassando el mondo cieco e '1 vano errore,
nel cielo, eterna libera e beata,
la donna ch'io portai tanto nel core:
la fiamma che fra noi fo conservata
non sera meno del continuo ardore,
che, persa al mondo cosa tanto amata,
non sera parso tanto antico amore.
E col medesimo intento, forse, egli pure, come l'Altissimo, si
richiama cosi spesso a costumi d'animali o d'uomini in istato di-
verso dal suo:
Un povero villano e zappatore
che zappa in aqua a questo mondo fui;
stentando con suspiri e con dolore,
vao semenando, e non saccio per cui;
(1) Voglio dire quel tono popolaresco, che trovi, ad esempio, ne'saggi an-
tichissimi di strambotto siciliano su due sole rime, editi primamente dal
Carducci ( Cantilene e ball., pp. 56 sgg.), e negli altri pur dell'istessa forma,
ma posteriori ai tempi del Galeota, che, col titolo di Canzoni alla ciciliana,
produsse A. von Flugi, tra i Neapolitanische Volkslieder des 16. Jahrhun-
derts {Roman. Studien del Boehmer, I, 595).
32 F. FLAMINI
delle fatiche e de lo mio lavore
nutrico chi non è come già fui: ~
io son l'affaticato cacciatore,
che la mia preda feci per altrui.
L'uccello mi chiam'io perdigiornata,
che trova e pur aspecta e mai non prende;
son noctola, che sempre sta celata,
et è batuta, e mai non se deffende;
so' nibio, che speso fa calata,
e piglia molto poco et assai stende;
son nave sensa vela abandonata,
sensa timone et arboro et intende (1).
Anche è da notare, che in non pochi di questi strambotti cia-
scun verso da principio riprende le ultime parole del prece-
dente (2); ripetizione ovvia negli improvvisi, ed utile senza dubbio
a dare alla poesia un più rilevato carattere di popolarità; non
meno che le serie proverbiali, di cui la più ragguardevole, e in-
sieme la più noiosa, si ha in una Cansone de proverbi de una
consonansia, quattro strambotti sulle medesime rime alternati*,
monotoni come il tic tac d'un orologio (3). Non ostante tutto ciò,
(jual differenza fra gli strambotti del Galeota e, non dirò già
i Rispetti per Tisbe, popolarissimi, ma molti altri anche di let-
terati! Quelli, ad esempio, del Giustinian vivono ancora in park-
(1) Dello stesso genere è lo strambotto « Cosi come fatica al campo il
« bove » e T altro che comincia: < Son passar solitario tornato, Che vivo
« solo e piango sovr un tecto ».
(2) Un esempio:
Io par ezpecto el t«mpo che non rene,
e1 tempo che non rene io Tao cercando;
io TM cercando le mie dnre pene,
le dnre pene mei fine non hanno ;
fine non hanno mai pensando a tene,
pensando a tene io moro desiando ;
io moro desiando, el vento vene,
el Tento Tene e porta lo mio afEuiDO.
(3) Risparmiando a chi legge il martirio affannoso di quesi' altalena , mi
contenterò d'uno strambotto spicciolo, ugualmente intessuto di sentenze:
FRANCESCO GALEOTA 33
sul labbro de* nostri volghi ; l'Olimpo da Sassoferrato ne scrisse,
a principio del cinquecento, di fragranti e freschissimi (1).
Né con questo vogliam dire, che in genere gli strambotti di
cui parliamo siano epigrammaticamente artificiosi come più d'uno
del Gariteo, o scipiti come quelli di Panfilo Sasso, o secentistici
come i pochi del Gei. Ghe se v'incontriamo motivi convenzio-
nali, questi sono i soliti, comuni a tutta la lirica del quattro-
cento anche toscana e della prima metà : contrari esprimenti
gli effetti delle freccie d'Amore, imprecazioni come le solite delle
disperate (2), serque di cose impossiMlì (3), invettive contro la
fortuna, contro le donne, contro le male lingue (4); e, inoltre,
strambotti a dialogo (5;, in versi tronchi, in versi comincianti,
quasi per ribadire il concetto, all'istesso modo (6). G'è da con-
tentar tutti i gusti; come apparirà anche dal piccolo florilegio
che ne offriamo qui al lettore:
In uno puncto volta la ventura,
questo lo dico, e voglio che se saccia ;
foco di paglia poco tempo dura,
tristo chi de parole se procaccia;
un animo constante no se cura
de vento, e de remore non se impaccia ;
tale minaccia che vive in paura,
e can che abaia mai non piglia caccia.
fi) « Un bel mazzo di fiori campestri » ci ha offerto il Luzio, ristam-
pandone alcuni nella Nuova Antologia.
(2) Stramb. « De mall[ann]*agia quando te guardai ».
(S) Frequentissime anche presso altri strambottisti, come Luigi Pulci e
l'Altissimo.
(4) Sul « maldicente » negli strambotti alla maniera popolare, cfr. Giorn.,
IV, 53 n.
(5) Scegliamo questo:
Io per te piango. — Io non te '1 cred'ancora. —
Credime ben, che '1 ver amor non fenge. —
Tn ben lo sai. — I' non so el di né l'ora. —
Sallo colai che t'affigura e penge —
Perché a me fuggi ? — Per non far dimora. —
Dimora fa' con chi tua voglia strenge,
ch'io son to servo. — Et io to serva fCra,
se non fosse che Amor m'alluma e spenge.
(6) Di queste due ultime foggie di strambotto abbonda il canzoniere del
^Oaleota; come, del resto, anche gli altri de' suoi sincroni conterranei.
Giornale storico, XX, fase. 58-59. 8
34 F. FLAMINI
1.
Io vedo che ogni tempo passa via,
ogni fortuna e gran tempesta manca;
quilli che son pregioni in Barbarìa
aspectan libertà per carta bianca;
Io galioto sempre voga e sia,
e pur aspecta aver la scala franca;
ultra che de voler la morte mia,
questa crudel è dura, e mai non manca.
2.
Li spirti afBicti per pietà del core
correno tutti, et hànolo occupato;
che '1 viso mio è pallido da fore,
et ogni membro è de color mutato (1);
Tanima trista e piena de dolore
ha quasi el corpo lento abandonato;
la rosa senza fronde n'è più fiore,
né io so più come era, allontanato.
3.
La nave a la fortuna destinata
invano aspecta de trovar bon vento;
la stanca peccorella, al lupo nata,
bisogna che ne sia d'ella contento;
la cosa ch'è promessa una fiata
più no se ne pò far novo convento;
la vita mia che in lacrime è dannata,
poi che a te piace, no me ne lamento.
Io no me ne lamento fin che dura,
fine che Tossa mei ponno soffrire,
fin che ritorno la mia carne oscura,
fine ch'a lo mio cor sono suspire,
fine che Talma mia poco se cura
d^affanno de tormenti e de martire;
poi ch'à voluto questa mia ventura,
ch'io veda tant'amore desparti re.
(1) Ecco uno strambotto d'un napolitano del quattrocento che sembra vo-
glia arieggiare lo Stil Novo!
'FRANCESCO GALEOTA 35
4.
Quando te cridi star da me nascosa,
e pensi ch'io non saccia quanto sai,
quando èi la nocte oscura e tenebrosa,
alora sento et odo ciò che fai.
Quando te cridi de trovar la rosa,
la mano ne le spine trovarai;
la serpe che fra l'erbe si riposa
te morderà, che non la vederai.
S'io mai ritorno a lo mio tempo bono,
navicarò securo per lo mare;
accordare lo canto cum lo sono,
nesuno me farà suspecto andare.
Per quella barba ch'è di Sancto Antono!
Se tu fai stima de me straciare,
tu vederai lo lampo cum lo trono,
insieme, ad uno puncto, desperare!
6.
'Quand'era meza nocte che sonava,
io tutte l'ore ben contate avea;
e sempre cum quest'ochij lacrimava,
quando per te la letera scrivea.
Oh quante cose, che me recordava,
del tempo che più lieto esser solea!
Cosi nel pianto, miser, vigilava,
quando ciascuno in requie dormea! (1).
7.
Va', dormi, cane, e posate la testa
in fra le gambe, e cava con le branche,
e fa na fossa per to aiuto presta,
e jace dentro, e fa' che mai te stanche
(1) Strambotto, quasi direi, pregevole; se non ci arrivasse in fine tra capo
e collo quel « dormea ». Crassa Minerva, il Galeota ha fatto del suo meglio
per trar partito da una situazione ben trovata.
36 F. FLAMINI
perfin che dura questo gran tempesta;
col tempo muta le tue vele bianche,
ch'ad omne sancto vene la so festa,
e n*è SI gran fortuna che non manche.
8.
Non me venir in somno a molestare!
Quand'è la nocte lassame dormire!
Che '1 giorno vivo come l'onda al mare,
portato da gran vento de sospiro;
poi, quando credo de me repossare,
me viene sempre per darme martire.
Che se tu me venisse a consolare,
vorìa del somno mai non me partire! (1).
9.
La negra polve de la carne mia
menar al vento ancora guarderai;
Tamara vita che passar solia
[per] qualche tempo te recorderai.
S'io moro, tu recirche un'altra via;
tardo la fede mia cognoscerai!
Fortuna, amor, disdegno e gelosia
finire in uno puncto vederai (2).
Non è da credere, che la vena poetica del Qaleota dilagasse
in tanta copia di strambotti sol per isfogare le pene del suo
cuore. Egli secondava il desiderio di cari amici, scriveva in
persona di donne innamorate. Leggiadramente, qualche volta :
Due belle rose ad una spina stanno,
nate in un puncto assai teneramente;
(1) D'intona/ione popolare. Negli strambotti dei volghi siffatte apparizioni
in sogno della donna amata sono (chi non ricorda?) frequenti.
(2) h uno di quelli, dirò col mio illustre maestro, « dove, con sincerilo di
€ affetto, il poeta vede la prossima sua fine e la tomba che lo attende »;
analogo perciò anch' esso agli strambotti popolareschi. Fa il paio con un
altro, riprodotto dal D'Ancona e assegnato nelle antiche stampe a Serafino,
che comincia: « Cenere in terra torneran mie ossa » {Il secentismo nel
quattrocento^ in Antologia del Morandi, p. 374).
FRANCESCO GALEOTA 37
doe stelle son, che tanta luce fanno,
ch'ai cielo non è nulla più lucente;
doe angelecte per la terra vanno
per far al mondo consumar la gente;
doe belle donne sole e sensa inganno
son da doe amanti amate lialmente.
Anche a Napoli, come a Firenze, gli strambotti si cantavano alle
amanti (1); in quel fermento di vita spensierata, che dalla reggia
con lieto strepito si riversava per le vie e per le piazze (2). E
quanti non ne avrà intonati sul liuto il nostro barone nelle bri-
gate galanti e frivole della corte aragonese! Immaginatevi che
ressa dovevan fare le dame , plaudenti e insaziabili , attorno al
facile verseggiatore ! (3).
Le sfide dei cantori in piazza si riproducevano là entro, con
tutto il sussiego d'una corte spagnolesca , e il Galeota vi aveva
nel barone di Favarotta un accanito competitore. Come si pro-
cedesse in tali gare, ci fa sapere la seconda delle sue corri-
spondenze con questo misterioso personaggio , pubblicate dal
Torraca (4). L'argomento vi è proposto dal Galeota; ma dal suo
(1) Gfr. Giorn., IV, 218, 227.
(2) Cosi cavalcano poi
per Napoli magna e bella,
in frocta, cantando oy oy,
con mani signa e favella.
Cosi ogni damigella
se fanno alla finestra ;
ogni una corre destra
per videro il suo galente.
Tutta l'anonima ballata a cui appartengono questi versi è una vivace e cu-
riosa descrizione (Rimatori napol. del Quattrocento^ Appendice).
(3) È opportuno osservare, che non pochi strambotti incatenati del suo
canzoniere, s'intitolano, certo per riguardo all'uso ch'egli ne faceva, Causane
de partita, Cansone de proverbi. Causo ne facta per la partita d'una
damicella ecc. (cfr. la Tavola delle rime).
(4) Op. cit., pp. 147 sgg.; di sul cod. Riccardiano. — Dico misterioso per-
sonaggio, perché non c'è verso , pare , di ripescarne notizie. Nulla ne sa il
Torraca; nulla un valoroso conoscitore della storia delle famiglie napolitane,
interrogato in vece mia dall'amico B. Croce, al quale (come anche, per altri
favori, al dr. Pèrcopo e al prof. Dejob di Parigi), qui mi piace professarmi
grato.
38 F. FLAMINI
strambotto rileviamo, che il primo a scrivere era stato il barone,
che quindi la sfida (1) era partita da lui. Missive e risposte, no-
tate in furia su foglietti che i contendenti si scambiavano, eran
sempre improvvisate. E si sente ! Verso la fine i versi si rimor-
chiano l'uno appresso dell'altro con lena affannata, i poeti trovano
insopportabile quel letto di Procuste delle rime d'obbligo. Pur
tuttavia il Galeota trascina innanzi ancora, alla meglio, la bar-
caccia sdruscita; mentre il povero barone, che ha altro per la
testa, ed ha tentato molto men pratico di lui l'erta del Pindo
(tutte frasi che non invento, ma raccolgo dalla curiosa tenzone),
è spedato addirittura. Di comune accordo, pertanto, poiché anche
il Nostro ha « la mano in tanto scrivere stancata », si ricorre,
al modo dei vecchi dicitori in rima, ad un arbitro:
Lo signor Conte è de casa magnata;
parlerà netto, senza allìgoria.
Ecco la poesia ridotta a mero trastullo, a quello che oggi chia-
miamo un giuoco di società! Contentare tutta la irrigata è il
grande obietto dei tenzonanti (2).
Un dei soliti quesiti di metafisica amorosa è argomento di tutti
questi strambotti per le rime del Galeota e del Barone ; stram-
hotte davvero, come piace chiamarli a quest'ultimo: — Prenacque
Amore o Gelosia? Amore, se segui l'avviso del Favarotta; ma
pel Galeota son nati ad un parto. — E la contesa tira innanzi,
rimbeccando l'un l'altro con sottigliezze da far pietà. Cose un po'
diverse Francesco tratta con un altro gentiluomo, suo assiduo
corrispondente. Come ? gli scrive il Barone di Muro; non mi
mandi più tuoi scritti?
(1) Un semplice saluto, io credo, come nelPaltra tenzone.
(2) Chi sarà stato questo Conte, ch'entra di mezzo, invitato, nella gara? —
Forse, Antonio Caracciolo, conte di Santangclo; del quale neir Estense tien
dietro immediatamente alla corrispondenza di cui si è parlato fino a qui uno
strambotto, « Francesco, amico, sappi in che manera », a cui il Galeota ri-
sponde: « Ammico mio, so ben quanto se spiera ». Vedi la Tavola delle ^
RIME, ed anche Torraca, Op. ctf., pp. 124-25 e 152.
FRANCESCO GALEOTA 39
Non so la causa, che tacere fa
la dolce lira che ven da là su ! (1).
Accagionane, risponde il Galeota, gl'impacci d'un maladetto
litigio, che non mi lascia trovar posa. E poco stante riscrive,
egli primo, a quel cortese:
Movo le corde a consonar la lira,
ch'era nel litigar tutta smarrita;
e, volendo cantar, quasi sospira
pensando nelli articoli fornita;
e non possendo ritrovar la mira,
ch'era da prima facile, erodita,
con la suave tua citara tira
la nebia ch'è denanti a la mia vita.
Gh'è pur de la partita
de Puglia e de li barbari molesta;
tal ch'io non so dove tener la testa.
Qui in fine s'allude (mi par chiaro) all'impresa d'Otranto del 1481,
nella quale Francesco Galeota fu a fianco del Duca suo signore.
(1) Probabilmente, era costui quell'Errìchetto de Fortis, barone di Muro,
che Ferdinando inviò ambasciatore nel 1459 al Duca di Milano {Ardi. st.
nap.^ IX, 470; Torraca, Op. cit., p. 131). Si penserebbe più tosto, a bella
prima, a Mazzeo Ferrillo (m. 1499), gentiluomo del seggio di Porto, consi-
gliere di quel medesimo re, scrivano di ratione o camerlingo del Duca di
Calabria già nel 1468, castellano di Capri nel '93 (Arch. di stato nap., Can-
cell. Arag., Comune, V, xxvi a, Ced. di Tesoreria, CLI, 486) ; poiché costui
aggiunse nel 1477 ai feudi ond'era investito anche Muro Lucano. Ma quando
il Galeota mise insieme il suo Canzoniere, Mazzeo era Conte di Muro^
avendogli Ferrante conferita questa dignità nel 1483 (cfr. Giustiniani, Di-
zion. geogr. d. Regno di Nap., VI, 189). Né è da credere che dal '77 fino
a quest'anno fosse conosciuto col titolo che gli è dato nei manoscritti; Ba-
rone di non era forma in uso a Napoli nel secolo decimoquinto. Invece
Errichetto Fortis, verosimilmente non napolitano, chiamavasi proprio cosi;
e quando scrisse a Francesco i versi di cui parliamo doveva essere in età
avanzata, avendo avuto fin dal '59 incarichi cosi ragguardevoli. Di fatto, in
una di queste corrispondenze ci si rivela laudator temporis adi, e chiama
figliuolo il Galeota (« Figliol mio caro, non se trova fé »), e ne riceve cor-
rispondente appellazione. In due strambotti il Nostro s'aflanna a provargli
che conserva immutata verso di lui l'antica fede.
40 F. FLAMINI
Anche il Barone de Muro ne parla, beneaugurando, nella doppia
coda da sonetto burchiellesco, che appiccica al suo floscio e ar-
rembato strambotto responsivo:
E sia appresso ponila
l'ira cum la barbarica tempesta,
e sia cum la vigilia la festa:
però fa' che sia presta
la salvatica carne e la cecina,
acciò che non s'aspeta de matina.
(ria si è accennato, che il Galeota adopera le serie di stram-
botti, incatenati dal rappicco o unicamente dal senso, in luogo
dell'epistola e dell'elegia. Ei ne fa dunque quell'istesso uso, che
nel cinquecento si farà da molti delle stanze, che nelle età tras-
corse si era fatto della canzone (1): poiché, come il sonetto, cosi
anche questa essenzial forma della poesia petrarchesca fu da lui
lasciata in disparte; nel suo Canzoniere ve n'ha una sola (2).
E il più lungo componimento del Galeota in ottave siciliane è
quel dialogo di cui abbiamo riferita la didascalia (3): il quale
ha l'ordito (ma non più che l'ordito, semplicissimo) d'una novella.
— Silvio e la sua donna si rammaricano alternamente per la
partenza eh' egli, costretto da V altrui invidia, deve fare. A un
certo punto il poeta, entrando a parlare, ci fa sapere che sono
svenuti, e che Silvio, tornato in sé, ha stretta fra le braccia
l'amata. Poi ripigliano, sempre a dialogo, i piagnistei; fra cui
l'autore non cessa d'innestare melanconiche riflessioni. Qua e là
(1) Di fatto, una delle sue epistole in istrambotti (« Làssote questa let*
< tera affannosa ») termina, al modo stesso delle canzoni, con una specie di
congedo.
(2) È la citata relazione a re Ferrando circa gli amori d'un cavaliere;
schema metrico di tutte le stanze : ABC . ABC : DEeDD. — Troppo se ne di-
scosta, perché possa con questa appaiarsi, la canzonetta « Amor, come tu
« vedi, la sentenzia », le cui strofe han tutte tre sole rime, ugualmente dis-
poste (Ab Ba Acc A), con un congedo di ire versi (ac C). Né tengo conto di
una stanza di cantone isolala (e Amor, tu '1 vedi, in questa extrema vita »).
(3) Pag. 16, n. 2.
FRANCESCO GALEOTA 41
alcun tratto affettuoso; per esempio, la donna lascia a Silvio un
ricordo:
Portate quisto anello! e, se mutato
lo vidi de [la] sua forma e mesura,
pensa, che '1 corpo è cenere tornato;
che de la morte presto sto sicura!
A cui il meschino:
...Caro serra l'anello: che sotterra
starà con meco, per salute mia!
E l'addio di Silvio è, nel suo petrarcheggiare, pieno di gentilezza :
Adio, suave e dolce mia nemica!
Adio, che sensa Silvio te stai!
Adio, compagni de la mia fatica!
Adio lo core e l'alma ch'io lassai !
Adio, secreta mia camera antica,
che li miei pianti e li martiri sai!
Adio la ingrata mia patria antica,
che le mie ossa non possederai! (1).
Ciò detto, egli parte. Singhiozzava nell'andare, e voltavasi ad-
dietro. Pallido, vestito di nero, reggeva con un hastone le membra
affrante. Il suo dolore s'estrinseca, occorre appena aggiungere,
in una filza di strambotti: poscia il dialogo ricomincia. Poiché,
dopo lungo errare per foreste e deserti, egli è giunto finalmente
in un valle dove abita un eremita. Gran curioso questo santo! Le
sue domande si incalzano come i flutti del mare. Saputo della
(1) Tènere anche l'ultime parole di lei:
Silvio mio, che te 'nde si andato,
qnist'ochij non te vedano pili mai !
Silvio, el core te 'nde l'hai portato,
e, se ritorni, non me troverai!
Silvio caro e tanto tempo amato,
novella ch'io son morta sentirai!
El mondo d'ogni parte mi è scarato,
Silvio, che non te vedo dove stai!
[Peccato, che il Galeota maneggi cosi male, bene spesso, la lingua e il verso
42 F. FLAMINI
patria di Silvio (Napoli), del suo amore, delle sue sventure, gli
addita il Cielo, comune rifugio di tutti gli infelici, e prega per
lui. Ma tanto non basta a consolare il pellegrino, che tristamente
conchiude :
^ Misero Silvio, che piangendo vai,
è giunta al fine la toa vita dura! ecc.
Voltava siciliana fu usala dal Galeota, come dicevamo, anche
nelle epistole. D'ugual metro e di pari antichità non si conosceva
fino ad ora che l'anonima riduzione in rima ^oWEroide di Lao-
daraia (1). Quando poi, sullo scorcio di quel secolo e negli inizi
del successivo, l'epistola diventò di moda ed ebbe cultori di grido,
come Serafino dell'Aquila, le si adattò la terzina. Perciò le let-
tere in versi del nostro gentiluomo, non poche né brevi, sono
importanti.
Ignotum aliìs opus, l'epistola d'amore in versi fu primamente
usata da Ovidio; poeta ammirato quant'altri mai nel tre e quat-
trocento. La traduzione delle Eroidi in ottave (metro vicinissimo
agli strambotti del nostro), che fin dal trecento n'era stata fatta
da quel Domenico da Monticchiello, che anche colle Metamorfosi
mostra vera dimestichezza in un ternario ben noto, a tempo del
Galeota era diffusissima, ed ottenne l'onore della stampa; di quel
torno è pure il minuto commento, che fece Ubertino da Grescen-
tino delle epistole famose (2). Le quali, del resto, già nel deci-
moquarto, e più nel secolo decimoquinto, venivano comunemente
imitate, ma non nella lor forma peculiare, sibbene in quei la-
menti di donne tradite o neglette, ond'ebbi a segnalare tanta
copia presso i rimatori del primo quatlrocento (3), e di cui ta-
luno s'incontra anche nel nostro sconosciuto Canzoniere. Tale è,
(1) ToRRACA, Op. cit., pp. 154-57.
(2) In fine alla rarissima edizione milanese di quest'opera, del 1490, che
ho consultata nella Trivulziana , si avverte: « Edita est [l'interpretazione
« d'Ubertino] in loco Casalis Sancti Evaxii anno salutis humanae
« MCCGCLXXXI, octavo Idus Sept., prnedicto Hubertino artem dicendi
« in ipso loco Casalis publice interpretante » ecc.
(3) La lirica tose, del Rinascimento, pp. 451-57.
FRANCESCO GALEOTA 43
di fatto, l'epistola in persona di Napoli al re Ferrando, che pub-
blichiamo in appendice (1), tale una Cansone in modo di
Epistola de passione amarissima, dove parla, non senza af-
fetto, una donna tradita dall'amante. Questi notevoli strambotti
cominciano al modo d'una delle solite disperate (2), proseguono
densi di reminiscenze ovidiane; ma v'incontriamo altresì parecchi
motivi invalsi da lungo tempo tra '1 popolo, di qua e di là dalle
Alpi. Cosi la infelice paragona se medesima alla salamandra « che
« nel foco dura » , alla fenice « che ardendo si rinnova » , alla
farfalletta, al cigno :
El cigno (3) al Iago, più che neve bianco,
dispregia il mondo, e morese cantando;
essendo già di- questa vita stanco,
forsi che spera meglio andar volando;
ma io, ch'a poco a poco vengo manco,
languendo me vao sempre e lamentando;
poi che m'ha messo Amor tal foco al fianco,
non moro allegra, e vivome stentando (4).
Ella è, misera! «quell'amoroso pellicano, che per amor d'altrui
« se stesso occide »; ell'è la candela « che manca a poco a poco »,
la nave che, sguernita del suo meglio, vien lasciata in balìa
delle onde.
Poi ch'io te devi (5) del timon la chiave,
tu te pigliasti l'arbore mio d'oro,
(1) Pag. m.
(2) Udite el mio dolor, gente che andate
peregrinando per qualunque via !
0 monti alpestri in piano ve colcate,
e '1 mar turbato qui sens'onde sia.
Con una movenza molto simile comincia il capitolo della Bella Mano « Udite,
monti alpestri, gli miei versi », ovvio ne' manoscritti.
(3) Cenno il ms., alla napolitana.
(4) Precisamente come l'Altissimo (ed. Renier, p. 5):
El bianco cigno arente al patrio fiume
cantando accenna che '1 suo fin prevede ;
io per far nota mia infelice sorte,
dolce ploro, alto sclamo, e canto forte.
(5) Intendi diedi.
44 F. FLAMINI
l'ancore cura le vele me levave,
fine che avesti ogn'altro mio tesoro.
Segue nel codice un'altra Lettera in versi, simile. In questa
un uomo esulta per esser finalmente riuscito a spezzare le ca-
tene che lo stringevano alla sua bella infedele, e sa trovare ac-
centi di vera passione e, in fine, di sdegno fierissimo. La diamo
qui, poi eh' è breve, per intiero:
Innansi che tu, falsa, legerai
la lacrimosa lettera presente,
che io la mando ben conoscerai,
vedendola cum gli ochi solamente:
che tu, crudele, ben comprehendi e sai
lo mio cor lasso, e quanta doglia sente:
per novo amante sospirando vai,
e del mio bene hai facto altro contente.
Non aspectar de me nulla salute;
ch'io non la tengo, e tu tolta me l'hai,
con tutte l'altre mie speranze avute
e tuto '1 tempo ch'io fedele andai I
Le fronde son dell'arbore cadute,
non è più verde, ch'è seccato ormai;
e la toa vista non ha più virtute,
ch'io più ritorne al tempo che t'amai.
Non creder ch'io te scriva più sperando;
che so che del mio ben sempre te dole:
né meno parlo, che tu, ricoi*dando,
ritorni dove lo tuo cor non vote!
Ma de te me lamento, che parlando
manca la doglia quando crescer sole;
che, avendo perso el tempo lacrimando,
io perdo queste misere parole.
El longo amore ch'è fra noi passato
non te ricordi, falsa dona ingrata?
E questo el bene ch'io agio expectato,
che da me fusti tanto tempo amata?
Da poi che tale merito m'hai dato,
che per un'altra via te 'nde si andata,
e me con tante lacrinìe hai lassato;
che fosse io morto, e tu non fusse nata!
FRANCESCO GALEOTA 45
È questa quella fede che me diste?
le lacrime, che prompte avive tanto?
Son queste le parole che diciste,
che tu credevi solo ad uno sancto?
Son queste le preghiere che faciste,
e-H'altre cose, ch'io non dico quanto?
Col baso, comò ad Juda, me tradiste,
tu, falsa, allegra, et io, Adele, in pianto!
Più non te credo; nen tu creder mai,
ch'io t'ame; nen che m'arai più non voglio!
Io farò quanto posso, e tu che sai;
tu crudel onda, et io son duro scoglio:
io no me adormo, se vegliante stai;
se te lamenti, et io me pento e doglio:
io sarò armato, se tu guerra fai;
e quanto lighi e stringi, io taglio e sciogli©.
Ma se tu pensi a quel ch'io penso ancora,
el novo amante poco fede attende;
pensando dentro com'io son de fora,
per lo mio amore lo to fallo intende:
fra voi non sarà mai tranquilla un'ora,
che '1 foco non è suo dove s'accende;
io aspecto la vendeta ansi ch'io mora,
che merito per merito se rende.
In fin non aspectare ch'io te dica:
amata donna, ad te mi racommando;
ma ben te adviso, ingrata mia nemica,
ch'io vao lo tempo perso biastemando.
Poi ch'altro è lieto de la mia fatica,
e più salute non se spera amando,
io maledico la mia fede antica
e '1 tempo che ho servito desiando!
Quando pentita in lacrime serai,
ad me con altra donna vederai!
Da questo saggio avrà sufflcientemente rilevato il lettore,
quali sieno i pregi e i difetti delle epistole amorose del Galeota.
Ve n'ha di scritte in Napoli e di scritte « per via », di destinate
ad alleviare, in qualche modo, le pene cagionate al poeta dalle
46 F. FLAMINI
saette di Cupido, e di composte a petizione d'illustri amici (1) :
in tutte, parole di dolore, accenti d'ira. Scorgendo fra le altre
un'Epistola di Phedra ad Hyppolito , translata, ed una Di
TheseOy mandata per Adriana da Visola ci vengono subito alla
mente le celebri E'roe'rfrovidiane. E di fatto repistola di Fedra
comincia parafrasando — dirò meglio: annacquando — un distico,
0 poco più, del Sulmonese (2). Ma, subito dopo, tanto sfronda,
stralcia, recide, che deWEroide, pingue e formosa, non vi ri-
mane che lo scheletro. Quel eh' è peggio, l'imitatore (traduttore
non oserei chiamarlo) ha ommesso il bello e il nuovo dell'ori-
ginale, e, in cambio, ricuciti grossamente i luoghi comuni. Quanto
all'altra epistola, d'Arianna, è gran che se, di tratto in tratto,
puoi sorprendervi qualche pallida reminiscenza dell'erotico latino.
Per ultimo, la fama di Ovidio non è estranea né anche alla ri-
gogliosa fioritura di lettere d'amore in prosa, che nella seconda
metà del quattrocento vigoreggiò in ispecial modo alla corte di re
Ferdinando e degli ultimi Aragonesi (3). Accompagnavano, qualche
(1) Degna di nota è la già ricordata epistola per una donna di Boemia,
chiamata Panalena, in persona del giovine Don Francesco d'Aragona. Costui
si duole che altri abbia presa la sua caccia, e trova modo d'annoverare, al
solito, gli antichi amanti.
(2) Ovidio, Epp., IV, 1-3:
E il Oaleota:
Qua, nisi tn dederìs, caritura est ipsa salate,
mittit Amazonio Cressa paella Tiro.
Perleg^e qaodcumque est etc.
Hjrppolito, la toa Phedra in la presente,
amando ad te, te'nvia salute assai;
le qual non posso avere da te absente,
nò d'altro f>piero, e tu no me Ile dai.
Liegila questa lettera, che sente
del foco grave che fugendo vai;
che la mia lingua già Umidamente
per troppo amure ardendo rarrenai.
(3) Molte se ne hanno a stampa in fino ai Rimatori tmpol. del Quattro'
cento, e parecchie ne accoglie da principio il Riccard. 2752 (ce. Ma — ibh).
Un altro cod. Parigino, di cui è pubblicata la tavola (Mazzatinti, / tnss. di
Francia, 11, 124-29), ne ha parecchie dirette a re Ferdinando, al duca Al-
fonso, a Eleonora d'Aragona, a Don Federico; opera senza dubbio di qualche
concittadino e coetaneo del Nostro.
FRANCESCO GALEOTA 47
volta, l'invio di canzoni (1); servivano a esporre casi o consigli
d'amore, a sfogare l'animo cruccioso, a propiziare l'amata donna.
Il Galeota ne ha di molte, e le sottoscrive o col nome poetico
Silvio, o con perifrasi allusive al suo stato : Quillo ch'è fora de
amore e de speranza, ovvero, all'opposto, Quillo che da te spiera
la salute sua\ quando non gli piaccia diventare, fantasticamente,
QuUlo che nelle obscure spellonghe dimora. Inutile, andar cer-
cando il modello stilistico di queste prose. Ce l'addita Pier Jacopo
de Jennaro, altro autore fecondo d'epistole cosi fatte, anzi peg-
giori e più sibilline. Al quale nel leggerne una del Conte di Po-
poli è parso di sentir proprio el limato dire del fioreniin voc-
caccio (2); di quel famoso Boccaczo fiorentino, che, a sua
volta, il Conte di Popoli, rispondendo il 20 agosto 1468, confida
di vedere uguagliato da lui, Pier Iacopo (3).
Chi abbia qualche famigliarità con le stampe popolari, che in
tanta copia andavano attorno fra gli ultimi anni del decimoquinto
e i primi del secolo decimosesto, conosce a maraviglia gl'ingre-
dienti di codesti intingoli , la cui ricetta si stampava , ghiotta
promessa, sui frontespizi. Tutte cose piacevoli ed utili: capitoli,
egloghe, "frottole, barzellette, disperate. Di capitoli, se togli alcune
terzine d'argomento sacro (4), ve n' ha nel Canzoniere del Ga-
leota uno solo; e precisamente in lode d'una persona illustre per
altezza di grado e di prosapia, come i famosissimi di Niccolò
Cieco, coi quali ha comune anche l'enfasi retorica del prin-
cipio (5). Migliore accoglienza è toccata quivi alla terzina sdruc-
ciola, metro peculiare dell'egloga, e per essa usato in quello
scorcio di secolo da poeti d'ogni parte d'Italia, grandi e piccini,
cortigiani e popolari (6). Il Galeota se ne vale in due compo-
(1) Rimalori napol. del Quattrocento, pp. 165, 174, 177.
(2) Ivi, p. 176.
Ci) Ivi, p. 178.
(4) « 0 vos omnes ecc. » (cfr. p. 86).
(5) « Inclita, gloriosa, alta Madonna » (Appendice, p. 61).
(6) Galeotto del Carretto, Niccolò da Correggio, Guidotto Prestinari, Iacopo
48 F. FLAMINI
nimenti. È il primo una Cansone in strusdola a modo d' e-
grog a, composta vedendo piangere Tirintia, dubitando che
simulato tal pianto non fosse (1); umile querela amatoria, che
in fine si converte in un lamento dei soliti sulla tristizia dei
tempi, come ne ha, e famosi, anche Iacopo Sannazaro, per l'ap-
punto nel medesimo metro (2). Nell'altro (un'egloga vera e pro-
pria, a esaltazione del Duca di Galahria, che pubblichiamo in
appendice) più degli sdruccioli attrae la nostra attenzione la po-
limetria. Di fresco lo Scherillo, studiando l'egloghe polimetre
deW Arcadia, le ha opportunamente ravvicinate ad una simile,
e certo anteriore, di Francesco de Arsochis, colla quale offre
analogie sopra tutto la sesta delle sannazariane. A noi, tuttavia,
non par necessario ammettere una diretta « filiazione metrica
« dell'egloga del napolitano da quella del senese ». Poiché già
prima della divulgazione del celebre romanzo pastorale d'Azio
Sincero, la polimetria doveva essere molto in uso, e non soltanto
nella poesia pastorale. Oltre all'egloga del nostro, possiamo in
questo proposito ricordare una Satyra m.orale & prophetica in
la ribellione de li Baroni S morte del condam Conte de Samo
secretano & figliuoli, di quel Giuliano Perleoni, detto Rustico
Romano, che altrove segnalammo fra i corrispondenti di Ber-
nardo Pulci, e qui dobbiamo registrare tra i corrispondenti d«'l
<ialeota (3); la quale è una lunghissima tirala di versi sdruc-
Gorsi, Baldassarre Taccone, Gualtiero da S. Vitale, Giuliano Perleoni, ecc. ;
più noti, il Sannazaro, il Boiardo, il Tebaldeo, Serafino dell'Aquila, gli au-
tori delle Bucoliche elegantissime, due volte impresse a Firenze, nel 1481
e nel 1494. Cfr. questo Giom., V, 236, n. 1 , IX, 458, n. 4, XV, 208;
Rossi, Batt. Guarirli e il Pastor Fido, pp. 164 sgg.; D'Ancona, Origini*,
li, 70 n; Scherillo, Arcadia, pp. ccxi sgg.
(1) Comincia: « Per troppo desiar, lasso, in fastidio».
(2) Arcadia, ed. Scherillo, p. 99 sgg. — Indotto forse dalle difficoltà della
rima sdrucciola, il Galeota in queste terzine polifiUggia. Vi trovi latinismi
fidenziani e parole di nuovo conio, come incidio, veteroy abetera (=: abete),
intentichi (= intenti I), falido, oblivere, paludine.
(3) Cfr. Propugnatore, N. S., 1, 220, n. 3. 11 sonetto del Pulci In risposta a
Napoli a Giuliano de' Perleoni Romano (sic) per le rime proprie (« Queste
FRANCESCO GALEOTA 49
cioli in terza rima, intramezzata da un' Silìrai dì rimalmez zi (i) .
Anche appartiene probabilmente all'istesso tempo, ma a diversa
regione d'Italia, una disperata amorosa, in cui a un certo punto
la terzina cede pure il campo ad una serie di rimalmezzi, e
questi alla lor volta, insensibilmente, a strofe come di canzone,
con rima spesso variamente ripercossa nell'interno dei versi, per
ricondurci in ultimo daccapo alla terzina (2). E altre ricerche
condurrebbero senza dubbio a scoprire altri esempì di questa
forma speciale, gradita più tardi anche a Serafino dell'Aquila e
Cassio da Narni. Non occorre aggiungere, che l'egloga del Ga-
leota , come quasi tutte le altre della fine del quattrocento , è
allegorica.
E veniamo alle barzellette, che nel codice da noi preso ad
esaminare occupano, dopo gli strambotti, il luogo più cospicuo,
quantunque disperse per entro alla gran folla di questi (3). Il
poeta le intitola, per riguardo all'uso cui le destinava, cansoni
0, con determinatezza anche maggiore, cansoni per canto. Né
sia di maraviglia, che tanta parte delle rime galeotiane (già ve-
demmo ugualmente intestati non pochi strambotti) dovesse esser
« cose mortai, che sempre vanno») si conserva nel Mglb. VII. 1137, e. 30 a.
A Misser F. Galiota, suo conterraneo, il Perleoni indirizza tre sonetti, il
primo dei quali responsivo; donde appare, che i due rimatori avevano fra
loro una certa dimestichezza. Uno di essi, non al tutto spregevole, comincia:
Poi che Fortuna al tuo stato hai seconda,
colme le vele e ben terzati i remi,
a che senza ragion di calma temi,
perché contrario effetto al fin risponda?
(i) Compendio di sonecti ecc. (v. appresso), pp. lxv-lxxvi.
(2) Questa poesia comincia « Se iusto prego, o summo love eterno », e
noi la conosciamo da un codicetto stemmato, scritto d'un bel carattere uma-
nistico in membrana, nel quale si conserva tra più capitoli e canzoni senza
nome d'autore (Ambros. Z. 100 sup., e. 8 h). Il ms. risale, al meno, al pe-
nultimo decennio del sec. XV; delle poesie ch'asso contiene non abbiamo
rintracciata la paternità, e però non possiamo assicurare che siano inedite.
(3) Nuovo indizio del modo come si solevano mettere insieme siifatti can-
zonieri (cfr. Mandalari , prefaz. ai Rimatori napol. del Quattrocento ,
p. xxvi).
Giornale storico, XX, fase. 58-59. 4
50 F. FLAMINI
rivestita di note musicali. Gli Aragonesi quasi pareva volesser fare
di Napoli una specie di accademia musicale; e appunto circa il
1480 v'insegnavano, ad un tempo, tre rinomati maestri de' Paesi
Bassi: Giovanni da Nivelles, il favorito di quei principi, Bernardo
Hykaert, Guglielmo Guarnier (1). Del resto, anche fuori di Na-
poli la barzelletta, o frottola, come dicevano con appellazione
ben più generica e comprensiva (2), era largamente diffusa e
cantata per le corti. Galeotto del Garretto e Niccolò da Correggio,
due gentiluomini come il nostro, ne scrissero moltissime per la
marchesa Isabella Gonzaga, che subito le faceva musicare; anzi
Galeotto fece in questo genere le sue prove migliori. E molte
volte, sul cader del quattrocento, le barzellette s'innestavano
entro ad opere di qualche estensione, in ispecie poetiche; come
se a quei verseggiatori piacesse respirare di tratto in tratto una
boccata d'aria libera e viva in mezzo al tepido, al rinserrato del-
l'ambiente cortigianesco (3).
Non occorre qui ricordare le raccolte di frottole, che tennero
dietro all' amplissima del Petrucci, studiata, oltre che dal nostro
(1) Ambros, Geschichte der Musiky II, 498-99.
(2) Or, poi che o nulli o pochi ti paregiano
a cantar versi si legiadri e frottole,
de, canta ornai, che par che i tempi il chieg^ano !
Cosi Selvaggio a Ergasto, neW Arcadia del Sannazaro (ed. Scherilio, p. 13).
E P. J. DE .Iennaro, pure in un'egloga (Ivi, p. 333):
Escano tatti fuor l'ombrose grottole
i pastar mesti, e lieti al mondo riedano,
cantando dolce et amoroie frottole.
Un altro napolitano, anonimo: « Lampazo mio, che spesso parie in frot-
« loia E sensa canto balle a suon di nachare » (Torraca, Op. cit.,
p. 166).
(3) Ve n'ha, per citare qualche esempio, nelle Nozze di Psiche e Cupi-
dine, nel Tempio d'Amore, nel dialogo tra Fileno e la Speranza (Renier,
Saggio di rime ined. di G. del Carretto , in questo Giornale , VI , 242 ;
cfr. XIV, 246); in fine allo Specchio d'Esopo di Pandolfo Gollenuccio (Sa-
vioTTi, P. C. umanista pesarese del sec. XV, Pisa, Nistri, 1888, p. 190);
in più rappresentazioni, auliche, del Bellincioni (ed. Fanfani, 11, 202, 201,
225-37 e 238^). Una barzellette è anche il canto bacchico dell' Or/èo.
FRANCESCO GALEOTA 51
Vernarecci, dall' Ambros e da Rodolfo Schwartz (1). Né anche
torneremo sul giudizio eccessivamente severo che ne die il Kie-
sewetter (2); fin troppe parole avendo speso nel confutarlo lo
Schwartz (3), preceduto in questa bisogna già dall'Ambros, ch'egli
non cita (4). Soltanto vogliamo un momento indugiarci intorno
ai rapporti di questo genere poetico coi canti popolari francesi.
Niun dubbio, che questi, appartenendo a una letteratura ch'ebbe
sempre così festosa accoglienza tra noi, non siano stati, su quello
scorcio di secolo, divulgatissimi anche in Italia. Basta a persua-
dercene VOdhecalon; ì cui capoversi, bene osserva il Vernarecci,
« sono ancora un ricordo di ciò che era generalmente l'allegra
« e galante società italiana, nel cui seno cantavasi quella mu-
« sica » (5). Chi peraltro affermasse una immediata derivazione
delle nostre frottole dalle canzonette importate d'oltralpe, sarebbe,
a mio avviso, in errore. Sfogli di fatto, dopo le raccolte su men-
tovate, i Franzósische Volhslieder del Haupt, le Chansons du
XV siede del Paris. Dalle somiglianze frequenti si accorgerà su-
bito d'aver percorso successivamente due limitrofi territori del
fotk-lore\ ma niente più. Diverse le forme d'arte, diversi i
(1) Per le Canzoni nove dell'Antico e somiglianti florilegi, Zenatti, Nuovi
appunti su A. A. da Montona, estratto àoìVArch. st. p. Trieste , voi. Ili,
pp. 3 sgg. ; Rossi, Calmo, pp. 403-4 n e passim. Riuscirà certo interessante,
in ispecie dal lato musicale, la collezione di frottole che, per quanto sap-
piamo, prepara Emilio Vogel.
(2) Schicks. u. Beschaffenheit d. weltl. Gesanges, p. 15; Die Verdienste
d. Niederldnder um die Tonhunst, p. 69.
(3) Die Frottole im i5. Jahrhundert, nella Yierteljahrsschrift f. Musik-
^issenschaft, li, 443-45.
(4) Scrive T Ambros : « Selbst dem nur ganz flùchtig die Biicher der Frot-
te tole Durchblàtternden muss auffallen , dass die Anzahl der eigentlich
« scherzhaften oder gar niedrigkomischen Lieder ... verschwindend klein ist,
« gegen die Unzahl hòchst sentimentaler Liebesgedichte im Style der fein-
* sten italienischen Kunstpoesie der Zeit. Macaronisch ist keine einziges »
{Op. cit., Ili, 479). Il Kiesewetter aveva accusato i frottolisti di grande tri-
vialità e di stile a volte maccheronico !
(5) Ottaviano de' Petrucc^, p. 67. Se ne ha ora a stampa la tavola com-
piuta (Weckerlin, La chanson populaire, Parigi, 1886, p. viii sgg.).
52 F. FLAMINI
metri (1). E in verità (su questo il vecchio Quadrio ha ragione),
la barzelletta non è che una specie subordinata della canzone a
ballo antica quasi quanto la nostra letteratura. I suoi schemi
metrici fondamentali sono gli stessi della ballata grande, ove si
sostituisca agli endecasillabi ed eptasillabi il popolaresco otto-
nario (2). È insomma la ballata del trecento, con tanto meno di
finezza e di grazia, quanto v' è più enfatico il sentimento e la
franchezza più spavalda : procace, a volte, e (sia pur detto) vol-
gare; come allorquando accoglie le smorfie della beffa plebea e
le licenze dell'oscena novella, i lamenti della malmaritata o della
vergine impaziente del suo stato e il canto carnascialesco (3).
Signoreggia, con variate appellazioni, lungo tratto del secolo de-
cimosesto nel nostro parnaso popolare ; ma nel 1574 altre forme
l'hanno già cacciata di nido (4).
Il Galeota viene ad accrescere la schiera de' nostri frottolisti
con vistoso fardello. Salvo due, le barzellette ch'egli ha dissemi-
nate pel suo Canzoniere hanno identico schema:
ab&a II ed ed | db |] fra,
(1) Nella raecolta del Paris s'aceostano alla struttura della barzelletta sol-
tanto tre canzoni (pp. 70, 105, 108).
(2) Diventa una barzelletta l'esempio di ballata grande addotto dal Ca-
srni {Forme metr., p. 25), quella eioè del Cavalcanti, leggiadrissima , che
comincia Era inpenser d'amor quand' C trovai, se c'immaginiamo un istante
che il popolo, fattala sua, le abbia adattato il suo metro prediletto (come
alla famosa di Dante « Per una ghirlandetta »), senza alterarne lo schema.
Ed è notevole, in tal proposito, che appunto questa ballata chiuda la serie
delle Barzellette di Seraphino nell'edizione veneta delle Opere de lo ele-
gante poeta S' Aquillano, Bindoni, 1516. — 11 Renier, che della harxelletUi
ha trattato meglio d'ogni altro, congettura che questa forma derivi dalla
ballata minima {Giornale, VI, 241 ; IX, 301); ma non è ipotesi, a parer
nostro, cui si possa fare buon viso.
(3) Cfr. [Alvisi], Canzonette antiche, Firenze, Libreria Dante, 1884, pp. 37
e 51 ; Ferrari, Bibl. di letterat. popol. itaL, I, 333-53 passim; Vnr. Rossi,
in questo Giornale, XV, 190; A. von Fluoi, Art. cit., p. 597, ecc. Spesso
delle beffe il clero, more solito , fa le spese; come nella « canzone a rigo-
« letto », diffusissima, El prete del popolo mio.
(4) Basta per persuadersene sfogliare // libro di canto e liuto di Cosimo
BoTTEOARi, nell'edizione recentissima procurata dal conte L. F. Valdrighi.
FRANCESCO GALEOTA 53
ed ogni loro strofe consta di sei versi , quasi sempre ottonari ;
più il ritornello, cioè rultima coppia della ripresa (1). È questo
uno dei due schemi fondamentali della barzelletta notati dal
Minturno; ovvio anche in gran parte delle barzellette di Sera-
fino contenute nell'edizione veneta del 1516, e in molte laudi (2).
È inutile soggiungere, che le frottole del Galeota sono d'argo-
mento amoroso; che, al solito, vi trovi lodi della donna amata
e iperboliche rappresentazioni dei tormenti ond'ella è cagione,
non senza reminiscenze petrarchesche, molte e notevoli, in più
luoghi (3). Il metro facile, spedito, l'indole un po' leggiera di
queste poesiòle ha fatto in modo che il Galeota vi si muova, per
cosi dire, con tutto suo agio. E però in esse le strofette d'otto-
nari si susseguono le une alle altre agili e snelle, compensando
la volgarità del concetto con queste doti esteriori ; né mai vi
scorgiamo quel non so che d'aulico, di culto, d'artifiziosamente
gentile, che il Vernarecci già ebbe a rilevare in molta parte
delle frottole edite dal Petrucci (4). Della qual cosa può persua-
dersi chi voglia, leggendo, ad esempio, la barzelletta che occorre
I
(1) Inesattamente lo Schwartz {Op. cit., pp. 431-32) aflferma che i versi
delie frottole son sempre ottonari e a rime piane. Per restringerci ad esempi
desunti dal nostro Canzoniere^ è tutta di settenari la barzelletta del Galeota
« Piange Tamara vita », tutta di versi tronchi quella che comincia « Altro
« che Amor non è ». Né anche può dirsi esatta la divisione che lo Schwartz
fa d'ogni strofe ; poiché egli, non avvertendo che la barzelletta è una varietà
della ballata, trascura di distinguervi le mutazioni e la volta^ e s'attiene a
criteri fallaci. — 11 Galeota ha pure una canzone a ballo del vecchio stampo,
composta d'endecasillabi e settenari, eh' è nvidi petiziotie ad Amore («Amor,
« che tu me sogli io t' ho pregato »).
(2) 11 Minturno cita come esempio di questo schema una barzelletta del
Magnifico. Convien peraltro osservare , che tanto il Medici quanto il Poli-
ziano ne han preferito, in genere, un altro, più complesso:
abba \\ ed ed | deea || abba.
Vedi anche Gaspary, Geschichte^ traduz. ital.. Il, i, 229.
(3) Una di queste barzellette [Cansone disperata) impreca fieramente;
un'altra snocciola i soliti contrari. Vedi la Tavola delle Rlme , dove di
molte è indicato l'argomento.
(4) Op. cit., p. 92.
54 F. FLAMINI
anonima a p. 126 de' Rimatori napolitani del Quattrocento. In
essa il Galeota, che nel codice la intitola Cansone de recordansa
de la Morte y procede per via di paragoni graditi al popolo;
ragguagliando il proprio stato a quello del marinaro, dell'usu-
raio, dello schiavo in Barberia , del prigioniero, del pellegrino,
del galeotto (1). Ed ecco un lamento comunissimo nella poesia
popolare, dalla quale passò presso i letterati:
Io zappai questo zardino
sempre intorno cura sudore,
solo solo e peregrino
comportai pena e dolore;
altro vene poi da fore,
dentro l'orto io lo trovai (2).
Ma per saggio di questo genere di poesia è opportuno riferire
qui intiera una barzelletta del nostro. Scegliamo una delle più
brevi :
[0] Fortuna, volta volta,
volta bene quanto vói
con li falsi inganni toì,
poi che la vita m'hai tolta.
Poi che tu m'hai posto a terra
con tuo falso mutamento,
non me curo de tua guerra,
né de pace me contento.
Se tu volti ad ogni vento,
fame lo pogio che pòi
con li falsi inganni toi,
poi che la vita m'hai tolta.
(1) In un'altra si richiama invece alla cornacchia, al cigno, alla cicala;
con questa vivace ripresa:
Core mio, flamna de foco,
guarda bene, e tiene a mente,
e la lenga fra li dente
te constringi a poco a poco.
(2) Dalla barzelletta « lo per forsa me lamento ». Gfr. D'Angon.ì, Poes.
pop., pp. 161^; Ferrari, Bibl.y l, 296.
FRANCESCO GALEOTA 55
De te falsa me lamento,
se non muti fantasia,
per la gram pena ch'io sento
de te. Fortuna mia,
che si sempre acerba e ria;
però volta quanto vói
con li falsi inganni toi,
poi che la vita m'hai tolta.
Per la mia cruda bataglia
c'ogne puncto me mo[lesta]»
io sto dentro la travaglia,
come nave a la tempesta.
Se tu me volti la testa,
famme lo pegio che pòi
con li falsi inganni toi,
poi che la vita m'hai tolta (1).
S'io non son morto ancora, alcuna volta
de la mia doglia vederò ad altrui;
io no me curo se Fortuna ascolta,
0 che me fazi lo pegio che pòi:
che la mia nave se tu l'hai disciolta
de la tua rotta che felice foi,
se non provide, la mia vita è tolta
con li malvasii e falsi inganni toi.
Questa barzelletta, convien notare, non è delle migliori che
abbia scritto il Galeota; la cede, per esempio, di gran lunga
all'ultima del Canzoniere (2). Ma forse appunto per ciò vale a
porgerci una chiara idea di quello che in genere esse sono. E
certo il lettore avrà posto mente allo strambotto (sciatto e sco-
lorito), che ne riprende in fine le rime , e ne suggella il con-
^1) Come si vede, questi ottonari sono variamente accentati, e ciò accade
sovente nelle frottole. Non è dunque nel vero lo Schwartz, laddove afferma
che in esse « das Versmass ist immer trochàisch » (Op. cit.^ p. 431).
(2) « Vive in terra una fenice ». È la sola che si discosti dal tipo strofico
dianzi accennato; presentando lo schema:
bc bc I ca [I aa.
56 F. FLAMINI
cetto; apposizione comune a tutte le barzellette del Galeota,
cui serve a riepilogare e conchiudere, qualche volta con un
epifonema (1). Era questa un' usanza dei rimatori meridionali,
che già il Quadrio e il Grescimbeni ebbero ad avvertire nelle
rime d'un coetaneo di Serafino dell'Aquila (2), e il Torraca se-
gnalò presso parecchi dei poeti studiati nel suo bel lavoro.
Egli ne giudica severamente; e con ragione, per riguardo all'arte.
Tuttavia 1' accoppiamento non deve far maraviglia ; chi pensi
quanto e la barzelletta e lo strambotto siciliani fossero adatti
ad esser musicati. Nella musica, appunto, è da cercare la ragione
probabile del fatto: dopo i brevi periodi ritmici della frottola,
i più larghi e più gravi dello strambotto in endecasillabi dovevan
giungere graditi.
Il generico titolo di canzone recano per ultimo anche altri
componimenti del Galeota, meritevoli d'una speciale considera-
zione. Divisi in istrofe, non hanno che l'esteriore apparenza di
quella foggia di poesia; e se unifichiamo in essi due versi con-
secutivi, avremo (talvolta con qualche ipermelria) una o più
serie di endecasillabi con la rima al mezzo. Il Galeota si giova
di questo metro, tanto diffuso, come tutti sanno, tra il cadere del
secolo decimoquinto e il sorgere del decimosesto, anche per sup-
plicare Amore , per descriverne gli strazi e lamentarsi dispera-
tamente; ma, molto più spesso e volentieri, per tutt'altro genere
d'argomenti. Cosi, in rimalmezzi possiamo ridurre e il suo rac-
conto delle cose vedute in Francia, e cert« lamentazioni del
« falso mondo », vecchie proprio quanto il mondo (3), e un con-
(1) Non in tutte, peraltro, conserva le rime della ripresa.
(2) Cioè nell'Opera de Antonio Ricco Neapolitano, intitolata Fior
de Delia , edita In Yinegia^ per M. Manfredo Bono de' Monte ferrato^ adi
7 del mese de Maggio 1508.
(3) 0 flilao mondo ingrato,
ben ti pò dir beato
chi non vede
de la toa fklsa fede
ogni radice ecc.
FRANCESCO GALEOTA 57
trasto dei soliti fra il cuore e l'anima (1), e una breve Cansone
facta che se deve estimare più el senno che la belieza (2).
Donde è facile capire, che in fondo qui si tratta di frottole se-
condo la più antica accezione del vocabolo; cioè del motto con-
fetto de' trattatisti, acconciatosi alla meglio anche all'espressione
elegiaca dell'amore, ma senza smettere mai interamente il suo
carattere originarlo (3). N' è prova questa strofe, che togliamo
da una Cansone [del Oaleota] per la sua donna:
Sorda è l'alma mia cotanto acuta (4).
Si come el tempo muta
l'erba verde,
cussi cercando perde
quel che zappa.
Volpe tal volta incappa
in questa rete;
ma se me agionge sete,
io vivo in fuoco.
Chi non è dentro el iuoco
me riprehende;
ma chi non è [l. n'è] sordo intende
il mio parlare.
De vivande più amare
me nutrico,
e poi col vechio antico
possa e dorme,
ed io, lasso! disforme
in pianto veglio,
perché vien tardo il mio fido conseglio..
È noto, che l'endecasillabo con rimalmezzo predomina nelle
frottole di tale specie già nel trecento. Ma ciò non toglie punto
novità e importanza al fatto, che presso il Galeota ne diviene
(1) «Pariamo el core, e diceme: Che fai?».
(2) « Son dolci al ben servir li mesi e l'anni ».
(3) Gfr. Gian , Motti inediti e sconosciuti di P. Bembo , Venezia , 1888,
pp. 32 sgg., 95 &^g.^ e la mia Lirica tose, del Rinascimento, pp. 494-97.
(4) Cosi principiano tutte le strofe.
58 F. FLAMINI
il metro peculiare, escludendo ogni altro. Cosi dall'anarchia me-
trica, per cui la frottola nel trecento spesso andava barcollando
con ditirambica licenza fra qualità disparate di versi (1), siamo
giunti, per gradi (2), alla fissazione d'uno schema comune a tutte.
E la frottola ha partorito il rimalwjezzo', meglio, le tirate d'en-
decasillabi con rima interna, ond'è piena la poesia lirica e dram-
matica del primo cinquecento. Nel nostro Canzoniere v'ha inoltre
una frottola ingliomaro, nella quale, com'è facile capire,
i caratteri del motto confetto sono vie più chiari e rilevati.
GliomarOy voce viva tuttora nel romanesco (3), significa gomitolo,
vale a dire agglomeramento di cose varie; e già il Torraca ha
messo in sodo, per via d'analogie, essere niente altro che frottole
i perduti gliommeri del Sannazaro, su cui s'è tanto discusso;
anzi, come esempio di questi egli produce una poesia inedita del
medesimo autore, nel metro di cui parliamo. « Però (egli ebbe
« a soggiungere qualche anno dopo), supponendo che il metro
« de' gliommeri non fosse quello stesso che la frottola preferi,
« cioè l'endecasillabo con la rima al mezzo, potrebbe qualche
« S. Tommaso della critica negare il nome di gliommero al com-
« ponimento del Sannazaro di recente pubblicato » (4). E contro
tale obiezione recò tre versi, citati dal Bolvito (5), d'uno glio-
maro sannazariano, che sono per l'appunto endecasìllabi con rima
interna. — Non occorre mostrare, qual sicura e direi inoppugna-
bile conferma riceva l'asserto del valoroso erudito, pel ritorno
alla luce della frottola del Galeota, di cui solo il titolo si cono-
sceva. Questo gliommero d'un altro napolitano, scritto intorno
al penultimo decennio del quattrocento o indirizzato a quell'i-
(1) Dairendecasillabo al binario! Vedi quelle di Francesco Vannozzo edite
dal Grion insieme col trattato del da Tempo e nel Jahrb. f. rom. u. engl.
Lit. (V, 327), nonché il bisticcio overo gliomaro del medesimo, segnalato
dal Torraca.
C2) Cfr. la mia Lirica ecc., p. 559.
(3) D'Ancona, Origini^, II, 97 n.
(4) Nuova AntoL, S. Ili, voi. XVIll [1888J, p. 565.
(5) In uno dei noti volami mas. Variarum Rerum ^ onde ci siamo valsi
a p. 2.
FRANCESCO GALEOTA 59
stesso Don Federico (amante, pare, di siffatti ghiribizzi), ad istanza
del quale Azio Sincero compose i suoi , può darci una chiara
idea di ciò ch'essi fossero. Ancorché materialmente costruito
secondo il vecchio modello, consta di veri e propri rimalmezzi,
e, quanto all'argomento, non ha niente di drammatico, niente di
scurrile, ma di fantastico e stravagante moltissimo. È, insomma,
come la maggior parte delle frottole, un intingolo d'ingredienti
svariati, di cose « legate insieme, dirò col Torraca, quasi unica-
« mente dalla convenzione di far corrispondere alla parola finale
« d'un verso una rima interna del verso seguente ».
E qui chiudiamo la nostra rassegna del Canzoniere di Fran-
cesco Galeota. Facile verseggiatore davvero : d' una fecondità
non comune! Ma (e ce ne duole pei ricercatori di squisitezze
artistiche) non punto dissimile, a malgrado d'alcuni pregi, dai
due terzi de' suoi confratelli, quattrocentisti, trecentisti, dugen-
tisti. Vero è, che a lui spetta senza dubbio il posto d'onore tra
quelli del suo tempo e del suo paese, presentatici in cosi tristo
arnese da Mario Mandatari ; ma non è titolo che possa meritargli
grazia dinanzi al tribunale della critica estetica.
Più indulgenti , io credo , saranno verso di lui i glottologi ;
lieti di trovare in codesto suo Canzoniere un nuovo documento
di quel periodo di transizione linguistica, che si ebbe in più parti
d'Italia sul cadere del quattrocento (1). Poiché (fatto, in vero,
notevole) le poesie del Galeota non sono vernacole, come la più
parte delle estratte dal cod. Parigino e come le frottole pubbli-
cate dal Torraca (2). Vi trovi il toscano letterario, « piegato in
« misura assai considerevole alle abitudini fonetiche e altresì
« morfologiche dialettali, e scritto lasciandosi alquanto guidare
« la mano dalla tradizione latina »; precisamente come nella can-
zone di Antonio da Ferrara , che Pio Rajna illustrò in questo
Giornale con garbata dottrina. E non è da credere che Vitalia-
(1) Cfr. ScHERiLLO , Prefaz. all' Arcadia , pp. cclxv sg.
(2) Giorn., IV, 219 sgg.
60 F. FLAMINI
nità, relativa, del manoscritto sia dovuta al copista. Ugual fiso-
nomia idiomatica presentano le rime del nostro e nel codice Ric-
cardiano, e, quel che più importa, nel su mentovato di Pa-
rigi (1); senza contare, che l'Estense ha tutta Taria d'un apo-
grafo (2).
Il Galeota (si vede chiaro) fa ogni possibile sforzo per attenersi
alla tradizione toscana, che s'è fatta strada negli altri territori
linguistici. Questa tradizione è rappresentata, anche per lui, dal
Petrarca nella poesia, dal Boccaccio nella prosa. Perciò toscano
è il suo lessico; con una notabile tendenza alle forme anticate,
come lianza, dubitanza, dolzore. Non vi mancano, s'intende,
dialettalismi; v'incontriamo anche, prodotte da influssi ben noti (3),
alcune voci spagnuole — aquela, verdadero, porfìa ecc. (4) — ;
e, rispetto alla sintassi, anacoluti ed iperbati. Ma ciò non toglie,
che nel suo insieme il Canzoniere del Galeota non riproduca
abbastanza fedelmente il tipo linguistico dei grandi trecentisti.
Una più minuta analisi dei suoni e delle forme ricorrenti nel
nostro manoscritto sarebbe qui fuori di luogo. D'altra parte, le
poesie che pubblichiamo in appendice appagheranno, a tal ri-
guardo, il giusto desiderio degli studiosi.
Francesco Flamini.
(1) Se si eccettuano due o tre napoletanismi già rilevati in esso dal Tor-
RACA (Op. cit., p. 141).
(2) Cfr. p. 79, n. 7, p. 84, «. 10, p. 87, n. 4.
(3) GoTHEiN, Die Culturentwicklung Sùd-Italiens, pp. 413 sgg.
(4) Quest'ultima frequentissima presso i rimatori napolitani del quattrocento.
FRANCESCO GALEOTA 61
APPENDICE I.
EIME PANECtIRICHE E POLITICHE DI F. GALEOTA (*)
Terseto composto per la Ill.ma Madonna Duchessa di Calabria.
Inclyta, gloriosa, alta Madonna,
per cui amor del ciel hogi si spera,
ormai che si fra nui ferma colomna, 3
libera e salda de fermeza vera,
iusta nel cor, magnanima et beata,
tuta piatosa, in ogni parte intera, 6
alma felice ad tante laude ornata,
benigna a chi te prega et chi te chiama,
soccorso a qualunqua anima affannata; 9
vidi la terra, che sovente brama
la tua salute al tuo rimedio prima,
che per amore et riverentia t'ama; 12
videla, come piange et se delima
Napole bella toa, de parte in parte,
ch'io non so dirlo in angosciosa rimai 15
Vedile intorno el summo Jove et Marte,
che sanguinoso absedio li fanno,
ove so' invano le nostre arme et l'arte: 18
(•) Siproduciamo fedelmente la lezione del ms, : conservando i segni eh' abbian valore fonico,
ma sdoppiando le parole ; ponendo le maiuscole e interpungendo, ma senza impedire, per facilitar
la lettura di questi testi , lo studio della forma in cui ci sono giunti. Avvertiamo , inoltre, che
le poesie seguenti sono tutte ricavate dal cod. di Modena; il Eiccard. 2752 (ant. 0. IV. 50) ne ,
contiene una sola. Di questo, peraltro, la maggior parte è formata da rime adespote del Nostro,
che la scoperta dell'Estense ci ha permesso d'identificare. Una mano del secolo scorso 1' ha inti-
tolato Rime ed alcune prose d^autori napoletani. Inesattamente; poiché ne accoglie anche di to-
scani e settentrionali; fra le altre, il sonetto « Fa' che tu sia leale e costumato » (e. 10 a).
1. Parla a Ippolita Maria Sforza, figlia di Francesco, duca di Milano, e moglie al primogenito
di Ferrante I.
2. n ms. per cui more.
12. « ... Era habiuta in «iugulare amore , timore et reverentia da li popoli » (Io. Sab. db li
Ariekti, Gynevera de le clare donne, p. 340).
F. FLAMINI
vedi quel gram dolor, vedi Taffanno
de popul tuo, che del bel nome aspecta
soccorso vero nel continuo damno: 21
però che tu fra noi si stata electa,
che fusse al gram remedio (sic) salute,
togliendone del Ciel ogni vendeta. 24
Raffrena dunque tante offese havute
per le colpe ch'è il Sol voltato ad ira;
per quella innata toa grande vertute, 27
volgi i begli ochi, e i toi servi remira,
guidando nel ben far tutta la gente,
che in mezo alle crudel onde sospira. 30
Et poi rivolta el viso al to servente,
che tanto tempo in contumacia è stato,
che del suo grave error tuto si pente. 33
Se le fu forsa de in te haver peccato,
in generar fastidio al tuo conspecto,
habi pietà del misero incolpato, 36
non volger gli ochi al mio grave diffecto;
ma pensa al tuo valor quanto si spande,
che non sei più superba al to sogieto: 39
che se ne ho havuta penitencia grande,
se sente nel mio cor, ch'è stanco e lasso,
che nel secreto assai lacrime spande. 42
Non vogli adonque, ch'io retorni un sasso
languendo, e per fallir forsi d'altrui
finisca de l'andar l'ultimo passo 45
là dove ardendo per invidia fui.
II.
Frotola a lo lllustr.*>*o S. don Feerico in gliomaro.
Magnanimo Fedrico, mio servire,
per novellar l'antico ho preso alquanto ardire
34. Di che fkllo qai si renda in colpa il Q., non eontU; né ci piace arrentarard nd campo
delle ipotesi.
1. Qaesto Federico è il secondogenito di Ferrante I e Iiabella di CUaromonte, nato il 19 aprile
de basso inzegno,
levarlo in alto segno
non usato;
però ch'ardir m'hai dato,
ch*io te scriva:
ma per un'altra riva
navigare;
perché del mio parlare
de solazo
alchun me tene pazo,
e no-llo intese:
le rettene mie stesse
io no-lle lasso,
ma vado a passo a passo,
e quando a trotto.
Paghelo chi l'ha rotto,
lo bechiere;
che sono li mei pensieri,
più presto bavere
dece bote e tacere,
che darne una:
però che la fortuna
FRANCESCO GALEOTA
5
m'ha tornato
col tempo castigato
et con la paglia.
Però muto versaglia,
e cambio vela
10 col tempo, e la statela
porto in mano.
Tu stai da me lontano;
et io te dico,
che me venne uno amico
15 nella horechia,
ch'è de la scola vechia
de Galcella.
Dissime d'una stella,
che parca
20 al monte di Medea,
la incantatrice,
et che risponde e dice
ad chi per arte
arriva in quelle parte,
25 navigando.
Disseme Thora e quando
63
30
35
40
45
1452, il quale nel '97 successe a Ferrandino sul trono di Napoli, mancando eredi diretti. Quando
il Galeota gli indirizzò la presente frottola, don Federico doveva avere circa trent'anni; ma era
già, dopo Alfonso, il più potente della real casa : principe di Taranto, Squillace e Altamura, duca
d'Andri e Venosa, conte di Nicastro e Belcastro, grand' ammirante del Regno (cfr. Capoto, De-
scendenza della Real Casa d'Aragona, Napoli, 1667, p. 59). — È noto, ch'egli amò la poesia vol-
gare, e ne protesse i cultori. La celebre raccolta aragonese fu messa insieme dal Magnifico ap-
punto per lui; il Sannazaro compose a sua istanza i non meno famosi gliommeri; Giuliano Perleoni
non solo intitolò al nome suo parecchi sonetti, ma gli dedicò addirittura l'intero canzoniere, im-
presso in la cita di Napoli, per Aiolfo de Cantano da Milano, a dì X de marito M.CCCC.LXXXXJI,
col seguente notevole frontespizio: Compendio di sonecti et al \ tre rime de varie texture \ inti-
tulato I lo Perleone \ recolte tra le opere anti \ che et moderna de Vhumile \ discipolo et imita-
tore de I votissimo de' vulgari poeti \ (| Giuliano Perleonio dicto | Rustico Romano: minimo
ira \ regii cancelleri : et de \ presente date in luce | ad persuasione et mandato de
Villu\ strissimo suo S. lo\S. infante don Federico de Aragonia P.
d'A Ita I mura: duca d'A ndri et \ .C. et complacen | tia de | alcu \ ni a \ mi | ci. Ed egli
stesso, il coltissimo Don Federico, poetò in volgare. D'una sua canzonetta, scritta nel 1501, quando
gli fu tolto il regno, e diffusa tra 'l popolo , riporta i primi versi Gokzal d'Oviedo nella Natu-
rale e gen. historia delle Indie (cfr. D' Ancona, Poes. pop., p, 59; Novati, Studi crit. e lett.,
p. 222).
12-15. Il poeta allude , probabilmente , ad altri gliomari da lui scritti per V addietro , anche
pili ghiribizzosi di questi.
16. rettene ' redini ' ; stesse ' stese '.
64
F. FLAMINI
se può andare
a la Sybilla, et intrare
sensa paura;
e ne la valle obscura,
col cilicio,
al pozo de Sam Patricio
sensa lume,
et de passar quel fiume
ch'è bugliente,
et quelle fiame ardente
che 'nce stanno,
quelle fere che vano
SI rabiose.
De farli star nascose
el sa ben fare,
e posene ritornare
col libro in mano;
monte barbaro (sic) e *l piano
tuto intende,
e dice che se attende
sua venuta;
poi ch'ogni lenga muta
fa parlare,
la bufala fa volare
come a grifone,
el nibio fa falcone
de ri vera,
e la cornachia vera
fa colomma,
el boe portar la somma,
el mullo arrare,
e-H'aseno fa cantare
dolce cansone,
el lupo col montone
50 ragionare,
la peccora attachare
el gram leone, 85
la volpe col capone
buoni amice,
^ la rapa cum la radice
sensa danno»
el corbe sensa affanno 90
far la caccia,
el lepore che minaccia
60 un can da presa.
Dice, che l'ocha, offesa
dal moscheto, 95
se pone legne al pecto,
el no la sente;
65 el sorece volente,
desperato ,
va chon la spata allato 100
per la gatta.
Dice, che sa la pata
70 de la luna,
e de pianete ognuna
quanto corre, i05
e '1 sole che discorre
in Tequinocio.
75 Dice, che non bave ocio,
e puro scrive;
le fronde dell'olive HO
fa de vita,
e de la calamita
80 fa rapillo;
del sorece Camillo
52-61. Ecco OD puso di qaalche interesM per la leggenda del Purgatorio di S. Patiislo, ohe
da noi non fa panto eoei diffusa come altrore. Vedi particolarmente Siliiar Eczuon, IH» dUutt
Sckiìdtrung vom Ftgtf. d. hL Patriciu», Halle, 1885; Frati, Tradir, ttor. d*l Purg. et 8. Pa-
tritio, in questo Oiomalt^ XVII, 46 sgg.
64. posent * pnossene *.
77. colomma * colomba \ Il mi. ha cohmma\ «quivoco del copista non meridionale.
102. la paia ' l'epatta \
114. Camillo * camelo '.
trapassante,
el rizo fa elephante
in India andare;
el cionto fa sonare
la zampogna,
el muto dir mensogna,
el sordo udire,
el cieco dipartire
el gram dall'orgio.
El sa, se Len m'accorgio,
un'altra cosa:
sa fa' 'na rapa rosa
in primavera;
una recepta vera
FRANCESCO GALEOTA 65
115 al mal del fianco:
un pede d'orso stancho 130
per camino,
con lochij d'un tarpino
sensa sale,
120 chon un porco con l'ale
stemperato, 135
e sia bem deseccato
sensa broda,
la rana con la coda
-125 del pantano:
fatende unguento in vano 140
e bon boglito;
se-U'ài adosso, tu serai guarito.
III.
Strussula in laude del Duca di Calabria.
Silvio Sei tu, Norima mio, maestro affabile,
che si languente in queste selve a piangere
te vedo, afflicto e de dolor dorabile?
Norima Silvio, non voler più el cor mio tangere;
ch'io sono l'ombra, et non cului che scorgimi
lassarne solo qui dolerme e angere!
Se del pianger alcun soccorso porgimi,
lo poi ben far; ma d'altro non attendere,
in questo stato ove languir accorgimi.
[Silvio] Non te sia grave la mia voce intendere,
e me raconta del to amaro vivere
la causa, e '1 foco eh' in te vedo accendere.
Norima Non se poriano in mille carte scrivere
li duri affanni che mia vita trovano,
ma l'uno de cui piango io non so oblivere.
12
15
138. Il TOB. ranochia.
140. fatende ' fattene ',
1. Additare le fonti letterarie di quest' egloga, d' un ordito cosi comune, sarebbe ovvio; ma
che valore hanno le poesie storiche o panegiriche del G. rispetto all'arte?
OiornaU storico, XX, fase. 68-59. 5
66 F. FLAMINI
Pietre, herbe, parol d^altri non giovano
al pianger mio, ma sol la vista amabile
e gli ochij, ch'a pietà ver me si movano, 18
de quel Alfonso, mio bon Duca stabile;
ca m'è da longa, in altri luogi a imprehendere
dimora, e la mia vita è stanca e labile. 21
E più non posso el mio baston ben prehendere
come fi in principio,
quando volsi per lui mio sangue spendere; 24
che iamai Lelio in amistà con Sipio
non fo, com' io fu' prompto al suo serviti©,
quando volse il Liom non far mansipio: 27
ch'ora son vechio, e più non trovo indicio,
che de lui sia, o se '1 mio fine e termine
me lassano ch'i '1 veda anci el iudicio, 30
per lui riserbo el mio già secto germine
e le mie piante, in fin ch'ai fructo arivano,
che d'ogni cosa el suo voler determine; 33
e sotto l'ombra et soa speransa vivano
li merinari (?) e quei che 'n terra iaceno,
che per suo amor de vita hogi si privano. 38
Silvio Quanti pasturi de sotto al sol se taceno,
e le lor nocte de sampogne sprezano,
che non son lieti i versi ove despiacenol 39
Cossi de pianto et de languir s'avezano,
può' che non hano la lor luce valida,
dove la lyra e le serenge apprezano. 42
E quanti vedi con la facie pallida,
tutti son quei, che '1 gram desir l'accendono
de veder l'ombra che non fo mai squalida. 45
E Bsol chon la speransa, che l'attendono
vederlo trìomphar con la Victoria,
men grave el tempo de lor vita spendano. 48
Donque, Norima, per veder sua gloria,
non più languir in questo pensier mobile,
che non s'acquista in reposar memoria. 51
28. Lft laonna ò nel m».
27. Cfr. il verso 04.
85. Il ma. <MM«riiii/i « futi.
FRANCESCO GALEOTA 67
Ch'era la gente hormai caduca e ignobile,
se non che Marte e '1 suo Sonofla splendido
l'hanno rivolta e rivestita nobile. 54
Costui rimesse il primo foco accendito
d'Italia tuta ne la età sua tenere,
non da paura o da fatiche offendito. 57
E noi possendo alcun ocio retenere,
Toscana el vinse, e '1 Monte de l'Imperio
spugnò per forza, et non per gioco o venere. 60 .
Poi, sensa attediar nel refrigerio,
sconfisse el Turco e soa rabiosa furia,
e non per suono de sinfona o psalterio. 63
Poi corse ove '1 Leon facea penuria,
per farse in Lombardia sua vana sedia,
e-U'à rimesso, e piange altrui la iniuria. 66
E con la mazza de Hercule lo assedia,
per farse de sua pelle un'altra spoglia,
e d'ogni parte in molestar l'atedia. 69
53. Sonofla è anagramma d'Alfonso, duca di Calabria; come Norima d'un Marino, cui po-
trebbe forse identificare chi avesse modo di far qualclie ricerca. Silvio è il poeta.
58-63. Fanno ottimo riscontro a queste due terzine i versi seguenti di Giuliano Peblrohi
{Compendio di sonetti ecc., p. 54), che appartengono a una Canzone de nuova textura a l'illu-
strissimo S. Duca di Calabria, recitata in un convito, in forma d^un pastore, in la recuperatione
de Hydronto:
Come? Non se' tu quel primo figliolo
del gran Re Ferdinando,
che, da la vinta Etruria alsando il volo,
ne soccorresti, quando
l'hydrontine delitie erano in bando,
la gente senza lena,
e '1 Regno tucto in pena,
Italia piena — di sospecto & duolo?
Anche P. J. de Jennabo non diversamente s'esprime in una sua egloga, composta, senza dubbio,
nel 1484, per celebrare il ritomo del Duca di Calabria dalla guerra ferrarese (in fine d\V Arcadia
di J. S., ed. Scherillo, pp. 333-34):
Colendio: Questo èi coUui, ch'i lupi da Massabia
scacciò, che l'avian fatta tal ingiuria,
ch'ogie chi '1 sa par che piatate n'abbia.
Jetmaro : Anczi è colini, el qual vinse in Etruria ,
nel Pogio Imperlai, l'armato ostacolo,
Bensa temer la sua possente furia.
Sull'impresa d'Otranto , celebrata anche dal Boiardo e dal Cariteo , cfr. segnatamente Foocard ,
in Arch. stor. per le prov. napol. , voi. YI, e le assennata osservazioni del Cipolla , Storia d.
Signorie ital., II, 607.
68 F. FLAMINI
Donque te par ch'io cambie stato e voglia,
e me discioglia de si grave ardore?
I mei desii dal core
tu me rinovi,
può' me raconti et provi 74
in ragion vera,
che U mio bel lume e spera
hoggi risplende,
et che per lui s'attende
la speranza 79
de Italia tuta e *1 viver che me avanza.
[Silvio^ Me par ben, che tu debbi esser contento,
portar dolce il tromento
e-lle fatiche;
pui che le fiamme antiche 84
e quilli affanni,
al fin de li ultimi anni,
habian riposo.
Non viver più doglioso,
e lassa andare 89
questo tuo lacrimare,
che te distilla;
che solo una favilla
e una pace
del mio Signor audace 94
ne resalda
quante piago che '1 sol cuopre et scalda.
[iVbrima] Quant'io son stato in doglia e con tormento,
tanto son lieto, e sento
nel mio core 99
nuove fiamme d'amore,
e del disio
ch'io veda el Signor mio,
che 'n terra adoro,
sopra un caro d'oro 104
ben portato,
de fronde incoronato
de Victoria,
cantando laude per la sua memoria.
FRANCESCO GALEOTA
IV.
Epistola in rima, al tempo de la pestilencia (1), in lamento per parte de
la terra valorosa de Napuli, al suo Signore Re don Ferrando de Aragona.
Pervenga el pianto mio tanto angoscioso
ad te presente, o caro mio Signore;
pervenga el foco e '1 viver mio penoso,
pervenga del mio mal tanto dolore;
pervenga anchora Thabito doglioso, 5
la vista obscura e 'lamentar del core ;
pervenga, che de me sol si piatoso,
ch'io de te sola fui lo primo amore.
Piangane el ciel e le so stelle ornate,
la luna e '1 sole, e le pianete anchora; 10
piangano li elementi et le citate
cose che pur da Dio se fanno ognora;
pianga la terra e '1 mar, con l'habitate
parte del mondo che mia fede adora,
ad far che '1 mio Signor habia piotate 15
a chi con tante lacrime dimora.
Vedoa, e sola sono, da te absente,
misera, dolorosa e tempestata,
inelle fiamme del gram foco ardente,
de mei figlioli in tuto abandonata. 20
L'aer sereno è facto pestilente,
e d'ogni canto io sono lacerata:
tu solo, amante, se non sei presente,
sono io d'ogni conforto disperata.
Ogni persona fuge, e lassarano 25
sole e diserte le mei antiche mura;
li mei palagi se rimanerano
con ogni parte inhabitata, oscura;
(1) Per ciò che s'è detto circa il tempo in cui dovette il Galeota raccogliere e divulgare il suo
canzoniere, qui non può trattarsi che dell'epidemia scoppiata in Napoli nel '79. Della quale scrive
il Pabsebo (Hist., pp. 40-41): « In questo anno 1479 è stata la moria grande in Napoli, che tutta
« quanta sbrattai, et scanzamente potevi vedere uno cristiano. La maestà de re Ferrante se ne
« andai alla torre de lo Greco con tutta la Corte ecc. ».
70 F. FLAMINI
li templi sensa officii saranno,
el pianto mio sera fuor de misura; 30
per le mei strate più non passarano
li mei triomphi de to grande altura.
Fin ch'io te vedo ad me vicino e sento,
pare ch'ai mio dolor speransa sia;
che la toa vista allevia el tormento, 35
che da te pende la salute mia;
no puote esser si grave il mio lamento
nel popul mio menato in mala via,
che, se non fusse el tuo provedimento
ogni mia cosa 40
De la toa vista io sono consolata,
pensando al grande amor che m'ha' portato,
per esser toa fidele sempre stata
e sopra ogn'altra cosa da me amato.
Tu m'ài difeso con la iusta spata, 45
per me con tanti affanni hai fatigato,
nen credo d'esser mai dementicata,
che 'n segno del mio amor vai coronato.
Li mei figlioli abandonata m'hanno,
la toa citade quasi sola sede, 50
da terra in terra pagorosi vanno,
fugendo l'ira che dal ciel si vede.
Da nulla parte loco non avranno,
se lo to amor ardente non provede:
l'ochij tranquilli toi lieta me fanno, 55
sperando ch'io sarò salva per fede.
La vera fede ch'ò per te serbata
me farà salva, e questo spero in Dio;
che per la Sancta Chiesa confìrmata
te fui, che fusti el vero sposo mio. 60
L'impresa iusta sempre ch'ai pigliata
farà che sempre salva sarrò io;
che se non son da te abandonata,
sarò contenta d'ogni tuo desio.
40. Il iMto mane*.
50. Ricorda il celebre comlncUmeato delle lameoUtiooi di Geremia.
FRANCESCO GALEOTA 71
Ma s'è pur tanta la mia grave offesa, 65
che '1 Giel al tuto pur fusse adirato,
e per sententia al grave ardor sommessa,
per le mei colpe e per lo mio pecato;
quilli omini gentil de la discesa
antica del mio nobil parentato 70
te ricommando, che ne la toa impresa
ognuno monstrarà so ardir armato.
El nobel sangue mio te racommando
(che più ch'ogn'altra terra fui dotata),
che s'io mi resto sola lacrimando, 75
la gente mia da te sia consolata.
Misera, dolorosa, tempestando
sarrò, se pur da te so' allontanata;
conforto me rimane desiando,
ch'io non sarò già mai dimenticata. 80
L'amore mio alquanto m'assecura,
e la speransa ancora mi notrica,
che la mia vita non sarà sì dura,
se tu soccorri a tanta mia fatica:
con tieco sola n'averò pagura, 85
essendo sempre con toa gratia amica;
che, se fai lieta tu la mia ventura,
non sera ingrata la to patria antica.
Quand'io non vedo la mia gente ornata
per ogni loco andarse dimonstrando, 90
più ch'altra alcuna valorosa armata,
per tutte le mie parte luminando:
quant'era prima in gloria beata,
tanto è dolente el viver mio penando:
se non ch'io sono da te consolata, 95
l'exilio mio seria peregrinando.
Le belle donne, timide fugendo,
ch'io tanto caramente hagio allevate,
vano disperse, misere! piangendo,
per lochi soUitarij menate. 100
De quelle più di me pietà te avendo,
te prego che recogli in libertate;
che poi del viver mio tanto languendo,
io le riveda ne la toa citade.
72 F. FLAMINI
Pregamo insieme el nostro San Genaro, 105
per lo suo gram miracolo evidente
(che lo suo sancto sangue è mio riparo
innante al summo Patre omnipotente),
che veda al ciel el pianto mio si amaro,
e la soa matre el grande arder che sente; 110
ch'ogi d'amarlo e riverirlo imparo,
monstrandose ver me piatosamente.
Io so' Napole toa, che te la mando
la lettera presente lacrimosa,
che se ne vene a te tuta tremando, 115
de lacrime composta e dubitosa,
che me soccorri et ami desiando
la terra toa cotanto valorosa.
Se te ne vai, o misera! restando,
serò piena d'affanni e dolorosa. 120
Letera mia, tu te n'anderai
donanti al mio Signor alto e clemente;
tre volte prima te inzenochiarai,
facendo el tuo saluto umilemente;
che me defenda solo li dirai, 125
e come sono nelle fiamme ardente;
per chi te scripse ancora pregarai,
ch'io so che l'è fidele suo servente.
Quelle salute che per me desio,
quelle te mando, o caro Signor mio. 130
V.
Oinsone dove sono notate tute le cose de memoria^ che vide per lo viagio
di Pranza (1), havendolo mandato la AIM del S. Re Ferandc per
ambassatore al re Alvise.
Io volea dire ad mente, e quanto intesi
quanto ho visto in presente, per varij paesi.
117. n ara. comi $oeeorri.
(1) Tedi sopra, a p. 8. Ecco ano strambotto, non cattivo, io cai il poeta allade a qaMt' an-
data:
FRANCESCO GALEOTA
73
ond'io son stato 5
dal mio Signor mandato;
et non possendo,
questo rimedio prehendo,
a scriver quanto
io vidi d'ogni canto 10
e d'ogni parte,
se non è lesa la ragione et l'arte.
Ma perché '1 tempo mancha,
e per camin è stancha
la memoria, 15
contentome de toa gloria
e de la vista.
Io vidi el papalista,
el lubileo,
la cithara d'Orfeo, 20
el gram cavallo
che par vivo mettallo
in quella anticha
ch'era una volta de vertude amica.
Poi vidi el Re Luise, 25
che per ben far se mise
al contemplare.
Viddi per fiumi e mare
el bon romito,
poverello vestito, 30
tuto humile,
ad far d'inverno aprile
Primavera per mi non ha più fronde,
fiari, nen erbe verde o dolce canto;
l'ucelli i versi lor dicono altronde,
e sol per me non è tepido alquanto;
ch'io chiamo aiuto a chi no me risponde,
non è chi asiuca a li mei ochii il pianto.
Però so' messo a navigar-.fr» l'onde, '•
e fine in Pranza mende vao col Santo.
21-24. Allude, senza duhbio, alla statua equestre di Marc'Aurelio ; il famoso CahaUus Constantini,
che in quel tempo era sulla piazza di S. Giovanni in Laterano (Graf, Roma nella mem. e nelle
immaginaz. del M. E., II, Ili sgg.). — Miglior chiosa non si potrebbe desiderare a questi versi
del seguente strambotto, con cui il Galeota licenziavasi dalla città eterna :
Adio de Roma grande le memorie,
adio le mura tanto derocate,
adio quill 'archi de le gram victorie,
adio l'antiche marmore guastate,
adio la voce de le eterne glorie
de li figlioli toi tanto laudate,
adio quell'ombre che ne ferno storie ;
ch'io vao con doglia, et ho de vui piotate!
25-27. Si sa , che Luigi XI , 1' ultimo anno di sua vita (quando a punto lo visitò il Galeota),
vivevasene tutto inteso a pratiche d'ascetismo, nella solitudine di Plessis-les-Tours. Raccoglieva
con infaticabile zelo le pili preziose reliquie, e s' era circondato , scrive il contemporaneo Jean
DE Tbotes, di « bigots, bigottes et gens de dévotion, comme hermites et saintes créatures », dalle
cui preghiere ripromettevasi la guarigione.
28-33. Molto bene è qui descritto, in pochi versi, il celebre taumaturgo ch'esercitò tanta effi-
cacia sulla corte e sulla nazione francese a tempo di Carlo Vili e Luigi XII. S. Francesco di
Paola era veramente umile e poverello : mangiava appena, non beveva che acqua ; sempre scalzo,
sempre coperto di cilicio. I miracoli attribuitigli dai panegiristi sfuggono ad ogni novero. Come
al suo grande omonimo d'Assisi, anche a lui tutta la natura obbediva docilmente.
74
F. FLAMINI
e nascer rose.
Viddi de varie cose
e varie gente, 35
eh' io sono lieto haver visto el Po-
[nente.
Poi viddi al Borbonese
un cavalier cortese
e ben armato.
Stavase recelato, 40
et bora intende,
quanto se sale e scende
per fortuna;
vive cum lega in una
con Bertagna. 45
Donde che Lera bagna
è un altro sire,
più giovane che sagio per ver dire.
De la Burgugna in Pranza
io vidi ordir la danza 50
el parentato,
là donde odio è stato
e tanta guerra.
E mobil questa terra,
e questa vita 55
non ha cosa compi ita,
nen che dura.
E mobil la ventura,
0 Signor mio;
ma ben è fermo chi Taiuta Idio! 60
Poi vidi in sul camino
un regal dalfino,
e ben guardato,
dal vulgo recelato
honestamente, 65
mansueto e prudente.
Ingienochiato
al sanato homo, pregato
n'ebbe in palese
del suo patre, che intese 70
87-45. Il poeta allude, pare, al Duca di Borbone, eh' egli avrà arato modo di conoscere allor-
quando ne attraversò i domimi per accompagnare a Tours il Santo. Allora, di fatto, il duca sia-
9086 recelato. Ma, non appena spirato Luigi XI , sorse a far valere con voce più alta i saoi di-
ritti, e dalla reggenza, che lo temeva, venne tosto colmato di favori e fatto coneetabile e Inogo*
tenente generale del regno. Quando furono scritti questi versi , cioè nella primavera del 1484,
anch'egli, come il Duca di Orléans, se la intendeva segretamente con la Bretagna.
46-48. Luigi d'Orléans, il primo principe del sangae, il futuro Luigi XII. Qui non gli è inflitto
un biasimo immeritato; vedi infatti ciò che dice della condotta da lai tenuta in questi anni il
Db Maoldb, nella sua bella Hist. tU Loiiù XJJ, Paris, 1890, I, it, cap. 7 e 8.
49-60. Fr. Oaleota potè assistere in Parigi , il 2 giugno 1483 , alla solenne e fkstoca entnt.i
della fidanzata del delfino, che, sebbene avesse appena quattro anni , vi fNi accolta con gli onori
dovati a una regina (Db Cbbrbibk , Hùt. tU CharUs YllI, I, 46; Lbobay, Hiat. dt Lauti X/,
II, 48£). Era co!»tei Margherita, figlia di MaFsimiliano e della defunta Maria di Borgogna; re
Luigi, adunque, stringeva ora parentado con una casa che poc'anzi aveva aspramente conbattnta.
Argomento, pel Oaleota, di riflessioni malinconiose e d'un bello epifonema!
62. Il futuro conquistatore del reame di Napoli, allora appena tredicenne.
66. Consuona col giudizio del ComiixBs, secondo il qaale era si buono « qn'il n'ett postible do
« voir meilleare creatura ».
67 sgg. « Alla città di Ambuosa {Àmbcùt) Carlo Delfino di Viennois, che in quel castello stava
« ritenuto (donde rarissime volte n' era uscito) , d'ordine del Re , accompagnato da molti nobili
« de* paesi di Bloise e del Toroneee, usci ad incontrare il Santo ftaori la porta della città, nella
« Strada Reale, preeso il fiume Loire, et inginocchioni T abbracciò ecc. » (Toscako, Vita, ttrtù,
mUraeoU ed ùtituto di S. Frane, da Paola, p. 223). Nella chiesa di Tours consacrata a S. Fraa-
oeeco di Paola ammiravasi, a principio del nostro secolo, un quadro dov' era felicemente ritratto
quest'incontro (Lboiat, Op. cit, II, 508); inoltre, il delfino, salito al irono, fece più tardi co-
FRANCESCO GALEOTA
75
era in langore;
viddil in pianto del paterno amore.
Avignom viddi anchora,
donde Laura se honora
ben scolpita, 75
bella se fosse in vita,
e vidi el luoco
là donde accese il foco
al mio Petrarcha;
scorsi cum una barcha 80
il nido e '1 fiume,
là donde hebbe in costume
andar cantando;
Rhodano et Sorga anchor vid' io
[passando.
In sul ponte del Leone, 85
per ponto de ragione,
fui tentato
d'esser preso infiammato,
in una parte
dove natura e l'arte 90
perderla ;
stranio amor per via
chi anda trova:
se no che '1 cor mio a-pprova
havea fermato, 95
per certo io me saria pericolato.
Viddi la gram basciata,
che de Pranza è mandata,
per favore;
de tutta Italia honore, 100
et honta acerba
de Vinesia superba,
e di lontano
sirnire pel santo dae conventi, nno dei quali per l'appunto ad Amboise (De Maulde, Les orig.
'de la Revolution fran^aise, pp. 64-65). — Queste affermazioni del Galeota , testimonio oculare ,
dimostrano e la fiducia del giovinetto nelle prerogative di Francesco da Paola e, che più importa,
il suo profondo dolore per l'infermità del padre. Il quale , dunque , aveva saputo ispirargli pietà
religiosa e tenerezza filiale. Quanti pregiudizi si vengono sfatando intorno a Luigi XI !
97-105. Manifestamente il Galeota o s'illudeva o, cortigianescamente , cercava d'illudere. Vero
è, che il giovine successore di Luigi XI, nel settembre del 1483, aveva risposto favorevolmente,
in luogo del padre morto poco avanti, alle istanze del Papa e del Duca di Milano invocanti la
pacifica mediazione del re di Francia (Delabordb, L'expédition de Charles Vili en Italie, p. 172);
ma un'ambasceria con tal mandato parti per Roma soltanto nel luglio successivo (Baluzio, Mi-
scell., ed. Mansi, I, 363, col. I), e giunse quando già da qualche tempo la pace era stata con-
chiusa. Le altre che passarono le Alpi durante il 1484 non ebbero altro incarico se non di rispon-
dere cortesemente agli omaggi ricevuti dal nuovo re (Delabokde, loc. cit.). — Tanto meno poi
la Francia aveva intenzione di fare onta acerba a Venezia! Fin dal 1478 Luigi XI, inaugurando
negli ultimi anni di sua vita una politica veramente pacifica, aveva fatto un trattato con questa
repubblica ; in conseguenza del quale era divenuto mediatore nelle intricate faccende della nostra
penisola, ufficio a cui teneva moltissimo (HniLLABO-BRÉHOLLES, in Revue des socie'te's savantes ,
an. 1861, p. 314; Drsjabdins , in Me'm. pre's. par divers savants à VAcade'mie des inscript, et
belles-lettres , t. VIII, 2c partie, p. 1; cfr. anche Dantier, L'Italie, e'iudes hisioriques , Paris,
1874, II, 151 sgg,, e Fraktz, Sixius IV u. die Rep. Fbrenz, Regensburg, 1880, pp, 260 sgg.).
Le buone relazioni stabilite allora continuarono fra i due stati, che avevano entrambi interesse
a mantenerle, anche dopo la morte di Luigi (30 agosto 1483): durante la reggenza d'Anna di
Beaujen , subito nel 1484 la pace fu rinnovata , in séguito a quei negoziati , sui quali , come in
generale sui rapporti di Luigi XI e Carlo Vili con Venezia , recano molta luce due monografie
speciali di P.-M. Pekret , recentemente comparse nella Bibliothèque de VÉcole des Charles , LI
(1890), 111 sgg., 630 sgg. Certamente, il Galeota sapeva che l'oratore veneto Antonio Loredano
cercava di proseguire coi nuovi capi della Francia le trattative interrotte dalla morte di Luigi XI;
ma non poteva sapere, che questi avesse il mandato di ricordare al re i diritti della casa d'Anjou
sol trono di Napoli e , secretamente , al duca d'Orléans quelli della sna famiglia su Milano ^Bo-
76
F. FLAMINI
tener la briglia in mano
facto ha qualchuno. 105
El Rheno ben digiuno
se ne è andato,
povero venne, raiser è tornato.
Per monti de Savoia
non sensa qualche noia HO
n'ebbi passato;
el piccol Duca, cogniato
al Frederico,
ben parente et amico
s'è trovato. 115
El Sir de Monferrato
anchora trovo,
più nella impresa novo
che fosse mai;
che de tal vista e senno il iudicai. 120
Poi viddi in Lombardia
briga che non solia,
e romper guerra,
gran remor ne la terra
de Milano; 125
poi vidi un Duca humano,
Ludovico,
ch'ogni suo bono amico
far con conseglio,
tenne che fosse el meglio 130
tal malicia,
perhaverforsainmanoetlaiustitia.
Poi viddi esser chiamato
il mio bon Duca armato.
E venne al ponte, 135
fece volvere el Conte,
e r gram Leone
rimesse in sua masone;
e-llarmelino
BiKsoK, Claiin 0/ Orleans to JUilan, in The Englùh histor. Review , 1888, p. 27U; Db Macloc.
Hist. de Louis XII, I, ii, 68-69). Troppo lusingato forse dairaccoglienza ricerata a corte, come
ambasciatore del re di Napoli, il valentaomo non s* immaginava che quivi si dovesse prestare fa-
cile orecchio anche agli acerrimi nemici del sao signore. A noi scoprono la verità i docomenti
pubblicati dal Romanin e dal Buser.
106-108. Scherniscono questi versi Renato duca di Lorena, che dopo la morte di Banato d'Angiò
(1480), avendone sposata la figlia Iolanda, era il legittimo rappresentante delle pretese angioine
al trono di Napoli. Costui, entrato al soldo di Venezia per la guerra ferrarese, v'era gionto nel*
l'aprile del 1483, aveva lasciato il campo, ritornando in Francia, il di 8 settembre (Malipikbo,
Annali, p. 285).
112-15. Carlo I di Savoia (1482-89) , terzo figlio di Amedeo IX , era cognato a don Ped«frioo
d' Aragona, avendone questi sposata la sorella Anna. Notevole questa testimoniania del Qaleota
sul contegno del principe piemontese verso la corte di Napoli.
116-20. Bonifazio, marchese del Monferrato, succeduto nel 1483 al fhitello Qnglielmo, non sa-
grificò punto agli studi teologici , ond' era passionato cultore , la gloria delle armi. Queir anno
istesso, d'ottobre, entrò al Roldo del Duca di Milano, il quale, collegato con re Ferdinando, col
papa, con Firenze e con Ferrara, era in guerra contro Venezia (questa Vimprtsa a cui allude il
Qaleota); e s* obbligò di servire il Moro < con ducento nomini d' arme, cinquanta balestrieri, e
« ducento fanti ben in ordine » (Bbkv. di S. Giobgio, Ragionam, famil. tni princ. di Monfer-
rato, in R. I. S., XXlll, 750; Dsl Carbbtto, Cronica, in Monum. hi$t. pairùu, SS., IH, 1237).
126-32. Son note le arti di governo del Moro, e come «i riuaeisae in solle prime a ingannare
i pili sul suo conto.
133-144. Conohiusa Talleansa del papa coi Veneaiani, Alibnao Daca di Calabria entrò in Roma
il giorno di Natale del 1482, e di là mosse incontanente veno il teatro della gnerra, come capi-
tano generale della lega, accompagnato da Niccolò Orsini condotUera pontificio. Non appena egli
fu giunto, il 15 gennaio dell'anno appresso , a Ferrara , il conte Roberto da S. Severino ripassò
il Po. La fortuna fu propizia ad Alfonso anche quando dopo la metà di loglio si recò in I^om-
bardia per opporsi naovamente al Sanseverino, che arerà passato l' Adda. Poiché lo ricacciò nel
FRANCESCO GALEOTA
77
145
corre per bon camino 140
ad far vendeta:
Venesia ha ben constrecta
e messa in volta,
c'ogni rabiosa furia Tà tolta.
Poi viddi ogni conducta
de la gram lega tucta
in una corda;
che col Papa s'accorda
il Fiorentino,
Mantua, Sena, Urbino,
el Milanese,
Ferrara, el Bolognese
a tal conquesta
rimene, et Fam non resta
e '1 mio Signore,
ballano tuti inanti al bon pastore.
E vedo ben, si dura
questa chatena dura
e queste voglia,
150
155
Vinesia si dispoglia 160
libertate;
mal verno e pegio state
la riprehende.
Se tarda? Ghé non se offende
el ferro caldo? 165
Se aspecta che sia saldo
e duro e forte?
Chi passa un punto passa una gran
[sorte.
Poi vini al mio paese,
tute in pace palese: 170
el mio Signore,
pieno de gram valore,
incoronato ;
el Turco humiliato
e da rimedio 175
in mare ad fare l'assedio
e levar via,
che Venesia più non sia
Bresciano, nello stesso tempo che Lodovico il Moro invadeva il Bergamasco e il duca Ercole d'Este
respingeva dalla Stellata i Veneziani, pei quali si mettevano molto male le cose (Cipolla, Storia
d^lle Signorie Hai., P. Il, pp. 619, 621). Non occorre avvertire che il leone è Venezia, l'armel-
lino il re di Napoli.
145-156. L'alleanza del pontefice Sisto IV con Ferdinando, coi Duchi di Milano e Ferrara, con
Firenze ed altri stati minori, fu pubblicata il 30 aprile 1483.
157-168. È chiaro , che questa poesia fu scritta prima del 7 agosto 1484 , nel qual giorno fu
conchìnsa la pace tra la lega e i Veneziani. D' altra parte, essa è certo posteriore al settembre
del 1483, poiché vi si allude (vv. 106-108) al ritorno in Francia di Renato. I termini di tempo
si possono, per via di fondate congetture, ridurre anche più stretti. Di fatto , l' intonazione di
questa e delle precedenti strofe induce a pensare che il G. le scrivesse in un momento in cui le
sorti della guerra volgevano molto avverse ai Veneziani. Ciò fu veramente dopo il settembre del-
r83, sia per la scomunica loro inflitta (in Napoli n' era giunto il bando fin dall' 8 giugno ; vedi
Notar Giacomo, p. 150), sia per la fortunata scorreria d'Alfonso sotto Verona. Ma le cose muta-
rono d'aspetto dopo l'impresa di Gallipoli , del maggio '84 , che tanto nocque a Ferrante (vedila
descritta da Akg. Tafubo , in Murat. , R. 1. S. , voi. XXIV) ; alla quale pertanto è da credere
anteriore la presente poesia, in cui ne cerchi invano qualche accenno. V'ha di più. L'esortazione
della chiusa di questa strofe, a battere il ferro fin eh' è caldo, ci pare buon argomento per cre-
dere, che quando il G. scriveva pendessero trattative ira i belligeranti, a lui, o, per dir meglio,
al suo Signore, non accette. Ora di siffatte trattative ce ne furono nei primi mesi del 1484, e,
scegliendo Cesena per luogo di convegno, vi presero parte quasi tutti gli stati principali d'Italia.
Il solo Ferrante, si noti, non volle esservi rappresentato (Cipolla, Op. cit., II, 624). Ci sembra
ovvio concludere , che la composizione di questi versi debba cadere in quel torno ; secondo noi,
nel marzo o nei primi d'aprile, quando appunto avvenne cotesto rifiuto del re di Napoli, e quando
pid stretti erano quei segreti rapporti dei Duchi d' Orléans e di Borbone con la Bretagna, a cui
il G. ha accennato più sopra (cfr. De Maulde, Hist. de Louis XJJ, I, ii, 87-88).
78 F. FLAMINI
donna del mare,
ansi rechiusa in roezo all'onde stare. 180
Magnanimo Signor mio,
da longa arde un disio
d'aver un luoco
chiuso preso ad un foco,
come amico, 185
per far del vero antico
alcuna prova,
forsi dir cossa nova
e si evidente,
che '1 cor pieno e la mente 190
ben seria.
Però cavalco e raettome per via.
FRANCESCO GALEOTA 79
APPENDICE IL
TAYOLA DELLE RIME DI FRANCESCO GALEOTA (l)
A chi più fugge tu pur vai cercando St. e. - E, 193 6; R, 138 6 (ad.).
Addio de Roma grande le memorie St. (2). - E, 191 b; R, 132 (ad.).
Addio l'affanno e 'mei suspiri ardenti 2 Su. (3). - E, 111.
Alcuna vista torta invidiosa St. - E, 28; R, 143 (ad.).
Alla partita tua non serrò io Si. -E, 23 6; R, 141 (ad.).
Al mondo fui beato e '1 bel giardino St. e. - E, 52 6.
Altro che Amor non è Br. con St. - E, 195 b; R, 114.
Altro soccorso al viver mio lontano -S. (4). - E, 8.
Amando sempre visse in fantasia St.-E, 21; R, 142 6 (ad.).
Amico mio, fidele me si stato St'. - E, 69 6.
*Amico mio, se pur tu arrivi innante St. (5). - E, 34 6.
Amico mio, so ben quanto se spiera St. (6). - E, 31 6; R, 125 6.
Amor, che pien d'invidia m' è stato 2 Stt. (7). - E, 130.
Amor, che tante volte in un momento St. e. - E, 156 6.
Amor, che tu me sogli io t' ho pregato B. (8). - E, 58 6.
Amor, come tu vedi, la sentenzia C. (9). - E, 33 t.
Amor, con quella man che tu m'ài tolta C. in Rm (10). - E, 13.
(1) st. significa strambotto; St. e. strambotto caudato; S sonetto; C canzone; C in Rm. can-
zone in riraalraezzi; B ballata; Br. barzelletta; Fr. frottola. — Per agevolare le ricerche, ridu-
ciamo alla grafia moderna le prime due parole d' ogni verso", e segniamo d'asterisco le poesie
edite nel testo del presente lavoro. Delle serie di strambotti , collegati da rappicco o dalle rime
0 dall'argomento, diamo soltanto il primo verso.
(2) Cfr. p. 73 n.
(3) Il secondo caudato.
(4) Soneto de absenti per la mano de Tirintia.
(5) Tenendo da Barzelona ad un cavallieri che venia prima in Napuli. Cfr. p. 13.
(6) Resposta de Franco Galeoto allo str. « Francesco, amico, sappi in che manera » del Coktb
DI Santahgelo (E), Antonio Cabacciolo (K).
(7) Per la mia lucerna. Cfr. pp, 84, n. 10.
(8) Cansone per le lucerne.
{9) Cantone per le due belle lucerne.
(10) SuppUcaUone all'amore.
80 F. FLAMINI
Amore, a te richiamo, a te che intendi St. > E, 157.
Amore, io te lo dico. - v. 0 Amore.
Amore, io te 'nde prego un'altra volta Si. • E, 58.
Amor, lo to bel arco e la saeta St. -E, 157 b.
Amor mio, te prego, eh* oramai St.-E, 130 6; R, 137 ft (ad).
Amor non stima mai dolce riposo St. - E, 191 b; R, 133 (ad.).
Amor, provedi, eh' io non sia inganato 2 Stt. - E, 156.
Amor, tu '1 vedi in quanta estrema vita Stanza (1). - E, 159 b.
Amor, tu vedi e sai C"» in Rm. - E, 189.
Ancora che tu legere non sai 5<. - E, 50 6; R, 134 (ad.).
Ancora eh' io me sia discompagnato 4 Stt. • E, 49.
A tanti affanni, a tanti mei languire St. - E, 26 ; R, 144 (ad.).
Avara morte, poi che m' hai levata St. (2). -E, 56 è.
Ave piaciuto a Dio, ch'io viva ancora St.c. - E, 23; R, 140 6 (ad.).
Avvisami, se l'hai deliberato St. - E, 158 b.
Avvisami, se '1 viver mio penando St. - E, 20 6, R, 142 (ad.).
Beata te, felice pastorella 3 Stt. (3). - E, 193; R, 136 (ad.).
Beato chi piangendo in terra trova St. - E, 45.
Beato chi reposti e sta contente St. - E, HO.
Benigno cielo, a me tanto contrario C. in Rm. - E, 196; R, 117 (ad.).
Cari compagni, ad vui la recomando St. - E, 27 b.
Cercherò lo mio pianeta Br. con St. (4). - E, 60.
Che para viva e per remedio dura St. (5). - E, 57.
Che pensi, e che favelli, e con chi stai St. • E, 51 ; R, 37 (ad.).
•Chi fosse del mio mal vera consorte St. (6). - E, 162.
Chi giudica e non ha parte nel gioco St. - E, 35 6; R, 138 (ad.).
Chi l'ha pensato o chi già mai lo crese St. - E, 155 b.
Chi m*-ha tirato del mio albergo fuora i^^ • E, 66 &.
Chi mi t'ha tolto, o dolce mia nimica St.-E^ 47; R, 133 6 (ad.).
Chi non conosce doglia in questa vita St.»E^ 256; R, 144 (ad.).
Chi non l'offese in questo mondo mai St. e. - E, 192; R, 133 (ad.).
(1) Protnto ad Amort.
(2) D0 Mori».
(8) CanM<m$ d* la pattorttta.
(4) Cantont dt partitua.
(5) P*r la m*dt$ima. D$ Mori». È di 10 Terai altorni, pid osa coppia a rima baciaU.
(6) Cft. p. 11, n. 1.
FRANCESCO GALEOTA 81
Chi si tene fermo sta Br. con St. - P, 19; Mand., 19; Torr., 159.
Chi vede el fin de l'opera qual è St. e. - E, 2 h.
Come l'amor falso puoi mostrare *S^. - E, 36 &.
Come ti posso amare, se non voglio St. - E, 137.
Core mio, fiamma de foco Br. con St. (1). - E, 39; R, 118 (ad).
Core mio, scontento tace Br. con St. (2). - E, 64.
Corre da gli ochij mei l'amara vena 14 Stt. (3). - E, 142.
Cosi come fatica al campo il bove St. -E, 11.
Da canto in canto, da longo e per traverso St. - E, 62 &.
Da oggi inansi so deliberato St. - E, 69 b.
Da ponto in ponto, tu me fai dorare 7 Stt. (4). - E, 67 b.
Degli mie' afianni e lacrime non scrivo 4 Stt. (5). - E, 81.
Deh, mall[ann]' agia quando te guardai St. - E, 23 b.
Della mia morte chi getao na voce St. e. - E, 22 b; R, 140 b (ad.).
Della partenza mia chi se contenta St. -E, 17; R, 126 &; Torr., 153(6).
Dentro na reca dura de ferme/a 2 Stt. (7) - E, 49 b.
Destinato à cielo e terra Br. con St. (8). - E, 198.
*Di dolor grande e de tremor no ardisco St. (9). - E, 188.
Di lacrime, di disio e di lamento 2 Stt. - E, 21 &; R, 139 (ad.).
Di lacrime di sospir, di passo in passo St. - E, 21 è; R, 139 (ad.).
Dimmi, se t' hai niente recordato St. - E, 27 b.
Di quanto t'agio amata me 'nde pento St. (10). - E, 45.
Di questa fiamma piango, eh è nascosa 3 Stt. • E, 19.
Di sangue sono le parole messe 7 Stt. (11). - E, 111.
Di sangue sono le parole messe 8 Stt. (12). - E, 126; R, 73 (ad.).
Dogliome, e 'n nulla parte non lo sento St. - E, 67; R, 135 b (ad.).
(1) Canzone per canto facta che 'l soverchio parlar de chi se ama noce.
(2) Cansone de canto de passione intrinsica.
(3) Cfr. p. 19. — L'ultimo è caudato.
(4) Son collegati dal comune artifizio con cui cominciano tutti i versi.
(5) Collegati dall'argomento; l'ultimo caudato.
(6) B, e quindi anche il Tobbaca, l'attribuisce al Principe di Capua, vale a dire a Ferrandino.
Secondo questo ms., risponde allo str. « Della partenza tua, Signor mio caro », d'autore anonimo.
(7) Cansone a lo Ser.mo Principe de Capua, bisoniandoU soi colori.
(8) Cansone per canto, de Fortuna.
(9) Cfr. p. 19, n. 3.
(10) Cfr. il capoverso « In mezo a tanti affanni ecc. ».
(11) Epistola in versi. — L'ultimo è caudato.
(12) Epistola in versi. In E porta la data A di xxij de agusto 1480. — Ha comune con la pre-
cedente i due primi e, quasi interamente, i due ultimi strambotti. L'ultimo è caudato.
Giornale storico, XX, fase. 58-59. 6
82 F. FLAMINI
Dolce è Tafifanno, e dolce è lo martire 5^ - E, 25 e 55; R, 143 6 (ad.).
Dov' è Laura soave et in qual luoco S, (1). - E, 16.
Dove so' andati li amorosi versi 5 Stt. (2). - E, 41 b.
Dove son l'ochi de mia bella aurora 5 Stt. (3). - E, 68 b.
Dove son Tore tanto desiate 2 Stt. - E, 46 e 51 6 (4); R, 43 ò e 131 (ad.).
Dove son tanti affanni ch'ò portato St. - E, 20; R, 141 b (ad.).
Dove tu stai, el core mio te sente St. - E, 56 e 193 &; R, 136 b (ad.).
•Due belle rose ad una spina stano St. (5) - E, 36 d.
Duro Teseo, io so' quella Adriana 6 Stt. (6). - E, 76 b.
Ecco qui Laura, tal qual era viva S. (7). -E, 191.
Faccia Fortuna falsa quanto vo' ^S'^ e. • E, 188.
Fa' che tu pensi, vidi, intendi e guarda 5^ - E, 25^ e 50 6; R, 144 (ad.).
Faore o morte, dice lo mio mutto St. - E, 157.
Femina vana volta come ad vento St. -E^ 69 b.
Fermezza con speransa non pò stare St. (8). • E, 50.
Fino che gli ochii mei luce averano -S'^ e. - E, 25 6; R, 114 (ad.).
Fino che luce la lanterna mia St. • E, 45.
Fortuna, attendi a la mia impresa ormai 9 Stt. (9). - E, 160.
Fortuna, di te sola me lamento St. - E, 41 ; R, 138 (ad.).
Fortuna, poi che veni, veni armata St - E. 41 ; R, 138 (ad.).
Già mai non trona, e mille volte lampa St. - E, 156 b.
Gli occhi soavi tuoi, Tirintia, fanno St. • E, 187 6.
Guarda li vestimenti negri e tristi St. (10). - E, 38 b.
Guardato sono assai, Masucio mio S.-R, 29 b; Torr., 128.
Guerra, né sdegno, o amor condutto m' ha St. (11). - E, 34 6; R, 125 d.
(1) Sontto facto in Sancta Clara d'Avigwtnt, p«r mtmoria d4l Petrarca, dovè «« immurò.
(2) CansoH* dt partila.
(8) L'ultimo oaad«to.
(4) Ma U MCondA Tolta ricorre soltanto il primo.
(5) Cfr. p. M.
(6) Bpùiala tU Th*$»o mandata p«r Adriama da Vi$oìa. — L'nitimo ò eaodato.
(7) Cfr. p. 29.
(8) Cansom d« biat t d4 U colori de VJOu.mo S. Prineip* di Ca/fnna. — Non so m fVMlo
titolo li riferisca anche ad altri strambotti socoeadTi.
(9) Supplicattom a la fortuna. — L'altimo è di 10 versi.
(10) Son 10 versi alterni.
(11) Risponde allo str. « Lo tempo che se perde a chi non sa • del BaMK di Mcro , e gli
tien dietro.
FRANCESCO GALEOTA 83
Il mondo infermo inpegiorar non pò S. (1). - R, 29.
Inclita, gloriosa, alta Madonna Cap. (2). - E, il b; R, 38.
Inclito, glorioso e triomfante H Su. (3). - E, 148 b.
Inclito Signor mio, può' eh' a te piace C. (4). - E, 189 b.
*In mare è la mia vita arisicata 2 Stt. (5). - E, 56.
In mezzo a tanti affanni e tanto ardore 3 Stt. (6). - E, 44 b.
In mezzo un prato, misero, se stava St. - E, 14 b.
•Innanzi che tu, falsa, legerai 8 Stt. (7). - E, 73 b.
Innanzi eh' io me parta te la mando St. - E, 17 b.
Innanzi eh' io ne parli, o eh' io lo dica 3 Stt. - E, 14 ^.
Innanzi il tempo pallida e smarita 2 Stt. (8). - E, 2 ò
In questa vita trista, adolorata St. - E, 37 b.
In questo tempo se la mia ventura St. - E, 157.
♦In uno puncto volta la ventura (9) St. - E, 27.
Io mi remaneragio da te absente St. e. ■ E, 43 b.
Io non Io dissi, né Io dirò mai St. - E, 159 b.
Io non spero già mai più bona nova St. - E, 37.
Io non te offesi in questo mondo mai St. ■ E, 20.
Io per forsa me lamento Br. con St. (10). - E, 64 &.
*Io per te piango. — 1' non te '1 ered' ancora (11) St. ■ E, 15.
Io prego la fortuna, che non facia St. - E, 159 b.
*Io pur expecto el tempo che non vene (12) St. - E, 26 b.
Io solo sono che me so' ingannato St. - E, 23; R, 140 (ad).
Io t' ho pregato, Amor, che tu me lassi St. - E, 34.
lo t' ho pregato e prego, o dolce amica St. - E, 158.
Io ti prego, Baron, per quella fé ^S'^. e. (13). - E, 170.
(1) F. OaUota. Risponde al son. « Francesco , figliuol mio , più non se pò » del Barone dk
MoBO. Ambedue in versi tronchi.
(2) Cfr. l'AppENDiCE I, p. 61.
(3) Cfr. p. 16. — L'ultimo è caudato.
(4) Cfr. p. 15.
(5) Consone per una bellissima donna che se partì. Cfr. p. 31.
(6) Il terzo, sebben privo del rappicco, è collegato al precedente dall'identità delle rime, e fi-
nisce con una coppia a rima baciata. Tuttavia lo notiamo anche separatamente in quest' indice
(« Di quanto t'agio amata ecc. »).
(7) Cfr. p. 44.
(8) De partita.
(9) Cfr. p. 33 n.
(10) Cansone de canto de lamento.
(11) Cfr. p, 83 n.
(12) Cfr. p. 32 n.
(13) Proposta de Franco Oa.ta al decto Babor [de Mitro] per le consonantie. Tien dietro allo
Btr. : « Patte mio caro ecc. ».
84 F. FLAMINI
•Io vedo, che ogni tempo passa via (1) St • E, 131 b.
Io voglio che s'intenda, e che se dica St.-Ey 41.
Io volea dire ad mente C. in Rm. (2). - E, 145 b.
Ippolito, la toa Fedra in la presente 10 Stt (3). - E, 75.
La dolce lira toa, che m'hai mandata 5 Stt. (4) - E, 29 ò; R, 123 6; Torr., 149.
La fede che se dà sensa pensare St. - E, 37 6.
La fine sempre de li mei martiri St. - E, 23 ; R, 140 (ad.).
La longa fede e quillo amor ardente 5 Stt. (5). - E, 54.
L'amor mio quando cresce e quando manca St. e. -E, 22ft; R, 140 (ad.).
L'amor mio quando cresce e quando manca St. - E, HO (6).
*La nave a la fortuna destinata 4 Stt. (7) - E, 22; R, 139 (ad.).
*La negra polve de la carne mia St. (8) - E, 27 e 57 (9).
La notte è longa a chi non pò dormire St. - E, 110 6.
Lassame, Amore, poi che m'ài lassato 2 Stt. - E, 236; R, 141 (ad.).
Lassa, non lasso, vàtene, non vao St. - E, 20 6; R, 142 (ad.).
Lassote questa lettera affannosa 9 Stt. (10). - E, 31 6.
La prima toa partensa me fo dura 2 Stt. -E, 18 e 80; R, 129 6 - 130 (ad.).
La voce che oramai più non s'intende 9 Stt. (11). - E, 124 6.
La voce e '1 mio cantar, che dolcemente St. e. - E, 162 6.
Le lacrime per dolor chiuse se stano St. - E, 186.
Libera e sensa forsa te obligaste St. - E, 37 6.
•Li spirti afflicti per pietà del core St. (12) - E, 20 6; R, 142 (ad.).
L'umilitade mia sera bastante -5^ - E, 36 6 e 136 6; R, 43 (ad.).
Magnanimo Federico Fr. in gì. (13). - E, 107.
Male contento fui quella giornata St. - E, 136 6.
(1) Cfr. p. 84.
(2) Cfr. lA 72.
(3) Bpiitoìa di Phtdra ad HyppoUto translata. — L'ultimo è caadato.
(4) A cUuwano di oan tien dietro nei mss. e nell' edÌEÌone una risposta del Bakoxk di Fata*
ROTTA, di cai la prima com. : < La raza rima mia mal misurata ». Missire e risposte eon tntte
sulle due medesime rime. Ve n'ha di 10 versi alterni.
(5) Kpiitola in rima per T. — L'ultimo è caadato.
(6) Ha comuni alcuni Tersi col precedente, ma non è il medesimo.
(7) Cfr. p. 34.
(8) Cfr. p. 88.
(9) La seconda Tolta con qoalohe notabile Tarietà di lesione.
(10) CanMoU per U dui betti ochii d« ìa mia donna, ehiamaU dut htc«rnt. — QnaiU mbrica
induce a pensare, che il cod. Estense derivi direttamente, o quam, dall'autografo.
(11) Epistola in mtìì. — L'ulUmo ò caudato.
(18) Cfr. p. 34.
(18) Cfr. p. 62.
FRANCESCO GALEOTA 85
Manda ne gli ochii mei di quella vena ^S*. (1). - E, 17.
IVIille disdegni e più mille tormenti St. - E, 191 ; R. 131 b (ad.).
Misera e stanca, afficta vita mia -S^. - E, 156; R, 135 (ad.).
Misera, quanti affanni e quanta doglia St. e. - E, 43.
Misero me, che so' sensa speransa St. - E, 44.
Misero me, chi è chi se lamenta? *S'^. (2). - E, 26; R, 144 b (ad.).
Misero me, ch'io sto sensa speransa St. - E, 2&b; R, 136 (ad.).
Misero me, per tropo amor t'offendo St. - E, 185 b.
Misura cento volte et una taglia 4 Stt. (3) - E, 55 &; R, 137 (ad.).
Morte ad un tempo dui n'occiderai St. - E, 38.
Morte, fuggi da me, ch'io non te voglio St. - E, 53; R, 135 6 (ad.).
•Movo le corde a consonar la lira St. e. (4). - E, 35; R, 126.
*Napuli bella, desiata tanto 2 Stt. (5). - E, 26.
Né fallo 0 mancamento io te pensai St. - E, 192 b.
Non creder che già mai ponto né ora 3 Stt. - E, 57 b.
Non curo del dolor, del mio tormento St. - E, 12 6 e 131.
Non è di fraude lo mio vero amore St. e. - E, 158.
Non ha tante unde il mare tempestando St. - E, 21 b e 114.
*Non mi venir in somno a molestare 2 Stt. (6) - E, 36.
Non pensar mai, ch'io pensi, o parli, o dica -S'^. - E, 12 6.
Non pò star lieto l'animo mio quando St. - E, 38.
Non spero, che già mai parie profeta St. - E, 67.
Nullo disdegno mai, nulla pagura St. - E, 21 e 106 6; R, 138 6 (ad.).
0 Amore, io te lo dico Br. con St. - E, 194; R, 113 (ad.).
0 crudel donna ingrata Br. con St. (7) - E, 63.
0 falso mondo ingrato C. in Rm. - E, 1336; R, 115.
*0 Fortuna, volta volta Br. con St. (8) - E, 197; R, 118 6 (ad.).
Ogni altra fantasia sera fugita St. - E, 131 6.
(1) Soneto facto passando per S. Maximim, dove sta la gloriosa figura di Magdalena, andando
per ambassatore al Re de Franzo.
(2) C. in dialogo.
(3) Cansone de proverbi di una consonansia.
(4) Preposta de Fran.co Ga.to al Baro» di Mpeo. Questi risponde collo str. « Ben par comò
« vincendo ella se gira », a doppia coda. Cfr. p. 39.
(5) Canzon facto, in Levante in Najpu\l\\ de Romania.
(6) Cfr. p. 36.
(7) Cansone disperata.
(8) Cfr. p. 54.
86 F. FLAMINI
Ogni cosa è, ch'ai debito suo rende St. - E, 162.
Ogni cosa furiosa Br. con St. (1) - E, 65 &.
Ogni giorno in pena passa Br. con St. (2) - E, 61 ; Mano., 126 (ad.).
Ogni persona me diceva: lassa St. - E, 52.
0 maledetta femina fallace «S"^. - E, 11.
0 maledetta lingua, e quanto errore St. e. • E, 192; R, 133 (ad.).
0 misero colui, che conta l'ore St. - E, 55 è.
0 se cent'anni avesse con dolore St. • E, 191 b.
O tempo bono, e chi me t'ha levato St. - E, 67.
0 tempo bono, e come si tornato St. (3) - E, 110.
0 vita amara, tanto disperata St. e. - E, 25; R, 143 6 (ad.).
0 vos omnes, qui transitis per la via Caja. (4). - E, 163.
Pace dimando, e non più guerra ormai St. e. - E, 158 J.
Padre del ciel, e de la terra artista S. (5) - E, 199.
Padre mio caro, è ver che quella fé St. e. (6) - E, 169 b.
Pariamo el core, e diceme: che fai C in Rm. (7) - E, 9.
Partendo tu, partendo, amando ancora St. - E, 20 6; R. 142 6 (ad.).
Pasco la vita mia solo de pianto St. (8) - P, 34; R, 106 6 (ad.); Torr..
140; Mano., 34 e 93.
Pensando ad ognie mio grave peccato St. (9). - R, 122 b ; Torr., 147.
Per altro non m'è grave la partita 83 Stt. (10).
Perché t'impacci di chi non se cura St. e. - E, 192; R, 133 (ad.).
Per la colpa d'altrui sono in tormento 2 Stt. - E, 157.
Per quello ardente amor ch'ai dimonstrato 8 Stt. (11). - E, 151.
Per troppo desiar, lasso, in fastidio Cap. (12). - E, 6 6.
(1) OamoH* antiraUva pur p*r canto.
(2) Cantone éU rteordanta d* ìa mori».
(8) SomigllaniiBBimo &1 precedente, ma non lo steiso. Ne conaerr» le rime.
(4) Orationé tUl Vtner tanto.
(5) Sontto eompotto in modo d« tuppUcationt a Dio.
(6) Bùponde per le rime allo i tr. : « Figliol mio caro, non se trora fò » del Bàsom bb Mobo,
e gli tien dietro.
(7) Ragionati il cort t ranima.
(8) In forma d'ottava.
(9) Strat^tto mandaio da Mtu. Praneneo (Mioto <U Baroni do te /iMorotts, ttonilà «I «^
puìero m vtmrdi tanto.
(10) Cfr. p. 16, n. 2.
(11) OraHone del nottro Signore Idio facto ptr Franctteo Ga.ia.
(12) Cantont in ttruteiola a modo d'tgrogha , compottoi wtdondo piangor* TtrinUa, dubitando
eht timulato tal pianto non futt*.
FRANCESCO GALEOTA 87
Pervenga el pianto mio tanto angoscioso 16 ^tt. (1). - E, 139 b.
Pianga con meco quella sventurata 2 Stt. - E, 15 e 131 (2).
Piange Tamara vita Br. con St. (3). - E, 18.
Piangendo gli ochii mei l'amara vita 15 Stt. (4), - E, 127.
Piglia lo pianto e piglia li sospire St. - E, 17 b.
Poi che fortuna a torto me molesta St. - E, 61.
Poi che fu fortuna mia Br. con St. (5). - E, 40.
Poi che la lingua mia non pò parlare C. in Rm. (6)- - E, 132.
Poi che la pena mia sempre è più dura St. - E, 12; R, 134 (ad.).
Poi che la vista toa m'è stata tolta St. - E, 51.
Poi che l'è secco il fonte de mercé St. - E, 169.
Poi che sarò da te dilontanato aS'^ - E, 159.
Poi che sarò da te domenticato St. - E, ìi b; R, 134 (ad.).
Poi la partensa toa se me vidisse St. - E, 136 b; R, 136 b (ad.).
Pregoti, che me lassi o vivo o morto 3 Stt. - E, 43 b.
Primavera per mi non ha più fronde St. - E, 52.
Primavera, se mai parse più lieta St. - E, 12 e 130 &.
Provvedi, alto Signor, dove Fortuna St. e. - E, 192 b; R, 134 (ad.).
Qualche tempo te ricorderai St. (7). - E, 39.
Quando da gli ochii mei lontana stai St. - E, 17 & ; R, 28 & (ad.).
Quando del viso tuo fai caristia St. - E, 50 &.
♦Quando era meza nocte che sonava St. (8) - E> 25; R, 143 & (ad.).
Quando era tanto forte namorato St. - E, 27.
Quando io me vedo in puhlico presente St. - E, 53; R, 50 (ad.).
Quando lo mare vederai senz'onde St. - E, 21; R, 138 & (ad.).
Quando mi avevi stretto in le to mano St. - E, 77 b.
Quando mi trovo solo cavalcando St. - E, 11.
•Quando te cridi star da me nascosa St. (9) - E, 24 ; R, 141 (ad.).
Quante so' quelle fiamme, che se stanno St. - E, 38 & ; R, 130 (ad.).
Quanti pian, quanti monti e quante rive 2 Stt. - E, 162 b; R. 40 (ad.).
(1) Cfr. p. 69.
(2) Per la htcerna. — La seconda volta rultimo è caudato.
(3) Caneion de partita per canto.
(4) Spiatola in versi per la mi lucerna. Cfr. p. 84, n. 10. L'ultimo è caudato.
(5) Cantone per canto.
(6) Cansone per la mia lucerna.
(7) Sono 10 versi alterni.
(8) Cfr. p. 35.
(9) hi.
5» F. FLAMINI
Quanti punti e quante ore sono al giorno St. - E, 185 b.
Quanti sol, quanti mari e quanti fiumi St. - E, 47. *
Quanti sospiri e lacrime te mando St. • E, 12.
Quanti sospiri e lacrime versare 8 Stt. (1).
Quanto ch'io parlo e penso e quanto scrivo 3 Stt. - E, 53.
Quanto fo dura quella mia nemica St. - E, 27.
Quanto ha che '1 mio bel fonte aqua non rende St. e. - E, 155 b.
Quell'ora maledetta e despietata St. - E, 161 b.
Quel serpe eh' è nascoso dentro l'erba 3 Stt. - E, 35.
Questa cansone sensa ch'io te dica St. - E» 37.
Questa crudele mia fiamma secreta 4 Stt. (2) - E, 19 b.
Questa mia dura partita Br. con St. (3). - E, 66 &.
Questi begli ochii toi m'ànno forsato 4 Stt. - E, 8 6.
Questo è quel loco, donde solea stare 2 Str. (4). - E, 51 b.
Questo tempo rio comporto Br. (5). - E, 59 b.
Rendomi in colpa io miser peccatore 14 Stt. - E, 152 ò; R, 57 6 (ad.) (6).
Sai che te dico? impara, se non sai St.-E, Al b.
Saziati, eh' io non voglio più oramai 5^ - E, 156.
Se da la vista toa so allontanato St. -E^ ìiSb.
Se fosse stato al tempo de Vergilio S. (7). - R, 29 &; Torr., 127.
Se freno al foco mio non fusse stato St. - E, 51.
Se gli occhi mei potessero parlare St. - E, 53.
Se gli occhii mei sapessero parlare St. (8). - E, 130 b.
*Se io mai ritorno a lo mio tempo bono St. (9) • E, 24 6; R, 141 b (ad.).
Se io metto foco, poe vento menare St. - E, 38.
Se io quanto tengo in core se vedesse ^S^. • E, 38.
Sei tu, Norima mio, maestro affabile. Egl. polim. (10). • E, 137.
Se la fortuna la sua rota volta St. (11). - E, 63.
(1) Lèttera in terti per 1$ ìuctrtu. — Tatti strambotti sulle due stesse rime; il teno eaodaio.
(2) In forma d'epistola.
(3) Canson» dt partmta.
(4) Camom per el luoco do9e eoUtmo iiare le htcertte. H secondo è caudato.
(5) Cantone de canto^ che io atpeetar è duro.
(6) Cof^etsione de teete peccati mortali (B).
(7) Bl Oalioto al Guardato.
(8) Per la lucerna.
(9) Cfr. p. 35.
(10) Cfr. p. 65.
(11) Di soU 6 versi alterni?
FRANCESCO GALEOTA 89
Se l'alma trista in questa mia partita St. -E, 11 b; R, 133 6 (ad.).
Se la tua umanità sentuta avesse 4 Stt. (1). - E, 150 b.
Se mille offese a torto o mille inganni St. - E, 37.
Se mille vite avesse e mille morte St. - E, 24 6 e 55(2); R, 143 6 (ad.).
Seogi non te veo, eh' è la gran festa St. - E, 24 b; R, 141 b (ad.).
Se vedi il mondo misero che sta St. e. (3). - E, 161 b.
Se voi sapere, come vive e campa St. - E, 158 b.
Son dolci al ben servir li mesi e l' anni Canz. a Rm. (4), - E, 5.
Son passar solitario tornato St. - E, 110 6.
Sorda è l'alma mia cotanto acuta C. a Rm. (5). - E, 3.
Speranza mia, che si tardo veniste St. - E, 159.
Stanco del sempre sospirar tacendo 2 Stt. - E, 28; R, 142 6 (ad.).
Stanco mi trovo e pieno de fatica <S^. - E, 193.
Stare non pò più l'alma senza '1 core St. - E, 28; R, 143 (ad.).
Tanto fo grande quella disciplina 2 Stt. (6). -E, 29; R, 123; Torr., 147.
Tengo le fiamme si richiuse al core 2 Stt. - E, 52 6.
Tirintia bella, che m' hai preso il core St. - E, 187 6.
Tirintia, la bella e bianca mano 2 Stt. (7). - E, 187.
Tirintia, vedi ben quanto gran torto 4 Stt. - E, 188 6.
Tristi son gli ochii mei pieni d'ardore St. - E, 55; 131 6 (ad.).
Tu ben conosci la mia ardente pena St. - E, 36.
Tu che ài veduto e vedi el mio cor lasso 2 Stt. - E, 15 6.
Tu che me vidi el cor de parte in parte 2 Stt. - E, 16.
Tu lieta lieta for dell'onde stai St. - E, 114.
Tu m' hai si forte desdignato el core St. - E, 159.
Tu sola poi alquanto consolare St. - E, 52.
Tu stai ristretta e chiusa in presonia St. -E, 110 6.
Tu ti stai lieta, e dormi a la secura St. - E, 67 6; R, 138 (ad.).
Tutta la vita mia conven che dica St. - E, 131 6.
Tutto quel mal che tu m'hai pensato St. -E, 24; R, 141 6 (ad.).
Tu vedi ben che li toi ochii fanno St. - E, 12 6.
(1) S[acrà] iZ[eofe] Miaes]tà.
(2) La seconda volta con leggiere varietà dì lezione.
(3) De Morte.
(4) Cantone facto che se deve estimare pùi el senno che la belleza.
(5) Cansone per la sua dona che li fu nascosa.
(6) Risposta de Francesco Gó {a due altri Del Baeon db la Favarotta: « Dimme, Francesco,
« s'Amore ne inclina », che precedono ne' mss. e nell' edizione). Il secondo è caudato. — In B
precede anche lo stramhotto del GJaleota « Pensando ad ogfnie mio grave peccato ».
(7) Entrambi per Tirinzia.
90 • F. FLAMINI
Udite el mio dolor, gente che andate 21 Stt. (1). - E, 70.
Una dolce et una amara Br. con St. (2). - E, 45 b.
Uno fatica e sparge la semensa 3 Stt. - E, 48 b.
•Un povero villano e zappatore 2 Stt. (3) - E, 58.
Un tempo piansi e la mia doglia scripsi St. - E, 12.
•Va', dormi, cane, e posate la testa St. (4) - E, 28 6; R, 143 (ad.).
Vedi chi t'ama, e prova chi a te piace St. - E, 39.
Ventura, torna e sei la ben venuta St. - E, 155 &.
Vidi na dura marmerà cavare St. - E, 44.
Vignion, Coment, là dov' ella nacque S. (5). - E, 16 b.
Vive in terra una fenice Br. con St. - E, 199.
Vivendo non poria mai far Fortuna St. • E, 130.
Vivo in piacere, e pascome di guai St. - E, 70.
Volesse mia fortuna, che tornasse 7 Stt. (6). - E, 123; R, 50 b.
(1) Cansone in modo de Epistola d* pasiiotu amaristima. — L'nltiino è candato.
(2) Catuone de canto in dubio.
(3) Cfr. p. 31.
(4) Cfr. p. 35.
(5) Soneto composto passando psr Comonto dov» nacqu» Madona Laura.
(6) Epistola in versi. — L'altimo è caudato.
su L'ORDINAMENTO DELLE POESIE VOLGAEI
DI
Fli-AJMOESCO FETI^-A-HO-A. (1)
XXXVII canz. Italia mia.
La bella disputa circa il luogo e il tempo ne'quali fu composta
questa canzone, dura da un pezzo; e tutt' i più dotti critici vi
si sono affaticati con tanto ardore, che non s'intende come non
sian riusciti finora a accordarsi sul risultato. Rifacciamoci un
po' da capo e vediamo, lasciando da parte le argomentazioni di
carattere soggettivo , di raccogliere e raffrontare tutt' i dati di
fatto recati dagli illustri uomini a vantaggio della lor tèsi.
I primi commentatori del '500, il Vellutello, Fausto da Longiano,
il Gastelvetro, e poi giù giù altri molti, fino al Leopardi, tennero
che la canzone fosse stata composta per la calata di Ludovico
il Bavaro in Italia, l'anno 1328. Quest'opinione del resto, sospet-
tata 0 combattuta dal Gesualdo, dal De Sade (2) e da altri, ora
è lasciata da parte: di fatti, le sta contro, non che altro, la cer-
tezza che il Petrarca nel 1328 fu sempre in Provenza e non mai
in Italia; dove invece egli stesso dichiara di trovarsi nella canzone:
Piacemi almen eh' e' miei sospir sien quali
Spera 1 Tevere e FArno,
E '1 Po dove doglioso e grave or seggio.
Ripigliati in esame gli argomenti della più parte degli anteces-
sori ; espugnata la congettura su la calata del Bavaro, il Carducci
stimò non rimanere probabile, anzi consentanea al vero, se non
(1) Continuazione e fine. Vedi voi. XIX, p. 229.
(2) Op. cit, li, p. 187.
92 G. A. CESAREO
l'opinione del De Sade : che la canz. Italia mia fosse stata composta
dal Petrarca nel tempo della sua seconda dimora in Parma (1).
Le ragioni del Carducci sono: la perfetta convenienza della
canzone alla guerra che si combatteva intorno a Parma da pa-
recchi signori d'Italia, gli Estensi e i Gonzaga, i Visconti e gli
Scaligeri, i Pepoli e gli Ordelaffl, da una parte e dall'altra; il
luogo della canzone nella distribuzione antica e originale del
Canzoniere, dove la si trova in mezzo a due altre per Laura,
In quella parte e Di pensier in pensier, composte, secondo il
Carducci, a punto in quegli anni. Circa le interpretazioni sue
de' luoghi difficili, diremo più avanti.
Ma, quasi al tempo stesso, un altro insigne maestro di scienza
letteraria, il D'Ancona, non si rimase contento a tali ragioni ; e
in nota a un suo dotto discorso circa II concetto deW unità po-
litica {2), dichiarò di discostarsi dall'opinione comune, secondo
la quale la canzone sarebbe stata composta in tempo anteriore
a quello ch'ei ravvisava più probabile, vale a dire al 1370. Il
D'Ancona si ferma « soprattutto a due punti : la menzione del
« Po, e gli aggiunti doglioso e grave ». E non gli sembra che il
Petrarca, essendo in Parma, potesse dire di sedere sul Po. Dunque
ei ricerca una città, fra le tante abitate dal Petrarca, posta pro-
priamente su codesto fiume; e si ferma a Ferrara. « Ivi el fu,
« tra le altre volte, ma veramente doglioso e grave, cioè do-
« glioso per malattia e grave d' anni, nel 1370 ».
Finalmente un critico che alla molta e originale dottrina con-
giunge straordinaria intelligenza dell'arte, Bonaventura Zumbini,
s'oppose recisamente alla proposizione del D'Ancona.
Lo Zumbini, pigliando in esame la canzone, dapprima ribatte
con nuovi argomenti la congettura ornai smessa su la calata del
Bavaro; ma poi anche sostiene che la canzone non potè essere
scritta dopo il 1361. Prima di tutto, non sembra probabile al
(1) Op. cit., pp. 118-134.
(2) Gfr. negli Studj di critica e storia letteraria, Bologna, Zanichelli,
1880: nota 65.
su l'ordinamento delle poesie volgari di F. PETRARCA 93
critico calabrese « che il Petrarca scrivesse all'età di sessanta-
« sei anni una delle più belle, se non la più bella addirittura,
« delle sue poesie »; poi anche egli osserva che, imprecando alle
compagnie mercenarie verso il 1370, il poeta non avrebbe no-
minati Bavari soli e Tedeschi, ma anche Inglesi, Francesi, Nor-
manni, Spagnuoli, tutta gente venuta in Italia dal '60 in poi. E
raffrontata la canzone con alcuni passi della FamzL, XXII, 14,
scritta a' 27 febbraio 1360, e del libro De vita solitaria, II, IV,
4 (1), lo Zumbini con chiude che la canzone Italia mia non può
essere stata immaginata fuor che nell' inverno del '44: né certo
in odio all'Impero, sempre ammirato e lodato, come istituzione,
dal poeta; anzi per dispetto di quelle forastiere e vili masnade,
che alla distruzione, e non alla difesa dell'Impero, accorrevano,
come corvi affamati, dal Settentrione.
Ma lo Zumbini, nel calore della sua bella confutazione, non si
ricordò d'oppugnare i due particolari argomenti del D'Ancona:
l'uno, dell'interpretazione data al verso:
E '1 Po dove doglioso e grave or seggio,
l'altro, dell'interpretazione agli aggettivi « doglioso e grave ».
Il D'Ancona non ammette che il poeta, con quel verso, possa
intendere Parma. Sta bene; ma il valentuomo ammetterà sicu-
ramente che vi s'intenda una riva del Po; giacché «ninno»,
riferisco le argute parole di Francesco d'Ovidio (2), « fu mai cosi
« sottile da arrischiarsi fino a sospettare che il poeta scrivesse
« la canzone seduto in una barchetta sul Po, o addirittura ac-
« coccolato nell'acqua ». Ma che il poeta, dimorando, se non in
(1) Studi sul Petrarca, Napoli, Morano, 1878, pp. 213-241. Il Gaspary,
loc. cit., p. 486, sospetta, per la citazione di codesto luogo del De Vita so-
litaria, che la canzone possa essere stata composta del 1356 ; ma più ragioni
contrastano con tale ipotesi, segnatamente quella del verso E 7 Po dove
doglioso e grave or seggio, che non può certo essere stato scritto né in
Milano, né in Praga; i soli luoghi ove il poeta dimorasse quell'anno.
(2) Sulla Canzone « Chiare, fresche e dolci acque », in Nuova Antologia,
16 gennaio 1888, p. 248.
94 G. A. CESAREO
Parma precisamente, almeno in Selvapiana, si figurasse, non im-
porta se a torto o a ragione, di star su la riva destra del Po,
ce l'attesta egli medesimo in un'epistola poetica a Barbato di
Sulmona ; quella a punto del lib. II, che comincia Dulcis amice,
vale :
. . . me dextera regis
Ripa Padi^ laevumque patris latus Apennini
Arvaque pontifrago circum contermina Parmae^
Nunc reducem expectant planaeque umbracula sylvae;
che significa : — Me aspettan ora tornante la destra riva del regal
Po, e il lato sinistro del patrio Apennino, e i campi vicini a
Parma e l'ombre di Selvapiana. — Dunque a Selvapiana il poeta
era persuaso di trovarsi in riva al Po, di sedere sul Po; e a
me non par punto strano che propriamente in Selvapiana, dove
pure aveva ripresa l'intermessa sua Africa, ei componesse anche
la maravigliosa canzone.
Circa il « doglioso e grave » che il D'Ancona traduce: doglioso
per malattia e grave d' anni, io non so perchè s'abbia a tener
giusta la sua interpretazione più tosto che quella d'altri critici
egregi, i quali intendono: aggravalo dalla doglia d'un feroce
assedio e d'una guerra fratricida. « Come, soggiunge il D'Ovidio,
«se l'esser vecchio di sessantasei anni ed ammalato, fosse una
«buona condizione per far quel capolavoro di poesia! »(1).
Se poi, com'è probabile, il V. L. 3195 fu veramente trascritto
parte dal poeta medesimo, parte dal figliuolo Giovanni, la data
proposta dal D'Ancona riesce insostenibile affatto. Nel V. L. 3195
la canzone all'Italia si trova ricopiata di mano del menante tra
le rime anteriori al foglio 38 1?, dove comincia la trascrizione
del poeta. Or se Giovanni, morto nel 1361, ricopiò quella canzone,
ella non potè esser composta di certo nel 1370, nove anni dopo
che il ricopiatore, o amanuense o menante che dir si voglia, era
morto.
(1) Sulla Cantone, loc. cit., p. 247.
su l'ordinamento delle poesie volgari di F. PETRARCA 95
Ma se anche il copista non fu Giovanni, che importa? È certo
che il poeta cominciò a trascriver da sé de' versi suoi, quando
la parte del codice uscita di mano altrui era scritta da un pezzo.
Or bene: la trascrizione del Petrarca cominciò verso il 1368,
com'ebbe a dimostrare il Pakscher: di fatti la canz. Ben mi
credea, eh' è il decimosettimo componimento di mano del poeta
nella prima parte del Canzoniere, fu trascritta in ord. rnem-
branis, vale a dire nel V. L. 3195, il 23 ottobre 1368, come si
rileva dalla postilla a f. 15r del V. L. 3196. E se il 23 ottobre
1368 fu trascritta codesta canzone, come potè esser composta
nel 1370, due anni dopo, la canzone all' Italia, anteriore a quella
d' un' ottantina di componimenti sul codice definitivo?
Restan dunque, a mio credere, incrollabili la data del De Sade,
le chiose del Carducci e i ragionamenti dello Zumbini su la can-
zone, e segnatamente su quel luogo:
Non far idolo un nome
Vano, senza soggetto,
che dal D'Ancona vien riferito all'Impero, e dal Carducci e dallo
Zumbini alla fama infondata di valore delle masnade barbariche,
secondo l'interpretazione di Luigi de'Marsili, contemporaneo e
amico del poeta (1).
Io qui non ripeterò i dotti raffronti e gli acuti argomenti recati
dallo Zumbini per sostenere che il Petrarca non ebbe né potè
mai aver l'animo a incitare gl'Italiani contro l'istituzione del
sacro romano Impero: al più, dopo le delusioni lasciategli da
Carlo IV, ei potè querelarsi dell'Imperatore che, a parer suo,
non faceva a bastanza per la gloria e la dignità dello Stato; a
quel modo che un amante, maltrattato dalla sua bella, gliene
dice di tutt'i colori, ma senza nessuna voglia di romperla dav-
vero con lei.
(1) Commento di una canzone di F. P., per Luigi de Marsili, pubblicato
da C. Gargiolli, Bologna, Romagnoli, 1863, p. 34.
96 G. A. CESAREO
Che abbia poi che vedere l'Impero conversi della canzone, su'
quali s' è tanto arzigogolato, io non so intendere. La canzone è
scritta principalmente per incitare i signori italiani a liberarsi
da' mercenari stranieri, i quali, senza servir quelli, mettevano a
soqquadro ogni cosa; e, in fine, come necessaria conseguenza
d'un tale disarmo generale, è consigliata e commendata la pace.
Basta leggere senza preconcetti l'intera canzone, per certificarsi
che il richiamo dell'Impero a quel punto riesce inaspettato e ir-
ragionevole, qualcosa che non lega, un fuor d'opera, un appic-
cicaticcio, una zeppa. Il poeta, dopo aver lamentato le piaghe
arrecate all'Italia dalla guerra crudele di quegli anni, e aver
pregato Dio di provvedere alle sorti del bel paese (st. I) si
volge a' signori e chiede loro :
Che fan qui tante pellegrine spade?
e gli ammonisce di non cercare amore e fede in gente prezzo-
lata, e ricorda loro, secondo la Bibbia, che più sono i servi, più
sono i nemici (st. II). Poi, come codesti servi, vale a dire co-
desti mercenari, nel 1344-45, quando ferveva l' assedio intorno a
Parma, eran la più parte tedeschi, il poeta considera amara-
mente che tali rabbiosi bevitori e saccheggiatori si sceglievan
proprio dal seme di quel « popol senza legge » vinto da Mario
(st. Ili) e debellato da Cesare: e torna a maravigliarsi che i
signori d'Italia possan «Cercar gente, e gradire Che sparga'!
«sangue e venda l'alma a prezzo» (st IV). Fin qui dunque,
dell'Impero, nulla. Fin qui il poeta ha cercato d'indurre i signori
a far a meno de' mercenari, con ragioni di sentimento: la patria
afflitta, l'amor de' vicini, l'obbrobrio di chiamare in propria di-
fesa, a prezzo, i nepoti de' vinti.
Nella stanza seguente egli passa a un altro ordine d'argomen-
tazioni; passa dalle ragioni di sentimento a quelle d'interesse. —
Non v' accorgete ancora, dopo tante esperienze, che questi Bavàri,
questi Tedeschi, questi mercenari v'ingannano; perchè né anche
combattono, ma, come dice il Marsili, * l'uno s'arrende all'altro
su l'ordinamento delle poesie volgari di F. PETRARCA 97
< per niente senza colpo aspettare » (1)? Figurarsi se loro voglion
veder finita la cuccagna! Voi altri si che ve la pigliate calda,
e vi macellate da maledetto senno, sferzati dall'ira, giacche com-
battete per la vostra stessa causa. Pensateci un poco; e vi con-
vincerete come non può amarvi sinceramente una moltitudine
prezzolata. Dunque, levatevi di torno codesta marmaglia, non vi
lasciate più illudere dal fantasma dell' Impero —
— L'Impero? E che c'entra l'Impero? — deve qui domandarsi
il lettore. 0 se non s' è parlato mai d'altro che di mercenari, di
gente stipendiata? Eran forse mandati dall'Imperatore, costoro? —
Oh no davvero ! Dice lo Zumbini : « gli si è attribuito che in quei
« mercenari egli » il Petrarca « maledicesse quasi i satelliti del-
« r impero, quando in quei mercenari egli malediceva i distrut-
ti tori dell' Impero ! » (2). E dice bene.
La stravaganza di quell'interpretazione salta agli occhi. Invece,
come facile, come naturale e coerente diventa quel luogo secondo
r interpretazione del Marsili ! — Levatevi di torno codesta mar-
maglia; non v'esaltate nella fama senza fondamento del suo
coraggio: è colpa nostra soltanto se la gente di là su, di Germania,
ha voce d'esser più accorta o più valorosa di noi. — E va in-
nanzi cosi fino alla fine, senza che l' Impero torni più sul tap-
peto, né pure per le glosse de' critici.
Dopo ciò tutto, io non so veramente su che cosa ancora s'appoggi
l'opinione dell' illustre professore di Pisa. La canzone Italia mia
non potè esser veramente immaginata e composta fuor che in
Selvapiana, nell'inverno del 1344-45.
Se non che qui viene in taglio un grave argomento contro la
succession cronologica. S'è visto che il son. Dicesett' anni ^\i
scritto dell' aprile 1344; e d'allora fino alla composizione di questa
(1) Ch'alzando 1 dito con la Morte scherza.
Quante chiose non si son fatte su questo verso! E pure, per intenderlo di-
rittamente, bastava (né alcuno, ch'io sappia, l'ha fatto finora) ravvicinarlo a
quel passo presso che eguale della canz. Solea dalla fontana:
Or, lasso, aìeo la mano, e l'arme rendo.
(2) Op. cit., p. 233.
Oiornale storico, XX, fase. 58-59. 7
98 G. A. CESAREO
canzone il Petrarca non si mosse di Parma, come si può rilevare
dalla cronologia comparata del Fracassetti, preposta alla tradu-
zione delle Lettere famigliari e dalle note in calce alle lettere,
le quali a quegli anni si riferiscono. Or bene : fra il sonetto e la
canzone air Italia intercedono, neir ordinamento dato dal poeta
alle poesie volgari, le due canzoni sorelle Se 7 pensier che mi
strugge e Chiare, fresche e dolci acqice, composte evidentemente
0 in Valchiusa o ne' luoghi abitati da Laura. Nella prima in fatti
si trovan di questi versi:
Odil tu, verde riva.
E presta a' miei sospir sì largo volo,
Che sempre ti ridica
Come tu m'eri amica.
Ben sai che sì bel piede
Non toccò terra unquanco,
Come quel, di che già segnata fosti. . .
con quel che segue. E l'altra comincia con la strofe famosa:
Chiare, fresche e dolci acque
Ove le belle membra
Pose colei che sola a me par donna;
Gentil ramo, ove piacque
(Con sospir mi rimembra)
A lei di fare al bel fianco colonna;
Erba e fior che la gonna
Leggiadra ricoverse
Con Tangelico seno;
Aer sacro sereno,
Ov' Amor co' begli occhi il cor m'aperse:
Date udienza insieme
Alle dolenti mie parole estreme.
E più sotto, dopo aver richiamato la leggiadra visione di Laura
bionda, sedente in una gloria di fiori:
Da indi in qua mi piace
Quest^erba si, ch'altrove non ho pace.
su l'ordinamento delle poesie volgari di F. PETRARCA 99
Quest'erba non può esser di certo l'erba di Selvapiana, e d'altra
parte tutti i commentatori s'accordano a riportare la composi-
zione di codesti due componimenti in Provenza, su le rive di
Sorga 0, alla peggio, del Rodano. Dunque è indubitabile che,
collocate tra il sonetto DicesetV anni e la canzone all'Italia, le
sono, cronologicamente, spostate.
XXXVm son. Fonmi ove 'l Sol.
Ha il verso:
Continuando il mio sospir trilustre;
dovrebb' esser dunque del 1342.
XXXTX son. Per mezz' i boschi. XL son. Mille piagge in un giorno.
Narra il poeta in questi due sonetti, i quali par che si riferi-
scano entrambi al viaggio nelle Ardenne, com' e' si trovasse solo
e securo per quelle selve,
Onde vanno a gran rischio uomini ed arme.
Il De Sade gli tenne composti nell'estate del 1333 (1), e a ra-
gione, perchè a punto raccontando quel suo viaggio il poeta in
una lettera di quell'anno, FamU., I, 4, dà gli stessi particolari
che prima avea resi col verso: Arduennam sylvam visu atram
atque horrificam transivi solus et {quod magis (xdmireris)
belli tempore; sed incautos, ut aiunt, Deus adiuvat.
Che il Petrarca fosse stato altra volta, solo e senz'armi, nei
boschi delle Ardenne pieni d'armati, oltre che sarebbe per sé
un caso troppo straordinario, non si rileva da alcun luogo delle
sue 0 delle opere de' suoi glossatori; di modo che riman fuori
di dubbio che quei sonetti sono dell'estate 1333.
XLI son. 0 bella man.
Nel V. L. 3196, a f. 2 1?, questo sonetto è preceduto dalla po-
(1) Op. cit., 1. 1, p. 215 sgg. Gfr. Fracassetti, in trad. Famil., l 4. nota.
100 G. A. CESAREO
stilla : d368. maij 19 veneris nocte concumb. insomnis din tan-
dem surgo. et occurrit hic vetustissìmus ante XXV annos.
Se nell'anno 1368 quel sonetto era antico di più che venticinque
anni, è chiaro che dovè esser composto circa Tanno 1343.
XLII canz. Ben mi credea.
Nel V. L. 3196, a f. 15 r, questa canzone è annotata cosi dal
Petrarca medesimo: Tr" in alia papiro post XXII annos. i368
dominico inter nonam et vesperas 22 Octobr. mutatis et ad-
ditis usque ad comple{mentum) et die lune in vesperis tr'
in ordine membranis. Qui segue la prima strofe della canzone,
dopo la quale è scritto : hoc addo nunc 1368 Jovis post vesperas
octobr. 19, E il rimanente della canzone continua sino alla fine.
Il significato di codeste postille è chiaro a bastanza, e anche
dimostra come sia da intendere in certi casi la sincerità d' un
poeta. Perchè, insomma, non può parer dubbio che quella can-
zone, incominciata del 1346, fu mandata avanti e finita il 19 ot-
tobre 1368, e corretta e trascritta nei giorni seguenti dello stesso
mese. Laura era morta e sepolta da più di vent'anni.
XLin son. Beato in sogno.
La data di questo sonetto è ne' versi:
Cosi vent'anni (grave e lungo affanno!)
Pur lacrime e sospiri e dolor merco:
dunque, 6 aprile 1347.
XLIV son. Qual mio destin.
La seconda quartina si chiude col verso:
E son già ardendo nel vigesim'anno.
Or, poi che il «vigesim'anno » dall' innamoramento del poeta
fu tra il 6 aprile 1346 e il 6 aprile 1347, codesto sonetto dovette
esser composto in giorni più vicini alla prima che alla seconda
su l'ordinamento delle poesie volgari di F. PETRARCA 101
di queste due date: tale è il senso logico e grammaticale (spero
che non bisognino altre dichiarazioni) del verso citato. Io inclino
a credere, per gli accenni della prima quartina, donde appar che
il poeta fosse allora tornato in Provenza:
Qual mio destin, qual forza o qual inganno
Mi riconduce disarmato al campo
Là 've sempre son vinto,
che quel sonetto fosse stato composto a punto cadendo il 1346,
quando il Petrarca di Verona tornò, dopo più anni di lontananza,
in Avignone (1),
XLV son. Real natura.
Il De Sade (2), il Bartoli (3), il D'Ovidio (4), per non citar altri,
riportan, con buoni argomenti, codesto sonetto alla venuta di
Carlo di Lussemburgo, futuro imperatore, in Avignone, che fu
del 1346; e io m' accordo con quegli insigni maestri di critica.
XLVI canz. /' vo pensando.
Fu già notato dal De Nolhac, e si rileva anche dall'Aldina
del 1501, che a punto con questa canzone incomincia, nell' au-
tografo vaticano a f. 53, la seconda parte del Canzoniere. E non a
torto qualcuno osservò, che tanto la canzone quanto i due sonetti
che seguono, come scritti vivendo ancor Laura, avrebber tro-
vato luogo nella prima parte delle rime, se il poeta avesse in-
teso d'ordinarle cronologicamente.
Spetta poi a Adolfo Gaspary il merito d'aver dimostrato, con
un rapido e acuto raffronto tra codesta canzone e l'epistola poe-
tica I, 14, che cosi l'una, come l'altra, furono scritte l'anno della
peste, 1348 (5). Il contesto medesimo di quella poesia, dov'è cosi
(1) Gfr. Fracassetti, Famil., trad., XIII, 4; XX, 7; XXVIII, 7, e note.
(2) Loc. cit., t. II, note XVIII.
(3) St. della leti, it., Firenze, Sansoni, t. VII, p. 266.
(4) Madonna Laura^ nella Nuova Antologia, 1 agosto 1888, p. 402.
(5) Op. cit., pp. 487488.
102 G. A. CESAREO
intensamente rappresentato il terror della morte, che di quei
giorni mieteva amici al poeta e gente in tutta Europa, conferisce
particolar valore alla congettura del professore tedesco.
XLVn son. Aspro core.
La collazione Gasanatense lo conserva (nel V. L. 3196 non
esiste più) con due postille, delle quali Tuna ferma la data della
sua composizione: 1350. Sepf 21 mariis hora 3 die mathei apo-
stoli propter unum quod leggi (cosi) padue in Cantilena ar-
naldj danielis A man prian' fafrancha vor suffers. Di modo
che questo sonetto, per ispirazione d'un luogo d'Arnaldo Daniello,
letto male dal coUazionatore (cfr. Ganello, La Vita e le Opere
del trovatore Arnaldo Daniello^ Halle a. S., Niemeyer, 1883,
p. 114), fu composto dal Petrarca il 21 settembre 1350(1).
XLVm son. Signor mio caro.
La seconda terzina rileva chiaramente Tanno in cui codesto
sonetto fu immaginato e composto:
Un lauro verde, una gentil Colonna,
Quindici l'una, e l'altra diciott'anni
Portato ho in seno, e giammai non mi scinsi.
Il poeta conobbe Laura nel 1327 e il cardinal Colonna nel 1330:
dunque il sonetto è del 1345.
XLIX canz. Che debbo io fari
n V. L. 3196 , a f. 12 r, reca la seguente postilla : tr' in or-
dine aliquot mutatis 1356 Veneris XI noverribr. in vesperis.
1349 nov)emi)r. 28 inter primam et tertiam. videiur nunc
animus ad haec eccpedienda pronus propter sonitia de morte
sennucij et de aurora quae his diebus dixiy et erexerunt ani-
m,um. Cosi che codesta canzone, trascritta di poi TU no-
vembre 1356, era stata composta poco avanti il 28 novembre
(1) n Beccadelli, per errore, lesse 6 settembre. Cfr. Appbl, Z. E., p. 130.
su l'ordinamento delle poesie volgari di F. PETRARCA 103
1349 (f. 13 r), dopo i sonetti Sennuccio mio, hen che doglioso
e solo, e Quand' io veggio dal ciel scender V Aurora (1). Or bene,
nella volgata questi sonetti , non soltanto si trovan dopo la can-
zone su detta, ma anche dopo il son. NelV età sua, composto,
come or ora vedremo, nel 1350.
L son. NeWetà sua.
Che questo sonetto sia stato composto il 6 aprile 1350, è atte-
stato dal suo ultimo verso:
0 che bel morir era oggi è terz'anno!
LI son. Yalle che de' lamenti.
Nessuno, cred'io, può dubitare cbe questo sonetto sia stato
composto in Valchiusa; da che il poeta, volgendosi alla valle, al
fiume Sorga, alle fere e agli augelli de' boschi, all'aria persino,
si lagna:
Ben riconosco in voi l'usate forme,
Non, lasso, in me.
Or il Petrarca, dopo la morte di Laura, non rimise piede in
Provenza, se non cadendo il giugno del 1351 (2); dunque è in-
dubitabile che codesto sonetto ha da esser di poco posteriore a
quella data; anzi sembra a punto, all'angoscioso raffiguramento
de' luoghi noti, ma ahi! tanto diversi, di quell'estate medesima.
E forse a que' giorni voglionsi pur riportare altri componimenti
che seguono; segnatamente i sonetti: Quella per cui con Sorga,
Sento l'aura mia antica e È questo 7 nido.
Ln canz. Standomi un giorno.
Sur un frammento (st. III-VII) di questa canzone, a f. 2t? del
(1) Sennuccio Del Bene morì in Firenze nell'anno 1349. Gfr. Fracassetti,
Cronologia comparata.
(2) Gfr. Fracassetti, in Famil., trad., I, Cronologia comparata, e note
a pp. 177-179; A. Bartoli, Il Petrarca viaggiatore, in Nuova Antologia,
15 agosto 1884, p. 585.
104 G. A. CESAREO
V. L. 3196, è la postilla seguente: 1368. octobr. i3. veneris ante
maV. ne labatur contuli ad cedulam plicsqicam triennio hic
inclusam et eodem die inter primam facem et concubitum
tv' in alia papiro quibusdam etc. Onde si rileva che codeste
stanze, le più e le meglio significanti della canzone, furon com-
poste (quello del V. L. 3196 appare evidentemente un primo
getto) più di tre anni avanti l'ottobre del 1368, vale a dire su'
primi del 1365: e a questo tempo, se anche l'altre stanze furono
aggiunte di poi, è da riportare l'origine del componimento.
LIll ball. Amor quando fioria.
Sul f. 14 r dello scartafaccio si trova accompagnata dalle po-
stille seguenti : 1348. Septembris 1 circa vesperos. E sopra e a
canto a codesta postilla: i356. 7(1) febr. prima face, hoc est
principium unjus plebeie cantionis d.* s.° (2) Amor quandi
teoria. Mia spene, el guidardon di tanta f. etc. alibi scrfpsi
hoc principium, sed non vacat quaerere. E in un angolo a si-
nistra: tr' in ordine, post tot annos. 1368. octóbris 31"" mane
quibusdam etc. Onde si rileva che la ballata, cominciata certo
poco avanti il V settembre 1348, fu qui stesa come « in alia
« papiro » quel giorno, continuata e corretta il 7 febbraio 1356
e riportata sul codice definitivo il 31 ottobre 1368.
LIV son. Tennemi Amor.
La prima quartina tradisce l'anno della composizione di questo
sonetto:
(1) L'Appel, invece di « 7 » (sette) legge « et » (la notazione è quasi la
medesima); ma non bada a un segno di richiamo dal piede della parola
€ febr. » a quel 7, e dimentica che il poeta non notò mai il mese che non
notasse anche il giorno.
(2) 11 cod. Gasanatense legge « d.' d.* »; TUbaldini « d. b. »; TAppel
« d.^ B.° ». Io leggo 4 d.' 8.* » e intenderei dictae supra. In fatti, che nello
stesso scartafaccio dovesse esistere un'altra redazione dello stesso componi-
mento, si rileva dalle parole: alibi scripsi hoc principium^ e dal senso in-
certo d'un' altra postilla a piò di pagina, ora a fatto corrosa. Gfr. Appbl,
Z. E., pp. 98-90.
su L'ORDINAMENTO DELLE POESIE VOLGARI DI F. PETRARCA 105
Tennemi Amor anni ventuno ardendo
Lieto nel foco e nel duol pien di speme;
Poi che Madonna e '1 mio cor seco insieme
Salirò al ciel, dieci altri anni piangendo:
è, dunque, del 1358.
III.
Raccogliendo le sparse fila del nostro ragionamento, a cin-
quantaquattro delle poesie volgari di messer Francesco Petrarca
possiamo apporre date certe o probabili; e la serie di tali date,
secondo la succession delle Rime, è questa a punto (1).
1356
1331
1337
non dopo il 1331
cadendo il 1333
cadendo il 1333
6 aprUe 1334
dopo il 1338
cadendo il 1336
febbraio-marzo 1337
cadendo il 1337
avanti il 1339
natale del 1338
6 aprile 1338
16 novembre 1337
inverno 1336-37
id.
id.
133940
(1) Le rime, in questa tavola, sono ordinate secondo la loro successione
nel V. L. 3195 e nella volgata; benché, nell'antecedente trattazione, il di-
scorso su i tre sonetti contro Babilonia preceda quello su la canzone a' si-
gnori d'Italia, la quale, nel codice autografo, vien dopo quelli.
I.
Voi ch'ascoltate
IL
Gloriosa (Jolonna .
III.
Movesi 'l vecchierel
IV.
Nel dolce tempo
V.
n successor di Carlo
VI.
0 aspettata
VII.
Giovine donna
Vili.
S' Amore e Morte .
IX.
Perch'io t'abbia
X.
Nella siagion .
XI.
Spirto gentil .
XIL
Perch' al viso .
XIII.
La guancia che fu g
XIV.
Padre del ciel.
XV.
Se voi poteste .
XVI.
Del mar tirreno
XVII.
L'aspetto sacro
XVIII.
Ben sapev' io .
XIX.
Per mirar Policleto
gta
06
G. A. CESAREO
XX.
Quando giunse a Simon . 133940
XXI.
S'al principio risponde .
aprile-maggio 1340
XXII.
La bella donna
1337
XXIII.
Piangete donne
inverno 1336-37
XXIV.
Poi che voi ed io .
1342
XXV.
Lasso ben so .
1341
XXVI.
Vinse Annibal.
estate 1333
XXVII.
XXVIII.
XXIX.
L'aspettata vertù
Non veggio ove scampar
Rimansi a dietro .
1356
6 aprile 1342
aprile 1343
XXX.
Una donna più bella
inverno 134041
XXXI.
Quelle pietose rime
cadendo il 1343
XXXII.
Dicesetf anni .
6 aprile 1344
XXXIII.
Amor fortuna .
dopo il 1339
XXXIV.
Italia mia
134445
XXXV.
Fiamma del ciel
1^2
XXXVl.
L'avara Babilonia .
id.
XXXVII.
Fontana di dolore .
id.
XXXVllI
. Ponmi ove 7 Sol .
1342
XXXIX.
Per mezz' i boschi .
estate 1333
XL.
Mille piagge in un giorno
id.
XLI.
0 bella man .
1343
XLII.
Ben mi credea
1346^
XLIII.
Beato in sogno
6 aprile 1347
XLIV.
Qual mio destin
cadendo il 1346
XLV.
Real natura .
1346
XLVI.
r vo pensando
1348
XLVII.
Aspro cor ...
21 sett. 1350
XLVIII.
Signor mio caro
1345
XLIX.
Che debVio far
28 nov. 1349
L.
NelVetà sua . . .
1350
LI.
Valle che de* lamenti
1351
LII.
Standomi un giorno
1365
LUI.
Amor quando fioria
1348^
LIV.
Tennemi Amor
1358
Basta gettare uno sguardo su codeste cifre per accorgersi a
tutta prima come la successione cronologica non debba esser mai
stata nel pensiero del poeta che ordinò le poesie volgari. Certo,
su l'ordinamento delle poesie volgari di F. PETRARCA 107
una progressione di tempo, da' componimenti del '30 a quelli del
'58, si nota; ma come incerta, come trascurata e intermittente!
E, del resto, perchè una tal quale progressione a tratti e a balzi
non apparisse, bisognava proprio che il Petrarca, non solo non
avesse pensato a disporre i suoi versi cronologicamente, ma in
vece si fosse proposto precisamente il contrario. Fuor di questo
caso, assolutamente inammissibile per la sua stessa irragionevo-
lezza, va da se che il poeta, comunque intendesse d'ordinar le
sue rime, cominciasse da quelle dell'età giovine per venire giù
giù fino a quelle dell'età matura, trasponendo, intramezzando,
raggruppando e staccando, senza pensiero alcuno della cronologia,
dove gli paresse più opportuno^ secondo il principio eh' ei prese
a guida del suo riordinamento.
Il qual principio non fu il cronologico. Già s' è visto come di
ogni sorta argomenti contraddicano al concetto della succession
cronologica. Poesie scritte di certo dopo il 1348 si trovano nella
prima parte secondo il V. L. 3195 e l'Aldina del 1501 : cosi due
sonetti dell'aura, due sonetti della bella mano, i tre sonetti contro
la corte d'Avignone, il son. L'aspettata vertù, e in parte la canz.
Ben mi credea, che cominciata a pena del 1346 fu compiuta
nel 1368; senza dir d'altre, come torse dimostreremo più avanti.
E, all'incontro, poesie scritte in vita di Laura si trovano nella
seconda parte: cosi la canzone r vo' pensando; il son. Signor
mio caro e, secondo qualche erudito, anche la canz. Vergine
tella (1). La canz. l^el dolce tempo che, a detta del poeta me-
desimo, fu una delle sue prime Invenzioni, si trova nel V. L.
3195 dopo venti altre poesie; alcune delle quali composte nel
1331, come il son. Gloriosa Colonna; o anche forse nel 1337,
come il son. Movesi H veccUiarel, quando il Petrarca da sette,
dieci anni sospirava e rimava per Laura; le quali tutte vincon,
per il magistero dell'arte, quella cosi ondeggiante, cosi anneb-
(1) Cfr. Appel, Handschriften^ pp. 61-62. Io non m'accordo, come si vedrà
appresso, con l'Appel in tutto ; ma riconosco che quella canzone dovè essere
scritta prima d'altri componimenti della seconda parte del Canzoniere.
108 G. A. CESAREO
biata, cosi discorde, non ostante che dal poeta medesimo fosse
stata rimaneggiata più tardi.
Il son. S' Amore o Morte composto, come s' è dimostrato, dopo
il 1338, precede il son. Perch'io V abbia, scritto a Gapranica
cadendo il 1336; il son. La guancia che fu già, composto il
giorno di natale del 1338, precede il son. Padre del ciel, scritto
otto mesi prima, il 6 aprile dello stesso anno; il madrigale
Perch'ai viso d'Amor, scritto sui primi del *39 o al più nel
'38 (1), precede di parecchi componimenti il son. Se voi poteste,
eh' è del 16 novembre 1337; in fine i tre sonetti. Del mar Tir-
reno, L aspetto sacro, Ben sapev' io, scritti senz' alcun dubbio
durante il viaggio in Italia su la fine del 1336 e sul principio del
1337, sono, come s'è dimostrato, irregolarmente disposti. Ma ciò
sarebbe un nulla se non fosse eh' ei seguono a molta distanza il
son. La guancia che fu già e il son. Padre del ciel, composti
entrambi nel 1338.
Andiamo avanti. I sonetti per Simon Martini composti del 1339-
40 precedono il son. La bella donna, eh 'è probabilmente del 1337
e il son. Piangete donne, che fu scritto sicuramente su lo scorcio
del 1336 0 su i primi del 1337. Il son. Poi che voi ed io, eh' è
probabilmente del 1342, precede il son. Lasso ben so, eh' è del
1341 di certo; e il son. Quella fenestra, che si trova fra l'uno
e l'altro, s'ha da riportare alla primavera del 1340: come alla
primavera del 1340 s' ha da riportare il son. S' al pìHncipio ri-
sponde, che sta avanti a quello d'una ventina di poesie, composte
(1) In fatti il poeta dichiara:
E tornai 'ndietro qaui a meiso il giorao;
vale a dire era su' trentacinque anni. Né il Petrarca era uomo da confessar
più anni che in realtà non avesse; egli che schiettamente s'accusava: Etsi
nunquam quod mihi sim conscius de aetate mentitus ipse mea sitn, si
quando tamen, quod persaepe accidit, juniorem me aliquis diceret, deleo
tabar; si quis vero^ quod rarum fuit, seniorem faceret , hoc mendacio
tacitus irascebar: et si quando, vel acriori ittdicio, vel casu aliquo, quiS'
quam verum meorum numerum diaissct annorum, ventate ipsa offensus
et admirans quasi me proditum eaittimabam (Famil., VI, 3).
su l'ordinamento delle poesie volgari di F. PETRARCA 109
anche del '36, del '37, del '42, quando tutte avrebbero a essere
della primavera medesima.
In ogni modo, siamo già al 1341 ; quand'ecco che il son. Vinse
Annibal ci riporta a dietro d'otto anni, al 1333; e subito dopo
il son. V aspettata vertù ci sbalza avanti di ventitré anni, al
1356. Di qual tempo saranno i componimenti che intercedono?
Di nuovo ci troviamo su la via cronologica col son. iVon veggio
ove scampar del 6 aprile 1342 e col son. Rimansi a dietro del-
l' aprile 1343 ; ma la canzone che segue. Una donna più bella,
è quasi sicuramente del 1340-41. Il son. Dicesett'anni è irrecu-
sabilmente del 6 aprile 1344, e la canzone Italia mia, dell'in-
verno 1344-45: e poi che nello spazio di tempo che intercede
fra codeste due date il Petrarca restò sempre in Parma, anche
in Parma, secondo la disposizion cronologica, dovrebbero essere
state composte le rime intermedie; fra le quali le due canzoni:
Se 7 pensier che mi strugge e Chiare, fresche e dolci acque,
che respiran per ogni verso la freschezza dell'acque e la fra-
granza de' boschi e la spiritale amorosa dolcezza de' luoghi ove
il poeta amò Laura e compose di certo quelle sue vaghissime
stanze.
I sonetti contro la corte d'Avignone sono, come ho dimostrato,
del 1352 0 giù di li; il son. Ponmi ove H sol è del 1342: in
qual tempo saranno state composte le poesie che intercedono
fra i sonetti satirici e il sonetto amoroso? In qual tempo quelli
che stanno fra codesti sonetti e i due che seguono a gran di-
stanza. Per m£zzo i boschi e Mille piagge in un giorno, scritti
nell'estate del 1333?
II son. Beato in sogno è del 6 aprile 1347 ; il son . Qual mio
destin pare scritto, se bene si trova assai dopo, su lo scorcio del
1346: e le composizioni intermedie a qual anno si riporteranno?
E il son. Real natura come può egli trovarsi tanto più presso
alla fine, se fu pure composto nel 1346?
Che dire del son. Signor mio caro, il quale, composto, per
attestazione del poeta, nel 1345, vien dopo sonetti e canzoni del
'46, del '47, del '48, del '52, del '56 e persino del '68?
110 G. A. CESAREO
Ma lasciamo andare; e veniamo alle Rime in morte di Laura.
La canz. Che deWio far, se bene compiuta, per testimonianza
del poeta, dopo i sonetti Sennuccio mio e QuaruV io veggio dal
ciel, si trova avanti; ed è del 28 novembre 1349. E avanti a quei
due sonetti, pur essi del 1349, si trova il son. NelVetà sua, ch'è
del 1350. In vece la canz. Amor, se vuoi e il son. V ardente
nodo, che per la chiara allusione a quell'altro amore, onde si
lagna il Petrarca nel sonetto estravagante ad Antonio da Ferrara,
^Antonio, cosa ha fatto la tua terra, si debbono riportare al
giugno del 1350 (1), trovansi collocati avanti il son. NelVetà sica,
che fu composto il 6 aprile dello stesso anno.
Ancora : il son. Sennuccio mio fu scritto, come s'è dimostrato,
nel 1349. Dal novembre 1347 al giugno '51 il poeta dimorò sempre
lontano a Valchiusa e alla Provenza. Cosi che, secondo l'ordine
cronologico, tutti i componimenti in morte di Laura che prece-
dono il sonetto di Sennuccio, dovrebbero apparire composti in
Italia. In vece, per non citar altro, il son. Quante fiate ha queste
terzine onde si rileva che fu scritto in Valchiusa :
Or in forma di ninfa o d'altra diva,
Che del più chiaro fondo di Sorga esca,
E pongasi a seder in su la riva;
Or l'ho veduta su per l'erba fresca
Calcar i fior com' una donna viva,
Mostrando in vista che di me le *ncresca.
(1) Il sonetto ad Antonio de' Beccari da Ferrara, attribuito al Petrarca
da molti codici, fu dato in luce dal Melchiorre e ristampato dal Fracas-
SETTI, Famil, III, p. 185. Per la data cfr. la postilla a f. 12r del V. L.
3196 : Transcript' in alia papiro 1351 Aprii. 20 sero prò me scilicet prò
Bastardino , at (autem lesse il Daniello) prius 1350. mercur. 9 Junij.
post vesperos. voluj incipere sed vocor ad cenam. proximo mane prosegui
cepi. hanc transcripsi et correxi. et dedj Bastardino. 1351. die Sabati
XXV mart. mane rescribo iterum. Rescripsi iam XX Vili"* martij mane
et illam etiam {et lesse 1' Appel , che non vide la linea orizzontale su l' et
= 7) sibi dedi. Questa postilla, come si pub arguire dalle date, fu scritta
a più riprese; ma in somma viene a dire che il 9 giugno 1350 il poeta ri-
copiò, da abbozzi sparsi, su quel foglio dello scartafaccio, una canzone com-
posta allora ; e che la corresse e trascrisse 1' anno seguente sur un altro
foglio, prima di riportarla sul codice definitivo.
su l'ordinamento delle poesie volgari di F. PETRARCA 111
E chi ci assicura che altre poesie, le quali si trovano attorno a
questa non siano state immaginate e composte pure in Valchiusa,
vale a dire dopo il giugno del 1351 ? Noi non possiamo sorprender,
per cosi dire, V anacronismo, se non dove un indizio ce lo riveli ;
ma quando alla prova dei fatti ci siamo dovuti convincere che
l'anacronismo è frequente, abbiamo il diritto di sospettarlo anche
in molti luoghi che non offrono indizio. Possibile che la trascu-
ranza della succession cronologica sia solo in quei componimenti
dov'ella si potè mettere in chiaro?
Un gruppo di rime, le quali incominciano col sonetto Valle
che de' lamenti e vanno avanti, non senza qualche intermittenza
0 trasposizione, fino al sonetto È questo 7 nidOy appar composto
indubbiamente in Valchiusa, dove il Petrarca tornò su la fine
del giugno 1351 e rimase fino a tutto l'aprile 1353. Or bene, la
ballata Amor quando fìoria vien dopo codesto gruppo di rime,
vien dopo la canz. Standomi un giorno, eh' è del 1365 : e pure
quella ballata fu immaginata e composta nel 1348; se bene com-
piuta 0 corretta più tardi. Si può opporre: il Petrarca segnava
la data del giorno in cui aveva data l'ultima mano all'opera
sua. Sta bene: allora la canz. Ben mi credea andava in fondo
alla raccolta, perchè fu terminata il 22 ottobre 1368.
Tanta copia di prove dovrebbe, io credo, bastare a distrug-
gere il preconcetto dell'ordinamento cronologico nelle poesie vol-
gari ; ma, con un po' di pazienza, altre se ne potrebbero tirar
fuori, se bene di minor peso. Ma una a me par più luminosa
di tutte; e voglio recarla in mezzo.
Il Petrarca vide Laura l'ultima volta su lo scorcio del 1347;
giacché il 20 novembre di quell'anno riparti dalla Francia (1),
per non tornarvi se non nel 1351, tre anni dopo la morte della
sua donna. Laura mori il 6 aprile 1348, l'anno della peste ; e il
Petrarca ebbe l'inaspettata notizia per lettere del suo Ludovico,
in Parma : ciò a punto egli attesta in una postilla, ormai tenuta
autografa dalla più parte degli eruditi , sul codice ambrosiano
(1) Cfr. Fracassetti, Famil., trad., VII, 1, 5, 7 e note.
112 G. A. CESAREO
delle opere di Vergilio : Laurea, propriis virtutibus illustris et
meis longum celebrata carminibus, primum oculis meis ap-
paruit sub primum adolescentiae m£ae tempus, anno Domini
MCCCXXVIJy die vj mensis Aprilis in Ecclesia Sanctae Clarae
Avìnioni ìiora m^atutina: et in eadem civitntey eodem m^ense
Aprilis, eodem die sexto, eadem hora prima, anno autem
Domini MCCCXLVIII, ab hac Itcce lux illa subtracta est,
cum ego forte Veronae essem, heu fati mei nescius !
Fermiamoci qui : fati mei nescius. Dunque il poeta non so-
spettava punto che Laura potesse esser vicina a morire ; anzi
forse in quei giorni, lavorando su la canz. r vo pensando, egli
accusava la donna sua di crudeltà e d'orgoglio:
Quella che sol per farmi morir nacque,
Perch'a me troppo ed a sé stessa piacque.
Oh certo, se il poeta avesse potuto immaginare che la sua Laura
di li a qualche giorno sarebbe stata sotterra, non ostante il for-
mulario dell'amore cavalleresco e platonico al tempo suo, ei non
avrebbe avuto cuore di rammaricarsi cosi duramente! D'altra
parte, comò avrebbe fatto il poeta a indovinar che Madonna era
vicina a morte, s' ella, com' è ora accertato, fu cólta dalla pèste,
che durante quell'anno imperversò per tutta l'Europa?
Francesco D'Ovidio dimostrò, con vigore erudito d'argomenta-
zioni, come non possa mettersi in dubbio che la Laura del
Petrarca morisse di pèste. « Che poi Laura, dice il critico napo-
« letano, morisse di pèste, come già s'argomenterebbe dall'essere
« stata seppellita ipso die mortis, è espressamente chiarito nella
4( canzone Standomi un giorno, ove una repente tempesta orien-
« tale si leva ad affondare la nave della vita di Laura. Anche in
« una delle epistole famigliari (Vili, 3) il Petrarca dice, con altret-
« tanto chiara allegoria, che il suo già cosi verde lauro era per
« forza di subitanea tempesta inaridito (vi repentinae tempestatis
« exaruit). Anzi, poiché ivi stesso unisce nel rimpianto la sua
« donna e il suo padrone, il cardinal Colonna, morto circa tre
« mesi dopo di lei, come già nell' affetto li aveva uniti viventi
su l'ordinamento delle poesie volgari di F. PETRARCA 113
« (nel sonetto Signor mio caro, scritto il 1345), s'avrebbe da ciò
« una cotal conferma circa la natura della morte di Laura, nel
« caso che il cardinale fosse morto di pèste. Sennonché guest' ul-
« tinia cosa è stata bensì generalmente affermata, ed è in sé pro-
« babìlissima, ma dimostrata non fu da alcuno; eppoi, bastava la
« quasi contemporaneità delle due morti per indurre il Petrarca
« a unificarle nel suo pensiero, prescindendo dalla identità o di-
« versila del morbo che le aveva prodotte » (1).
In fatti, anche nelle poesie volgari il poeta si lagna e, vorrei
dire, s'accusa di non aver presagita la sorte di Laura. Cosi nel
son. 0 giorno, o ora:
Or conosco i miei danni, or mi risento:
Gh' i' credeva (ahi credenze vane e 'nferme !)
Perder parte, non tutto al dipartirme . . .
Ma 'nnanzi agli occhi m'era posto un velo,
Che mi fea non veder quel eh' i' vedea.
Per far mia vita subito più trista.
Cosi nel son. Quel vago dolce:
Intelletto veloce più che pardo.
Pigro in antiveder i dolor tuoi.
Come non vedestu negli occhi suoi
Quel che ved' ora, ond' io mi struggo ed ardo ?
vale a dire i segni della prossima morte. E potrei andare avanti
per un bel po', se gli esempi già addotti non dovesser bastare a
vincere qualunque dubbiezza.
È dunque presso che certo la Laura esser morta di pèste; é
certissimo poi il Petrarca non aver avuto alcun indizio, alcun
sentore del fato di lei, se non dopo ch'ella fu morta, e il poeta
viveva inconsapevole in Verona ed in Parma. Or bene : ecco che
una decina di sonetti in coda alla prima parte delle poesie vol-
(1) Madonna Laura, in Nuova Antologia, loc. cit., p. 220.
Giornale storico, XX, fase. 58-59.
il4 G. A. CESAREO
gari, posposti al son. Beato in sogno del 6 aprile 1347, contengon
tutti accenni precisi alla fine di Laura. Il son. Chi vuol veder
ammonisce che, se alcuno vuol veder Laura, venga,
E venga tosto, perchè Morte fura
Sempre i migliori, e lascia star i rei:
Questa, aspettata al regno degli Dei,
Cosa bella mortai passa e non dura.
Vedrà, s'arriva, a tempo ogni virtute . . .
Ma se più tarda, avrà da pianger sempre.
Nel son. Qual paura hOy si conchiude col terzetto:
Così in dubbio lasciai la vita mia:
Or tristi augurii e sogni e pensier negri
Mi danno assalto; e piaccia a Dio che 'n vano.
In sogno appar Laura al suo poeta nel son. Solea lontano^ e
gli dice espressamente:
r non tei potei dir allor né volli,
Or tei dico per cosa esperta e vera:
Non sperar di vedermi in terra mai.
Il poeta ha persin la netta visione della morte di Laura nel
son. 0 misera ed orriMl.
È dunque ver che 'nnanzi tempo spenta
Sia l'alma luce che suol far contenta
Mia vita . . .?
Ma com'è che sì gran romor non sone
Per altri messi, o per lei stessa il senta?
Si badi a queste parole : non è che il poeta avesse notizie di-
rette 0 indirette di Laura, no; è proprio l'anima sua profetica,
come dirà più tardi Amleto, che gli annunzia l'immensa sven-
tura. E, senza soffermarci su altri sonetti intermedi di minore
importanza, riportiamo il son. r pur ascolto:
su l'ordinamento delle poesie volgari di F. PETRARCA 115
r pur ascolto, e non odo novella
Della dolce ed amata mia nemica,
Né so che me ne pensi o che mi dica;
Sì '1 cor tema e speranza mi puntella.
Nocque ad alcuna già l'esser si bella:
Questa più d'altra è bella e più pudica:
Forse vuol Dio tal di virtute amica
Torre alla terra, e 'n ciel farne una stella.
Anzi un sole: e se questo è, la mia vita,
I miei corti riposi e i lunghi affanni
Son giunti al fine. 0 dura dipartita,
Perchè lontan m'hai fatto da' miei danni?
La mia favola breve è già compita,
E fornito il mio tempo a mezzo gli anni.
Qui la notizia della morte si dà a dirittura per certa. E l'a-
cuto lettore avrà potuto osservare e ammirare, ne' sonetti che
a mano a mano si son venuti citando, una sottil progressione
psicologica di quel sentimento pauroso della morte di Laura:
prima un vago sospetto, poi il dubbio angoscioso, poi 1 neri e
tristi presagi, poi l' avviso in sogno, poi la visione intera, in fine
la certezza amara e irrimediabile della sciagura. Come diavol
mai potè avere il Petrarca, lontano dall'amata e senza notizie,
una tal successione crescente di ambascia e di costernazione, e
potè rappresentarla con tanta diligenza di particolari affettivi e
fantastici ?
Racconta Filostrato nella Vita d'Apollonio di Tiana come l'il-
lustre filosofo un giorno, mentre dissertava ne' giardini d'Efeso,
d'improvviso s'interrompesse e, guardando a terra con le pupille
sbarrate, gridasse: — Colpisci il tiranno. — E in quell'istesso
momento, l'imperatore Domiziano veniva ucciso in Roma. E il
Matter nella Vita dello Swedenborg riferisce, come il veggente
svedese seguisse da Gothenburg, a tante leghe di distanza, le
peripezie d'un incendio scoppiato a Stoccolma. S'ha dunque da
credere che il nostro messer Francesco avesse il dono della se-
conda vista? La sarebbe un po' forte per gente che tratta l'este-
tica come una malattia dello spirito. 0 dunque? Dunque i famosi
116 O. A. CESAREO
sonetti furon composti quando il poeta aveva avuto tutto il tempo
di mettere in sodo la novella della morte di Laura, vale a dire
dopo l'aprile del 1348. Sono un'abile e, in certo senso, sincera
esercitazione di psicologia amorosa; tal quale per altro avrebbe
potuto farla il poeta, se avesse saputo a tempo del morbo che
doveva rapirgli l'amica. Né il caso deve far meraviglia in un
rimatore che, a circa sessant'anni, quando Laura era già morta
da un pezzo, ripigliava, mandava avanti e compiva de* versi d'a-
more cominciati, più di vent'anni prima, per Laura viva.
A ogni modo, se la nostra argomentazione non falla, i sonetti
de' presagi sono anch'essi, secondo il principio cronologico, fuori
di luogo; e si traggon dietro una schiera di composizioni, alle
quali è difficile assegnare una data, e che posson essere state
disposte qua e là dal poeta secondo un criterio diverso dal
cronologico.
Ma per che ragione stimò necessario il Petrarca d'aggiunger
dopo, alle Rime della prima parte, i sonetti de'presagif E qual
criterio potè servirgli di norma per l'ordinamento delle poesie
volgari ?
IV.
La ricerca del criterio, secondo il quale dal poeta furon di-
sposte le poesie volgari, non può aver quel carattere di deter-
minatezza, che deriva soltanto dalla luce de'documenti e de' fatti.
Il Petrarca non lasciò detto come e perchè ordinasse a quel
modo le sue poesie ; anzi e' è più d' un indizio per ritenere che,
se una legge ei si prefisse, non si fece scrupolo a quando a
quando di violarla, sia per accrescere la raccolta d'un qualche
componimento condannato da prima e poi rimaneggiato ed as-
solto; sia per far luogo a componimenti i quali, secondo quella
legge, andavano esclusi; sia per ragioni a fatto particolari, che
a nessuno è dato d'indagare e d'intendere.
Anche si sa che il Petrarca, se bene in fondo si tenesse dei
su l'ordinamento delle poesie volgari di F. PETRARCA 117
Tersi italiani per la fama che gli procuravano (come si può rile-
vare dalla lettera al Malatesta, Senil., XIII, 10), si die sempre
un po' l'aria di trascurarli al confronto dell'altre sue opere più
faticose e solenni; e non ne parla altrimenti che come d'inezie:
de vulgaribus meis paucìs, in SemL,Y,2; nugellas meas vul-
gares, in Senil, XIII, 10; Rerum vulgarium fragmenia, nel
codice autografo. E non a torto si può sospettare che il Petrarca
considerasse le Rime quasi frammenti d'un lavoro più vasto in
lingua volgare, ch'egli forse avrebbe compiuto, se non fosse stato
sempre tanto persuaso dell'eccellenza e della bontà del latino (1).
Or se il Petrarca nell'ordinamento delle lettere in prosa, alle
quali attribuiva tanta importanza, non potè in tutto e per tutto
seguire il prestabilito principio della cronologia, che dovremo
pensar delle poesie volgari, opera per sé stessa frammentaria;
che non richiedeva una rigorosa osservanza di qualsivoglia prin-
cipio; che non era tenuta dal suo autore nel conto dell'altre
opere?
Questo per dire, che la ricerca del criterio a cui s'attenne il
Petrarca ordinando le Rime va intesa in senso un po' largo;
giacche noi stessi siamo persuasi che il poeta , se si fece una
legge, mantenne anche il diritto d'eluderla, quando un'altra con-
venienza glielo consigliasse.
Salta subito agli occhi che, mentre nella prima parte del Can-
zoniere son intercalate rime eroiche come la canz. Spirto gentil^
i sonetti a Orso, il son. Vinse Annibal, il son. L'aspettata vertu
e altri; o ammonitlve e incitative come il son. Il successor di
Carlo e la canz. 0 aspettata in del; o civili come la canzone
all' Italia ; o satiriche come i sonetti contro Avignone, nella se-
conda parte son tutte rime d'argomento morale, religioso e fu-
nereo. Noi ci siamo ingegnati di dimostrare come alcune rime
(1; 11 De Nolhac nel suo Canzoniere autographe, loc. cit., p. 28, afferma
che il Petrarca scrisse di ciò a Giovanni Boccaccio. È possibile; ma la
citazione del De Nolhac intanto è sbagliata; e a me non è riuscito di trovar
nulla di simile nella lettera del poeta al suo amico novellatore.
Ì18 G. A. CESAREO
della prima parte, d'argomento amoroso e non amoroso, si deb-
bano riportare a dopo il 1348; ora poi domandiamo se può parer
verisimile che realmente il poeta dopo il 1348 non iscrivesse
altri versi italiani che malinconici o mistici, e negasse d'un tratto
la lode in volgare a tutt'i suoi amici re, principi, capitani e pre-
lati, che esaltava eloquentemente in latino con le lettere in prosa,
con l'epistole in versi, con Teologhe, con le dedicatorie e i ri-
chiami degli altri scritti.
Se ciò non accadde, e se valgon gli argomenti recati avanti
per dimostrare come alcune rime della prima parte furon com-
poste dopo il 1348, bisogna pur concedere che il Petrarca, rele-
gando tutte, proprio tutte le rime eroiche, civili, ammonitive,
incitative e satiriche avanti la canz. r vo pensando, avesse un
intendimento. E codesto intendimento non potè esser altro, che
quello di separar nettamente le rime che si riferiscono a cose
terrene, come l'amor de' sensi, il valore guerresco, la gloria delle
lettere e dell'armi, l'infamia e lo sdegno, da quelle che si rife-
riscono a cose celesti, come l'amore spirituale, il pentimento, la
morte, la Vergine e Dio.
Non è qui il caso di rifare la storia dell' anima del Pe-
trarca, eh' è già stata narrata, e spesso insuperabilmente, dal
De Sanctis, dal Bartoli e dal Gaspary; ma tutti sanno oramai
come l'interna contraddizione più acuta dell'insigne poeta fosse
tra la carne che cercava il piacere mondano, e l'intelletto che
anelava spasimando al conforto religioso; tra il bisogno dell'amore,
della 'gloria, di tutte le passioni terrene, e il desiderio di Dio.
Lo spirito del poeta era come un uccello che batte l'ali per
uscire di gabbia e volar verso il cielo; ma urtando alle stecche
di ferro, ricade stanco e ammaccato.
Forse nell'anno 1348, l'anno terribile della pestilenza, credè il
poeta, stupefatto e smarrito per la morte di Laura e d'alcuni
fra' suoi più cari amici, di poter liberarsi finalmente da' legami
terrestri, e darsi per sempre a' più casti pensieri dell'eterna
beatitudine. Io veramente sospetto, senza osar d'affermarlo, che
non soltanto la canz. Vvo pensando, ma anche l'altra Vergine
su l'ordinamento delle poesie volgari di F. PETRARCA 119
bella sia stata immaginata e composta quell'anno medesimo, con
l'ultima epistola in versi del 1. 1; eguale è'I tòno de'tre compo-
nimenti, eguale è la posizion dello spirito, eguale è persino il
materiale fantastico e rettorico (1).
(1) Cosi nelle due canzoni come nell'epistola, il poeta, per la paura della
morte vicina , si dimostra invaso da una smania quasi angosciosa di penti-
mento ; e si raccomanda ora a Dio , ora alla Vergine , perchè lo scampino
dal peccato e dalla perdizione. Così nella canz. 7' vo pensando è detto:
Ma temenza m'accora
Per gli altrui esempi; e del mio stato tremo;
Ch'altri mi sprona, e son forse all'estremo.
E nell'Epist. 1, 14:
Si noscis mors cuncta facit, solet illa venire
Jmprovisa . . .
E nella canz. Vergine bella:
Mortai bellezza, atti e parole m'hanno
Tutta ingombrata l'alma.
Vergine sacra ed alma,
Non tardar, oh' i' son forse all' ultim' anno.
Anche nella canz. F vo pensando il poeta si rivolge a Dio supplicandolo:
E nell'Epistola:
Tu che dagli altri, che 'n diversi modi
Legano '1 mondo, in tutto mi disciogli,
Signor mio, che non togli
Ornai dal volto mìo questa vergogna?
Quis me de faucibus hostis
Ertpiatf Quis me mortali carcere raptum
Restituat caelo ? Quis rectum monstret ad astra
Inter tot laqueos, tam multa per invia caUeml
E nella canz. Vergine bella:
Vergine d'alti sensi,
Tu vedi il tutto; e quel che non potea
Far altri, è nulla alla tua gran virtute.
Por fine al mio dolore;
Che a te onore ed a me fia salute.
Il contrasto interno del poeta ha nome ài guerra nella canz. V vo pensando:
Quando novellamente io venni in terra
A soffrir l'aspra guerra
Che 'ncontra a me medesmo seppi ordire ;
e di guerra nella canz. Vergine bella:
120 G. A. CESAREO
Passato quel primo momento di paura e di fervor mistico, il
Petrarca non dirò che tornasse 1' uomo di prima , ma né pure
si die tutto a' pensieri ascetici, come qualcuno potrebbe credere.
Soccorri alla mia guerra.
La paura e l'affanno del conflitto non s'acqueta se non al pensiero della
morte nella canz. 7' vo pensando:
CanzoD, qui sono; ed ho *1 cor ria più freddo
Della panra, che gelata neve.
Sentendomi perir senz*alcan dabbio;
Che par deliberando, ho volto al sabbio
Gran parte ornai della mia tela breve:
Né mai peso fa greve
Qaanto quel eh' i* sostengo in tale stato;
Che con la morte a lato
Cerco del viver mio novo consiglio,
E veggio *1 meglio ed al peggior m'appiglio.
E il medesimo è nell'Epistola:
Scupé 0go perinetutnSf atùmamqué ampkxtu tturttm
Cogito ti qua via est mediai auferre per aettut
Corporetuqite unda tachrymarum extinguere Jtammat,
Sed reiinet mundus, Irahit imperiosa voluptas
Funestisqtie ligat nodit violentior ustts.
Sic teneor muUumque /Uà, meque ipse frequentar
Percontor, quid va)i« paras f quo pergere tendit
Ah miseri aut quo nam tantis anfraeUòtu ire
Poti» putasf moriere quidem . . .
E il medesimo anche nella canz. Vergine bella:
li di s'appressa, e non pot« esser longe;
Sì corre il tempo e vola,
Vergine unica e sola ;
E '1 cor or coscienza or morte pange.
Altri raffronti si potrebbero stabilire, di frasi, di locuzioni, d'immagini, che
non ìsfuggiranno certo al sagace lettore, se a pena rilegga que' tre compo-
nimenti. E poiché mi cade in acconcio, anche mi piace rilevar qui una so-
miglianza , sfuggita agli studiosi, e che reca luce su la questione. La mossa
della canzone:
I' TO pensando e nel pensier m'assale
Una pietà si forte di me stesso,
Che mi conduce spesso
Ad altro lacrimar eh* i* non solerà,
si ritrova tal quale nella Famil.y Vili, 7, del 1348: h£u mi frater optinie^
piget ea intimisi oc miseret me tnei. Si vegga anche il tremebondo desi-
derio della morte cosi nella lettera come nella canzone.
su l'ordinamento delle poesie volgari di F. PETRARCA 121
In quello stesso anno probabilmente, come s' è visto, avea già
volto l'animo a un nuovo amore; di li a non molto anche lodava
le gesto del suo amico Pandolfo, e saettava d'invettive terribili
la corte avignonese. Ma nel corpo delle poesie volgari par che
si studiasse, per amore della progression psicologica e morale,
di nascondere d'allora in poi qualunque rivolta e qualunque
vittoria della sua parte umana contro la parte spirituale: di fatto,
nelle rime dette in morte di Laura, il poeta si mostra sempre
tutto raccolto in meditazioni di preghiera e di morte, tutto in-
tento alla perfezione celeste. E un tal proponimento è posto a
effetto con tanto scrupolo, che chi ravvicini le rime in morte di
Laura al carteggio e a' versi latini scritti in quel torno, non
riesce quasi a raffigurare nel melanconico e pio poeta dell'une,
il caldo, eloquente, battagliero agitatore e ammonitore degli
altri. Forse a punto per questo la seconda parte delle Rime
volle conchiusa il poeta con la canz. Vergine bella, un componi-
mento a fatto religioso e morale.
Un altro principio costante, e non da vero casuale, nella di-
sposizione delle Rime, sta nel raggruppamento di quelle che si
riferiscono a uno stesso avvenimento, a una stessa impressione, in
somma a uno stesso stato d'animo del poeta. Di fatto si trovano
assieme tra loro le rime per la Crociata, quelle per Simon Martini,
le due canzoni del fiume, i sonetti delle Ardenne, i sonetti del
viaggio a Roma, i sonetti a rime eguali dell'arrivo e della par-
tenza di Laura {Quando dal proprio sito, Ma poi che 'l dolce
riso, Il figliuol di Latona\ i sonetti del guanto, i sonetti de'
presagi, i sonetti contro Avignone, e via seguitando. Forse qua
e là qualche strappo a codesto principio si troverebbe: come
ho detto, il Petrarca non sopportava l'eccessivo rigor d'una
legge, anche fatta da lui; ma tutti gli esempi citati bastan, credo,
a provare come la legge fosse: e, in questo caso, l'intendimento
del poeta fu d'armonia estetica e psicologica; forse gli parve, e
a ragione, che i componimenti ispirati da una stessa occasione,
si sarebber, vicini, rilumeggiati e rilevati a vicenda, e ciascuno
avrebbe guadagnato in bellezza e in efficacia.
122 G. A. CESAREO
Non senza cura studiosa sembran anche disposti il prologo e
l'epilogo, non soltanto di tutto il Canzoniere, ma e di ciascuna
delle due parti di esso. Il son. Fo2 c/i' a^co/Zate si capisce che fu
immaginato quando gran parte del Canzoniere era già stato com-
posto; ma pure i tre o quattro sonetti seguenti sembran méssi
li quasi per avviare una storia d'amore. In que' componimenti
si contengono le notizie generali : la cagione dell' innamora-
mento (son. II) e la data di esso (son. Ili); la patria (son. IV)
e il nome dell'amata (son. V): ora a me non par verisimile che
un uomo ami davvero cosi ordinatamente, com*ei farebbe rac«
contando una storia d' amore; e il pensiero di premetter quei
dati di fatto alle sue dichiarazioni galanti non può venirgli, se
non quando, in un posterior periodo dell'amore, ei consideri i
suoi versi a fatto oggettivamente, a fatto esteticamente, come
opera d'arte e non come mozzo di persuasione amorosa. L'in-
namorato non ha alcun bisogno di cominciare a raccontare alla
sua amica il come, il quando e il perchè dell'amore, e il nome
e la patria di lei: codesto è un bisogno del poeta, il quale ri-
tornando dopo alcuni anni su' suoi versi d'amore, eh' ei vuol dare
in pubblico, teme che a punto il pubblico non possa gustar bene
l'opera d'arte senza un po' di notizie preliminari. Anche il son.
Arbor vittoriosa con cui si chiude la prima parte delle Rime
secondo l'autografo e l'aldina del 1501, pare, ben che meno evi-
dente, una conclusione voluta: vi son tutte riepilogate le lodi
della bellezza e della virtù di Laura viva, che furon solo argo-
mento a' versi d'amore di tutta la prima parte. Si può forse
opporre che molti altri componimenti del Canzoniere hanno a
a un di presso il contenuto medesimo; e sta bene: ma non è
forse per caso che a punto un di codesti componimenti compen-
diosi, e non un componimento occasionale di lode o di dispetto,
fu collocato sul limite estremo della raccolta di rime in vita di
Madonna Laura.
Che le due famose canzoni V va pensando e Vergine bella
fossero state elette con opportuna significazione, quella ad aprire,
questa a conchiudere la seconda parte delle poesie volgari, ove
su l'ordinamento delle poesie volgari di F. PETRARCA 123
l'ascensione amorosa dell'anima al Cielo è cercata rappresentare,
a punto come nella prima il tumulto de' sensi, non parmi che
possa parer dubbio ad alcuno. E non mi fermo su questo luogo
se non per domandare come mai possan trovarsi, dopo la canzone
introduttiva alla seconda parte, que' due sonetti Aspro core e
selvaggio e Signor mio caro, i soli in tutta la raccolta, i quali
contrastino con quello studio d'una certa unità quasi di poema,
determinata particolarmente nei prologhi e negli epiloghi, che
si riscontra per tutto il volume. Sarà stato un capriccio? un
errore di trascrizione? una convenienza materiale che a noi
riesce troppo oscura e lontana? Io non ne so nulla.
La prova più diretta d'una meditata progression psicologica
nelle poesie volgari sono i sonetti che denominammo de' presagi.
I fatti eran questi: il poeta, partito sul cadere del 1347 da
Avignone, non aveva più novelle di Laura, e girava tranquilla-
mente per r Italia settentrionale, quando a Parma, il 19 maggio
1348, gli giunse l'inaspettato avviso che Laura era morta.
Tutto ciò poteva stare nella realtà; ma nell'architettura del
Canzoniere era un altro paio di maniche. Come passare improv-
visamente, mettiamo, dal luminoso son. Due rose fresche al fu-
nereo Oimè il bel visoì Poteva il lettore inconsapevole ricostruir
tutto il dramma che intercedeva fra quei due componimenti? E
lo stacco non sarebbe stato, rispetto all' arte, troppo violento e
irragionevole?
Forse dopo tali considerazioni venne al poeta l'idea di pre-
parar l'animo de' lettori con lo sgomento, a mano a mano più
vicino, della catastrofe; e per dissimulare abilmente quell'arti-
fizio, finse d' averne avuta egli stesso l' anticipata visione : di qui
que' mirabili sonetti de' presagi, ne' quali l'effetto estetico è me-
ravigliosamente prodotto a punto dalla progression psicologica
dell'oscuro terrore che, giunto al colmo, offre agevole il pas-
saggio agli scritti di dolore e di morte della seconda parte delle
poesie volgari.
Si vorrebbe anche esaminare, tenendo conto di queste osser-
vazioni, il carattere generale del Canzoniere, per farsi un'idea
124 G. A. CESAREO
giusta di quel che il poeta intendesse di rappresentare neir im-
mortale raccolta; ma non è qui il luogo da risolvere cosi spi-
nosa questione, a cui tante altre questioni minori si ricollegano.
A noi basti d'aver provato, che le poesie volgari non furon
disposte secondo il principio cronologico; anzi, a tutti 'i segni,
secondo un principio estetico e psicologico.
G. Alfredo Cesareo.
VAR I E T À
IL PROBABILE FALSIFICATORE
DELLA
GÌTT-A-ESTIO I> E -A.QXJ-A- ET TEI^R-A.
I.
Curiosa invero la storia del trattatello De aqua et terra!
In sul principio del 1320 Dante si trova, non si sa come, in
Mantova, ove sorge una disputa intorno alla posizione de' due
elementi, Tacqua e la terra, pretendendo alcuni che l'acqua fosse
in qualche parte della sua sfera più alta della terra emergente.
Dante invece crede che la terra sia sempre più elevata della su-
perficie del mare, e sa per quali motivi avvenga tale emersione.
Egli ne discute, ma tuttavia la questione «indeterminata restabat»,
onde l'altero poeta, educato alla verità sin dall'infanzia, non tol-
lera che vi sian dubbi in proposito, e si propone di risolvere il
quesito definitivamente (1). Si direbbe che dovesse risolverlo in
Mantova, dove se n'era discusso; ma no. Per cause misteriose
va a tener la sua conclone in Verona, « in sacello Helenae glo-
« riosae, coram universo clero veronensi », il 20 genn. di quel-
l'anno 1320 (2). Si crederebbe che di quella disputa solenne do-
vesse rimanere ricordo presso i contemporanei e che qualcuno
(1) « Unde quum in amore veritatis a pueritia mea continue sim nutritus,
€ non sostinui quaestionem praefatam linquere indiscussam : sed placuit de
€ ipsa verum ostendere, nec non argumenta facta contra dissolvere, tum veri-
« tatis amore, tum etiam odio falsi tatis ». De aqua, § 1.
(2) De aqua, § 24.
126 LOZIO-RENIER
di que* tanti sacerdoti intervenuti dovesse sentir la curiosità di
possedere quella disseriazione. Habent sua fata, non solo libelli,
ma anche quaestiones. Quantunque l'Alighieri nel 1320 non fosse
certo un ignoto, quantunque largomento fosse ghiotto, quantunque
le città ove si agitò la disputa si distinguessero entrambe pel culto
a' buoni studi, quantunque in Verona v'assistesse cosi gran pub-
blico, non uno degli storici o degli scienziati del tempo serbò
memoria di quel fatto , non uno dei biografi di Dante , neppur
coloro che come Mario Filelfo ebbero vaghezza di donare all'A-
lighieri quante più opere fosse possibile, non uno, ripetiamo, dei
biografi antichi di Dante ebbe contezza di quella disgraziata
Quaestio. Di codici che la rechino non v'è neppure da parlare.
Ma a dir le fortune che toccano a certuni! Quasi due secoli
dopo, il padre Benedetto Moncetti da Castiglione Aretino, agosti-
niano, scopre l'autografo della Quaestio, sepolto in non si sa quali
scrigni impenetrabili, ed egli lo pubblica in Venezia, co' tipi di
Manfredo da Monferrato, in sullo scorcio del 1508. Nota peraltro
vanità ed imbecillità d'editore! Non contento d'aver tra le mani
un autografo sicuro dell'Alighieri (il che anche in sull'alba del
cinquecento non sembra accadesse tutti i giorni), il Moncetti,
lungi dal comunicarci tal quale quello scritto, si prende l'arbi-
trio di correggerlo « diligenter et accurate >, come dice nel ti-
tolo, di castigarlo ed elucubrarlo, come confessa nella seguente
ciarlatanesca nota finale :
([Ad Lectorem.
Habes, candide lector, questionem perpulchram Dantis Poetae Fiorentini
de duobus elementis, videlicet aquae et terrae diserentis, castigatami lima-
tam, elucuhratam a Reverendo patre magistro Benedicto de Ca^tilione Ar-
retino artium liberalium excellentissimo: ex hoc opuscolo mirificam doctrìnam
carpes, que (ut autumo) mentem tuam oblectabit. Nocte et diu hoc opusculum
perlege; non fronte coperata sed vultu sereno diligenter hoc opusculum evolve,
quo perlecto animus tuus variis rebus saturabitur. Quemadmodum princìpes
non uno ferculo, sed plurimis eduliis opiperatis satiantur, eapropter Dantes
poeta florentinus et philosophus divinis laudibus est extollendus, qui non
solum lingua vernacula sed etiam litteratura monumenta scitu digna poste-
ritati reliquit: ideo Grammatici Poetae Oratorea celeberrimique philosophi
Dantem Poetam clarissimum atque philosophum excellentissimum elloquio
pierio deberent extoUere, qui Tonantis, Purgatorii, Plutonis, terra et aquae
sedes, ingenio divino exaravit (1).
(1) A e. 12 r dell' ediz. principe, prima àeW Impressum fuit Yenetiis per
VARIETÀ 127
La irriverenza del padre Agostiniano è tanto più deplorevole,
inquantochè l'autografo, naturalmente, spari, e rimase soltanto
quel povero trattato, con lo sue limature ed elucubrazioni, delle
quali davvero faremmo volentieri a meno.
Ma la storia non è finita, anzi è appena cominciata. L'opuscolo
edito dal Moncetti, senza sparger di sé molta fama, diviene ben
presto rarissimo (1), né giova che nel 1576 lo ristampi in Na-
poli, in mezzo ad altri opuscoli di scienza, PYancesco Storella (2).
Si continua ancora per secoli a non rammentare la Quaestio
fra le opere di Dante. La cita qualche bibliografo, più per tra-
dizione, che per conoscenza diretta. Il Pelli ne vede l'esemplare
Marucelliano, che poi rimane per lunghi anni introvabile (3);
Manfredum de Monteferrato sub inclyto principe Leonardo Lauredano
Anno domini MB Vili sexio. Cqlen. Novembris. Nel riprodurre dairantica
stampa, sciogliamo i nessi e poniamo a suo luogo l'interpunzione.
(1) Oggi se ne conoscono tre esemplari. Uno si trova nella Marucelliana,
segnato 4. F. V. 31, del quale noi ci serviamo. È in ottimo stato di conser-
vazione, legato in pergamena, con scioglimenti di nessi e correzioni a penna
dei molti errori tipografici praticate da mano esperta. Un secondo esemplare,
su cui fu condotta la ediz. moderna di Aless. Torri, è nella Trivulziana,
con una nota bibliografica ms. di Pietro Mazzuchelli che il Torri, Opere
di Dante, voi. V, Livorno, 1842, p. 165, e poi il Giuliani, Opere lat. di
Dante, Firenze, 1882, II, 379-81 stamparono. La terza copia, appartenuta ad
Ulisse Aldrovandi, è nell'Universitaria di Bologna, e ne diede notizia
C. Ricci, L'ultimo rifugio di Dante, Milano, 1891, p. 41, n. 2. Descrizioni,
più 0 meno minute, del libro non mancano nei recenti bibliografi: noi ri-
mandiamo a quella del Torri, V, 166. II Libri, nel Journal des savants, 1844,
pp. 559-60, riprodusse il recto della prima carta, ove frammezzo a due epi-
grammi latini sta il lungo titolo, tante volte riferito, disposto a triangolo,
o a cul-de-lampe, come dicono i bibliografi francesi. Il Libri si valeva d'un
esemplare da lui posseduto, che figura nel suo Catalogue di vendita del 1847,
sotto il n* 609. Il Brunet, nella più recente ediz. del Manuel, ci avverte
che quell'esemplare fu allora venduto per L. 715 e poi rivenduto nel 1855.
per L. 530, ma non dice ove oggi si trovi. Riuscendo difficile l' identificarlo
coi tre menzionati, sarà forse quell'esemplare in qualche grande deposito
straniero.
(2) Di quella ristampa napoletana, divenuta anch'essa rarissima, si suol
citare soltanto un esemplare dell'Ambrosiana. La descrive il Torri nelle
cit. Opere di D., V, 167; poi meno ampiamente il Fraticelli, Opere minori
di D?, Firenze, 1873, II, 415.
(3) Memorie per la vita di D., p, 202, n. 74. L'esemplare Marucelliano
era smarrito anche quando il Fraticelli curò la prima edizione delle Opere
minori; ma fu trovato poi, e giovò alla seconda.
128 LUZIO-RENIER
lo Zeno accenna alla Quaestio come ad opera non conosciuta e
che « bisognerebbe rinvenire » (1). Poco appresso il Tiraboschi,
con la sua critica guardinga , la menziona , dubitando che sia
« un'impostura » (2), e questo dubbio ripete l'Arrivabene e rin-
calza il Foscolo, affermando che la Quaestio « va tenuta con
« molti per impostura indegna d'esame » (3). A tali dubbi ac-
cenna il Troya e aggiunge dal canto suo schiettamente che per
l'autenticità di quell'operetta non vuole stare « punto malleva-
* dorè » (4). Il Balbo non si pronuncia, perchè non ha veduto il
libro e teme non « sia superstite » (5). Altri propone l'ipotesi
destituita di fondamento che autore della Quaestio non sia il
poeta della Commedia, ma un suo pronipote, assai reputato per
dottrina, che abitò in Mantova, Dante III Alighieri (6).
Di contro a questi scettici o dubitosi si levano, pieni d'ingiu-
stificata baldanza, i credenti. Nel 1842 Alessandro Torri ristampa
l'opuscolo sull'esemplare Trivulziano; corredandolo d'una cattiva
versione di Francesco Longhena. Egli ne reputa indiscutibile la
autenticità; cita in appoggio le autorità cosi poco autorevoli del
(1) Lettere, Venezia, 1785, 111, 411.
(2) Storta, ediz. Antonelli, V, 650.
(3) Cfr. Arrivabene, Il secolo di D., Firenze, 1830, II, 308, ov'è la nota
del Foscolo. Il Giuliani, Op. lai., 11, 423 non si perita a dare al Foscolo
dell'avventato e poco manca dell'insensato.
(4) Veltro allegorico, Firenze, 1826, p. 175.
(5) Vita di Dante, Firenze, 1853, p. 409.
(6) Gregorio Ottoni, in certa sua appendice parecchio sconclusionata
su Dante in Mantova, che si legge nella Gazzetta di Mantova, anno II,
1864, n' 70 e 72, scrive: « Fuvvi alcuno che leggendo di un Dante Aii-
« ghieri, morto a Mantova nel 1510, pensò che a costui si dovesse attri-
€ buire la Quistione ». Ignoriamo chi abbia avuto questa bizzarra idea;
ma certo ei non vide l'opuscolo, a meno che non ritenesse Dante III un
falsificatore, il quale volesse far passare l' opera propria come scritta dal
suo grande antenato. Dante III fu, del resto, uomo dotto, poeta latino e
volgare, sicché Scip. Maffei ne diede notizia nella Verona illustrata. Tenne
cariche in Verona e Peschiera, e poi si ritirò in Mantova, ove il Vale-
RiANO, nel De infelicitate literatorum, lo dice morto nel 1510. Lo com-
batte L. Passerini (Della famiglia di D., in Dante e il suo secolo,
Firenze, 1865, pp. 74-75), il quale cita un documento d'onde risulta ancora
vivo nel febbr. del 1514, mentre era trapassato senza dubbio nel novembre
del 1515. 11 Reumont (Dante's Familie, in Jahrbuch der dentsch. Dante-
Qesellschaft, II, 345) fraintendendo una nota del Passerini, che del resto
compendia, lo fa vivere sino al 1517.
VARIETÀ 129
Gorniani, dell'Orelli, del Missirini; fa dei confronti inconcluden-
tissimì, ma a cui egli attribuisce gran peso, col De Monarchia
e con le epistole (1). Alla edizione della Quaestio data dal Torri,
di cui furono tirati a parte 56 esemplari (2), successe la prima
del Fraticelli, con la quale ricompare la traduzione del Longhena.
È una ristampa destituita di critica, con in capo copiate le os-
servazioni del Torri e l'asserzione sbalorditola e impudente:
« Rispetto all'autenticità di questo scritto, giudico tempo per-
« duto il sostenerla contro i pochi oppositori, dappoiché la mas-
« sima parte de' biografi ed espositori di Dante sono concordi
« nel riconoscerlo pet* lavoro di lui ». È il caso di dire : chi si
contenta gode! Più coscienzioso il terzo ed ultimo editore mo-
derno, Giambattista Giuliani, volle nel II voi. delle Opere latine
di Dante corredare il testo del De aqua d'un larghissimo com-
mentario e fargli seguire un nuovo e molto più esatto volgariz-
zamento. Il commentario senza dubbio, nella immensa quantità
di riscontri che reca, rivela la rara conoscenza che delle opere
tutte di Dante ebbe il Giuliani; ma per la questione dell'auten-
ticità è, al contrario di quanto egli credette, di valore quasi nullo.
Fra tutti i suoi riscontri, alcuni dei quali indeterminatissimi (3)^
(1) Voi. V, p. XXI. Nel § 22 del Be aqua sono addotti alcuni passi della
Scrittura a conferma del consiglio « desinent homines quaerere quae supra
« eos sunt, et quaerant usque quo possunt ». 11 Torri osserva che di passi
biblici D. fa uso spessissimo nelle epistole. Ma degli scrittori medievali e
scolastici chi non ne faceva uso ? Ed il consiglio dato ai filosofanti, che nella
Commedia più volte si trova e corrisponde precisamente a quello del Purg.,
III, 37, non è forse comune nei cultori della filosofia dommatica, che al di-
sopra della scienza e della ragione umana ponevano sempre la verità rive-
lata? I riscontri del § 18 col De Monarchia e con le lettere sono del tutto
vani, perchè si tratta d'una semplice ripetizione di concetti comunissimi e
di quella tecnica, a dir così, del ragionamento, che per tanti secoli fiorì e
sopravvisse nelle scuole. Del resto, come fu osservato, quest' argomento dei
riscontri ha nel caso nostro pochissimo valore. Data la falsificazione, è ele-
mentare l'ammettere che il falsario, prima di porsi all'opera, studiasse con
qualche cura gli scritti del suo autore, cercando di ri trarne l'intonazione e
qualche tratto, per poter parlare con verosimiglianza in persona di lui.
(2) Ferrazzi, Encicl. Dantesca, IV, 528-29. Il Witte, che per lunghi
anni fu scettico rispetto all'autenticità della Quaestio^ rimase meno dubitoso
dopo la edizione del Torri. Vedi Dante Forschungen, I, 499.
(3) Basti questo per esempio. Nel § 5 si legge: «Omnis opinio, quae con-
« tradicit sensui, est mala opinio ». Il Giuliani reca in mezzo passi del
Convivio e del Paradiso {Op. lat.^ II, 386). Ma quella sentenza, nel medioevo,
Giornali storieo, XX, f*BC, 58-59. 9
130 LUZIO-RENIER
non ve n'ha uno solo che possa persuadere chi non sia già prima
persuaso dell'autenticità, perchè non uno solo accenna a fatto o
ad idea che non potessero essere pensati o scritti da chi avesse
qualche famigliarità con le opere dì Dante e seguisse la maniera
di filosofare che gli fu propria (1).
Naturalmente l'acquisto di un nuovo scritto dantesco dovette
riuscire ai più una novella graditissima, massime in tempi nei
quali il culto dell'Alighieri rifioriva, non solo nella penisola, ma
in tutt'Europa. I Mantovani ben volentieri si persuasero che il
sommo poeta, peregrinante per tante terre, avesse soggiornato
anche in Mantova, e tramutarono in certezza qualche vago ac-
cenno dei biografi , e s'industriarono a trovarne conferma nel
poema (2). Ai Veronesi non parve vero di poter affermare che
anche un'altra volta, poco prima della morte, l'esule illustre
trovasse ospitalità nella città loro (3); e per iniziativa di quel
valentuomo che fu mons. Giullari, volle nel 1865 il Capitolo della
l)Oco mancò non la si scrivesse sui boccali di Montelupo, poiché era illazione
diretta del principio aristotelico famosissimo Nihil est in intellectu quod
prius non fuerit in sensu.
(1) I passi più rilevanti del commento del Giuliani sono quelli alle pp 383,
389, 391, 396-97, 422-23, 426; ma chi li esamini vedrà quanto agli occhi
di queir illustre cultore di cose dantesche facesse velo la persuasione di aver
a che fare veramente con uno scritto di Dante. Nella medesima condizione
d'animo è scritta la memoria di G. Poletto, L' opuscolo di D. A. « De aqua
et terra » in raffronto al moderno progresso delle scienze fisiche^ negli Atti
del R. Istit. Veneto, Serie VI, voi. I (1883), pp. 843 sgg. Tanto è vero che
oggi, sbollito quel primo entusiasmo, il Poletto medesimo dubita forte che
quello scritto sia di Dante, nel recente voi. Alcuni studi su D. A., Siena,
1892, p. 314. Anche quando egli lesse la sua menzionata memoria nell'Isti-
tuto veneto, sorse a confutarla R. S. Minich, che accampò molte ragioni
contro l'autenticità. Il discorso del Minich può vedersi sunteggiato nel cit.
voi. degli Atti, pp. 864-68.
(2) Vedi il cit. artic. deirOxTONi nella Gazz. di Mantova del 1864. La
dimora di Dante in Mantova era stata congetturata prima dall'ARRivABENS
(Secolo di Dante, I, 429) e poi dal Balbo (Vita di D., pp. 271-72), come
una cosa semplicemente possibile nel suo viaggio del 1306 da Padova alla
Lunigiana. Il Fraticelli (Storia della vita di D., Firenze, 1861, p. 167),
copia il Balbo; ma reputa poi cosa certa (p. 245) una seconda dimora di D.
in Mantova nel 1320, fondandosi sulla Quaestio^ e così, dopo di lai, molti
altri.
(3) Vedi Belviglieri, Dante a Verona, in Scritti storici^ Verona Padova,
1881, p. 149.
VARIETÀ 131
Cattedrale veronese che fosse posta un'epigrafe commemorativa
nel sacello di S. Elena, ch'era antica chiesa domestica di quei
canonici (1). Cosi la memoria della discussione sull'acqua e sulla
terra, ignota ai contemporanei, veniva acquistando pei posteri
tanta celebrità da essere rammentata da una lapide come una
gloria cittadina! E la fama dell'opuscolo crebbe, crebbe; e s'au-
mentò di pari passo la reputazione del sapere cosmologico di
Dante Alighieri. Il Boehmer, considerando la Quaestio come opera
sicura di Dante, propose varie emendazioni al testo (2), ette fu-
rono accolte dal Giuliani; lo SchefFer-Boichorst, cosi diffidente
in tanti casi, prese le mosse dal nostro trattatalo per sciogliere
un inno alla versatilità dell'ingegno dantesco, che paragona a
quello del Goethe (3). Tra noi lo Stoppani scrisse una lettera al
Giuliani (4) nella quale esalta il valore cosmografico della Quae-
stio. La lettera del dotto e compianto geologo è tutta una me-
raviglia per i veri affermati o presagiti da Dante, tutt' un'am-
mirazione per la sua mente divinatoria. Alcuni infatti tra quei
veri, dice egli, sono cosa compiutamente nuova, come la teoria
del sollevamento dei continenti, l'ipotesi della forza elastica dei
vapori e l'affermazione dell'attrazione planetaria; di qualcuna
tra queste verità non si credeva che la scienza avesse avuto
sentore prima di Leonardo da Vinci. All'entusiasta geologo fu
ragionevolmente osservato che sono appunto quelle straordinarie
divinazioni meglio atte d'ogni altra cosa a confermare i sospetti
circa l'autenticità del trattato. Ed oltracciò (non possiamo dissi-
mularlo, quantunque sia lontana da noi la pretesa di perigliarci
su terreno non nostro) ci sembra che lo Stoppani abbia straor-
dinariamente gonfiato l'importanza della Quaestio, e ne abbia
discorso senza una preparazione storica sufficiente. Tra i nove
veri da lui rilevati , non occorre essere geologi per sapere che
alcuni, come per es. l'azione della luna sulle maree e la sferi-
cità della terra , erano da lungo tempo patrimonio scientifico
quando Dante scriveva. Infatti L. Gaiter fece osservare con bel
garbo allo Stoppani che tutti quei veri, all'infuori dei due sul-
(1) Gfr. Albo dantesco veronese, Milano, 1865, p. 336, ed anche Ferrazzi,
IV, 529 e Giuliani, Op. lai., 11, 428.
(2) Jahrhuch der deutschen Dante- Gesellschaft, I, 1867,395-96.
(3) Aus Dantes Yerhannung, Strassburg, 1882, pp. 99-101.
(4) Prima comparsa nel periodico torinese La Sapienza, voi. V, 1882,
p. 116; poi nelle Op. lat. di D., ediz. Giuliani, lì, 451 sgg.
132 LUZIO-RENIER
l'aggruppamento boreale dei continenti e sul sollevamento di essi,
si trovano tali e quali, prima di Dante, nel Tresor di Brunetto
Latini (1), libro che a sua volta, aggiungiamo noi, non è che
una compilazione, ove nulla è scoperto di nuovo. Ed un giovane
scienziato tedesco , Guglielmo Schmidt, educato all'ottima scuola
del Peschel , sottoponendo sei anni prima la Quaestio ad un
esame molto più serio di quello dello Stoppani, vale a dire con-
siderandola in relazione con tutto ciò che di cosmografìa seppe
il medioevo (2), fu ben lungi dal trovarvi i veri stupefacenti che
fecero andare in visibilio lo Stoppani; anzi ravvisò molti riscontri
delle teorie credute dantesche nei cosmografi e naturalisti ante-
riori, segnatamente in Ristoro d'Arezzo, la cui Composizione
del mondo è davvero un libro mirabile per molti rispetti (3).
Tuttavia anche lo Schmidt non esita a riconoscere nella Quae-
stio un precursore , rimasto senz' efficacia , di successivi pro-
gressi (4). Un nuovo esame del trattatello dal punto di vista
scientifico ci sembra tuttavia quasi indispensabile, se non altro
per misurare l'abilità del falsificatore, al quale certamente non
dovette mancare l'accortezza di far intravvedere a Dante delle
verità non chiarite ai tempi suoi ed insieme di non fargli dire
(1) Lettera al prof. A. Stoppani, nel Propugnatore, XV, P. I, 430 sgg.
(2) Curioso il rimprovero che gli muove a questo riguardo il Giuliani,
Op. lat.. Il, 418, d'aver confuso la scienza di Dante con quella del tempo
suo. Certamente per crearsi di Dante un idolo non è questa la vera via:
convien invece sempre chiosare Dante col solo Dante. In questo modo, non
vedendo ciò che gli sta intorno, egli grandeggia isolato anche per merito
delle idee non sue, che trovò belle e fatte ne' pensatori antecedenti e con-
temporanei.
(3) Vedi la prima parte, unica comparsa, dell' opera dello Schmidt, Veber
Dante 's Stellung in der Oeschichte der Kosmographie, Graz, 1876, special-
mente a p. 32, n. 1. Lo Schmidt fu preceduto, fin dal 1867, dal GOnther,
in un artic. della Beilage zur allgem. Zeitung, che non ci riuscì di vedere. 11
Marinelli indicò questo scritto al Poletto, insieme con un libro posteriore del
Gùnther (1879), ove pure si discorre del De agita. Vedi per le citazioni
esatte gli Atti del R. Istit. Veneto, Serie VI, voi. I, p. 845, n. 4. Del valore
di Ristoro parlò assai bene il Bartoli, Storia, III, 163 sgg. Il Malfatti lo
chiama < precursore della fisica e della geologia odierna >, in un erudito
discorso, ove nel De aqua è ravvisato solo un «nuovo e più largo sapere
« geografico ». Cfr. Della parte che ebbero i Toscani alfincremento del sapere
geografico, Firenze, 1879, pp. 18-20.
(4) Op. cit., p. 35.
VARIETÀ 133
cosa alcuna che fosse, anche in bocca d'un uomo superiore, as-
solutamente inverosimile. Se il falsificatore fu veramente il Mon-
cetti, ciò dovette riuscirgli meno arduo che ad altri, perchè egli
era tutto imbevuto di scienza medievale (1).
In questi ultimi tempi i sospetti si aggravarono sul capo del-
l'editore cinquecentista, che scopre un autografo dantesco ignoto
e poscia non più veduto da alcuno , che comunica al pubblico
uno scritto di Dante di cui nessuno aveva prima avuto notizia,
che abusando della propria fortuna ha l'ardire di metter le mani
in quel testo prezioso e di rimaneggiarlo, facendosene bello come
d'una benemerenza. In cinque densissime pagine il Bartoli espose,
con la consueta lucidità ed efficacia, le ragioni per cui ritiene
la Quaestio un apocrifo dovuto al Moncetti (2), e la sua argo-
mentazione convinse interamente lo Scartazzini , che passò a
questo riguardo dalla fede più inconcussa (3) al più deciso scet-
ticismo (4). Dopo aver riferito le parole del Bartoli, egli conclude
che se la Quaestio non fosse stata cosi rara ed i dotti avessero
avuto agio d'esaminarla « si sarebbe senza dubbio sciupato meno
« carta per commentarla e farvi sopra delle dissertazioni ». Ag-
giunge che se anche venisse fuori qualche ms. del sec. XV, la
questione non sarebbe decisa in favore dell'autenticità, giacché
« per ammettere che la Quaestio sia un lavoro di Dante biso-
« gnerebbe ammettere un miracolo ». Apertamente negativo è
pure Corrado Ricci, che ripete, allargandoli, gli argomenti del
Bartoli (5) e cerca dimostrare Valibi, giacché ritiene che Dante
dimorasse stabilmente in Ravenna negli ultimi anni suoi.
(1) Questa, a parer nostro, è la principal ragione per cui egli « potè scri-
ve vere così nel senso di Dante e con le parole di Dante » , ciò che faceva
inclinare il Gaspary, Storia^ I, 462, a ritener autentica la Quaestio. Del
resto la innegabile identità di molti concetti rimarrebbe pur sempre strana
in uno scritto che fra Benedetto confessa d'aver corretto ed elucubrato.
(2) Storia, V, 293 sgg.
(3) Dante, Milano, 1883, li, 93 sgg. e I, 122 e 124.
(4) Prolegomeni della Div. Commedia, Leipzig, 1890, pp. 409-415. I con-
cetti ivi esposti sono da lui ripetuti nel Dante-Handbuch , Leipzig, 1892,
pp. 370-74.
(5) L'ultimo rifugio di D., Milano, 1891, pp. 40-47. Nei Commentari del-
l'Ateneo di Brescia, 1890, pp. 54-76, Emilio Lodrini inseri una memoria inti-
tolata Se l'opuscolo « Questio de aqua et terra » sia da attribuirsi a Dante
Alighieri. Egli viene a conclusioni del tutto negative, adducendo anche ar-
gomenti intrinseci nuovi e mettendo in chiaro la meschinità deiropuscolo,
134 LUZIO-RENIER
Come i lettori si saranno accorti nel leggere lo schizzo storico
sinora tracciato, noi pure propendiamo a ritenere il De aqica
una falsificazione, e siccome alcuni documenti da noi rinvenuti
e l'esame delle cose fatte stampare dal Moncetti ci persuasero
viemmaggiormente della sua capacità a delinquere, vogliamo
considerarne la figura un pò* più d'appresso che sinora non si
sia fatto. Gioverà forse quest'esame ad affrettare la desiderata
soluzione.
n.
Dei nuovi editori della Quaestio solamente il Torri si occupa
alquanto delle molte quisquilie che precedono e seguono il trat-
tato (1); il Fraticelli ed il Giuliani riproducono puramente il
testo creduto di Dante. A noi non è lecito trascurare l'assetto
della edizione 1508, che è abbastanza caratteristico.
Le quattordici facciatine della dissertazione sono circondate da
prose e versi d'occasione. Era costume del tempo, senza dubbio;
ma qui ci sembra siasi abusato del costume, quasi che l'editore
volesse far servire l'edizione più a gloria propria che non del-
l'autore. Dopo un epigramma latino in lode del dedicatario, il
lungo titolo ed un tetrastico a Dante (tuttociò sulla e. 1 r), s'a-
dagia sulle carte It; e 2r la gonfia lettera di dedica al cardi-
nale Ippolito d'Este, di cui si professa « cliens indignus » l'autore
« Magister Joannes Benedictus de Castilione Arretino, ordinis Ere-
sse mitarum divi Augustini, sacrae Theologiae doctor minimus ».
L'epistola è piena di lodi per il cardinale, la cui dottrina, sin
dai più teneri anni alimentata, è, con preziosità d'imagini e di
paragoni, alzata alle stelle dal frate scrittore, il quale confessa
di essere stato particolarmente indotto a scrivere dall'amore d'Ip-
polito per le cose antiche e dal suo mecenatismo. Egli è della
Chiesa « propugnaculum atque valium invictissimum » e, ag-
giunge il piaggiatore agostiniano, « tuo ingenio, tua fortitudine
< Bononiam illam studiorum matrem ab hostilibus armis libe-
vuoi in riguardo al contenuto, vuoi nella forma. Della memoria del Lodrini
noi conosciamo solo il riassunto che ne diede G. L. Passerini nel periodico
L'Alighieri, an. II, pp. 489 sgg.
(1) Oltre la descrizione menzionata della stampa veneta, il Torri dà notizie
0 saggi degli accessori di quell'edizione nel voi. V, pp. 159 e 161.
VARIETÀ 135
« rasti. Proh Dii immortales! Ferrarla alterum Camillum genuil,
« qui Gallos Senones exuvias ex urbe asportantes, bellona fa-
« vento, profugavit ». Passa poi a tessere l'elogio del padre suo
Ercole d'Este, che paragona a Scipione, a Paolo Emilio, a Mar-
cello. E prosegue: « Insulsum mihi esset laudes tuae Illustris-
« simae sororis D. Isabellae Marchionissae Mantuanae domi-
« naeque meae obticescere, quae ex prosapia regali originem
« duxit. Rarae heroides hoc tempore comperiuntur, quae litteris,
« moribus, honestate, generosità te , munificentia, comitale, fa-
« cundia, pudicicia, fide tuae sorori doctiloquae sint comparan-
« dae. Graecas illas, romanas et Hortensii filiam emulatur. Lu-
« cretiam pudiciciae speculum romanam castitate excedit: deinde
« Bibliam, Quirinam integerrimaeque sinceritatis spectaculum pro-
« hi tate integrità te Illustrissima soror tua praecellit ». E dopo
aver nuovamente lodata la facondia del cardinale, conclude:
« Quamobrem hanc questionem pene divinam, a Dante Floren-
« tino poeta clarissimo olim decisam, disputatam, et manu pro-
« pria exaratam, celsitudini tuae dedicavi, in qua duo dementa
« aquae et terrae describit, qualemcunque eminentiorem locum
« contineant. Qua de re mihi visum fuit, ne tam erudita, perutilis
« ac famigerata quaestio periret, conatus sum ut in lucem pro-
« deat, et ne ipsius Dantis ingenium speculationemque astrono-
« micae artis delitescat. Igitur agnoscere poteris benivolentìam,
« amicitiam quam erga celsitudinem tuara sororemque tuam II-
« lustrissimam habeo. Haec quaestio quippe Mantuae fuit au-
« spicata, quam magis deamo quam patriam. meam.. Ideo
« tuam celsitudinem quaeso quod serena facie melifluoque elo-
« quio eam perlegere velit. Quoniam tempore proximo malora
« etiam opera tuae dominationi dedicabo, cui plurimum Gliens
« tuus commendat. Vale! »
Non basta, h. e. 2v seguono tre distici del Moncetti ad Ippolito
d'Este e quindi dteci esametri al medesimo del padre Girolamo
Gavardi d'Asola, egli pure « Eremitarum ordinis minimus », come
si professa in una lettera che segue subito dopo, diretta al suo
compagno di religione Moncetti, che v'è chiamato « regens Pa-
« tavinus > e « praeceptor » dello scrivente. In un latino arti-
ficiosissimo esalta il Gavardi la dottrina varia e profonda di Dante
e poi cosi dice della Quaestio (a e. 3r e ì;): « lam multae olym-
« piades praeteriere quod haec Quaestio florulenta in scriniis
« quiescehat: medius fidius, mi praeceptor candidissime, ut hoc
« opusculum pene divinum elucubrationes, algores multaque
136 LDZIORENIER
« exantlasti, in lucem exiliret (1) Praeterea opusculum
« Dantis jìoetae Fiorentini plurimis locis adulten'num lucu-
« brationibus minerva tua levigatum effecisti, ut in lucem exi-
« liret. 0 floridum doctiferum opusculum! Philomusii, Dialectici,
« Geometrae, Phisici, Astronomici, denique omnes philosophan-
« tes inefifabilem doctrinam decerpent, propterea quod, mi cle-
« mentissimo praeceptor, te quaeso et exhortor, ut in lucem
« prodire facias, ne fiat iactura huius opusculi tam praeclari.
« Quod ad sydera extollendum est hercle, mi praeceptor, reli-
« ftionis nostrae clypeus. Fauci hac tempestate religiosi scatu-
« riunt, qui ad tua fastidia possint accedere. Quid antiqui scrip-
« tores referunt, Socratem, Esohinem, Pythagoram in disserendo
« acerrimos disputatores fuisse, in disserendo Socrati, Eschini, Py-
« thagorae es equìparandus, in arguendo es affabilis, comis, om-
« nibus gratiosus, in legende copiosus et elegans, in concionando
« populo benignus, qui voce tua melliflua dulcisona mortalium
« corda mulces. Manina illa celeberrima opuleniiarum atqice
« musarum fertilissima in maxima honore te habet. Omnes
« tanquam Calcanta vaticinantem res futuras ariolumprae-
« dicani, qui pestem m,ortiferam ante alios venturam prae-
« vidìsii. Vale. »
Leggonsi quindi ancora due distici inconcludenti del Gavardi
al Moncetti e poi, finalmente, viene la Quesiio aurea acperutilis.
Dopo la quale il padre Gavardi si sbizzarrisce di nuovo in ese-
crabili versi latini, che sono per ordine i seguenti: 1% un deca-
stico « in praeconium Illustrium Dominorum Venetorum »; 2», un
altro decastico al Duca Alfonso d'Este ; 3°, un epithalamion per
le nozze di Alfonso con Lucrezia Borgia, la quale v'è con insi-
stenza chiamata « sponsa pudica » ; 4", tre distici « ad Ferrariam
« alloquentem cum Alphonso Duci magnanimo »; 5*, un tetrastico
all'Eucaristia; 6% un esastico ad Egidio da Viterbo, generale del-
l'ordine Agostiniano; 7°, un tetrastico ad Ambrogio Napoletano,
dottore in teologia « ac Regentem bononiensera excellentissimum
« ejus praeceptorem »; 8% un carme di sei distici ad Librum,
Quivi il Gavardi si rallegra col libro che sarà ospitato da Ippo-
lito e da Alfonso, uomini cosi dotti, e che avrà i favori di Lu-
crezia.
(1) Che costruzione! Ai danni del contorto latino fratesco cospirò l'igno-
ranza, 0 la disattenzione, deir antico tipografo. Noi ci arbitriamo di correg-
gere gli errori manifesti.
VARIETÀ 137
Inde pudica dabit Lucretia mollia vultu
Oscula sydereo: regia tecta vides;
Golliget illa rosas et nectet laurea serta
Mixta simul violis dulcia verba canet.
Terminati questi sdilinquimenti, viene la nota del Moncetti, che
abbiamo riferita in addietro, e poi Vlmpressum.
Non c'è che dire: il Moncetti ed il suo sozio e discepolo sep-
pero far servire molto bene questa stampa al proprio esaltamento
ed a quello dei loro protettori. Ma vediamo quali notizie di fatto
si possano ricavare, da tutto quel contorno di versi e di prose, in
riguardo a fra Benedetto.
Fra Benedetto Moncetti da Castiglione Aretino (1) ci appare
anzitutto in grande relazione con gli Estensi e coi Gonzaga. Egli
è professore ed ha tenuto, o tiene, ufficio di reggente in Padova,
ove forse io ebbe a maestro il Gavardi. Predilezione massima ha
per Mantova, dove pare dimorasse a lungo e si trattenesse a
più riprese. Il Gavardi dice che vi si segnalò come profeta ; pro-
feta di sciagure, perchè predisse la peste, forse quella famosa del
1506. Questi dati, che si ricavano dagli accessori della Quaestio,
non discordano da quel poco che del Moncetti ci sanno dire i
biografi speciali degli Agostiniani, unici scrittori che si tratten-
gano alquanto su fra Benedetto. Il più antico fra essi (o almeno
fra quelli a noi accessibili), il Panfilo, cosi ne scrive: « Ioannes
« Benedictus Moncettus de Castellione Aretino , philosophus et
« theologus insignis. Qui cum Patavii in loco nostro Eremitano
« academiam regendam suscepisset, maxima documenta sui in-
« genii ac virtutis praebuit, dum per hoc tempus quasdam ad-
« versus Scotisticas subtilitates defensitaret conclusiones , quas
« ipse late explicat in libro a se edito, qui inscribitur: Trac-
« tatus aureus de distinctione rationis cantra Scotum. Is etiam
«. fuit vicarius ordinis in Gallia, ut provinciae Franciae et Nar-
« bonae corruptos mores reformaret corrigeretque » (2). L'Elsio'(3)
(1) Castiglione Aretino è una terra di Val di Chiana, tra Cortona ed
Arezzo. Già nel sec. XIV si chiamava Castiglione Fiorentino, per essere stato
incorporato nel contado di Firenze; ma sembra che il più antico, nome so-
pravvivesse, perchè il Moncetti si dice costantemente di Castiglione Aretino.
Cfr. Repetti, Dizion. geogr. fis. stor. della Toscana^ I, 608 sgg.
(2) G. Pamphili, Chronica ordinis fratrum eremitarum Sancii Augustini,
Roma, 1581, e. 101 v.
(3) Encomiasticon Attgustinianum, Bruxellis, 1654, p. 332.
138 LUZIO-RENIER
aggiunge che nel 1517 fu « Regens Perusinus » e nel 1525 se-
gretario del Duca di Milano. « Fuit etiam consiliarius et secre-
« tarius Ducis Mantuani ». Della sua morte dà i seguenti parti-
colari : « Gum valde mortis amaritudinem timeret, et a Deo su-
« bitaneam sed non improvisam mortem poposcisset, voti compos
« effectus, genibusque flexis in oratione intra propriura cubiculum
« expiravit, sic jue inventus est a Fr. Xisto Buoninsegni socio ejus,
« cum illi , ut ad matutinum surgeret , lumen deferret. Obiit
« anno 1547 ». Il loquace Luigi Torelli diluisce queste poche
notizie in un lago di ciarle. Egli peraltro sa alcune cose nuove,
vale a diro che il Moncetti « coronato con la laurea magistrale »
fu « mandato reggente in vari studi principali dell'Italia», e che
<c riusci un celeberrimo predicatore ». Scrive inoltre che si di-
stinse, non solamente fra noi, ma anche fuori, come « matema-
v< tico et astrologo fra i più eccellenti eccellentissimo » e che
n'ebbe onori dal Duca di Milano, da Enrico Vili d' Inghilterra,
dall'imperatore Massimiliano, il quale in un privilegio ch'è nel
convento d'Arezzo « concede a questo gran Religioso alcune gratie
« singulari e nello stesso diploma lo chiama Vicario generale
« dell'ordine di S. Agostino nella Germania >. Infatti i suoi su-
periori lo avrebbero mandato a reggere e riformare, non solo
la Francia, come dicono i più antichi biografi, ma anche la Ger-
mania e l'Inghilterra. Sulla edificante morte di lui il Torelli si
diffonde, rammentando che molti de' suoi correligionari lo chia-
mano, a cagion di essa, beato (1).
Ricerche speciali nell'archivio Vaticano e a Parigi darebbero
forse buoni risultati; ma non sappiamo se il personaggio sia tale
da valerne la pena, per quanto la sua riputazione presso i con-
temporanei non sia stata mediocre (2). Delle sue opere il Trac-
taius aureus cantra Scotum {aureus, come la Quaestio aurea}
non ci venne fatto di trovarlo registrato dai bibliografi, né di
rintracciarlo nelle biblioteche di varie città italiane, neppure in
(1) L. Torelli, Secoli Agostiniani^ voi. Vili, Bologna, 1686, pp. 255 sgg.
(2) Importunammo parecchi amici perchè facessero ricerche su questo sog-
getto, senza ricavarne molto frutto. Ma la colpa non fu certamente loro,
onde qui adempiamo al grato obbligo di ringraziarli pubblicamente. A Padova
frugò per noi nell'Universitaria, ncU'Antoniana e nella Comunale il prof.
Guido Mazzoni; ma non trovò come e quando il Moncetti vi stesse. A
Firenze fece per noi ricerche il prof. Pasquale Papa, a Bologna il prof.
Angelo Solerti, a Roma il dr. Carlo Merkel.
VARIETÀ 139
quelle di Roma, cosi ricche d'opere monastiche, teologiche e filo-
sofiche. Crediamo probabile sia rimasto inedito; ma il titolo ci
fa indovinare che cosa dovesse essere : una delle tante opere po-
lemiche piene di sottigliezze, cui diede luogo l'ardita dottrina di
Scoto Erigena, in quel mare tante volte burrascoso della filosofia
scolastica. Trovammo invece rilegato in un raro volume della
Nazionale di Torino (1) certo opuscolo del Moncetti , di cui non
sappiamo che altri abbia fatto cenno. È un frutto della sua di-
mora in Francia, giacche fu stampato in Parigi, da Enrico Ste-
fano, nel 1515, e consiste in una consolatoria in forma di dialogo
diretta alla regina di Francia in occasione della morte di re
Luigi XII. Il Moncetti « inter sacrae theologiae doctores mini-
« mus » (2) , vi si chiama « totius Franciae et Angliae vicarius
« generalis atque commissarius apostolicus ». Il dialogo filosofeggia,
considerando il fine della vita umana, sicché fin verso la chiusa
la morte del re è lasciata in disparte compiutamente. Tutta l'o-
peretta, che ha valore scarsissimo, serve all'autore di pretesto
per isfoggiare la sua indigesta dottrina. Notevole la preoccupa-
zione ch'egli ha della critica : « Solent enim, dice egli, rudes ac
« ignari nimium rerum iudices, si quod novum opus in publicum
« venerit, mox livoris tabe illud inficere ac depravare: aut certe
« si a ventate coacti nonnumquam laudent, frigide satis ac re-
« raisse nimium laudant : eo tantum animo ut sua in coelum
« tollent inanissimi boatores » (3). La consolatoria è preceduta
da una lettera di dedica a « Lodovico Silvio Mauro Philologo
« Sartano », al quale il Moncetti professa affetto e stima gran-
dissimi.' Da lui si accomiata dicendo : « Vale, animae dimidium
« meae, et quidem foelix faustusque, ac Licurgum tuum vicaria
« amplectitor charitate ». Ad intendere le quali parole bisogna
aver presente che nella intitolazione il Moncetti si dice da se :
(1) Il volume è segnato XV, VII, 260 ed ha prima un trattato d'Egidio
Romano, sul quale ritorneremo. Sgraziatamente tanto il trattato quanto
l'opuscolo mancano del frontispizio.
(2) Anche nel De aqica Dante si qualifica « inter vere philosophantes mi-
« nimus ».
(3) Sentimento analogo esprime Dante nell' ultimo paragrafo del De aqua,
là dove dice che alla dissertazione intervenne tutto il clero veronese « praeter
« quosdam, qui, nimia caritate ardentes, aliorum rogamina non admittunt, et
« per humiiitatis virtutem Spiritus Sancti pauperes, ne aliorum excellentiam
« probare videantur, sermonibus eorum interesse refugiunt ».
b
140 LUZIO-RENIER
< Licurgus vulgo nuncupatus ! ». Dove e come diamine s'acqui-
stasse quel cosi onorifico appellativo, Dio lo sa. Nella dedicatoria,
del resto , fa professione di grande modestia e dice che quello
« nugationes » le ha composte in Parigi < intercapedinatim prò
« animi leva mine », in mezzo alle molte cure della sua missione
apostolica. Accenna chiaramente ad altre opere da lui fatte stam-
pare in Italia: « Addis insuper hactenus nostris mirum in modum
« fuisse delectatum lucubratonusculis, quae quidem in Italia nostra
« habeantur impressae ». In fine promette all'amico che, se questo
scritto gli riuscirà gradito, ne pubblicherà degli altri « statim,
« et quaestionum nostrarum super regia morte et proprietatum
« mysticarum libellos, malora insuper quae apud nos observantur
« ac domini scrinia magnopere exire cupiunt (1), sub tuo emit-
« tam favore ». Che questo disegno dell'ambizioso agostiniano
venisse effettuato, non consta.
III.
Meglio peraltro che queste notizie raccolte dalle biografie e
dagli scritti di fra Benedetto da Gastiglion Aretino varranno a
delinearcene il carattere alcuni documenti di lui, o a lui relativi,
che si trovano nell'Archivio Gonzaga. Vedemmo quanto aff*etto
legasse il Moncetti a Mantova e con quali parole dedicasse,
oltreché ad Ippolito, a Isabella d'Este il De aqua. Ora è appunto
ad Isabella che egli si rivolge nel 1509, per condolersi secolei
della prigionia del Marchese, caduto in potere de' Veneziani, e.
per pregarla insieme d'un segnalato favore. La lettera è di tal
natura da far congetturare una lunga servitù precedente:
111.™* et unica Signora mia,
Premesso al debito ofStio de servitù et fede, la multitudine de gran mae-
stri venuti a V. Ex. per condolersi de lo atroce caso de lo III."» consorte
vostro me hano retardato che io simile offitio facto non habia, perchè uno
gran rumore fa che una pichola voce non si sente: pur a una Dea, come
è V. Ex., ogni gran peccato pentito trova perdono. La fedo che io servo vo-
stro ho havuto in V. Ex. me ha constrecto dimandarve quello, che per vo-
sta humanità fa/.endo, beato e felice essere mi parerebe: et questo è che
(1) Anche la Quaestio € in scriniis quiescebat », quando ve la trovò il
fortunato Moncetti (nuper reperta).
VARIETÀ 14i
V. Ex. se dignasse per salute di me so servitore de mandare questa opera
qualle ho composta in laude del Pontifice e quella nelle mane soe farla
apresentare, o per via del secretarlo del Cardinale di Medici, o vero per qualche
altra via più expediente a V. Ex.; e tanto più giovarebe quanto che cum più
gratificatione et exaltatione de l'opera da persona più honorevole presentata
gli fusse, eo maxime che '1 Pontifice è molto inclinato tal opera vedere. Per
la qual chosa suplico V. Ex. che si degna de speciali gratia farme questo
presente, restandovi obligatissimo e schiavo in perpetuo. Alla bona gratia di
la quale del continuo mi aricomando.
In Bologna, adì 12 de octobre 1509.
Servulus
Fr. Benedictus de Gastilione Aretino
Studij Bononiensis Regens (1).
Il segretario del card. Giovanni de'Medici, della cui protezione
voleva fra Benedetto avvantaggiarsi per presentare la sua opera
a papa Giulio II, era Bernardo Dovizi da Bibbiena (2). Ma quali
nuove speranze si dovette sentir germogliare nel petto il frate
ambizioso, allorché qualche anno dopo il cardinale de' Medici
s'ebbe la tiara, e poco appresso il suo fido Bernardo la porpora l
Non tardò allora ad acconciar l'opera in modo da poter soddi-
sfare al novello pontefice, e per cattivarsi l'animo del Bibbiena
si rivolse di nuovo, con maggiore unzione, alla buona Marchesa
di Mantova, che sapeva amatissima dal cardinale di S. Maria in
Portico (3). Questa lettera del Moncetti vale, a parer nostro, un
ritratto :
(1) Nei Rotuli dello Studio di Bologna del 1509 il rettore dell'Università
degli artisti è Heronymus Tigrinus de Bagnacavallo: il Moncetti non figura
quell'anno neppure tra gli insegnanti. Jo. Benedictus de Gastigliono compare
invece, non come rettore, ma come professore di metafisica, nell'anno sco-
lastico 1511-12. Vedi Dallari, Rotuli, I, 212. Come va dunque che fra
Benedetto si qualifica nel 1509 Studii Bononiensis Regens'? Il dott. Dallari,
a cui ci rivolgemmo siccome a persona specialmente competente in materia,
ci suggerì la supposizione che il Moncetti reggesse l'Università degli artisti
come sostituto del Rettore, in conformità a quanto prescrivevano gli statuti.
Vedi gli Statuti delle università e dei collegi dello Studio Bolognese^
pubbl. da C. Malagola, Bologna, 1888, p. 226; cfr. p. 316, n. 10.
(2) L' accorto Bibbiena, che s' era stabilito in Roma nel 1505, godeva già
allora favore alla corte pontificia. Cfr. Bandini, Il Bibbiena, Livorno, 1758,
pp. 9-10.
(3) Sui rapporti tra Isabella ed il Bibbiena ci tratteniamo, dandone molti
documenti, nel libro nostro, che è in corso di stampa, intorno Mantova e
Urbino.
142 LUZIO-RENIER
111.°»» et Hon.» S." et unica patrona mia,
Premisso servitutis officio, salutem. Per bavere veduto che V. Ex. sempre
è stata honoratissimo domicilio di virtuosi e singular presidio a quelli e sem-
piterno aiutorio di servi suoi, che mai né intervallo di tempo né distantia
de luogo ha mai separato quello che inverso el servo fa el padrone eterno
e de memoranda fama vestito, pertanto me à dato audacia la florida speranza
qual sempre ho hauto in V. Kx. de recorrere a quella e humilmente a li suoi
piedi suplicare, che vogli per questa volta queste tre gratie concederme.
Prima, che se degni questa mia lettera leggere, e un poco più che '1 solito
drento da sé con carità receverla. La seconda che se degni de mandarmi una
littera di favore calda a messer Bernardo Cardinale da Bibbiena, che Sua
S""'* se degni per amor vostro apresentare questa mia opera quale ho fatta
in laude del Pontifico : nella quale metto Sua Sanctità ha a recuperare el
perduto stato della virtù , e quivi vi metto V. Ex. regina de tal carro, e
questo sopra la expositione del Psalmo Beati immaculati in via ; tanto che
quando pel mezzo de V. S. possessi stare cum Sua S. R.™* a me sirebbe
precipuo beneficio, da poi che l'atroce fortuna me ha in precipitoso scoglio
gittato. Dato che quando lui era in minoribus per amor vostro me babbi
fatto sempre bona cera e prestato gran favore; pure adesso tali cappelli in
tal modo ombreggiono che tutti i fiori non se cognoscono. La terza si è che
ricorro humilmente un'altra volta a' piedi di quella, suplicando se degni di
farme tanto di elemosina che io possessi comparare una cavalcatura e ch*io
possessi stare un mese in Roma , la qual cosa a me varrebbe più che un
pozzo d'oro in questa mia extrema miseria che ho in pegno infino al core.
E questo vorrei per fare doi effecti grandi : prima , se io possessi mediante
il favor di V. S. da tanta miseria levarmi mostrando qualche virtù che per
el mondo con tanto sudore ho aquistato; l'altro si é che io vorria fare stam-
pare questa opera del Psalniista, quale ho composto in laude di V. Ex., de
la quale opera ve ne mando al presente per questo mio nepote dieci quin-
terni, li quali quanto so e posso suplico li vogli far transcorrere. Io ce ho
pensato già anni otto e ho cavato di ducente vinti dua expositori el fiore,
e questo per fare immortale Sua Excellentia : cosa che mai più fu atentata
nella Chiesa di Dio né exposta. L'opera sera grande doi volte più che non
è Virgilio, overo Dante : passarà più di cento e trenta quinterni insieme co
la cantica di Salamene, dove introduco V. Ex. triomphare sopra septe carri
delle septe arte liberale. La qual opera non vorrei che per povertà cosi mi-
seramente se perdesse. Dove humilmente suplico a piedi di quella che vogli
far conto di recuperare un servo suo che é in miseria caduto; e ogni pic-
cola cosa a me sirà gran.™» relevamento, aciò questa opera non vadi male,
che quando V. Ex. e col favor suo se possessi commettere che a' Vinetia se
stampasse, serebbe cosa dignissima, e colui che la stampasse aguadagnarebbe
assai, perchè me basta l'animo a me solo in termine de doi mesi farne spac-
ciare quattrocento volumi a un ducato l'uno, perchè ogni homo l'adimanda
e tuti con sommo desiderio l'aspectano; ma la povertà e miseria mia venire
a questo passo noi comporta, maxime per una infermità quale m'ha snervato
e le forze e la borscia, e hamme condocto in questa prosuntione de andare
per mendicata suffragia a questo e a quello. Si che V. S. harà compassione
VARIETÀ 143
a me famellico e pensarà, come se dice in comuni proverbio, che la fame
caccia el lupo for dal boscho. Ho fatto tutto quello sia possibile a me per
non venire a questi meriti , ma la necessità me ha constrecto , suplicando
che me perdoni che -mai più tale impaccio son per dargli; e non se mara-
vigli né del messo né dove è alogiato , perché el tutto é andato e va con
sommo silentio e taciturnità. Il qual messo a V. Ex. aposta mandato è mio
nipote carnale, al quale porrà V. Ex. dargli tanta fede quanto a me mede-
simo, che tutto sirà ben dato. Quando io potessi ancora pel mezzo vostro
ritornare a Mantova e predicare questa quatragesima li , io saria per mo-
strarve cosa che in fra le altre quattro o sei secreti che V. Ex. cognoscia-
rebbe che fra Benedecto vostro gli é stato sempre bon servidore, e altro non
penso mai di e nocte si non de haver commodità di posservi monstrare quella
servitù verso V. S. quale nell'animo mio sempre si serva. So che col mio
insulso e longo e mal composto scrivere ho le orecchie di quella offeso: che
humilmente ne dimando perdono, suplicando de gratia speciale almancho di
raandarme una lettera calda di favore al Cardinal Bernardo, come di sopra
ho ditto a V. Ex.; a la gratia de la quale de continuo mi racomando hu-
milmente, ricordando a quella che si andasse a San Jacopo de Galitia non
porrebbe più meritare che alquanto aitarme da questa mia extrema miseria
per le cause ante decte, e maxime per l'opera a V. Ex. intitulata, li quali
quinterni per qualcun di vostri trascorsi e reveduti suplico per el presente
messo me remandiate, che del tutto cognoscerò di gratia speciale da V. Ex.
a la cui ombra me do, dedo, trado atque devoveo.
Ex Gastilione Aretino, die XI octobris 1513.
E. Ex. V.
Prope mancipium
Fr. Benedictus de Gastilione Aretino
Ordinis Sancti Augustini infelix et inquietus.
II Moncetti si trovava allora in patria, angustiato dalla miseria.
Non sapremmo imaginare cosa più ghiotta di questa lettera, in
cui è difficile il dire se meglio predominino gli istinti dello scroc-
cone 0 quelli del cerretano. Si notino le lodi che il frate fa del-
l'opera propria e le promesse rispetto alla sua predicazione fu-
tura, che vorrebbe avesse luogo in Mantova. Si noti il gran la-
voro di turibolo per cattivarsi vieppiù la Gonzaga, e l'impudente
richiesta della cavalcatura. Isabella fece rispondere da Benedetto
Capilupo, con garbo, ma non senza freddezza, il 20 ottobre del '13:
« Havemo con lieta fronte et con non mediocre piacere et sati-
« sfactione acceptata et lecta tutta la lettera et epistola et parte
« de l'opera de la R.^» P. V. et factola legere a qualche valent-
ie huomo, la quale è stata laudata si come meritano le cose
« sue ». Gliela rimandava insieme con una lettera commen-
datizia pel Bibbiena; ma nulla prometteva riguardo la stampa.
144 LUZIO-RENIER
Quanto al cavallo, si scusava di non poterglielo dare, non aven-
done disponibili, perchè presto doveva recarsi a Milano. Il mel-
lifluo Moncetti fece insomma, quella volta, mezzo fiasco.
Non dovette tardar molto il tempo in cui il Moncetti fu man-
dato, con un ufl3cio onorevole, in Francia, ove si trattenne pa-
recchio. Del 1515 infatti è l'opuscolo suo a stampa, che abbiamo
esaminato. I documenti mantovani tacciono fino al 1525, nel qual
anno troviamo una lettera di fra Benedetto al Marchese Federico,
datata da Milano, ove, secondo l'Eisio, era allora il Moncetti se-
gretario ducale. La lettera riguarda gli interessi dell'ordine ago-
stiniano, che lo .scrivente cerca di tutelare:
111.™° et Ex.™o Principe S."" et Patron mio unico sempre obs.™^
Per lo amore et honore della religione mia, dalla quale il lacte et il lume
ho receputo, son constretto ricorrere alla Ex. V. alla quale supplico per quanta
servitù gli porto voglia essere contenta, per la sua innata humanitate, non
intromettere la sua auctoritate né voglia patire lo convento nostro de obser-
vantia essere subvertito, il quale li Padri nostri con il favore delle sue ora-
tioni et prediche in Bozolo se hanno acquistato; imperochè al presente o per
favore de V. Ex. o per quello de altri è andato in ditto Bozolo a predicare
uno frate de l'ordine carmelitano anchor che lì non habbiano convento, la
qual cosa è in gran."* vergogna et danno de essi nostri Padri, li quali per
bavere già pocho tempo datto principio al loro convento sono molto poveri.
Pertanto V. Ex. se dignarà per sua benignità et clementia commettere che
gli sia provisto.
Non passarano molti giorni che la Ex. V. odderà un gran.™» scopio, la qual
cosa Dio voglia ch'io menti perchè me dubito de una gran.'"* mina in Italia.
Et alla bona gratia de V. Ex. ecc.
Mediolani XXX sept. 1525.
Servulus
Fr. Jo. Benedictus Moncettus.
Degna di speciale osservazione apparirà a tutti la chiusa. Il
Moncetti non ha perduto il vezzo di fare delle predizioni ; ma
questa volta forse con maggior fondamento di quando profetò
la peste mantovana, poiché è probabile che intenda alludere alla
congiura del Morene, scoperta poco dopo, nell'ottobre del 1525.
Ma l'anno successivo i documenti di Mantova ci permettono d'in-
travvedere una pratica del Moncetti che pone in chiaro sempre
più la sua straordinaria ambizione. Per conseguire certe elevate
cariche ecclesiastiche, egli voleva sfratarsi, e non aveva mancato
di iniziare a questo scopo delle pratiche in Roma, appoggiato dal
fido Marchese. Ecco quanto l'ambasciatore Francesco Gonzaga
VARIETÀ 145
partecipava da Roma il 19 aprile 1526 al suo signore: « Circa
« quanto la mi scrive del desiderio che Ella havaria che il R.**"
« Patre Fra Benedetto Moncetto fosse compiaciuto da N. S. di
« essere fatto prothonotario apostolico (1) con concessione di
« potere conseguire anche altre dignità ecclesiastice fuori de la
« religione sua, io ne ho parlato con S. B.^® con quella efficacia
« che scio essere mente di V. S. lU.™^ et diteli che per il sin-
« gular amore che ella porta a esso R> patre per le buone
« qualità sue et virtù, ogni grado de honore et dignità che
« S. B.°« se dignarà di conferirli, V. Ex. sarà per reconoscerlo
« in singular piacere et gratia et havergliene non mediocre
« obligo. Al che la si deveva anche rendere tanto più facile
« quanto che p.** V. Ex. attesta de la molta devozione et ser-
« vitù che esso ha avuto sempre verso S. S.*^ . Essa ha risposto
« haver conosciuto per fama el p.**' R.^<> Patre et inteso de le bone
« conditioni sue che li sono piaciute: cosi dove li potesse fare
< piacere et comodo lo farla sempre voluntieri, maxime per
'< rispetto di V. Ex. Che ben era vero che di questo che io di-
« mandava in nome di quella li parea un poche cosa nova, non
<< sapendo come si convenesse alla professione sua una cosa tale,
« maxime non havendo la correspondentia di qualche altro ef-
<^ fette di emolumento ; pur, che facendo io fare una instructione
« 0 supplica, S. S.*^ la faria vedere et quello che se potesse con-
« cedere con honore suo lo admetteria voluntieri in specie a
« contemplatione di V. S. Ili™* et me ha ditto che saria bene che
« di là si mandasse ditta instructione che contenga il particulare
« de li modi che esso dessignaria de tenere in la religione, in
« che habito voria andare et con che auctorità desiderarla questa
« dignità te, acciochè si sappia come governarsi qui circa tal
« concessione. Però subito che habbia la instructione non man-
« charò di procurare che se exequisca quanto farà il bisogno.
« Circa il costo non posso dare particularmente ad viso, perchè
« bisognarà prima vedere la continentia di quello che si ricer-
« cara: ma per quanto mi è ditto, passando per penitentiaria
« come pare sia necessario, sarà per ascendere ad una buona
(1) Il protonotariato apostolico era una dignità lucrosa, che nella gerar-
chia della prelatura consideravasi come la più onorevole dopo quella dei
vescovi. Per informazioni particolari in proposito vedasi Moroni, Dizion. di
erud. storico-ecclesiastica, voi. LVI, s. v.
Giornale storico, XX, fase. 58-59. 10
146 LDZIO-RENIER
€ somma de denari ». Più esplicito si spiegava Francesco Gon-
zaga scrivendo in cifra quel giorno stesso una lettera risen^atis-
sima al segretario Calandra. « Circa il desiderio che haveria il
« R.^o Fr. Benedetto Moncetto, vedereti quello che ne scrivo al
« S."" Ill.™o. lo certamente ho fatto l'officio efficacissimamente et
« tanto più volontieri quanto gli son stato sempre et sono aff"**.
« Cosi, havuta la instructione che si ricerca, solicitarò la expe-
« ditione con quella più diligentia che mi sera possibile: vero è
« che il Papa si è scandalizato di questa dimanda et me ha
« detto che li par strano che un frate che desideri essere in bon
« predicamento et reputato homo da bene recerchi simil dignità
« per haver solo questo nome de honore senza altro emolumento,
« parendoli esser cosa demostrativa de natura ambitiosa. Io gli
« ho risposto come meglio ho saputo et mi son sforzato de dif-
« fenderlo quanto ha comportato il mio ingegno. Ne ho parlato
« anche col Datario, qual più che più si è maravigliato et me
« ha ditto la dimanda esser poco condecente, parendoli che con
« questo meggio il frate babbi animo de uscire de la religione,
« con molte altre parole. Similmente gli ho risposto come meglio
« ho saputo et l'ho pregato ad voler essere favorevole, al che
« me ha detto che questa cosa bavera ad passare per la via de
« S" Quatro (1), però lui non se ne impaciarà altramente ma
« che ben non può laudare la cosa. Ho voluto darve adviso dif-
« fusamente de questa cosa, acciò che la sapia lei tutto: non
« direti se non quello vi piacerà, al S.' non ho voluto scrivere
« cosi distintamente ». Di qui s'intende come l'ambizione del
nostro Agostiniano gli avesse fatto avanzare tali pretese da pro-
durre un vero scandalo in Roma, ove se ne mostrarono sinistra-
mente colpiti, non solo l'austero e puro Datario Giammatteo Gi-
berti (2), ma lo stesso Clemente VII, che era più largo di manica.
(1) Cardinale dei Quattro Santi coronati era nel 1526 Lorenzo Pucci, che
ebbe la porpora nel 1513 insieme col Bibbiena, ed era stato assai addentro
nella grazia di Leone X. Gfr. Ciacconio, Vitae pontif. et cardin., Ili, 337;
e Gregorovius, St. di Roma, Vili, 219 a 501. Il Pucci era allora probabil-
mente anche cardinale penitenziere, ed in questa qualità doveva occuparsi
della faccenda del Moncetti. Infatti la penitenzierìa apostolica si occupava
delle suppliche e dei ricorsi di colpevoli o di coloro che volevano essere
dispensati da obblighi contratti; mentre la dataria accordava unicamente
grazie e benefici. Vedi MoRO>a, Dixion. cit., voli. LII e XIX sotto Peniten»
xiaria e Dataria.
(2) Gregorovius, Vili, 525; Virgili, Francesco Bami, Firenze, 1881,
VARIETÀ 147
Conosciamo un'altra lettera del Moncetti, diretta da Ferrara,
il 23 novembre 1526, al Marchese di Mantova. Da essa risulta
che fra Benedetto erasi recato colà con una commendatizia del
Gonzaga, la quale avevagli fruttato non poche carezze da parte
del Duca. Non tralasciò per questo il Gonzaga di rinnovare nel
dicembre 1526 le insistenze presso la Corte di Roma, onde il
Moncetti potesse ottenere il protonotariato; ma le risposte furono
evasive come la prima volta. La questione era complicata dal
fatto che il Moncetti essendo un frate « ricco sol di virtù », come
si esprimeva il Marchese, avrebbe voluto sottrarsi alle tasse di
cancelleria, che erano forti. S'andò per le lunghe, finché soprav-
vennero i terribili casi di Roma, che troncarono ogni pratica.
IV.
In conclusione. L'editore della Quaestio de aqua et terra,
contro la cui autenticità si sono levati dei dubbi cosi fondati,
non era sicuramente fior di farina. I documenti prodotti ce lo
fecero conoscere abbastanza da vicino, il che giovò a confermarci
nella impressione che producono e l'assetto curioso della stampa
principe della Quaestio e la consolatoria per la morte di Luigi XII.
Dovunque si vede in quel frate una gran voglia di figurare, di
farsi innanzi, di sfoggiare dottrine recondite. Teologo e filosofo,
astrologo e verseggiatore, egli mette tutte le scienze e le arti
al servizio de' principi da cui spera favori e specialmente della
propria ambizione. C'è da giurare che lo stesso Alighieri, cono-
scendolo, non avrebbe esitato a cacciarlo tra quei frati vanitosi,
che pascon di vento le pecorelle e gonfiano il cappuccio, purché
si rida alle loro prediche piene di motti e di scede (1). Codesto
Moncetti, insomma, considerato un po' attentamente, non si può
negare che abbia in grado non comune la capacità a delinquere.
Scrive il Torelli che fra Benedetto, durante la sua dimora in
Parigi , pubblicò il Tractatus de formatione humani corporis
in utero, di Egidio Romano, dedicandolo ad Enrico VIII d'Inghil-
terra, che era ancora cattolico; e di quel libro riferisce il ti-
pp. 95 sgg. L'elenco dei Datari, che pubblica il Moroni nel XIX voi. del
Dizionario è confuso ed inesatto.
(1) Farad., XXIX, 115.
148 LUZIORENIER
tolo (i). La prima edizione del Tractatus è di Parigi 1515; la
seconda, curata dall'agostiniano Augusto Montefalcone, è di Ve-
nezia 1523; la terza, di cui abbiamo solo notizia indiretta, è di
Rimini 1626. I maggiori bibliografi non registrano quest'opera (2),
che abbiamo ragione di ritenere alquanto rara in tutte le stampe,
rarissima nella prima (3). Ne tengon conto invece, dandone uni-
camente il titolo, i vecchi eruditi che particolarmente ebbero ad
occuparsi di Egidio Colonna (4). Ora, quello è un curiosissimo
libro. Diviso in 25 capitoli , discute se vi sia o no virtù attiva
nel liquido che emette la femmina nell'amplesso sessuale; se la
femmina possa concepire senza il contatto diretto col maschio;
a che serva lo sperma ed a che la secrezione venerea femmi-
nile; che cosa sia il menstruo e quali rapporti abbia col conce-
pimento; come si formi il feto e come lo si partorisca; quali
sieno le cause del vario sesso del feto; perchè si concepiscano
talora più figli ; perchè essi somiglino ora al padre e ora alla
madre ecc. ecc. ; tutti argomenti , come ognun vede , che per
quanto infarciti del solito pesantissimo formulario scolastico, non
sembrano i più adatti ad essere discussi in apposito libro da un
arcivescovo e cardinale, e propalati per le stampe da un monaco.
Interesse scientifico il Tractatus pare ne abbia pochissimo. Un
vecchio storico dell'anatomia lo dice « un ouvrage très mal écrit »
e « rempli d'indécences et de prójugés superstitieux » ; più sotto
aggiunge che < l'Auteur y traite des questions les plus singu-
« lières et les plus indócentes qu'il soit possible d'imaginer » (5).
Il dottissimo nostro investigatore della storia medica, prof. Al-
fonso Corradi, ci scrive in proposito : « Mi meraviglio come i rac-
(1) Secoli AgosHnianiy Vili, 256-57.
(2) Neppure lo Hain, che nel Repertortum dà un elenco cosi copioso degli
scritti filosofici, politici, fisici e teologici di Egidio.
(3) Della ediz. principe del Tractatus esiste una copia, rilegata con l'opu-
scolo del Moncetti alla regina di Francia, nel cit. voi. XV, VII, 260 della
Nazionale di Torino. Sventuratamente manca del frontispizio e della dedica.
Facemmo invano ricerca d'un altro esemplare in alcune delle principali bi-
blioteche italiane. Uno ve n'era nella Nazionale di Parigi (vedi Catalogne
des Sciences médicales, voi. I, 1857, p. 407), ma ora non si trova più.
(4) Si osservino il Bulbo, Historia universit Parisiensis^ Parisi is, 1666,
III, 672, che segue il Tritemio, ed anche Prosp. Mandosio, Biblioth. Ro-
mana, Roma, 1682, p. 246.
(5) PoRTAL, Histoire de l'anatomie et de la chirurgie, Paris, 1770, V,
588^9.
VARIETÀ 149
« coglitori di cose pornografiche non abbiano fatto una nuova
« edizione del trattato cardinalizio: ma vi fa difficoltà la lingua
« barbara e la forma scolastica ».
A quale scopo un frate mandato a Parigi per esercitarvi be-
nefico influsso sui costumi si sarebbe preso la briga di far ge-
mere i torchi per diffondere tante sudicerie d'uno scrittore fa-
moso, morto due secoli prima? (1). Non difficile è il riconoscere
anche in questo caso un fine ambizioso, quello di congiungere
di nuovo il proprio nome ad un altro nome già illustre; e questo
fine poteva essere tanto meglio raggiunto, quanto più^J'opera era
curiosa ed attirava quindi l'attenzione. Il trattato di Egidio non
è falso (2); ma l'intento del Moncetti nel pubblicarlo non sembra
del tutto diverso da quello per cui probabilmente fabbricò il De
aqua et terra. Il Tractatus di Egidio fu da fra Benedetto, come
dice il titolo, « correctus , revisus , renovatus et auctus », tanto
perchè non si credesse ch'egli facesse opera d'amanuense o poco
più (3). Non vediamo noi ogni giorno uomini piccini d'animo e
di mente, che per figurare nel mondo s'arrampicano con ogni
arte ai veri grandi, e con questo parassitismo morale conseguono
talora lo scopo d'essere reputati ciò che non sono? Il Moncetti
può avere adoperato in tal guisa , e senza ciò non vi sarebbe
certo oggi chi, bene o male, s'occupasse di lui.
Alla falsificazione del De aqua può aver anche contribuito il
desiderio di far cosa grata ai Gonzaga, mostrando con un argo-
(1) È noto che Egidio Colonna visse dal 1247 al 1316.
(2) Di ciò è prova evidente il fatto che nel ms. lat. 15863 della Nazionale di
Parigi, venuto dalla Sorbona, e scritto tra la fine del XIII e gli inizi del XIV
secolo, il Tractatus si legge da e. 18 a e. 56, con attribuzione formale ad
Egidio ed in mezzo ad altri opuscoli del medesimo autore. Ebbe la cortesia
di avvertircene, su richiesta nostra, il dr. Camillo Gouderc, addetto alla se-
zione manoscritti della Nazionale, al quale esprimiamo i più vivi ringrazia-
menti.
(3) Sarebbe interessante constatare col confronto del cod. Parigino quali
correzioni ed aggiunte il Moncetti praticasse nell'opera d'Egidio. Noi rica-
viamo le parole citate dal titolo che riferisce il Torelli, dolenti che la rarità
dell'edizione principe non ci abbia permesso di vedere coi nostri occhi la
prefazione, con tutta probabilità apposta da fra Benedetto alla stampa. Tale
prefazione, a ogni modo, se v' è, non deve aver nulla a che fare con l'ap-
parato ciarlatanesco che circonda il De aqua, perchè con la seconda carta
comincia già il testo, come osserviamo nell'esemplare mutilo torinese di cui
possiamo disporre.
150 LUZIO-RENIER
mento inoppugnabile che rAlighieri aveva dimorato nella loro
città. Ma in questo caso, obbietterà alcuno, perchè non far discu-
tere nella stessa Mantova la Quaestio, anziché in Verona? Questo
davvero non lo sappiamo, ed è difficile lo si venga a scoprire.
Per indovinare le ragioni di fatti simili, bisognerebbe conoscere
più a fondo la vita del Moncetti. Noi ignoriamo se per caso non
gli stesse a cuore di gratificarsi anche i Veronesi, o se la tra-
dizione costante e sicura della dimora di Dante in Verona non
gli facesse scegliere appunto quella città, per dare alla disputa
imaginaria maggior apparenza di vero.
ALESSA>rDRO LUZIO — RODOLFO ReNIER.
IL CODICE DI EIME ANTICHE DI G. G. AMADEI
I.
Nel secondo volume della sua Storia e ragione di ogni poesia,
Saverio Quadrio, parlando di Gan Grande della Scala, non esita
a dirlo « della nostra vulgar poesia coltivatore assai buono
« pei suoi tempi »; e fonda siffatta curiosa asserzione sull'esi-
stenza d'un sonetto indirizzato dal gran condottiero ai Bolognesi,
allora quando Enrico VII l'ebbe creato vicario imperiale e ge-
nerale de'Ghibellini (1). Il Quadrio aveva letto il sonetto, il quale
è ben noto per esser stato più volte stampato, in un codice esi-
stente presso il canonico Giovan Giacomo Amadei; ed in questo
ms., oltreché la sciatta rima attribuita a Gan Grande, dovevano
leggersene molt'altre di nostri antichi poeti, giacché il Quadrio
asserisce che vi si contenevano componimenti di Dante, di Gino,
di Antonio da Ferrara, di Andrea da Perugia, di Gherardo da
Reggio, di Matteo Gorreggiari, di Zanobio Garauri da Firenze, di
Bernardo da Bologna e d'altri parecchi.
Or dove è andato a finire questo ms.? Ecco una dimanda che
io mi son spesso rivolto. E poiché m'era noto che de'mss. del-
l'Amadei alquanti si trovano oggi nell'Universitaria di Bologna,
mi venne vaghezza di intraprendervi qualche ricerca. Or mentre
attendeva a siffatta indagine, un codice mi parve subito merite-
vole d' attenzione, come quello in cui si riscontrano parecchie
fra le rime di quegli autori, de'quali il Quadrio lesse già i nomi
nel ms. Amadei. Questo codice, cartaceo in quarto, di ff. 214 nu-
merati con inchiostro rosso, di mano de'sec. XVI-XVII, è già stato
descritto dal prof. N.Arnone (2); gioverà tuttavia aggiungere qui,
(1) Quadrio, Op. cit., voi. II, pp. 174-176.
(2) Rime di G. Cavalcanti, Pref., pp. lxiii e sgg.
152 fe. LAMMA
a quanto egli ne ha detto taluni nuovi particolari al nostro scopo
opportuni.
Chi esamini il ms. Bolognese si avvedrà tosto commesso non
risulti vergato da una sola mano in un sol tempo, ma appaia
invece formato di vari quinterni, dovuti a varie mani e messi
insieme qualche tempo dopo da un possessore di essi. La com-
posizione frammentaria — per dir cosi — d§l codice è attestata
anche dal non piccolo numero di carte bianche che vi si incon-
trano, soprattutto in fine d'ogni quinterno (1). E poiché la lega-
tura è guasta, si può sospettare che de'quinterni che costituivano
un tempo l'ultima parte del zibaldone, parecchi siano andati
perduti o per lo meno si trovin ora separati dai loro compagni.
Questo codice, l'ho già detto, contiene molte delle rime ricor-
date dal Quadrio come esistenti nel ms. dell'Amadei, ed anzitutto
il sonetto di Gan Grande (e. 127 b). Vi si leggono poi versi di
Zanobi Gamuri, a e. 149 a\ di Bernardo da Bologna a e. 194 a;
di ser Mula de'Muli, a e. 101 a\ di Gherardo da Reggio a e. 107a;
di Gherarduccio de'Garisendi tre sonetti a ce. 114 a, 116a, 117a;
di Guelfo Taviani due a ce. 118 a e 119a; e di Zampa Ricciardi
uno a e. 125 &; e pur uno, testé edito da noi (2), di Gio. di Meo
Vitali a e. 135 b. Gontiene inoltre una tenzone in sei sonetti tra
Gecco di Meletto de' Rossi, il Petrarca, il Boccaccio, Antonio da
Ferrara e l'Angoscioli a ce. 94a-96«.
Ma sebbene il codice Boi. Univ. 1289 racchiuda rime attribuite
ad autori che il Quadrio ricordò nello spoglio del cod. Amadei,
può da questo dedursi che esso sia da identificar con quello?
La cosa riesce dubbia: 1° perché non tutti gli autori ricordati
dal Quadrio nello spoglio del cod. Amadei hanno rime nel Boi.
1289; 2» perchè, dato pure che questo ms. contenesse rime di
tutti, mancherebbe sempre la prova che le rime attribuite ad
essi dal codice Amadei fossero le stesse date loro dal cod. Boi.
1289. Occorre adunque una più minuta indagine che rechi mag-
giori conforti all'ipotesi nostra.
Ho detto che il cod. Boi. 1289 pare mutilo sulla fine: si pnò
adunque ragionevolmente supporre, che gli autori citati dal
(1) Ecco l'elenco delle carte bianche: f. 8 &, 90 6, 123 &, 129 b, 130 (bU) a-b\
140a-1476; 151a.l58ò; 1626, 164 6, 1966, 1686, 169a.6,173a, 174 a^,
176 6, 186, 187 a.6.
(2) Cfr. il nostro articolo Dante Alighieri e Giovanni Quirini in Ateneo
Veneto, 1888, p. 263.
VARIETÀ 153
Quadrio, di cui oggi non si hanno rime nel cod. Boi., le avessero
nella parte che manca. Questa supposizione è tramutata in cer-
tezza dal ritrovamento di due altri codicetti, pur nella Univer-
sitaria di Bologna, che dovevano essere tutt'una cosa col codice
1289. Gol n. 177 i-^ sono indicati in quella Biblioteca cinque
codicetti, di varia natura e di scarsa importanza, che appar-
tennero tutti air Amadei e che or son raccolti in una sola cu-
stodia. Di questi cinque mss., già da noi altrove menzionati (1),
il terzo, cartaceo in-S"* piccolo, di mano del sec. XVII, si appalesa
a prima vista qual frammento strappato da un codice di mole
maggiore. Nella prima carta vi si legge la seguente nota : « Rime
« di vari. \ Dà\ un libro antiquissimo di M. Già. Georgia Tres-
« sino, che gli fu donato a Bologna da un libraro, il quale
« appena si poteva leggere per Vantiquità. Copia fatta nel prin-
« cipio del 1600. Amadei ». Eccoci dunque d'innanzi al fram-
mento del cod. 1289, di cui abbiamo prima sospettata la perdita.
Ma la prova, si dirà? La possediamo e certissima. Ho già detto
che il cod. 1289 reca una numerazione in rosso che dall'I va al
213. Orbene nel codicetto 177 ^ noi vediamo riapparire la stessa
numerazione in rosso , che , partendo dal 214 , arriva al 237.
Niun dubbio adunque che al tempo dell'Amadei il cod. 1289 ed
il 177^ non ne formassero un solo, quello appunto che il Quadrio
ebbe sott' occhi. Più tardi la discordanza del formato suggerì a
qualcuno l'infelice idea di staccare i mss. e formarne due distinti,
come oggi li vediamo.
Ho già fatto notare che il cod. 1289 non contiene rime di tutti
gli autori ricordati dal Quadrio; ebbene quasi tutti quelli che ivi
non hanno luogo, stanno nel cod. 177^. Di Riccardo di France-
schino degli Albizi questo contiene due canzoni (ce. 215 «-217 &),
di Bartolo de'Bicci, la ballata : Io non ardisco di levar più gli
occhi (e. 231 a); di ser Amasio di Landoccio Albizzi, che il Qua-
drio chiama « Amano » (2), una gentile ballata: Occhi miei
lassi, homai vi rallegrate; una canzone e un sonetto di Lan-
cialotto Anguscioli (231-232 a); infine una ballata (e. 235 a) di
(1) Rime di Matteo Correggiari, Bologna, Romagnoli, 1891, p. x.
(2) II Quadrio ha lasciato correre parecchi errori nella trascrizione dei
nomi dei poeti che leggeva nel cod. Amadei. Bartolo de' Bicci divien per
lui « de Bricci », e cosi via.
154 E. LAMMA
Matteo Gorreggiari dettovi da Bologna (1). Osservabile è il fatta
che questo codice offri al Quadrio la prova per sostenere che il
Gorreggiari fu Bolognese, errore ripetuto poi dal Fantuzzi.
Ma il cod. Amadei, a quanto lasciò scritto il Quadrio, conte-
neva anche poesie di Bartolomeo di Castel della Pieve, e nei due
codici che noi abbiamo finora studiati non s' incontrano rime
dell'umanista studiato con tanta diligenza dal Novati, e che poco
dovè invece conoscere il Quadrio, se alterò in Battista il nome
di Bartolomeo. Ma 1' Univ. Bolognese possiede un codicetto, di
poche carte, di scrittura del sec. XV, che appar anch' egli fram-
mento di codice di maggior mole, segnato col n. 401*. Esso non
rimase ignoto al Renier, che lo citò nella sua edizione delle
rime di Fazio (2). Dico subito che anche questo frammento fa-
ceva parte del codice Amadei, giacché più indizi stanno a di-
mostrarlo.
La numerazione anzitutto in rosso ed identica a quella dei
codd. 1289 e 177 ^ a cui si accompagna dopo breve lacuna (dal
237 si va al 250); quindi il leggervisi proprio nella prima carta
una Chanzone morale di ser Bat. de chastello della pieve chia-
mata ruffianella, che, in realtà, non è altro che il notissimo
serventese: Cruda selvaggia fuggitiva e fiera ^ il quale si con-
serva in altri e molti codici, di cui si può vedere l'elenco nella
citata monografia del Novati (3).
Di qui adunque proviene l'errore del Quadrio che chiamò
< Battista » il rimatore umbro invece che Bartolomeo; di qui
Taltra sua curiosa e inesplicabile affermazione che il serventese
di Bartolomeo fosse chiamato Ruffìanella, sebbene — aggiungeva
il brav'uomo — con la poesia Boccaccesca di tal nome nulla
avesse a che fare.
Del cod. Amadei, cosi restituito in parte alle sue antiche sem-
bianze coll'aiuto dei tre codici bolognesi, noi crediamo opportuno
presentar qui adesso la tavola. Non affermiamo però, ben s'in-
tende, che esso ci si offra in questa guisa ricondotto alla primi-
tiva integrità. Gerto vi ha una lacuna fV'a le carte 237-250; lacuna
che potrebbe essere deplorevole, se fossimo certi che i fogli man-
canti erano scritti, ma che verrebbe ad esser senza importanza,
ove potesse mettersi in sodo che erano bianchi, e per questa
(1) Vedi Le rime di M. Correggiari, p.
(2) Introd., cap. VI, p. cccLxn.
(3) Gfr. questo Giorn., XII, 211.
XI.
VARIETÀ 155
ragione quindi trascurati da chi ruppe la compagine del codice
Amadei. Cosi non è a escludere che alla e. 259 ultima del co-
dicetto 401 e ne tenessero dietro delle altre.
II.
TAVOLA DEL GOD. AMADEI.
I. — [Cod. Univ. di Boi. 1289, e. 1-213].
1 a. M. Guido Guinizzelli da Bologna. Io vuo del ver la mia donna lo-
dare. Son.
1 b. M. Dante. Dhe ragioniamo un poco insieme Amore. Son.
2 a, Id. Sonar brachetti et cacciator aizzare. »
2 b. Questo sonetto fu dato a Guido Orlandi di Firenze et non seppe
chi li le mandasse se non che si pensò per le precedenti parole che
fosse Guido Cavalcanti. Una figura della donna mia. Son.
3 a. Risp. di Guido Orlandi. S'havessi detto amico di Maria. Son. dop.
3 è. M. Gino. Se '1 viso mio alla terra s'inchina. Son.
» Ser Lapo Gianni. Nel vostro viso angelico amoroso. Ball.
4 a. Id. Si come i Magi a guida della stella. Canz.
4 b. Donna del vostro fin pregio e valore. Ball.
ba. Tutto è piacer piacente. Canz.
6 a. Risposta di M. Guido Cavalcanti a Danti Allighieri ciò e al sonetto
della vita nova. Vedesti al mio parere ogni valore. Son.
6&. Donna poi ch'io mirai. Ball.
•» Ser Noffo Notaio d'Oltrarno. Vedete se pietoso. Canz.
la. Guido Orlandi. Ragionando d'amore. Son. dop.
7 b. Lippo PASCI DE Bardi di Firenze. Così fossi tu acconcia di donarmi.
8 a. M. Gino. Voi che per nova vista di ferezza. Son.
9 a. Messere Dante Allighieri. Nele man vostre gentil dònna mia. Son.
9&. M. Gino da Pistoia. Vinta et lassa era [già] l'alma mia. »
10 a. Id. Angel di dio somiglia in ciascun atto. Ball.
10 b. Id. lo sento pianger l'anima nel core. Son.
Ha. Id. Io era tutto fuor di stato amaro. »
11 &. Id. Novelle non di veritate ignuda. »
12 a. Id. Lo fin piacer di quell'adorno viso. »
12 b. Id. Huomo pensoso che smarrito vai. »
13 a. Id. Signori io son colui che vidi Amore. »
13 b. Id. Dehe com sarebbe dolce compagnia. »
14 a. Id. Ben è forte cosa dolce sguardo. »
14 b. M. Guido Guinizzelli. Ghi vedesse a Lucia un var capuzzo. Son.
15 a. Id. Ghi core havesse mi potria laudare. Son.
15 &. S. Bonagiunta orbicciani da Lucca a Gui. Guiniz. Voi che havete
mutata manera. Son.
156 E. LAMMA
16 a. Risp. di Gui. Guiniz. a S. Bonag. Homo eh' è saggio non corre leg-
gero. Son.
16 ft. M. Gino. La vostra disdegnosa gentilezza. Ball.
17 a. Id. Donna io miro et non è chi mi guidi. Son.
17 b. Id. La bella donna eh' in vertu d'Amore. »
18 a. Id. Oimè eh' io veggio per entro un penserò >
18 fe. lo. Tu che sei voce che lo cor conforte. > Incompl.
19 a. Id. Se non si mor non trovara mai possa. »
19 ft. Id. Bella gentile amica di piotate. »
20/2. Id. 0 voi che siete voce nel deserto. »
20 b. Id. Ciò eh' io veggio di qua m'è mortai duolo »
21 a. Id. Non credo eh' in madonna sia venuto. »
21 b. M. Dante a M. Gino. Perch' io non trovi chi meco ragioni. Son.
22 a. Risp. di M. Gino a M. Dante. Dante non so di quale albergo soni. >
22 &. M. Dante. Voi che per gli occhi mi passaste il core. >
23 a. M. Francesco Petrarca. S' io potessi cantar dolce et soave. »
23 6. M. Guido Cavalcanti. Biltà di donna et di sacciente core. »
24 6. Id. L'anima mia vilmente sbigottita. »
24 b. Questo si è uno respetto che fece Guido Orlandi a M. Guido Caval-
canti perchè disse eh" ei farebbe piangere Amore. Guido Orlandi.
Per troppa sottigliezza il fil si rompe. Son.
25 a. Guido Gavalc. a Guroo Orlandi. La bella donna dov'Amorsi mostra. Son.
25 b. Risp. di Guido Orlandi. A suon di trombe anzi che di corno. -Son,
26 a. Guido Cavalcanti. Tu m' hai si piena di dolor la mente. »
26 b. Id. Chi è questa che ven eh' ogni huom la mira. >
27 a. Id. lo vidi gli occhi dove Amor si mise. »
27 6. Id. S'io prego questa donna che piotate. j»
28a. Id. A M. Dante. Dante un sospiro messaggier del core. »
28 6. Id. Li miei foli' occhi che prima guardare. »
29 a. Id. Donna mia non vedesti colui. p
29 b. Dino Compagni a Guido Guiniz. Non vi si monta per iscala d'oro. »
30 a. FrateGuittone A M. Onesto. Credo savete ben Messere Honesto. »
30 6. Risp. di M. Honbsto. Vostro saggio parlar eh' è manifesto. >
31 a. Giudice Ubertino da Rezzo (sic) a F. Guittone. S' il nome deve se-
guitar lo fatto. Son.
31 6. Risp. di F. Guittone. Giudice Ubertino in alcun fatto. Son.
32 a. M. Dante a M. Betto Brunklleschi di Firenze. Messere Botto que-
sta polzelletta. Son.
22 b. Lippo Pasci de Bardi. Io si vorrei eh' un segno avelenato. Son,
33 a. Messer Guido Guinizzelli da Bologna. Dolente lasso già non m'as-
sicuro. Son.
33 6. Messer Dante Allighieri iu Firenze. Chi guarderà giamai senza
paura. Son.
34 a. Messere Gino da Pistoia. Amor si come credo ha signoria. Son.
34 6. Id. Poscia ch'io vidi gli occhi di costei. >
35 a. Id. L'intelletto d'amor eh' i' solo porto. »
356. Id. Poi che satiar non posso gli occhi miei. Ball.
VARIETÀ 157
36 a. 1d. Amor la doglia mia non ha conforto. Ball.
36 &. Id. Questa donna ch'andar mi fa pensoso. Son.
37 a. Messer Guido Novello. Ogni diletto et bene. Ball.
2n b. Messere Dante Allighieri. Molti volendo dir che fosse Amore. Son.
38 a. Messere Francesco Petrarca. 0 monti alpestri, o cespigliosi mai. »
38 è. Id. Sarà pietà in Siila in Mario et Nerone. »
39 a. Id. Per liti et selve per campagne et colli. »
39 b. M. Dante a Guido Cavalcanti. Guido vorrei che tu et Lapo et io. »
40 a. Risp. DI Guido. S'io fossi quello che d'amor fu degno. »
40 b. M. Dante Allighieri. Delli occhi della mia donna si move. »
41 a. Canzone di Messere Guido Guinizzelli da Bologna. Tegno di folle
impresa lo ver dire. Canz.
41 b. Canz. di Messer F. Petrarca. Vergine pura et sol unica luce. Canz.
43 a. Re Enzo ET M. Guido Guinizzelli da Bologna. S'eo trovasse pietanza. »
43 b. Federico imperatore. Poi che te piace Amore. »
44 b. Re Enzo. Amor mi fa sovente. »
45 a. NoTARO Jacomo da Lentino. Amando lungamente. Canz,
46 b. Inghilfredi. Audite forte cosa che m' avene. »
47 b. M. Dante Allighieri. Fresca rosa novella. Ball.
48 b. Risp. del Petr. ad un sonetto che gli fu mandato da Parigi. Più
volte il di mi fo vermiglio et fosco.
49 a. Anonimi. Quando Amor sua mercede et mia ventura. Son.
49 b. Quella ghirlanda che la bella fronte. »
50 a. Sostenne con la spalla Hercole il cielo. »
50 b. Antonio, cosa ha fatto la tua terra. »
51 a. S'alia divota fede ai pensier cari. »
51 b. Responsivo a Cecco di Meletto. Per che l'eterno moto sopraditto. »
52 a. Io son si vago della bella aurora. »
52 b. Quanto era amata d'Acontio Gidipe. »
53 a. -Stato foss'io quando lei vidi prima. »
53 b. Non è sublime il cielo ov' è il suo centro. »
54 a. Al lampeggiar de gli occhi alteri e gravi. »
54 b. Io ho molt' anni già piangendo aggionte. »
55 a. Io venni a rimirar gli ardenti rai. »
55 b. Io non posso ben dire, Italia mia. »
56 a. Se l'aureo mondo in che già militaro. »
56 b. Per coglier mercurio il gran pianeto. >
57 a. Ai lingua, ai penna mia che in tante carte. ^>
57 b. 0 monti alpestri o cespugliosi mai. »
^a. Questa è l'ultima pugna, o illustre conte. »
58 b. L' alpestre selve di candide spoglie. >
59 a. Ne l'hora che sotto il cancro cambiato hanno. »
59 b. 0 chiara luce mia dove sei gita. >
60 a. Gli antichi e bei pensier convien eh' io lassi. »
60 è. Non fossi attraversati o monti alteri.
61 a. Frottola di M. Franc" Petrarca. Di ridere ho gran voglia. Incom-
piuta.
158 E. LAMMA
64 a. Prima ritornarebbo il Pado al seno. Son.
64 b. Donna mi viene spesso nella mente. Ball.
65 a. Quel che ha nostra natura in se più degno. Canx.
69 b. Non creda essere alcuno in alto stato. Son.
10 a. Ben che il camin sia faticoso et stretto. >
70 b. Fra verdi boschi che Y erbetta bagna. »
71 a. Il core che a ciascun di vita è fonte. »
71 b. Perchè non ho chi a me di me si doglia. Canz.
75 a. Solo soletto ma non dai pensieri. Son.
75 6. Piango, ohimè lasso, ove rider solea. >
76 a. Poi che al fattor dell' universo piacque. »
76 b. Prestómi Amore il benedetto strale. »
77 a. Se quelle usate Rhyme onde più volte. »
77 b. Savio ortolan sul tuo verde giardino. p
78 a. Tu giongi afflittione al tristo e afflitto. )»
78 b. Anima sconsolata a cui ti lasso? »
79 a. Colui che per viltà sul grado estremo. »
79 b. In ira al ciel, al mondo et alla gente. »
80 a. Per liti et selve per campagne e colli. )»
80 6. Vergine pura e sol unica laude. Canz.
82 6. Sarà pietà in Siila in Mario e Nerone. Son.
83 a. S'io potessi cantar dolce et soave. >
83 6. 0 vana speme eh' indarno t' affanni. »
84 a. Perduto ho l'hamo homai, la rete e l' esca. »
84 6. Si come il padre del folle Phetonte. »
85 a. Lasso s' io mi lamento io ho ben' onde. »
85 6. Perchè non cangi nell'oscure cave. »
86 a. Conte Ricciardo, quanto più ripenso. »
86 6. Né per quante giamai lagrime sparsi. >
87 a. Per util per diletto et per honore. y
87 6. Nova bellezza in habito celeste. BaU.
88 a. Più volte il di mi fo vermiglio e fosco. »
88 6. Quando talhor da giusta ira commosso. »
89 a. S' havessi al petto mio fermati schermi. »
89 6. Non è piaggia diserta o selva o serra. »
90 a. Santa colonna che sostieni anchora. »
91 a. Credeami stare in parte omai dov' io. »
91 6. L' aspre montagne et le valli profonde. »
92 a. La vaga luce che conforta il viso. ^
92 6. Ingegno usato a le question profonde. )»
93 a. Lasso com' io fui mal proveduto. *
93 6. Se sotto legge ancor vivesse quella. »
94 a. Sonetto di Ser Cecco di Meletto de" Rossi da Forti mandato a m.
Francesco Petrarca^ a m. Lancialotto Anguscioli, a m. Ant.** da
Ferrara et a m. Qio. Boccaccio. Voglia il ciel voglia pur seguir
l'editto. Son.
94 6. Risposta del Petrarca a Cecco di Meletto^ V. sopra e. 51.
VARIETÀ 159
9Ab. Risposta del Boccaccio. L'antico patre il cui primo delitto. Son.
95 a. Risposta di m. Lancialotto Anguscioli. Alzi l'ingegno ognun con
quel amitto. Son.
95 b. Rep.c<^ di M. Ant.° da Ferrara. 11 cielo e '1 fermamento suo sta
dritto. Son.
96 a Rep.<^(^ di Ser Cecco di Meletto a m. Gio. Boccaccio. Quando redire
al nido fu disditto. Son.
97 a. Dante a M. Gino, lo mi credea del tutto esser partito. »
^7 h. Risposta di M. Gino a Dante. Poi eh' io fui Dante dal mio natal sito. >>
98 a. Dante a M. Gino. Perch'io non trovo chi meco ragioni. »
98 h. Risp. di M. Gino a Dante. Dante io non odo in quale albergo suoni. »
99 a. Risposta di M. Gino al sonetto di M. Eonesto il quale e in questo
a car. 6. Amor che vien per le più dolci porte. Son.
99 b. Cino essendo a Prato ribello di Pistoia. Lasso pensando alla de-
structa valle. Son.
100 a. M. Cino essendo alle Sambuche in sul monumento della vaga sita.
Io fui in sul alto en sul beato monte. Son.
100 b. Risposta di M. Cino al seguente di M. Mula. Ser Mula tu te credi
senno avere. Son.
101 a. M. Mula de Muli a M. Cino. Homo saccente è da maestro saggio. Son.
101 b. M. Gino a M. Gecco d'ascoli. Gecco io ti prego per virtù di quella. »
102 a. Risp.f^ di M. Ceccho a M. Cino. Di ciascheduna mi mostra la guida »
102 b. M. Honesto a M. Gino. Mente humile et più di mille sporto. »
103 a. M. Cino per lo libro di Dante. In verità questo libel di Dante. »
103 b. Risposta di S. Gio. di Meo Vitali. Gontien sua Gomedia parole sante. »
104 a. 31. Cino sopra la detta materia. In fra gli altri difetti del libello. »
104 b. M. Cino manda ad M. Bosone essendo morto Dante et Emanuel
Giudeo. M. Bosone Io vostro Manoello. Son.
105 a. Risposta fatta in persona di M. Bosone. Manuel che mettesi in quello
avello. Son.
105 b. M. Gino. Tutto ciò che altrui grada mi disgrada. Son.
106 a. Id. Una ricca rocca et monte manto. >
106 b. Id. essendo a Perugia. Perchè voi state forse anchor pensivo. »
107 a. Gherardo da Reggio a Mes. Gino. Gon sua saetta d'or percosse Amore. »
107 b. Risposta di M. Cino et consiglio sopra 7 ditto sonetto. Amor che viene
armato a doppio dardo.
d08a. M. Gino. Quando ben penso il piccolino spatio. Son.
108 b. Id. Naturalmente ogni animale ha vita. Canz. incomp.
109 b. Id. essendo a Napoli. Dhe quando rivedrò il dolce paese. »
Illa. M. Cino per lo imperadore Henrico di Lucimburgo quando morì.
Da poi che la natura ha fine posto. Canz.
Ìì3b. M. Cino a M. Gherarduccio Garisendi da Bologna. Garp mio Ghe-
rarduccio io non ho veggia. Son.
114 a. Risp. di M. Gherarduccio. Non può zoir d'amor chi non pareggia. »
114 b. M. Gino a Dante. Gercando di trovar lumera in oro.
115 a. Risposta di Dante a M. Cino. Degno vi fé trovare ogni thesoro.
115 b. M. Gino a M. Gherarduccio. Amato Gherarduccio, quando iscrivo.
160 E. LAMMA
116 a. Risposta di M. Gherarduccio. Dolce d'amor amico i' vi descrivo. S<m.
116 b. M. Cino a M. Gherarduccio sopra la detta materia. Come li saggi
di Neron crudele. Son.
117 a. Risposta di M. Gherarduccio a M. Cino. Poiché '1 pianeto vi da fé
certana. Son.
117 b. M. Gino essendo a Pisa. Al mio parer non è chi in Pisa porti. Son.
118 a. Risposta di Guelfo Taviani. Molto li tuoi pensier mi paion forti.
Son. respons.
ÌÌSb. M. Gino. A la battaglia ove madonna abatte. Son.
119 a. Risposta di M. Guelfo. Pensando come i suoi sermoni adatte. »
119 b. M. Honesto da Bologna a M. Cino. Poscia che in cuor 1' amorosa
radice. Son.
120 a. Risposta di M. Cino a M. Honesto Bolognese. Anzi ch'amore ne la
mente guidi. Son.
120 &. M. Honesto a M. Gino. Assai son certo che sementa in lidi. Son.
121 a. Risposta di M. Cino a M. Honesto. Se mai legiesti versi delli Ovidi. >
121 b. Canzon di M. Cino. Mille volte richiamo il di mercede. Canz. .
123 a. M. Gino. Lo sottil ladro che ne gli occhi porti. Son.
124 a. Canzone di M. Cino. Non che impresentia della vista humana. Canz.
125 6. Zampa Ricciardi sopra la morte di M. Cino. Morto è colui ch'era
archa della leggie. Son.
126 a. Amor non lesse mai Tavemaria. Son. Sonetto di Manuel Giudbo.
126 6. Ceccho Anqiellieri a Dante. Dante aleghier Geccho tuo servo e
amico. Son.
127 a. Il detto a Dante sopradetto. Dante Aleghier s' io son bon begolardo. >
127 b. M. Gane dalla Schala a Bologna. Ghelphi, el gran prence nobil de
Stericcho. Son.
128 a. M. Gino. Degno son io di morte. Canz.
130 a. 1d. Fior di virtù si è gentil coraggio. Son.
130 6. Id. Io son si vago della bella luce. »
130W» Id. Io guardo per li prati ogni fior biancho. Canz.
131 b. Id. Novelle non di veritate ignude.
132 a. Id. M. Gino. Oimè eh' io veggio per entro un penserò. Canz.
132 6. Id. Quando potrò io dir dolce mio Dio. Canz. incompl.
133 6. Del Petr archa. Quella girlanda che la bell£^ fronte. Son.
134 a. Id. Sostenne con le spalle Hercole il cielo. >
135 a. Anonimi. Beltà di donna et di saccìente core. »
135 6. » Donna mia non vedestu colui. »
136 a. » lo prego voi che di dolor parlate. Ball.
137 a. » L'anima mia vilmente sbigottita. Son.
137 6. > La bella donna dove amor si mostra. »
138 a. » Noi siam le triste penne sbigottite. >
138 6. Poich'aggio udito dir de l'huom selvaggio. >
139 a. S' io fosse quello che d'amor fu degno. »
139 6. Veder poteste quando vi scontrai. »
148 a. Di M. F. Petrarcha. S'a la devota fede e ai pensier cari »
148 6. Di M. Gino da Pistoia. Quando potrò io dir dolce mio Dio. Canz. incomp.
VARIETÀ 161
149 a. Di Zanobio Camuri da Fiorenza. In ogni verso son mille sospiri. Son.
149 b. Di M. Gino da Pistoia. Io guardo per li prati ogni fior bianco. Canz. ine;
cfr. e. 130 bis.
150 a. Continuazione della canz. di Cino a carte I486.
150 b. Di Sforza de Piggnano. Altri noi crede et io mi struggo et ardo. Son.
152 a. M. F. P. Quand' amor sua mercede e mia ventura. »
152 b. Dal loco dove è sol guerra e tormento. »
153 a. Me freddo il petto e di nodi aspri e gravi. »
153 b. L'alta mia Giulia il fior de l'altre belle. »
154 a. Sennuccio Benucci. Amor tu sai ch'io son col capo cano. Canz.
156 a. È ripetuta la precedente canz. ma adesp.
158 a. Punsemi il fianco Amor con nuovi sproni. Son. adesp.
159 a. La bella stella che '1 tempo misura. Canz. adesp. a piedi: Cino.
161 a. Veduto han gli occhi miei si bella cosa. Son. A piedi Cino da Pistoia.
161 b. Madonna la beltà vostra infollio. » »
» Lasso eh' amando la mia vita more. Ball. A piedi : Cino.
163 a. Poiché di doglia al cor conven eh' io porti. Ball. A piedi: G. Cavalcanti.
» Quando di morte mi conven trar vita. » »
165 a. Se m'hai del tutto obliato mercede. » »
1<36 a. Veggio negli occhi de la donna mia. » »
167 a. Io prego voi che di dolor parlate. » »
170 a. Il cor sospira et la voce mi trema. Canz.
173 a. Ballata del Conte Ricciardo non vestita. Amor tu fieri e sani com ti
piace. Ball.
175 a. Lamentomi di mia disaventura. Son. adesp.
175 b. Bonagiunta da Lucca al detto M. Guido. Voi ch'avete mutata la
maniera. Son.
176 a. Di Sennuccio. La madre vergin gloriosa piange. Ball.
ili a. Jacomo da Imola a M. Franc.o Petrarca. 0 novella Tarpea in cui
s' asconde. Son.
ìli b. Io son si vago della bella aurora. »
178 a. Io guardo per li prati ogni fior bianco. Canz. ; cfr. sopra e. 130 bis
e 149 b.
1786. Donne io non so di che mi preghi amore. Canz.
180 a. Bisbio di Mannello Giudeo a Magnificenza di M. Cane della Scala.
Del mondo ho cercato.
188 a. Al Maestro Antonio da Ferrara. Io ho già Ietto il pianto di Tro-
iani. Canz.
192 a. Sonetto di M.° Antonio da Ferrara. Cesare poi che ricevè il pre-
sente. Son.
192 a. Di Notaio Jacomo a M. Francesco Petrarca. Messer Francesco
con amor sovente. Son.
•» Risposta del Petrarca. Io canterei d'Amor si novamente. »
193 a. Sonetti di Guido Cavalcanti fiorentino., Rimatore Toscano di gran
pregio., non impressi. Certo non è dell'intelletto accolto. Son.
193 b. Havete in voi li fiori e la verdura. »
(Jiorniiìp. storico. XX, fase. 58-59. 11
162 E. LAMMA
194 a. Bernardo da Bologna a M. Guido Cavalcanti. A quella amorosetta
foresella. Son.
194 b. Risposta di Guido alle consonanze. Ciascuna fresca et dolce fon-
tanella. Son.
195 a. Beltà di donna et di sacente core. »
195 6. Novelle ti so dire, odi Nerone. »
196 a. Guido Cavalcanti a Guido Orlandi. La bella donna dove ancor «ì
mostra. Son.
196 h. Risposta di Guido Orlandi alle consonanze. Innanzi a suon di trombe
che di corno. Son.
197 a. Canzone di M. Pietro delle Vigne., Rimator Toscano antico. Amor
in cui disio e ho fidanza. Canz.
198 6. Sonetti del predetto m. Guido G. da Bologna. Lo vostro bel saluto
e gentil guardo. Son.
199 a. Veduto ho la lucente stella Diana. >
199 b. Io vuo" del ver la mia donna laudare. »
200 a. Dolente lasso già non m' assicuro. »
200 b. Canzone del detto M. Guido da Bologna. In quelle parti della tra-
montana. Canz.
202 a. Canzoni di m. Guido Ghinicelli o Ghisilieri da Bologna, Rimator
Toscano antico. Donna l'Amor mi sforza. Canz.
204 a. Io mai non vidi dì da meza notte. Son. adesp.
204 b. Ben m'aveggio che '1 troppo amar m'insegna. » »
205 a. Quello che per viltà sul grande extremo. » »
205 Missiva Antonij de Ferraria scribentis d. Francisco. Dhe dite o fonte
donde nasce Amore. Son.
206 a. Responsio Dni Francisci. Per util per diletto et per honore. »
206 b. Missiva Mag^* Andreae de Perusio scribentis d. Franc.^ cui respon^
detur supra in sonecto qui incipit: Se Vhonorata fronde che pre-
scrive. La santa fama della qual son prive. Son.
207 a. Missiva eiusdem magri. Andreae scribentis Francisco. Pero che '1
dolce et caldo di Piero. Son.
207 b. Responsiva d.ni Francisci. Io son si traviato dal pensiero. »
208 a. Missiva eiusdem magistri Andreae ad eundem. Il fitto ben si prende
di leggiero. Son.: cfr. Giom., XII, 83.
208 b. Responsiva dni Francisci. Poi eh' a la nave mia l' empio nocchiero.
209 a. Missiva eiusdem magistri Andreae. O di saver sopran thesauriero. Son.
209 b. Responsiva dni Francisci. A faticosa via stanco cornerò. »
210 a. Correr suol agli aitar colui che teme. Son. adesp.
210 b. Nel tempo lasso de la notte quando. > »
211 a. Piange il giusto voler del buon Catone. » »
2116. Tra i verdi boschi che l'herbetta bagna. » »
212 a. Piegare le cime a durissimi colli. » »
212*. — 213&. Carte bianche.
VARIETÀ 163
II. — ICod. Boi Univ. 177 3; e. 2iia.-231b.] (1).
214 a. (I) Rime di vari. [-Da] un libro antiquissimo di M. Già. Georgio
Tressino che gli fu donato a Bologna da un libraio. Il quale ap-
pena si poteva leggere per V antiquità.
Copia fatta nel principio del 1600. Amadei.
218 a. (2) Ricciardo di Franceschin degli Albizzi. Che fate donne che
non soccorrete. Canz.
217 b. (4 b.) Del medesimo. Io veggo lasso con armata mano. »
221 a. (8) M. Landoccio Albizzi. Né morte né amor tempo né stato. Ball.
» (») Del detto. Deh discacciate donne ogni paura. »
221 b. (8 b.) Del Boccaccio a Dante. Dante se' tu ne l'amorosa spera. Son.
222 a. (9) Id. Quando posso io sperar che mai conforme. >•
222 b. (9 b.) Id. Biasiman molti spiacevoli Amore. »
» (») Id. Non so qual i mi voglia. Ball.
223 a. (X) Id. Era tuo ingegno divenuto tardo. Son.
223 b. (») Id. L'aspre montagne e le valli profonde. »
224 a. (XI) Id. S' amor li cui costumi già molt' anni. »
224 b. (») Id. Cesare poic 'ebbe per tradimento. »
225 a. (XII) Faccio degli Uberti. S' io sapessi fermar quanto son belli. Son.
228 a. (XV) Del medesimo. Io guardo infra l'herbette per gli prati. Canz.
230 b. (XVII b.) Federico di M. Gerì. Solo soletto pieno di pensieri. Son.
231 a. (XVIII) Domini Bartholi de biccis plorentini. Io non ardisco di
levar più gli occhi. Ball.
231 b. (») Nicolo Soldaniero. E' non é donna gioco. »
» (») M. Lancilotto Angossolo da Piacenza. Natura de l'età gio-
iosa e bella. Son.
232 a. (XIX) Il medesimo. La gran virtù de l'amorosa forza. Canz.
234 a. (XXI) M. Antonio da Ferrara al Petr. 0 novella Tarpea in cui
s'asconde. Son.
234 b. (») Risposta del Petrarca. Ingegno usato a le question profonde. »
235 a. (XXII) Di Mastro Antonio da Ferrara. Cesare poi che ricevè '1
presente. Son.
"235 b. (») Matteo Corrigiari da Bologna. Mille mercedi o donna o mio
sostegno. Ball.
» (») Conte Ricciardo al Petrarca. Benché ignorante sia io pur
ripenso. Son.
236 a. (XXIII) Risposta del Petr. Conte Ricciardo quanto più ripenso. »
236 b. (») Ser Amasio di Landoccio Albizzi Occhi miei lassi homai
vi rallegrate. Son.
» (») Menchino da Ravenna. Ama la madre e '1 padre il suo car
figlio. Son.
231 a. (XXIV) Risp. del Petrarca. Io fui fatto da Dio a suo simiglio.
(i) La Tavola di questo codice é già stata data nel citato voi. Le Rime
di M. Correggiari, pp. xi e sg.
164 E. LAMMA
III. — [Cod. Boi. Univ. 401. e. 250 a. -259 fr.]-
250 a. Chanzone morale di Ser bat. da chastello dalle pieve chiamata ruf-
flanella. Cruda selvaggia fuggitiva e fiera. Cam.
251 b. Di Fazio degli Uberti. S'io sapesse formare quanto son belli. »
253 b. Di Dante aldrighieri da Firenze. Mal d' amor parla chi d'amor
non sente. Canz.
256 b. Canzone morale. 0 spechio di narciso o gannimede. Servent.
258 a. Sonecto facto da don nicholo per Ila dipartenza d'opizzo degli ali*
dosi della massa. Ai losinghiere ay fallace amore. Son.
258 b. Sonecto per la morte d" obbizo facto per don nicolo. Piangi terra
della massa del cui nome. Son.
» Messer Franc." petrarcha. Sera pietà in siila o mario e nerone. »
259 a. Sonecto fece obbizo degli alidosi per una donna. Una donna leg-
giadra e trionfante. Son.
» Adumpestare dis moray (1).
259 b. Sonecto facto pel ghobbo degli alberti quando giostrò a firenze, A
voy egregi sapienti viri (2).
- » Sonecto facto per quegli che non possono paghare le grevezze a ffi-
renze. Io dormo insul cavai di messer corso (3).
III.
Esaminiamo adesso partitamente il contenuto di ciascuna delle
sezioni del codice ricostituito. Come esse differiscono fra loro per
l'età a cui appartengono e le mani che le scrissero, cosi diver-
sificano per la importanza che possono assumere agli occhi degli
studiosi.
La prima sezione si può suddividere essa pure in tre parti. La
prima di queste che va da f . 1 a a f. 48 & dovette in origine
essere indipendente dalle altre due; Io stato di deperimento, in
cui si trova l'ultima carta, ingiallita e sbiadita dalla luce e dalla
polvere, lo mostra chiaro. Queste 48 carte, scritte di mano nitida
(1) Qui segue uu sonetto indecifrabile per esser logorata la carta e sbia-
ditissimo Tinchiostro.
(2) È un sonetto di Francesco d'Altobianco degli Alberti, edito in questo
Giom., IV, 198; cfr. F. Flamini, La lirica toscana del Rinascimento, Pisa,
1891, p. 630.
(3) È un sonetto di Bernardo Cambini, esso pure edito in questo stesso
Giom., IV, 195; cfr. Flamini, Op. cit., p. 660.
VARIETÀ 165
e regolare del sec. XVI, contengono adunque rime di poeti toscani
del sec. XIII e XIV per la più parte; a queste vanno unite al-
quante di bolognesi e siciliani. Corretto nelle attribuzioni questo
frammento in generale offre anche didascalie notevoli (1); e chi
si vogha occupare dell'edizione delle rime di Gino (è troppo co-
nosciuta la insufficienza della stampa del Fanfani), dovrà prendere
in esame anche il nostro codice, che per questa parte è di qualche
interesse. Alcune rime che esso contiene, sono poi sconosciute a
noi, e crediamo anche agli altri studiosi dell'antica nostra poesia;
esse sono: 1) la ballata: Donna del vostro fin pregio e valore,
che sta a e. 4 : 2) la canzone : Tutto è piacer piacente (e. 5 a);
3) la ballata: Donna poi ch'io mirai (e. 6&). Queste rime pub-
blichiamo più oltre (2). Le rimanenti sono tutte a stampa o in
edizioni speciali o nella raccolta di Rime antiche del Valeriani.
Quelle di Lapo Gianni vedranno la luce nella nostra edizione,
che forse uscirà contemporaneamente a questo scritterello.
Ma questa prima parte del codice Amadei contiene altresì
de'componimenti attribuiti al Petrarca. Essi sono i seguenti:
1" e. 23 a. S'io potessi cantar dolce e soave. Son.
2o e. 38 a. 0 monti alpestri o cespigliosi mai, »
3® e. 38 h. Sarà pietà in Siila Mario et Nerone. »
4° e. 39 a. Per liti et selve et per campagne et colli. »
5° e. 41 h. Vergine pura et sol unica luce. Canz.
6° e. 48 b. Risp. del Pet. ad un sonetto che gli fu mandato da Parigi.
Più volte il di mi fo vermiglio et fosco. Son.;
i quali si leggono nuovamente nel codice a e. 83 a, 57 &, 82 &,
80 a, 80 &, e 88 a.
Colla e. 49 a incomincia la parte seconda della prima sezione,
(1) Tale è quella che precede il sonetto del Cavalcanti Una figura (e. 2 b);
l'altra anteposta al sonetto Vedesti al mio parere (e, 6 a), esso pure di Guido.
Per la questione delle attribuzioni incerte, studiata già dal Monaci, è nota-
bile la rubrica apposta al sonetto S'eo trovassi pietanza (e. 41 b). Richiamo
poi l'attenzione sulla rubrica, che si legge (e. 32 a) in fronte al notissimo
sonetto : Messer Brunetto questa pulzelletia, secondo la quale esso sarebbe
stato mandato da « Dante a M. Betto Bruneileschi di Firenze » ; asserzione
che non ha riscontro in verun altro codice, ove il sonetto si trova, e che
verrebbe confermata dal primo verso che nel cod. nostro reca: « Messere
« Betto » invece di « Brunetto ».
(2) Appendice I.
166 E. LAMMA
di una mano che spetta al sec. XVII. La carta di questo a)di-
cetto, la scrittura, tutto contribuisce a farlo credere esso pure
indipendente in origine dai precedenti quarantotto fogli, a cui è
stato accodato. In esso non vi ha varietà alcuna di autori ; seb-
bene non vi apparisca che una volta sola il nome del Petrarca,
tuttavia le rime che esso contiene, sono state tutte attribuite in
tempi diversi e da diversi editori al cantore di Laura. Abbiamo
dunque qui — ed ecco ciò che forma l'interesse di questo fram-
mento e lo avvicina al noto codice parmense — una raccolta
messa insieme a bello studio di tutte le rime attribuite al Pe-
trarca, che non sono accolte nel Canzoniere, e che si reputano,
a dritto o a torto, autentiche. Benché nella tavola generale del
cod. Amadei si leggano già i capoversi di questi componimenti
pseudo-petrarcheschi (diciam cosi, sebbene alcuni di essi si pos-
sano ritenere con tutta probabilità da lui stesso composti), pure
crediamo conveniente riprenderli qui in esame ad uno ad uno,
indicando i codici e le stampe che a nostra conoscenza li con-
tengono. Non tutti però sono stati messi alla luce; taluni possono
ritenersi non senza buon fondamento inediti e di questi alquanti
diamo adesso fuori nella 2' Appendice; altri pubblicheremo quanto
prima in un volumetto (1).
1 A faticosa via stanco correrò. Son. Carbone. Codd. Parm., 1081 ; Marc.
IX. 191. Respons. ad Andrea da Perugia.
2 Al lampeggiar degli occhi alteri e gravi. Son. Non conosciamo di
né codici né editori.
(1) Ecco l'elenco delle raccolte di Rime petrarchesche da me spogliate per
tessere questo indice: Petrarca, Rime, ed. Rouillis, Lione, 1574; Le stesse,
od. Molinari, Firenze, 1820. Queste due ediz. oflfrono una larga appendice di
componimenti di dubbia autenticità. Fausto, Introduz. alla lingua volgare
(s. d., ma sec. XV); Giusto de' Conti, La bella mano^ ed. Corbinelli, Parigi,
1595; Gkescimbeni, Istoria e comm. della volgar poesia , Roma, 1761;
Fiacchi, Scelta di rime anticlie ined. di celebri autori toscani ecc., Firenze,
1812; Saqredo, Sonetti inediti di F. P. tratti da due antichi codd. esi-
stenti nel Civ. Museo Correr di Venezia, Venezia, 1852; A. Mortara, Ca-
talogo dei codd. italici Canoniciani della Bibl. Bodlejana , Oxford, 1857;
Carbone, Una corona sulla tomba di Arquà; Rime di F. P. colla vita del
medesimo, Torino, 1874; Bilancioni, Dieci sonetti inediti attribuiti a F.P.,
Ravenna, 1876; Capparozzo, Tre sonetti inediti dal cod. Bertoliano attri-
buiti al Petrarca. Vicenza, 1876. Per alcune raccolte da me non vedute mi
servo del lavoro di E. Costa , // cod. Parmense Ì08U in questo Giornale,
XII, 77 e sgg.
VARIETÀ 167
3 Anima sconsolata a cui ti lasso. Son. Fausto. Codd. Riccard. 1118;
Vieent. G. 2. 9. 8; cod. B., 5. 7 del Museo Corr.; Bodl. Canon. 69;
cod. 793 della Bibl. del Louvre.
4 Antonio, cosa ha fatta la tua terra. Son. Carbone. Boi. 1739; Laur.
XV. 41 sup.; Laur. Red. 184; Rice. 1156; Trivul. 36; Ghig., L. IV.
131; Sen. I, IX. 18; Bodl. Ganon. 69.
5 Benché '1 cammin sia faticoso e stretto. Son. Carbone. Vieent. G., 2.
9. 8; B. 5. 7. del Museo Correr; Marc. IX. 191. Bodl. Canon. 69;
cod. 793 della Bibl. del Louvre.
6 Colui che per viltà sul grado estremo. Son. Capparozzo; Giom., XIll,
72; Parm. 1081; Correr B. 5. 7 e B. 5. 29; Vieent. G. 2.9.8; cod.
793 del Louvre; Bodl. Ganon. 65 e 69.
7 Conte Ricciardo quanto più ripenso. Son. responsivo a quello che sta
a e. 335 ò, il quale leggesi pure a e. 336 a. Cod. Museo Correr B.
5. 7; Bodl. Can. 69; Boi. Univ. 1739; Ambros. 0 63 sup.
8 Credeami stare in parte ornai dov' io. Son. Carbone. Museo Correr,
B. 5. 7 e B. 5. 27; Canonie. Bodl. 65 e 69.
9 Dal loco ove è sol guerra e tormento. Son. Carbone.
10 Di ridere ho gran voglia. Frottola. Fu stampata dal Bembo e si legge
pure nell'edizione dello Scoto (1552). Manca all' ediz. del Rovillio,
ma si legge in quelle del Cornino, 1722 e Molinari, Venezia, 1820,
ed in altre molte; per i codd. che la contengono v. Gian, Motti di
M. P. Bembo, p. 98.
11 Donna mi viene spesso nella mente. Ball. Si leggeva a e, 49 del cod,
dello Zeno e si trova stampata nell'edizione fiorentina del 1522 e in
fine della Bella Mano di Giusto dei Conti. Cod. Vieent. G. 2. 9. 8 ;
Museo Correr B. 5. 7; Bodl. Can. 69.
12 Fra verdi boschi che l' erbetta bagna. Son. Carbone. Rice. 1103 e 1118;
Vat. 3213; Marc. IX, 191; Vieent. G. 2. 9. 8; Correr B. 5. 7;
Canonie. 69; cod. 793 della Bibl. del Louvre.
13 Gli antichi e bei pensier convien eh' io lassi. Son. Crescimbeni. Vieent.
G. 2. 98; Correr B. 5. 7; cod. 793 della Bibl. del Louvre.
14 Ah lingua, ahi penna mia che in tante carte. Son. Carbone. Laur.
I. 90 inf.; Estense M. 111. D. 22.
15 II core che a ciascun di vita è fonte. Son. Mortara. Vieent. G., 2. 9. 8.
Laur. XV, 41; Laur. Red. 151; Ghig. L., IV, 131; Sen. I. Vili, 36;
Marc. IX, 191; Correr B. 5. 7; Bodl. Canon. 69; cod. 793 del Louvre.
16 II cor sospira et la voce mi trema. Canz. In nessun codice.
17 Ingegno usato alle question profonde. Risp. all'altro : 0 novella Tarpea,
di Antonio da Ferrara o Jacopo de' Garatori da Imola : ediz. del 1574;
Bodl. Can. 69.
18 In ira al cielo al mondo e alla gente. Son. Ed. 1574 e 1820; Vieent.
G. 2. 9. 8; Bodl. Can. 69; Parm. 1081: cfr. Giom., XII, 87.
19 Io canterei d'amor sì novamente. Son. resp. Parm. 1081 ; cfr. Giom.,
XII, 84.
20 Io fui fatto da Dio a suo simiglio. Son. resp. Non conosco mss.
168 E. LA.MMA
21 Io ho molti anni già piangendo aggionti. Son. Sagredo. God. Vicent.
G. 2. 9. 8; Correr B. 5. 7; Bodl. 69; Louvre 793.
22 lo non posso ben dire Italia mia. Son. Carbone. Godd. Vicen. G. 2. 9.
8; Mar. IX, 191; God. Gorrer B. 5. 7 e B. 5. 29; Bodl. Ganon. 69;
Louvre 793.
23 Io son sii traviato dal pensiero. Son. Carbone. Parm. 1081.
24 Io son si vago della bella aurora. Son. Carbone. Laur. XLl, 2.
25 Io venni a rimirar gli ardenti rai. Son. Sagredo. Vicent. G. 2. 9. 8;
Gorrer B. 5. 7; Bodl. 69; Louvre 793.
26 L'alta mia Giulia il fior dell'altre belle. Son. Lamma.
27 Lasso s' io mi lamento io ho ben d'onde. Son. Carbone. Riccard. 1081
e 1103.
28 Lasso com' io fui mal provveduto. Son. Ed. 1822; Vicent. G. 2. 9. 8;
Bodl. Gan. 69.
29 La vaga luce che conforta il viso. Son. Carbone. Godd. Bodl. 69 e Gor-
rer B. 5. 7 che lo attribuisce al Petrarca; Parm. 1081: cfr. CHom.,
XII, 85.
30 L'aspre montagne et le valli profonde. Son. Lamma.
31 M'è freddo il petto e di modi aspri e gravi. Son. Carbone.
32 Neil' ora che sotto il cancro cambiat' hanno (sic !). Son. Non lo so stam-
pato. Godd. Vicent. G. 2. 9. 8; Bodl. Ganon. 69; Gorrer B. 5. 7.
33 Né per quante giammai lagrime sparsi. Son. Fiacchi.
34 Non creda essere alcuno in alto stato. Son. Capparozzo. Vicent. G. 2.
9. 8; Gorrer B. 5. 7 e B. 5. 29; Bodl. 69; Louvre 793.
35 Non è piaggia deserta o selva o terra. Son. Fausto : Giom.y XII, 85 e
XIII, 73; Parm. 1081; Bodlei. 69 ; Gorrer B. 5. 7.
36 Non è sublime il cielo ov'è il suo centro. Son. Non lo so edito. Godd.
Gorrer B. 5. 7 e B. 5. 29; Vicent. G. 2. 9. 8; Bodl. 69; Louvre 793.
37 Non fossi attraversati, o monti alteri. Son. Capparozzo; Giorn., XIII,
85. Laur. XLI, 15; Laur. Gadd. 198 e Laur. Red. 184; Riccard. 1103;
Parm. 1081; Marc. IX. 191; Vicent. G. 2. 9. 8.
38 Nova bellezza in abito gentile; ediz. fior. 1522; ed. Liv. 1574: ed. Mol.
1870. Non conosco altri codici.
39 0 chiara luce mia, dove se' gita. Son. Fausto. Parm. 1081 ; Sen. i.
Vili, 36; Marc. IX, 191; Gorrer B. 5. 7 e B. 5. 29; Vicent. G. 2.
9. 8; Louvre 793; cfr. Giorn., XII, 85.
40 0 monti alpestri o cespugliosi mai. Soyi. Fusco. Laur. XL, 43; Laur.
Gadd. 198; Riccard. 1103; Parm. 1081; Marc. IX. 191; Vicent.
G. 2. 9. 8; Gorrer B. 5. 7; cfr. Giorn., XII, 82.
41 0 vana speme che indarno t'affanni. Son. Fiacchi. Vat. 3213.
42 Perchè non caggi nell'oscure cave. Son. Corbinelli. Resta in moltissimi
codici; dei quali ricordiamo i Riccard. 1103, 1118, 1126 e 2823 ed
il Parm. 1091; cfr. Giorn., XII, 85.
43 Perchè non ho chi a me di me si doglia. Canx. Non conosco di essa
né codici né stampe.
44 Per cogliere Mercurio il gran pianeta. Son. Non lo so edito. Godd. B.
VARIETÀ 169
5. 7; e B. 5. 29 del Museo Correr; Vicent. G. 2. 9. 8; Bodl. 69 e
Louvre 793.
45 Perduto ho l'amo ornai la rete e l'esca. Son. Edito dal Vitali in Let-
tere al Colombo, Parma, 1820, p. 70 di sul Parm. 1081 (cfr. Giorn.,
XII, 88) e dal Fiacchi di sul celebre cod. Alessandri. Resta anche
in Vat. 3213.
46 Piango, ahimè lasso, ove rider solea. Son. Ferrato. 1874.
47 Per liti e selve e per campagne e colli. Son. edito in questo Giorn.,
XIII, 75, di sul Parm. 1081.
48 Per util per diletto e per amore (?). Son. resp. al notissimo di Antonio
da Ferrara, ricordato dal Muratori {Perf. Poes.) ed edito dal Capelli ;
Laur. Gadd. 198; Rice. 1088, 1153,1156; Tri v. 36; Museo Correr B.
5. 7 e B. 5. 29; Laur. S.S. Ann. 122; Bodl. Can. 65 e 69; Est. III.
D. 22.
49 Piango ahimè, lasso ove rider solea. Son. Ferrato, 1874.
50 Più volte il di mi fo vermiglio e fosco. Son. Pubbl. dall'Ubaldini fra i
Frammenti copiati dall' originale del Petrarca, Roma 1642. Ivi il
son. è preceduto da una didascalia che si può confrontare con quella
che sta a e. 48 b. del nostro codice : 9 Novembr. 1386. reincepi
hic scribere Responsio mea ad unum missum de Parisiis. Vide
tam,en adhuc.
51 Poi che al fattor dell'universo piacque. Son. Comino 1722; Giorn., XIII,
86; cod. Sen. I. Vili. 36; Parm. 1081; Museo Correr B. 5. 7 e B.
5. 27; Bodl. Canon. 69.
52 Prima ritornerebbe il Pado al seno. Son. Carbone.
53 Prestomi Xmore il benedetto strale. Son. Bilancioni, 1876. Godd. Vicent.
G. 2. 9. 8; Louvre 793.
54 Quando Amor sua mercede et mie venture. Son. Fiacchi. Restava nel
cod. Alessandri.
55 Quando talor da giusta ira commosso. Son. Edito dall'Ubaldini nella
citata edizione.
56 Quant' era amata d'Acontio Cidipe. Son. Non lo so edito. Gambal. D. 11. 19.
57 Quella ghirlanda che la bella fronte; cod. Vicent. G. 2. 9. 8. Non ne co-
nosco editori.
58 Quel che ha nostra natura in se più degno. Canz. Aldo, 1514.
59 Questa è l'ultima pugna, o illustre conte. Son. Carbone.
60 S'alia divota fede, ai pensier cari. Son. Carbone.
61 Sarà pietà in Siila in Mario e in Nerone. Son. Carbone; cfr. Giorn.,
11, 350 e Flamini, La lirica toscana ecc., pp. 685 e 762.
62 Santa colonna che sostieni ancora. Son. Non ne conosco editori.
63 S'avessi al petto mio fermati schermi. Son. Codd. Correr B. 5. 7 e B.
5. 2. 29; Bodl. Canon. 69.
64 Savio ortolan sul tuo verde manto. Son. Carbone. Cod. Museo Correr
B. 5. 7 e B. 5 29.
65 Se l'amar mondo in che già militare. Son. Carbone. Mar. IX. 191;
Canon. Bodl. 69; Correr B. 5. 7 e B. 5. 29; Vicent. G. 2. 9. 8.
66 Se quelle usate rime onde più volte. Son. Non lo so edito.
Ì70 E. LAMMA
67 S'io potessi cantar dolce e soave. Son. Carbone. Magi. VII. 8. 1187;
Marc. IX. 191; Vicent. G. 2. 9. 8; Correr B. 5. 7 e B. 6. 29.
68 Se sotto legge, Amor, vivesse quella. Son. Ed. fior. 1822; Vie. G. 2. 9.
8; Gan. Bodl. 69.
69 Stato foss'io quando la vidi prima. Son. Laur. Strozz. 178 (ad.) Sen. I.
Vili. 36; Vie. G. 2. 9. 8; Bodl. Gan. 69.
70 Solo e soletto ma non di pensieri. Son. Sagredo. Vicent. G. 2. 9. 8;
Correr B. 5. 7; Bodl. Canon. 69; Parm. 1081 e cfr. Gtom., XII, 85.
71 Sostenne con la spalla Hercole il cielo. Son. Carbone. Vat. 4823; Correr
B. 5. 7 e B. 8. 29; Canon. Bodl. 65 e 69.
72 Tu giongi afflitione al tristo e afflitto. Son. Non conosco stampe. Codd.
Correr B. 5. 7 e B. 5. 29; Vicent. G. 2. 9. 8.
73 Vergine pura e sola unica laude. Canz. Non la so edita.
IV.
I due frammenti già esaminati del codice Amadei sono certa-
mente dovuti a due mani diverse: una terza mano scrisse le
ce. 94 a-97 6, che contengono una corrispondenza poetica del se-
colo XIV. Cecco di Meletto de' Rossi da Forlì , ricordato assai
alla peggio dal Viviani-Marchesi, die fuori, non si sa ben quando,
un sonetto-circolare, cui risposero il Boccaccio, il Petrarca, Lan-
cialotto da Piacenza ed Antonio da Ferrara. Tutta la corrispon-
denza tratta dal cod. Med. Pai. Laur. 118, pubblicò anni sono
l'Arlia nel Borghini(i\ e il frammento del son. primo, che va
sotto il nome di Cecco di Meletto, dal codice nostro lo Zambrini
in una nota della prefazione alla Pietosa Fonte di Zenone da
Pistoia (2). Noi ripubblichiamo l'intera corrispondenza poetica,
perchè la lezione del Boi. Univ. 1289 è diversa assai da quella
del cod. Laur. e in alcuni casi migliore (3).
Una quarta sezione di rime, di mano, parmi, pur del sec. XVII,
è formata dalle e. 98a-158«. Contiene dessa poesie del dolce
« stil nuovo », di cui molte appartengono a Gino, e non poche
sono a lui dirette. Che anche questa parte del ms. Amadei fosse
unita ad altro codice in origine è attestato da un indizio fortissimo.
(1) An. I, pp. 282 e sgg.
(2) La pietosa fonte, poema di Zenonk da Pistoia in morte dì Messer
Francesco Petrarca. Testo di lingua a cura di F. Zambrini, Bologna,
Romagnoli, 1874. I versi del Rossi stanno a p. ix della prefazione.
(3) Appendice III.
VARIETÀ 171
A c. 99 (2, si legge il sonetto di Gino: Amor che vien per le più
dolci porte, colla didascalia: Risposta di M. Cino al sonetto dì
M. Bonesio, il quale è in questo a car. 6. Ora alla carta sesta
non si leggon versi di Onesto bolognese.
I corrispondenti di Gino, de'quali il cod. dà versi, sono parecchi:
M. Mula de'Muli, che s'ebbe in risposta il sonetto : Ser Mula, tu
te credi senno avere\ Cecco d'Ascoli, Onesto da Bologna, Bosone
da Gubbio, G-herarduccio Garisendi, Guelfo Taviani. Il ms. con-
tiene ancora due sonetti in vituperio di Dante, attribuiti certo
falsamente a Gino, ai quali rispose Gio. di Meo Vitali con versi
mediocri, ma pieni di santo entusiasmo. Li pubblicammo noi in
un articolo su Giovanni Quirini e non sfuggirono al Carducci,
quando scriveva su i detrattori di Dante (1). Ma non c'è nulla
d'inedito tra queste rime, di cui alcune die alle stampe il Capelli
per nozze (2). Edite pure sono, per quanto non troppo note, le
rime di Gherarduccio de'Garisendi. Sulla lezione data dal nostro
codice del son. di Gino: Io fui in sul alto en sul beato monte,
si può vedere quel che scrive il Bartoli (3); ma non sarebbe fuor
di luogo raccogliere tutte le rime dei corrispondenti del pisto-
iese. Esse forse varrebbero a gettare maggior lume sulla storia
poetica del sec. XIV.
A e. 121 b leggiamo una canzone : Mille volte richiamo il dì
mercede, attribuita a Gino, pubblicata da Faustino Tasso come
sestina e dal Fanfani come canzone. Se non che il Fanfani non
conobbe il cod. Boi. Univ. 1289, ove della canzone è data una
lezione- alquanto variata; e noi per questo la pubblicammo in oc-
casione di nozze (4).
Alcune delle rime , che si leggono a e. 135 a-139 b, apparten-
gono pure, sebbene nel nostro codice siano adespote, a Gino da
Pistoia e al Cavalcanti; un sonetto anzi: Noi Siam le triste
penne sbigottite, fu anche attribuito a Dante, ma a torto. Le
rime che seguono portan in fronte le iniziali M. F. P.; ma che
appartengano a Francesco Petrarca, l'abbiamo già negato.
(1) Carducci, Della varia fortuna di Dante, in Studi letterari, Livorno,
1874, p. 317.
(2) Otto sonetti del secolo XIV (Nozze Zambrini-Della Volpe), Modena,
tip. Capelli, 1868.
(3) Bartoli, Storia della lett. ital., Firenze, 1881, voi. IV, pp. 80 e sgg.
(4) Una canzone di Gino, a cura di Ernesto Lamma, senza data, ma
Ferrara, 1890, per nozze Venturini- Bonnet; edizione di soli 25 esemplari.
172 E. LAMMA
Colla e. 159 comincia, o io m'inganno, una nuova sezione di
rime. In calce ai diversi componimenti poetici che vi si conten-
gono, leggesi il nome del rispettivo autore. In questa ultima
sezione del cod. Amadei si leggono rime di Gino, del Cavalcanti
ed una canzone del Petrarca. Nella e. 173 b, che doveva essere
originariamente bianca, da una mano che non si riscontra mai
nel nostro codice è stata aggiunta la ballata del conte Ricciardo,
già edita dal Carducci.
A e. 175 comincia una nuova e ultima sezione di rime, rispetto
al cod. 1289, scritta di mano del sec. XVII, di lettera elegantis-
sima. Essa contiene poesie di scrittori de'secoli XIII e XIV. Ve
ne ha del Guinicelli, del Buonaggiunta Urbiciani. A Jacopo da
Imola, non ad Antonio da Ferrara, è attribuito il sonetto: 0 no-
vella Tarpea\ il Bishio di Mannello Ebreo, pubblicò di su questo
cod. il sig. L. Modena (1); altre rime vi si leggono pure di Anton
da Ferrara, molte sono responsive ad altre del Petrarca, del Ca-
valcanti e d'Andrea da Perugia. I sonetti adespoti da e. 210-212 a,
furono pubblicati fra le Rime pseudo-petrarchesche, edite per
nozze a Trieste nel 1890 (2).
Lasciando il cod. 1289 passiamo al 177'. Questo codice ha rime
di autori del sec. XIV; e sebbene dei primi anni del sec. XVII, è
copia d'un codice assai più antico. La ballata: Né morte ne
amor, tempo né staio, che vi si osserva, fu dal Crescimbeni pub-
blicata col nome di ser Salvi, rimatore ricordato pur dall'Allacci,
nel libro I del voi. IV dei suoi Commentari. De'sonetti attribuiti
al Boccaccio quel che si legge a e. 223 6 sta pure tra le rime
pseudo-petrarchesche già esaminate; e il son. : Ingegno usato alle
quesiìon profonde, che già abbiamo veduto, ha qui il nome del-
l'autore (e. 235 6). E pur il nome del Petrarca ha il son.: Conte
Ricciardo quanto più ripenso (e. 236 a), sonetto che altrove è
adespoto, ma pur si legge col nome del canonico d'Arezzo nel
Boi. Univ. 1739. Infine in questo frammento del cod. Amadei è
osservabile la didascalia della ballata: Mille mercede, o donna,
0 mio sostegno, attribuita a Matteo Correggiari da Bologna,
giacché questo è l'unico codice che dica il Correggiari Bolognese,
come s'è già avvertito.
L'ultima sezione di rime del cod. Amadei è rappresentata dal Boi.
(1) Roma, tip. Metastasio, 1887. Fu ripubblicato di sul cod. Casanat. d. V. 5
dal Mazzoni.
(2) Rime pseudo-petrarchesche a cura di A. H. (Attilio Hortis?).
VARIETÀ 173
Univ. 401 K In esso accanto a poesie già conosciute e divulgate da
tempo per le stampe, quali sarebbero quelle di Bart. da Castello
della Pieve, di Fazio degli liberti, ii sirventese; 0 specchio di
Narciso, che il Volpi ha restituito definitivamente al Serdini, la
canzone: Mal d'amor parla, attribuita falsamente a Dante, il
sonetto Sarà pietà in Siila ecc., che si volle a torto del Petrarca;
si trovano pochi componimenti sinora ignoti e che meritano, seb-
bene assai corrotti, d'esser tolti dall'ombra (1). Noi non sappiamo
ora illustrarli, ma altri potrà forse dirci quanto prima chi siano
stati e Obizzo degli Alidosi della Massa e Don Niccolò suo fedel
servitore (2). In conclusione queste e le altre rime, cavate da un
codice, che si credeva scomparso, e di cui, se non ci inganniamo,
ormai abbiamo con certezza nuovamente ridotte al primitivo
organamento le membra lacerate e disperse, riusciranno, spe-
riamo, non sgradite ai cultori dell'antica nostra poesia ed invo-
glieranno forse altri ad esplorare più attentamente i codici che
si conservano nell' Universitaria di Bologna.
Ernesto Lamma.
(1) Appendice IV.
(2) P. LiTTA nelle sue Famiglie celebri d'Italia (Alidosio d'Imola, tav. Il
e ultima), rammenta due personaggi della stirpe degli Alidosi, vissuti sullo
scorcio del sec. XIV, che portarono entrambi il nome di Obizzo, ed appar-
tennero al ramo dei signori di Castel del Rio, Massa Alidosi ed Osta, che
si estinse nel 1645. Il primo, figliuolo di Gentile, che si trova anche detto
« di Mordano » da un feudo di famiglia, fu podestà a Lucca nel 1380; Tanno
appresso capitan del popolo in Perugia, e per il primo semestre del 1382
investito' della stessa carica in Firenze, dove però col ratto d' onesta fan-
ciulla bruttò la sua fama. Nel 1383 il Litta lo dice podestà di Pisa , e
quindi nulla più aggiunge sul suo conto; talché non sarà inutile avvertire
ch'ei doveva essere morto giada tempo nel 1392, se la repubblica fiorentina,
scrivendo il 17 aprile di quell'anno a Lodovico e Lippo Alidosi, signori di
Imola, li avvisava che nobilis et egregius miles d. Ricciardus quond. d.
Gentilis de Alidosiis et nepotes, fìlii quondam D. Opizonis sui germani y
ad nostre protectionis umbram atqtie presidium confugerunt (R. Arch. di
Stato in Firenze, Sign. Cart. Miss., Reg. 22, f. 12 ^; cfr. anche su Obizzo Reg.
18, f. 114 r). L'altro Obizzo, figliuolo di Ricciardo, sarebbe stato, a dar retta
al Litta, podestà di Pistoia nel 1382 e, succeduto al padre nel dominio di
Castel del Rio, l'avrebbe perduto nel 1424, allorché Imola cadde a tradi-
mento nelle mani del Visconti. Nulla di più ci sa dire di lui il benemerito
genealogista, e nulla di più a noi é dato soggiungere. Ma dei due quale
sarà da identificare con l'autore del sonetto riferito, di cui Don Niccolò
deplorava in rime affettuose, ma scorrette, la perdita? Pare a noi che debba
essere il vecchio Obizzo, il quale viene così a prender posto, un po' inde-
gnamente, se vogliamo, tra gli infiniti rimatori nostri del sec. XIV.
Nota della Direzione.
174 E. LAMMA.
APPENDICE I.
1) [Cod. Boi. Univ. 1289, f. 4 6].
Donna, del vostro fin pregio et valore
pensando dir lo 'ntelletto paventa
sì, ch'appena s'attenta
la lingua dir sì come vole Amore. 4
Poi vuol ch'io dica chi m'ha in potestate
Amore, che per voi servo m'appella;
dico di voi, che per cosa novella
quanto seppe più bella 8
informò Dio per dimostrar biltate;
e poi che di piacere have adornate
vostre bellezze, diede lor virtute
a chi riguarda voi con puro core. 12
Più dico che sentir non puote pena
chi di voi pensa, che del pensamento
nasce conforto e '1 grande alleggiamento,
che l'hom for di tormento 16
subitamente nel diletto mena;
tanto siete di gratia et vertù piena,
che fate tutto '1 mondo gratioso :
per vostro gentil uso 20
n'ha ricevuto ogni alimento honore.
Adunque ben vi dee far tutta gente,
et maggiormente le donne, honoranza;
che e in forma di donna e in sembianza 24
la divina possanza
inseme (1. miseve?) al mondo sì sovranamente.
ogni laude vostra propiamente
e ogni motto di beltà giù sire (1. giausire?) 28
lo mondo, ove venire
vi fece Dio non di cognositore (?).
2) [Cod. Boi. Univ. 1289, e. 5 a].
Tutt'è piacer piacente ma tutt'è gentilezza
in voi, donna avvenente, et amore amoroso 9
la ferezza et l'orgoglio. che ogni altro me n'oblia
Non è fera ferezza, 4 e converte in diletto;
né orgoglio orgoglioso, che nel vostro cospetto
la vostra, donna mia; compiese ciò che voglio. 12
VARIETÀ 175
Vostra bella sembianza Dolzor dà vostra vista,
e l'angelico viso e '1 parlar humiltate,
fu (l. fan) mia speme compita ; li atti et (l)i sembianti, Amore. 24
quell e mia disianza 16 . Allegrezza racquista
lo star nel vostro viso, chi salutar degnate
ov' è tutta mia vita. o risguardar un fiore:
Et quando m'allontano, et voi chiunque mira 28
sento pena et affanno 20 perde foUore et ira
tutto languisco et doglio. et smarrisce cordoglio.
3) [God. cit., e. 6 6].
Donna, poi ch'io mirai
la gran beltate del vostro bel viso,
non fu già mai mio cor da voi diviso.
Non fu diviso il core,
donna, poi ch'io mirai vostra bellezza;
et quel piacer d'amore
che mi donò di voi amar vaghezza.
Onde preso ho fermezza
di non partire il core ove l'ho miso:
lo fin disio ch'è in voi lo tene acciso.
APPENDICE li.
1) [Cod. Boi. Univ. 1289, e. 39 a].
Per liti et selve, per campagne et colli,
per monti et piagge, per fiumane et valle,
dove io mi fuggo un sol pensier m'assalle,
che mi fa star di pianto gli occhi molli.
Tanto son stati i miei spiriti folli
ch'ad ogni altro desio volson le spalle;
così pensoso vo per ogni calle,
né trovo altro pensier mai che mi crolli.
Sol ch'io mi sia, over fra gente molta,
tanto io veggio colei che '1 cor mi tolse,
cotale la vezzo io, ove ch'io sguardo.
Fugirò lei d'ogni dolcezza sciolta,
benigna et vaga, quant'Amor mai volse?
donna amorosa, in tal pensier sempre ardo (1).
(1) Biprodaco qaesto sonetto, perchè le terzine sono affatto direrse da quelle che esso offire in
Giorn., Xni, 75.
176 E. LAMMA
2) [God. cit., e. 53 &].
Non è sublime il cielo, ov'è il suo centro,
anzi è più colmo ne l'infimo abisso,
ove per pace haver guerreggio et risso,
né però sento amor de cui m'inventro.
Questo benigno lume che m'è dentro
dal cor lontano trova exule et fisso
per rinovar al mondo il crucifisso
nel regno per cui star di fuor spesso entro.
Così per poetar nel basso imperio,
ove sedea la scelerata Mira
con quel splendor del ciel che fie più turbo.
Però che la virtù ch'è nel col erio
d'un monte o d'una valle o a riva tira;
son morto e vivo et piango et non me turbo.
[e. 54 a].
El lampeggiar degli occhi alteri e gravi,
ch'hanno infiammato il mio gelato petto,
e gli aurati capelli e '1 vago aspetto,
ove amor me allacciò con mille chiavi;
i vezosi parlar dolci et suavi,
ch'alzavano il mio debile intelletto;
gli angelici atti che con tanto affetto
m'inducevano a trar sospiri pravi;
sempre mi stanno inanzi a gli occhi fermi;
sì mi sono impetrati a mezzo il core,
ch'io, lasso! non son forte a tanto affanno.
Né contra lor mi vai fuggir o schermi;
cotanta guerra mi fa il mio signore
di pensier che mi struggono et disfanno.
[e. 56 b].
Se l'aureo mondo, in che già militaro
l'antiche donne, il cui degno valore
fu sì gradito, che del suo colore
ciascun depinto andar mostrava caro;
se i valorosi che già triumfaro
l'alta gloria di Roma e '1 grande honore;
se quei che a molti [s]chiu8ero il suo amore
' philosophando, et gli altri poetaro;
per quelli ch'ora regge il mondo nostro
mirate fosser l'opre di quei vivi
e p>oetanti avessen lor corona;
brutti, ignoranti, avari, il mondo vostro
saria già spento, e i bei costumi activi
et l'opre belle havrian sua forma bona.
VARIETÀ 177
[c. 56 bl
Per coglier[e] mercurio il gran pianeto,
che già miiranni e più non fé suo corso,
ogni argumento human senza rimorso
contro il voler de l'eterno decreto;
di conscientia naturai divieto
al sacro santo lauro hebbe ricorso
l'ira, di che l'oblio l'avaro morso,
predestinato nel divin secreto.
Ma quando il maginar volò su l'alpe
del nostro ingegno et rangelic[h]e nimphe,
vergine sacra tra l'un polo et l'altro,
seculo (?) et linceo fur senza occhi talpe;
così tra poco et le gelate limphe
consente el sdegno ancor di mal mi scaltro.
[e. 59 a].
Nel' bora che sotto il cancro cambiato hanno
le bionde spighe in biancho il color vivo;
a pastor tempra il gran fervore estivo
0 ramo o tetto, che spessa ombra fanno.
E i lontan messaggier che in fretta vanno,
rifrescansi la sete al fredo rivo,
sol per portare il triumphale olivo
che anontia pace o de nemici danno.
Così vostra pietate me difende,
signor, dagli aspri colpi di fortuna
che contra debil gravi colpi stende.
De rengratiarvi sufficientia alcuna
non ha mia mente, ma sé stessa rende,
piena di fé, ma di poter digiuna.
[e. 78 a].
Tu giongi afflittione al tristo e afflitto
spirto che l'angosciose membra reggi;
tu raddoppi le frezze et le correggi
de la fortuna a farmi più despitto.
Tu barai partecipando, come è scritto,
men duol sentir lo qual par che seggi,
seguendo le superbe amiche leggi
dar non vo al popul frutto derelitto.
Ed io segondo il tuo valor m'appago,
che hor facendo amaro e crudel pianto
del popul, che non ha de virtù amanto ;
che da sé stesso non sa far cotanto
che '1 sanguinoso orso del suo lago
resti; per ch'io, dolendo, tutto smago.
Giornnle storico, XX, fase. 58-59. 12
178 E. LAMMA
[c. 92 a].
La vaga luce che conforta il viso,
dov'io fui già più tempo preso all'esca,
più volte al suo piacer stretto m'invesca,
ma più con quella ch'io ne son diviso.
Io son nel mondo infermo: in paradiso
provo ognor, lasso! l'amorosa tresca;
hor lieto, hor tristo, hor caldo, hor mi rinfresca
l'angoscia del desio che m'ha conquiso.
Et com' più sento lagrimoso et stanco,
più benedico amore i passi e' lacci,
dove sì dolcemente preso fui.
Gli affanni, le paure e i dolci impacci;
et benedico amore e '1 mio cor franco,
ch'ebbe ardir tanto di servire a lui.
APPENDICE III.
[Cod. Boi. 1289. e. 94 r].
Sonetto di Ser Cecco di Meletto de' Rossi da Forh mandato a
M. Franco Petrarca^ a M. Lancialotto Anguscioli,
a m.o Ant.o da Ferrara et a Gio. Boccaccio.
1).
Voglia il ciel, voglia pur seguir l'editto,
ch'imposto fu da prima a gli ampi giri,
et ruoti intorno lorde {sic) con que' spiri
che cingon gli elementi, il centro inscritto!
Che per servar quell'antico rescritto
che la armata man ver noi s'adiri
di Giove fulminando o qual (i.agxiaU) s'amiri
di tenebre lunari il ciel trafìtto.
Non è alcun che si copra a le saette
avelenate che '1 bel viver fura . . .
(1)
(1) Tarìanti del cod. Laar.: 1. tdicio; 3. rot»\ intorno l'erbe; forse dere leggersi: tt ruoti
intorno Torbe con qué* $piri\ 4. ghtngon ; seripto ; 5. rescripto ; 6. o ekt Par. ; 8. di ttntbre
unare ; 9. $i che Vuman valor ira bruii méltt^ vento, che a me par* inrece debba tonar dtoiro
ai versi 9-10 della nostra lezione. Si dovrebbe, quindi, leggere così:
Non ò alcan che si oopra a le saette
avvelenate ohe *1 bel viver Aura,
sì che Taman valor tra' bruti mette.
n ftonttto, monco nel nostro ood., si completa col Laur. così :
VARIETÀ 179
2).
[e. 51 v].
Risposta del Petrarca a Cecco di Meletto.
Perchè l'eterno moto sopra ditto
ciascun pianeta in sé rapido tiri
divisi in parte per li moti viri,
sì come scrive il gran dottor d'Egitto;
Jiè per combustion d'alcun che vitto
sia da i raggi da gli accesi ardiri
di Phebo che sostiene li martiri
di sua sorella posta al corso dritto;
mun[o] serra, se Dio non lo permette,
ch'attento et fiso guardi la figura
àe\{sic) velo adorno delle luci elette:
nel qual se pò notar quante {sic) sicura
et ferma nostra vita star s'aspetto
nel fragil mondo opposto a sua natura.
5e l'intelletto humano è prode e saggio,
corso di stella non pò far oltraggio (1).
3).
[e. 94 v].
Rispfl del Boccaccio (2).
L'antico padre, il cui primo delieto
ne fu cagion di morte et di sospiri,
pose assai poco modo a i suoi desiri,
essendo stato pur alhor descritto.
Ma quel ritroso popul, che d'Egitto
non senz'affanni uscì dopo martiri,
ben ch'el vedesse mille fatti miri,
rade volte seguì consiglio dritto.
Perche se noi da le cose elette
più lontan siamo, seguitar misura
del ciel men grava a l'anime perfette.
Et radi son che con la mente para
conosca il suo factore o sne vendette;
ma a lai non vai parlar con lingua scura.
Le stelle erranti observan lor viaggio ,
nò noi costringie a seguitar suo raggio.
(1) Cod. Lanr. : 1. sopradicto ; 2. pianeto; 3. giri; 4. Egipto ; 5. he, errore evidente per ne;
vieto; 7. sostenne; 9. nessun; Idia; gliel; permecte; 10. attendo; 11. cielo; electe; 12. hel,
evidente errore di lettura per nel; 13. s''aspecte; 15. intellecto ; non li pi*ò far , ove, come si
vede, quel ^t è d*avanzo.
(2) Nel Lanr. questo sonetto ha il quinto posto.
180 E. LAMMA
Et ben che spesso è semplice paura
solar ecclipse o squarciar nuvolette
faccial chi sente, poco se ne cura.
Quel che morì per trarne di servaggio
mercè n'havrà per lo camin selvaggio (1>.
4).
[e. 95 r].
Risposta di M. Lancialotto Anguscioli (^),
Alzi l'ingegno ognun con quel amitto
c'haver conviensi a i valorosi viri,
et l'un pianeto ne l'altro martiri
a noi natura in quanto ha di prescritto.
11 ciel sua legge osservi e '1 circonscritto»
né si dimostri tal che Thuom sospiri;
non torse oltra il certo ordin circospiri
Tira di Dio, come fé già in Egitto.
L'humane gregge dal temer constrette
non però di veder mente matura
dal vitio con ragion tornar corrette;
però che par sol di virtù misura,
ma contra conoscenza si commette;
et riposati i ciel sen va paura.
Così per entro un scuro et per un raggio
cen porta arbitrio a pace et a dannaggio (3).
5).
[e. 95 1?].
RispA de M. Ant.o da Ferrara.
Il cielo e '1 fermamento suo sta dritto,
et guarda le sue rote che noi tiri
fuori de corsi naturali et viri
per osservar quel che di lui è ditto.
(1) 8. Puos» (usai pochi modi; 4. attor ; 5. popol; 6. dopo i\ 7. benché 9td. mittt faeU mirii
8. diricto ; 9. «« At noi; elecU; 10. cut Umtan sem iéguitiam la mis. ; 11. per/tcft ; 18. teiifpHv
14. Anche la stampa dell'ARLU e il cod. Laar. leggono /<icc<a/ ; ma panni la tenina debba leg-
gersi cori:
et ben che spe«o et semplice paura *
solari eclipd o squarciar nnroletta
fkccia, chi *1 sente poco se ne cura.
(2) Kel cod. Laar. è il terxo son. della tenzone.
(3) Cod. Laar.: 1. io 'ngtgno; qutUo amido; 2 ch'arer; 4. ojriM mt. ; 5. tw legffi; cir-
cuìnscripio; 6. non; l./orMa; circum$piri\ 8. Egypto; 9. Uggì; 10. m«ntrt natura; 11. cor-^
rtcté; 13. comtcU; 14. riposato il citi; 15. uno scuro s un raggio; 10. ci porta.
VARIETÀ 181
^e '1 movimento suo fosse raffitto
la luna e '1 sole et gli altri suoi zaffiri,
dove convien che l'universo miri,
darebber passion al mondo afflitto.
L'humane genti son fatte sì strette,
che di virtù et cortesia non cura ''
et poco attende quel ched impromette.
Offende '1 suo fattore et sua figura
con gli altri bruti del mal che cornette;
però l'eterna pena lor matura.
Le stelle son di sì alto lignaggio
che nostra colpa glie fa far homaggio (4).
6).
[e. 96r].
Rispedì Ser Cecco di M'eletto a m. G. Boccaccio.
•Quando ridire al nido fu disditto
a lulio Cesar, perchè fur deliri
li padri co '1 senato et gli altri siri,
volle prima mostrar Tamar conflitto
il ciel prodigioso, stando pitto
di fiamme roggie, d'ardenti papiri,
di terribil comete et color niri
a la solar quadriga porse amitto.
Et similmente fé sua luce schura
nanti che Bruto l'armi havesse strette
contra il sangue cesareo e l'ampie mura.
Tutthor cascar si vede con le vette
de l'alte torri sparse a la pianura
per terremoti o vive folgorette.
Dunque ha ben pien di furia suo coraggio
chi non paventa naturai danneggio (1).
(4) Cod. Laur, : 1. Al ferm. ; 2. giri; 4. observar... dieta ; 5. fusse raficto ; 6. zafiri; 8. da-
rebbon; afflicto; 9. umane; facte... strecte; 11, actende ; impromecte ; 13. et del mal che com-
mecte ; 14. Vecterna ; 15. legnaggio ; 16. li fa far oltraggio.
(1) Cod. Laur.: 1. Gradire al mondo; disdicto ; 2. Giulio; fu; 4. volse... conJUcto; 5. el
ciel perfidioso; pioto; 6. rogge; 7. di tenebre, comete e i color miri; 8. amido; 9. similemente
fé; 10. anzi che... strecte; 11-16, Mancano nel Laur.
182 E. LAMMA
APPENDICE IV.
[Cod. Boi. Un. 1289, e. 149 a].
Di Zanobio Camuri da Fiorenza,
In ogni verso son mille sospiri,
e ogni sospir mi lascia in fuochi mille»
et ciascun fuoco fa mille faville,
et sol una mi dà mille martiri.
Et ognun(o) par che mille cuor mi tiri
del corpo et mille volti ognun destille;
et mille volte mille, oimè, sentille
il petto, ch'una a mille morti spiri.
Et ogni morte mille anime pare
che di me traggo et mille volte Tuna
per mille inferni convegna passare.
Et mille volte mille poi ciascuna
torna nel corpo et mille volte poi:
in questo stato son, donna, per voi.
2).
[e. 150 &].
Di Sforza da Piggnano.
Altri noi crede, ed io mi struggo et ardo
per la nova beltà che m'ha conquiso;
che tosto mi farà da me diviso,
se quel che puote a soccorrermi è tardo.
0 divina potenza e giusto sguardo,
volgi verso costei l'ardente viso,
qual festi ver color[o] che in Eliso
passare già trapunti dal tuo dardo!
Deh! cessa il foco ch'arde a si gran falda»
over parte ne da [a chi] l'accende
col cor gelato et con la vista altera;
facendole provar sì come offende
il tuo dorato strale, et come scalda
il raggio ch'esce da la tua lumiera.
3).
[Ck)d. Boi. Univ. 1773, e. 231 b].
Niccolò Soldaniero.
E' non è, donna, gioco
tener chi ama con lusinghe in foco.
VARIETÀ 183
Non solo pasce lo 'nfiammato core
la cosa amata per mostrarsi altrui;
ma che è quel che fa vivere Amore?
Amar chi ama et quel voler che lui.
Mercè, i' son colui,
amando te, cui ardi a poco a poco.
4).
[Cod. Boi. Univ. 401 *, e. 258 a].
Sonecto facto da don Nicolo per Ila dipartenza
d'Opizzo degli Alidoxi della Maxa...
Ay losinghiere, ay fallace amore,
ay ynfedele, ay tan[to] dyslleale
ay senza alcuna fé, ay truffatore.
(E tu) piacevole ti (di)mostri e poy al core
infigi [dentro ?J tuo amoroxo strale ;
tu ditectevole, tu precordiale,
ti dimostri e d'ognun[o] servidore.
E (tu) poi ti parti e in gran dolore lasci
Tu mi privi ora del mio singnore,
malvagio , impio, crudele amore.
5).
[e. 258 &].
Sonecto per la morte d' Obbigo facto per don Nicolo.
Piangi, terra della massa, del cui nome
e del cui dominio subgetta ti fay,
piangi e ripiangi con dolore e guhay,
poi che morto è '1 tuo singnore oppizone.
E tu (cara) sorella delle bionde chiome,
fondi per Ili tuoi begli occhi lacrime assai;
mort'è per te quel[lo] che giamai
racquistar non [si] può per suo nome.
E tu, madre, che di tanto figlio diva
eri, ben[e] ti puoi chiamare obscura,
puoichè di tanto bene ora sei priva.
Mort'è colui che '1 cielo transvolando fura,
ch'era pur d'ogni virtù fonte viva,
ch'or(a) si riposa in sì mangna altura.
184 E. LAMMA
6).
[c. 259 a].
Sonecto fece Obbigo degli Alidosi per una donna
Una dona leggiadra e trionfante
con sette donne in sua compagnia
io soletto (sic) et in ver di me venia
di sol vestita e con dolce sembiante.
Reverente mi feci alle sue luce sante,
dicendo: io non voglio altra singnoria
che tua honestà e tua leggiadria;
ghoverna me, ch'io seghuo le tue piante.
Maravigliando(si) inver di me la bocca aperse,
che par[ve] che lampeggiasse el paradixo,
ridendo ancora e me toccar sofferse.
A-mme si vuol seguire lo tuo viso:
tieni una spada e una colonna ancora
con due bilance e lì sempre dimora.
APPENDICE V.
Indice degli Autori di cui si leggono rime nel cod. Amadei.
Alberti (degli) Francesco, e. 259 b.
Albizzi (degli) Amadio, e. 236 6.
Albizzi (degli) Matteo di Landoccio, e. 221 a.
Albizzi (degli) Riccardo di Franceschino, e. 215 a-217 b.
Alidosi (degli) Obizzo, e. 259 a.
Alighieri, vedi Dante.
Anguscioli Lancialotto, e. 95 a; 231 b\ 232 a.
Anonimi, e. \b-ha\ 66; 496; 606; 64 6-936; 135^-1396; 15a.a; 175a;
177 6; 178 6; 204a.205a; 210a-212a.
Arezzo (d') Guittone, e. 30 a ; 31 6.
Arezzo (d') Ubertino, e. 31 a.
Ascoli (d') Cecco, e. 102 a; 126 6; 127 a.
Bardo (de') Lippo Pasci, e. 7 6; 32 6.
Beccari Antonio, e. 95 6; 188»; 192 a; 234 a.
Bennucci Sennuccio, e. 154 a; 156 a; 176 a.
Bicci (de') Bartolo, e. 231 a.
Boccacci Giovanni, e. 94 6; 221 6-224 b.
Bologna (da) Bernardo, e. 194 a.
Bologna (da) Onesto, e. 30 6; 102 6; 119 6; 12(» 6.
Camuri Zanobi, e. 149 a.
Castel della Pieve (da) Bartolomeo, e. 250 a.
Cavalcanti Guido, e. 2 6; 6a; 23 6; 24a; 25a; 26a-29a; 40a; 163a-
167a; 193a6; 194 6; 195a6; 196a.
VARIETÀ 185
Compagni Dino, e. 29&.
Gorreggiari Matteo, e. 235 è.
Dante, e. ìb; 2 a; 216; 32 a; 33 &; 37 6; 39 6; 40 6; 47 6; 97 a; 98a;
115 a; 233 6.
Enzo (Re), e. 43 a: 44 6.
Federico di M. Gerì, e. 230 6.
Federico Imperatore, e. 43 6.
Forestani Simone di Ser Dino, e. 256 6.
Garisendi (de') Gherarduccio, e. 114 a; 116 a; ììl a.
Gianni Lapo, e. 3 6-4 a.
Gubbio (da) Bosone, e. 105 <x.
Guido Novello, e. 37 a.
Guinizzelli Guido, e. la; 14 6-15a; 16 a; 33a; 41 a: 198 6-202a.
Imola (da) Jacopo, e. 177 a; 192 6.
Inghilfredo, e. 46 6.
Lentini (da) Jacopo, e. 45 a.
Manuello Giudeo, e. 126 6; 180 a.
Muli (de') Mula, e. 101 a.
NoflFo (Ser) Notaio d'Oltr'Arno, e. 6 6.
Orlandi Guido, e. 3 a; la; 24 b; 25 6; 196 6.
Perugia (da) Andrea, e. 205 6; 206 6; 207 a; 208 a; 209 a.
Petrarca Francesco, e. 23a; 38a-396; 416; 48 6; 94 6; 1336; 134a;
148a; 152a; 1536; 170 a, 1926; 206 a; 207 6; 208 6; 209 6; 234 6;
236a; 237a; 258 6.
Pignano (del) Sforza, e. 150 6.
Pistoia (da) Gino, e. 3 6; 8a-14 6; 16 6-21 a; 22 a; 34a-36 6; ^'1 b: 98 6;
99a-1006; 1016; 103a; 104 a6; 1056-1066; 107 6-1136; 1146; 115 6;
116'6; 117 6; 118 6; 120 a; 1216; 124 a; 128a-132 6; 148 6; 149 6;
159a-1616.
Ravenna (da) Menghino, e. 236 6.
Reggio (da) Gherardo, e. 107 a.
Ricciardi Zampa, e. 125 6.
Ricciardo (Conte), e. 173 6; 235 6.
Rime pseudo- Petrarchesche, e. 49 6-93 6.
Rossi (de') Cecco di Meletto, e. 94a-96a.
Scala (della) Cane, e. 127 6.
Soldanieri Niccolò, e. 231 6.
Taviani Guelfo, e. 118 a; 119 a.
liberti (degli) Fazio, e. 225a-228a; 251 6.
Urbiciani Buonagiunta, e. 15 6; 175 6.
Vigna (della) Pietro, e. 197 a.
Vitali Giovanni di Meo, e. 103 6)
UN' EGLOGA RUSTICALE DEL 1508
Angelo Beolco, detto Ruzzante, è stato fino ad ora considerato
come l'iniziatore della letteratura rustica pavana, e non a torto,
poiché (come giustamente osservò il Lovarini (1)), egli fu il primo
che ci facesse conoscere per mezzo dello sue commedie e delle
altre opere minori gran parte della vita reale del contado pado-
vano. È noto però che questo genere di letteratura non nacque
d'un tratto col Ruzzante, ma esisteva assai prima, ed ei non fece
altro che ridurlo a maggior perfezione. E già il Lovarini ha ri-
cordato (2) fra i precursori del Beolco un Paolo Gazio, una Giulia
Bigolina ed un Rocco degli Arimenesi, autore di un dialogo di
villani citato dal Gennari (3). Matteo Rido, detto latinamente
Ridits 0 Ridius, morto nel 1527, scrisse pure molte poesie scher-
zevoli ad naturam et mores ei ad consuetudinem affresiium,
delle quali alcune si stamparono, altre, rimaste manoscritte, si
sapevano ancora a memoria dai vecchi contemporanei dello Scar-
deone. Senza aver fatto speciali ricerche su tale argomento ebbi
la ventura di trovare nel noto zibaldone manoscritto di Cesare
Nappi, posseduto dalla Biblioteca Universitaria di Bologna, che
diede già materia a più d'una pubblicazione nuziale (4), un'Egloga
(1) Le canzoni popolari in Ruxiante, in Propugnatore^ N. S., voi. I,
P. I, p. 291.
(2) Op, cit., voi. I, P. 11, p. 389.
(3) Notizie storiche di Padova (Ms. della stessa biblioteca, B. P. 116,
voi. IV, p. 286).
(4) 1) Strambotti di Q. B. Refrigerio^ editi per nozze Rava-Baccarìni da
0. GuERRiNi, Bologna, Zanichelli, 1884, in-8»; 2) / Negromanti. Novella di
messer Cesare Nappi^ edita per nozze Guerrini-Antinori da 0. Gubrrini,
Bologna, Zanichelli, 1885, in«8**; 3) Rime di Cesare Nappi noturo bolognese^
del sec. XV, pubbl. per cura di Uoc Bassini (Nozze Ferrari-Gim), Bologna,
Zanichelli, 1886, in-8*; 4) Cantilena di Cesare Nappi. Per nozze Marcovigi-
Gelmi, Bologna, R. Tip., 1891, in-S».
VARIETÀ 187
villereccia composta nel 1508, che mi sembra documento note-
vole della letteratura rustica anteriore al Ruzzante. L'argomento
n'è semplicissimo. Nel di della festa di S. Pancrazio alcuni villani
invitano le loro innamorate a danzare, e gareggian poi per con-
seguire un premio dovuto a chi si mostrerà più esperto nel ballo.
Borro vuol far mostra del suo valore, citando tutte le danze che
conosce, e ci porge cosi un elenco di non poche canzoni a ballo,
popolari sulla fine del quattrocento e ne' primi anni del secolo
seguente. Alcune, come: E me livava un bel mattino (1); Tren-
talora irentalira (2); T or eia mo villan (3); Turlurù (4) ; la Ra-
mazina (5) ; il Spingarda (6) ; il Bel pegoraro \J) ; il Diridon (8) ;
(1) lo mi levai d'una bella mattina è canzone assai diflfusa in Italia e in
Francia. Cfr. A. Zenatti, Andrea Antico da Montona^ nell'^rc^. stor. per
Trieste^ V Istria e il Trentino, 1, 178 e 194: Paris, Chansons du XV siècle^
Paris, Didot, 1875, pp. 102, 131-2; Wecrerlin, L' ancienne chanson popul.
en France, Paris, 1887, pp. 197, 204 e 208; S. Ferrari, Documenti per
servire all'ist. d. poesia semipopolare, nel Propugnatore, v. s., XIll, 1,
484; A. Calmo, Lettere, ed. V. Rossi, Torino, 1888, p. 440, n. 2. Fu pub-
blicata dal D'Ancona, Poes. pop. ital., pp. 93-4, 90-2 e 484, da A. Zenatti
(l. e), e da E. Lovarini, Op. cit., p. 307, di su una stampa del sec. XVI. Il
principio e il ritornello di una delle più belle ballate del Poliziano ci richia-
mano il motivo di questa canzone. Vedi Poliziano, Le Stanze, ed. G. Car-
ducci, Firenze, Barbèra, 1863, p. 280.
(2) Cfr. A. Calmo, Lettere, p. 414 e F. Novati, Malmaritata. Canzone
a ballo lombarda del sec. XV, Genova, 1890, p. 11. Ricorre anche nel
V. 48 del centone bolognese, illustrato da S. Ferrari, ma non se ne conosce
che il nome.
(3) Varie redazioni di questa canzonetta sono pubblicate dal Cian, Ballate
e Strambotti del sec. XV, in questo Giorn., IV, 22-3 n. e V, 510, e dal
Rossi, Calmo, p. 417. Cfr. anche Lovarini, Op. cit., p. 382.
(4) 11 testo di questa canz. che ine: Turlurù la cavra mozza fu pub-
blicato da V. Rossi, Calmo, p. 444, secondo una stampa dei 1558, e trovasi
riprodotta in appendice alle Leggi e Memorie venete sulla prostituzione,
Venezia, 1870-72. Cfr. anche A. Zenatti, Op. cit., p. 178.
(5) Cfr. F. Notati, Op. cit., p. 9, n. 3; R. Renier, Un mazzetto di poes.
popol. francesi, in Misceli, filol. Caix-Canello, Firenze, 1886, p. 272 n.;
A. Calmo, Lettere, p. 421 n. 4 ; A. Zenatti, Op. cit., p. 178.
(6) Questa canzone è citata in un'egloga di Braghin Galdiera e dal Folengo
nel Baldo. Cfr. E. Lovarini, Op. cit., p. 320.
(7) Cfr. E. Lovarini, Op. cit., P. 1, p. 322; P. Il, p. 380; A. D'Ancona,
Poesia popol. ital., p. 96; S. Ferrari, Op. cit., pp. 435-6; A. Zenatti, Op.
(8) Pag. seg.
188 L. FRATI
il Saltarello (1); la Fiorentina (2) ; Fortuna d'un gran tempo (3) ;
la Piva (4) ; sono slate recentemente indicale e in parte anche
rimesse in luce da giovani studiosissimi e assai esperti della no-
stra poesia popolare o popolareggiante; altre invece sono meno
conosciute od anche ignote affatto. Il Tortion, abbreviamento dia-
lettale di Tordiglione, è il nome d'una danza ricordata da Gio. Bal-
lista Doni (5); la Fontanella non è forse diversa dalla Fontana,
altra danza nominata da O. Cherubini (6); e la Sargia potrebbe
aver qualche relazione col ballo Mezza Sarga, accennato da Si-
meone Zuccono (7), come la Correggina richiama alla memoria
cit.^ p. 178; Nerucci, in Archivio per lo studio delle trad. popol., II, 527.
È ricordata anche dal Ricchi nei Tre Tiranni. 0 pecorar quando ande-
rastù al monte', e dall'AREXiNO, neìVIpocrito, atto III, se. X. Fu pubbl. da
N. Bolognini, Usi e costumi del Trentino^ Rovereto, 1888, p. 41 e da G.
Giannini, Canti popol. della montagna lucchese, Torino, Loescher, 1889,
pp. 203-207.
(8) Il Piridun citato nell'egloga potrebbe aver qualche relazione colla
canzone Diridon ricordata in una frottola di Ant. da Tempo, Tratt. di rime
volg.y ed. Grion, p. 335. Gfr. anche il Lamento di una giovane bolognese
malmaritata nell'aiere della Dridon, composto per G. C. Croce, cit. da
0. GuERRiNi, La vita e le op. di G. C. Croce, p. 493. Il ritornello Deridon^
deridon, deridon, da ra ra ra ra da, trovasi anche in una canzonetta che
ine. : Bemarde non può stare \ Care patrone mie , nell' op. di Filippo Az-
ZAiOLO bolognese : Il secondo libro \ delle villotte del Fiore | alla padoana
con alcune Napolitane e madrigali a quatro voci Nouamente \ Per An-
tonio Gardano stampate <& date in luce. || In Venetia apresso di A. Cardano,
1K9, in-fol. obi.
(1) Cfr. A. Calmo, Lettere, p. 420; Lovarini, Op. cit., p. 373. La musica
per il saltarello si può vedere nella Intavolatura di Hutto di Gio. Antonio
Terzi (Venezia, 1593). Vedi anche Gianandrea, Canti popolari marchigiani,
Torino, Loescher, 1875, p. xxii ; Rubikri, St. d. poes. popol. itai, Firenze,
1877, p. 64; Garzoni, Piazza universale di tutte le professioni d. mondo,
Venetia, 1599, p. 452.
(2) Cfr. Garzoni, loc. cit.
(3) Cfr. A. Calmo, Lettere, p. 421; Vernarecci, Op. cit., p. 237, f» 80, p. 241,
f" 53, p. 267, f«>39; Doni, Stanze, Firenze, 1887, p. 24; Sabba da Castiglione,
Ricordi ovvero Ammaestramenti, Venezia, 1563, e. 88 r.
(4) Cfr. A. Calmo, Lettere, p. 420; Doni, loc. cit.; Lovarini, Op. et*.,
p. 373.
(5) Lyra barberina, accedunt ejusdem opera pleraque nondum edita^
Florentiae, typ. Caesareis, 1763, t. II, p. 93.
(6) Rime piacevoli, Venezia, 1759, p. lxxxvii.
(7) La pazzia del ballo, Padova, 1549, p. 26 r.
VARIETÀ 189
il giuoco della Coy^reggiuola , spesso nominato nelle poesie del
cinquecento (1). Le altre danze indicate nella nostra egloga: Coza
ovvero Rangona ; la Bissa ; Leccate la strenga ; Tosa io mar te
chiama; la Titrturina (2) non sono ricordate, ch'io sappia, in
alcun testo fin qui noto, e inutilmente le ricercarono alcuni miei
amici, che di letteratura popolare sono diligentissimi e dotti in-
vestigatori (3).
È quest'egloga di Cesare Nappi o fu da lui semplicemente tra-
scritta 0 rifatta di sur un testo dialettale padovano? Difllcile riesce
il rispondere con precisione a questa domanda; perchè, se si
ponga mente ad alcune forme e modi dialettali che qua e là tras-
paiono, ed ai nomi di alcuni balli più specialmente in uso nei
festini padovani, o ricordati nelle commedie del Ruzzante e dei
suoi imitatori, si sarebbe inclinati ad ammettere l'origine pado-
vana dell'Egloga. D'altra parte è certo che alcune delle canzoni
a ballo nominate dal Ruzzante furono popolarissime e poterono
facilmente esser note anche a Bologna. Apprendiamo anzi dal
diligente e bel lavoro del Lovarini sulle canzoni popolari in
Ruzzante che il Bel pegoraro si canta tuttora non solo nel Tren-
tino, ma anche in Toscana, quando i pecorari al morire dell'au-
tunno scendono in Maremma.
Cosi pure la canzone E mi levai d'una bella mattina, ricor-
data e dal Ruzzante e nell'Egloga nostra, fu assai diffusa anche
fuori del Veneto, siccome ne fanno fede le molte varianti che
ne restano, e la citazione del primo verso che se ne trova nel
centone. bolognese, pubblicato ed illustrato da Severino Ferrari (4).
Nulla vieta pertanto di credere che l'Egloga possa appartenere
a Cesare Nappi, notaio ed erudito bolognese, che la trascrisse
(1) Gfr. Buonarroti, La Fiera^ giorn. IV, atto II, se. 7, ediz. Fanfani^
p. 579 ; Propugnatore, v. s., voi. Vili, P. II, p. 442 e segg. ; Zeitschr. fùr
romanische philol., 1889, pp. 307-9.
(2) S. Ferrari, Op. cit., in Propugnatore, XIII, I, p. 440, v. 32. Nel cen-
tone bolognese è ricordato un tortorino: Falilon falilela tortorino. 11 Ver-
narecci, Op. cit., pp. 242 e 266, indica nelle tavole delle stampe Petrucciane
La tourturella e La mia vaga tortorella.
(3) Utili indicazioni intorno ad alcune danze accennate in quest'egloga
mi procurarono cortesemente i proff. V. Rossi, S. Ferrari, A. Zenatti ed E.
Lovarini, ai quali porgo vivi ringraziamenti.
(4) Documenti per servire alla storia della poesia semipopolare citta-
dina in Italia pei secoli XVI e XVII, p. 434.
190 L. FRATI
nel suo zibaldone e ne corresse in più luoghi alcuni versi (1).
Sappiamo infatti che il Nappi dilettavasi di poesia d'imitazione
popolare, e nel suo zibaldone (di cui avrò occasione di discorrere
più largamente pubblicando nuove notizie biografiche dell'autore
tratte dal suo Memoriale o Libro di ricordanze finora ignoto) re-
stano molti strambotti, ballate e canzonette musicali, che, almeno
in gran parte, gli appartengono. Ne ricordiamo qui a volo talune.
Una barzelletta col canto a quattro ^ composta nel 1498, ha
questo ritornello :
Dà soccorso, o dio d'amore,
Al fedel ch'ognor t'adora,
Scocca l'arco a sta signora
D'un strai d'oro in mezzo al core.
Ed è seguita da un madrigale, che incomincia: Deh prendi,
prendi, amor, l'arco to e tira. Subito dopo viene un'altra bar-
zelletta, composta il venerdì santo dello stesso anno, colle mede-
sime rime e in ugual metro, colla sola differenza che invece
dell'amor profano vi si canta l'amor divino. Ciò non può recar
meraviglia, perchè è notissimo che nel quattrocento fra la lirica
religiosa e l'amorosa non v'era alcuna differenza estrinseca: l'in-
tonazione, l'espressione, la versificazione ed anche la musica sono
le stesse. — Poco dopo lo stesso codice offre una ballata, che in-
comincia :
Ite caldi sospir e mente afflitta
A quella ch'arde e strugge il cor tapino;
musicata da un magister Robertics anglus\ quindi una canzo-
netta, edita recentemente per nozze Marcovigi-Gelrai (Bologna,
R. Tip., 1891), imitata dallo spagnuolo; come quella d'argomento
religioso: Piango el mio peccato rio, scritta dal Nappi il 25
dicembre 1482, era un'imitazione d'altra canzonetta amorosa,
che incominciava :
Piango el mio tormento e guai.
(1) Il V.: E tuli li voglio ancor inanti traete, fu corretto così: Ancor li
voglio tuti inanti tracto. 11 v.: E vedo i citadini tanto maligni, fu coir.:
E sum sti of^ial tanto maligni. 11 v. : Et a cavai portar nostri mazuri,
fu con*.: in portar sti tradituri. Il v.: Ne possen dire una sola parola, fu
coir, in Ne se pò dire; e il v.: Ch'altro che dio più non pò aiutare, coir,
in non ce pò aiutare.
VARIETÀ 191
Verosimilmente era pure cantata la barzelletta « di Carnevale »,
fatta nel 1498, che ha questo ritornello :
Su piangiamo il poveretto
Garneval, ch'ora è conducto
A la fin tutto distructo;
Chi noi fa sia maledetto.
Non manca nel zibaldone del Nappi una delle tante ballate, in
cui le malmaritate sfogano i loro corrucci e prorompono in la-
menti contro il geloso e vecchio marito: poesia semplice, ma
graziosa, che vai la pena di riprodurre:
Lassa, perchè sono io
Sì bella al mondo nata?
r son mal maritata al parer mio.
Io me tenea beata
Del bel piacer ch'io ebbi a star polcella:
Or eh' io son maritata,
Io sto rinchiusa sol perchè son bella;
Lassa mi, tapinella.
De questo mal marito
Ogni piacer partito è dal cor mio.
Vorrìa mutar ventura
Per consolare mio cor tapinello,
E per la mia sciagura
El non more giamai el vechiarello;
Almanco fussel bello
El mischin doloroso.
Da po[che l]è geloso d'ogni bene mio!
Non posso al Sancto gire.
Né a la chiesa a udir predicare;
E mei convien seguire
E in tutte le sue voglie contentare.
Lassa! che più parlare
Non posso in sua malora!
Questo dolor m'accora al parer mio.
Vanne, la mia ballata,
Vanne a ciascuno e narra la mia doglia,
Expon questa ambasata,
Che un geloso d'ogni ben mi spoglia;
Prego morte mei toglia:
Che vedoa sia facta.
Se non ch'io son disfacta al parer mio.
Tutte queste poesie d'imitazione popolare, che Cesare Nappi
Ì92 L. FRATI
scriveva nelle ore che gli restavano libere dalle molte cure di'
pubblici uffici ch'egli sostenne, rendono sempre più verosimile
la congettura che anche l'Egloga qui pubblicata possa essere, se
non propriamente d'invenzione del notaro bolognese, almeno da
lui composta ad imitazione d'altro testo più antico di letteratura
rustica pavana.
Hanno un carattere ben diverso da quest'Egloga altre simili
poesie pastorali scritte sul principio del XVI secolo da autori
bolognesi. Il Fantuzzi ricorda fra le opere di Angelo Michele Sa-
limbeni un'egloga pastorale a dialogo in terza rima, contenuta
nel cod. 2716 della Biblioteca Universitaria di Bologna, che reca
questo titolo:
Egloga pastorale de lo ingenioso poeta M. Angelo Michaele
de' Segnimbeni (Salimbeni) alia^ de" Vaseli nabli cive Bolognese.
Jnterloqulurì: Aphilo et Ausonio et prima comenza Aphilo
pastore ziovene et fra sé dice così, mirato che s'à intomo:
Qui da presso non veggio, né da lunge
Pastor, né nimpha alcuna forse a l'umbra, eie.
Lo stesso codice contiene pure una commedia pastorale di
Mons. Marcantonio Marescotti de' Calvi , protonotario apostolico
(1530), intitolata Astreo. Fu scritta nel 1505 a di 15 di giugno,
allorché il Marescotti era in età di 25 anni, e s'intitola cosi:
Qui comincia una comedia chiamata Astreo traditcta da
un vero innamoraw£ntOy composta per M. Marcantonio Mar-
scotto di Calvi cittadino bolognese. Canonico de Valma Ecclesia
Collegiata de S. Petronio , e questo a complacentia del Vene-
rabil sacerdote Antonio da le Annette cittadino bolognese e
prima entra uno vestito da scolaro nel proscenio, il quatte a
li spectaturi prima dice la condictione sica e de qual patria
lui è; da poi comencia a recitare lo argumento de la dieta
comedia il quelle comincia e dice così:
Il seme human che ognor caduco e frale
Sempre se sforza haver qual cosa nova
E questo vien dal corso naturale, etc.
Non è vero che il prologo e gli argomenti sieno in versi sciolti,
come dice il Fantuzzi (1); vi è usata la terza rima, come in tutta
(1) Scrittori bolognesi, V, 258.
VARIETÀ 193
la commedia. I personaggi sono cinque: Castorea , Vitino, Ga-
nimede, Brìxio ed Agno. Non v'è divisione di atti , ma a cia-
scuna scena precede l'argomento scritto in rosso, e il soggetto di
tutta la commedia è compendiato in queste terzine:
Argumentum.
Era Tytan, che prima me conduce
Il suo sangue gentil a dir de lui,
Sol mio compatriota e ancor mio duce;
In verità so grande amico fui
E son perch' il proverbio antiquo dice
Che triumpho è il conforto de ambedui.
Ebbe un figliolo et ha lieto e felice,
Benigno, virtuoso et human nato.
Del qual ognor ciascun ne parla e dice.
Al sacro fonte Astreo fu nominato,
Il qual essendo in summa adolescentia
Cupido il prese e fu da lui legato.
Essendo giovin de gentil coglientia,
Ebbe dui car compagni nominati
Brixio e Angno di gran reverentia.
Questi ambedui se son stretti e legati
Dal suo figliolo e da madonna Venere
Che mai o poco stevan separati.
E Astreo, che quasi de dolor in cenere
Mutato fu, ben machinosamente
Pensava all' osse sue debil e tenere.
Castorea nympha amata [è] summamente
Da Brixio et Agno e poi da Astreo in secreto,
11 qual ebbe suo intento arditamente;
Fu calido ed astuto e si secreto
Che lor non già de lui, ma lui de lor
Sapea so amor e sei buttava adrieto.
Insieme stavan quasi a tutte l'ore,
Quel che un voleva l'altro consentiva,
E cusi stevan lieti in gran fervore.
Astreo, che '1 suo martir grave sentiva.
Pensava modo de sanar so doglia
Che a dirlo a trebo alcun mai non ardiva.
Pur tremebondo come al vento foglia
Temeva che Castorea noi scoprisse,
Unde ognor più nojosa fu sua noglia.
Pensando poi tra lui sé stesso disse:
Or bisogna eh' io scopri il mio tormento
Perchè '1 non fala chi non parla o scrisse.
Giornale storico, IX, fase. 58-59. 13
194 L. FRATI
Gusì sotto sta macchina so intento
Ricolse Astreo facendose animoso,
Cubi fa audatia l'homo uscir de stento.
Poi che Cupido il fece glorioso
Pensò fra lui lassar quest'alta impresa,
Perchè chi siegue amor se fa angoscioso.
Non può da infamia far colui difesa,
Che in simil arte sua vita dispone
E il vulgo fa di lui po' assai contesa.
Audite che a venir lui se compone:
Il vien, horsù, dategli grato audire
Prima là drieto il 8uo grege repone,
Poi sentirete lui qual cosa dire.
Terminata la commedia, entrano nel proscenio quattro cantori
vestiti a suo modo , ovvero come pare a chi fa la festa pre-
sente, e cantano una barzelletta che ha questo ritornello:
Spectatur, lassate amore,
Ch'el non è più come sole;
E chi '1 siegue ziance e fole
Tien alfin, perdendo honore.
Da ultimo ritorna sul proscenio il nunzio che ha detto il pro-
logo e recita la licenza.
Questo dramma pastorale, destinato certamente ad essere rap-
presentato, sebbene manchi di quel carattere di popolarità che
rende principalmente notevole l'Egloga del Nappi, era meritevole
di ricordo, perchè attesta come in Bologna sul principio del cin-
quecento la poesia pastorale convenzionale, che ci dipinge la vita
campestre come uno stato ideale di purezza e d'innocenza, non
impedisse lo sviluppo dell'egloga e della commedia rusticale, che
ci rappresenta il contadino nella sua rozzezza e goffaggine na-
turale. Questo genere letterario non ebbe però a Bologna, come
altrove, un ampio svolgimento, forse perchè vi mancò un Aliene,
uno Strascino, un Ruzzante che sapessero dargli vita di vera
arte comica. Si può tuttavia citare qualche esempio di commedia
rusticale bolognese che ha attinenza coli' Egloga del Nappi per
Taccenno a danze villereccie che vi si trova. Ne ricorderò due
che mi furono cortesemente indicate dal sig. Gaspare Ungarolli,
giovine assai studioso e dotto di letteratura popolare. La Pluonia
da Casiiun di Peppl è il titolo d' una commedia rusticale di
Fulvio Gherardi detto l' Acquatepida, impressa a Bologna, per
Garl'Antonio Peri nel 1063 e che termina con una canzone, can-
VARIETÀ 195
tata da Barba Arglies Massar d' Baraghezza, che incomincia con
queste due sestine:
Vola al crid pr' fin a Blogna
E qui corra a tramballar
La Brnarda con la Togna,
Prch'al s'ha in algruozi star,
Su d' soura insem arfus
Unuriend tutt quettr'i spus.
Ti Mingon e Battstel,
E ti Pluonia e Burtlina,
Gh'un'a s'dà dal fiè al stifel,
E ch'ai s' gonfia la surdina
L'è sta botta, ch'ai pel v'ius
In ballar sudand, o spus.
La Comedia rustica-cìvile del sig. Cesare Ventimonte, intito-
lata Jl Villano nobile, impressa In Bologna, per Gioseffo Lon-
gìii nel 1669, è divisa in cinque atti con questi quattro inter-
mezzi: Il ballo delle contadine — La Moresca delle cingare —
/ giuochi e salti de' fanciulli — Il ballo degli uccellatori.
Per trovare nella poesia bolognese qualche cosa di simile al-
l'Egloga del Nappi, bisogna scendere fino a Giulio Cesare Croce,
che ne' suoi componimenti ritrae spesso fedelmente le feste e le
usanze del contado , adoperando forme proprie al linguaggio di
esso, atte a rendere vivi e parlanti quei tipi di popolani e di
contadini che egli conosceva si bene.
Delle varie operette del Croce quella che ha più ragione di
somiglianza con la nostr' Egloga è II festino del Barba Bigo
dalla Valle, dove s'intende una festa di contadini, nella quale
si trovano a ballare molte putte e garzoni, con il modo di
dare i balli all'usanza contadinesca (Bologna^ per Bartol. Cocchi,
1609, in-12°). I balli villerecci che vi si trovano rammentati non
non sono più di quattro, cioè : la vlulina, la muretta, il berga-
masco e il
. . . saltarel
D'ia Lodla capluda.
La canzone della violina di Giulio Cesare Croce, insieme a molte
svariate imitazioni e tramutazioni, fu, com'è noto, ristampata dal
Ferrari tra le Canzoni ricordate dal Bianchino (1). Il Salta-
(1) In Rivista di filol. romanza, voi. IV, pp. 58 e segg.
196 L. FRATI
rello dell'allodola probabilmente non è altro che la canzone della
lodolina, accennata nell'atto IV della Vaccaria del Ruzzante (i)
finora irreperibile.
Gl'istrumenti musicali che servivano per questi balli campestri
sono cosi enumerati dal Croce:
A turen Pier dal Mulin
Gh' sona ben dVebeghin,
E Magnan d'barba Ton
Ancha lu con al violon,
E Masot 80 f radei
Con la zithara, e Zanel
Da la piva, ò vettij là
Sunadur dund s'và.
Il festino termina con una baruffa , sicché tutte le donne , tre-
mando di paura, e maledicendo il ballo, si volgono in fuga.
Ludovico Frati.
EGLOGA . 1508.
Colloqtitori: Berto, Borro, Travaglino, Giron, Zanferlon, Mazon^ ToniOy
Polo, Moro, Piero, Zagnol, Ton, Simon, Tonon.
Berto. Borro, dove ne vai cosi a bon bora,
Che a l'orizonle la Diana stella
Né Phebo ancor se vede e men l'aurora?
E fin che sopra a noi fia Vener bella, 4
Vien sotto el portico e intra el mio tugurio,
E insenie dormirem ne la mia cella.
Borro. Non te maravegliar s'io volo e furio,
Berto mio car, ch'io son drieto la tracia 8
Ch'oggi triumpharem d*un lieto augurio.
(1) Vedi LovARiNi, Op. cit., p. 298.
VARIETÀ 197
La festa è, comò sciai, de san Pangratia
E sciò le nimphe nostre aver disposto
Andar al ballo e portar la fogatia. 12
Si che per dirtel presto me son mosto.
Perchè le calge, bretta e zuparello
E scarpe porti e ancor dinar per Thosto.
E dillo a Travaglin, che c'è fratello, 16
Che porti la sordetta sì suave,
Giron el tananò col suiuncello.
Né sia la ribeccha a Simon grave,
E fa che Tonio porti la zampogna; 20
Le gnachere, el tambur Zagnol sì brave.
Mena Mazon, che gratta l'altrui rogna,
E Zanferlon, Tonon, Poi, Ton e Piero,
E gli altri biassaferri da Bologna. 24
Berto mio char, a questa volta io spero,
Ch'ai ballo vigniran la Gnocha e Berta,
La Togna e Nenza dal bel viso altiero.
Ciascuna de costor per certo merta 28
Non da Pan e Silvan essere amata;
Ma dal gran love, e questa è cosa certa.
State a dio Berto, ch'io vo' far tornata
A la mia casa e tutto tutto ornarme 32
Di rose per piacer a la mia amata.
Non te rencresca po' quivi aspectarme
Cum li compagni che al levar del sole
Ornato tornare cum le mie arme. 36
Voglio che andiam da po' cum far se sole
A visitar li amici a le lor case
Tutti ornati de rose e de viole.
Andarem dunqua a ca' de Zan Malvase, 40
E del Mosca, Magagna, e Malatendi,
E Schivazappa, e di villan Tomase;
E po' di Magagnoli, e di Carvendi,
E di Maloverà, e Cdi) Maladurata, 44
E di Fugifatica, e qui comprendi
Li Malservitii, e un'altra gran brigata
Ch'àn nome tutti injustie poca fede.
Di qual fu sempre pien ogni contrata. 48
Cosi costor ne cavaran la sede,
E le grince del corpo, a non dir fole.
Da poi li renderem gratia e mercede.
Berto. 0 Travaglino, ascolta doe parole, ^
Viene a la festa e porta la sordetta,
Giron el tananò, come far sole,
E *1 suiuncello porti in la sachetta;
E Simon la ribecca e cornamusa 56
198 L. FRATI
E Tonio quella dolce zampognetta:
Porti Zagnol quel bel tambur che Tusa
E quelle gnachar dal penone ancora,
Da poi ne provari dietro la chiusa. 60
Travaglino. Io sono in punto; ma Giron lavora
Intorno ai pivolini e '1 so bordone
Ha tracto della bolza [aleuto fora.
La ribeccha raconza el to Simone, 64
La cornamusa ancora ha apparecchiata,
Le gnachare Zagnol col tamburone;
E Tonio la zampogna ha si assettata,
Che, Berto, tu odirai tal melodia, 68
Che mai fu audita da persona nata;
E se vorremo por la fantasia,
Noi sonaremo meglio che '1 Pizzatto
E che Corrado por la fede mia: 72
Ma prima voglio far cum tieco pacto,
E voglio d'ogni bai un bel carlino:
Ancor li voglio tucti inanzi tracto.
Berto. Non mancare, prometto vi, un quatrino 76
De quel voleti, pur sia lungo el ballo;
Ancor darovvi torta, pane e vino.
Travaglino. Infi'a, Girone, e vedi non far fallo.
Così fra noi provemoce qui un poco. 80
Che fai? tu strilli come fa un cavallo.
Tien dur, Simone, el par che tu babbi el roco.
Ponza più forte; el par te manchi el fiato;
Ponza da vera; el par ponzi da gioco! 84
Saldo, saldo, Simon, tu l'ha' trovato
E così un poco quel bordon abbassa.
Se non che un corno parerà aflfreddato.
Borro, Bon dì, compagni, ormai l'ora trapassa, 88
Che ve par far? vogliamo ancor pambere,
0 vogliam far pur pace cum la cassa?
Travaglino. No, no, el se voi da Berto bora sapere
S'el n'ha da dare alcuna cosa a solvere 92
Ch'oggi possiamo el ballo mantenere.
Berto. Farovvi un sacco pien de pan disolvere
E caso fresco e carbonate in chiocca,
Sì che le grince ve farò risolvere. 96
Farò che voi diriti: el pan qui fiocca.
Et el vin piove dolce corno manna,
Ch'el castellan li rcnderia la roccha.
Intrati tutti dunque in sta capanna, 100
Ponitive a quel desco lì a sedere
Che v'è su el pan più grosso d'una spanna.
Porta del vin, che ciascun possa bere.
VARIETÀ
199
E caso e carbonate per condueta, 104
Le fave, le cerese e po' le pere.
Non posso la mia lingua tener muta,
Cari compagni, e [se] v'ho mal tractati,
El tempo scusi e la inexperta putta. 108
Zanferlon. Berto mio car, tu n'hai sì satollati,
E pien la panza e de quel vin le vene,
Che forsi n'è de noi qui inebriati.
Te rendo gratie quanto se con vene 112
De tanta umanità che n'hai monstrata
Cum morte sustener per ti e chatene.
Borro. Hor suso, andiamo hormai, questa è asettata;
Non più zanzume, el ballo è comenzato, 116
Ciascun girlanda pigli e l'arme e spata.
Mazon, va inanzi tu che se' affatato,
E Berto, e Tonio seguitati el Piva,
E noi drieto verrem zo per quel prato. 120
Ogn'homo attento staga a la soa diva,
Né comportati ch'altri sieco balli;
Anzi più presto sforachien la piva.
Hor là, Tonon, trapassa qui cavalli, 124
AgafFa quella Nenza al mondo rara;
E tu, Berto, la Togna, che non falli.
Et io la Gnoca, che non trova para,
E Poi la Berta, e Piero la Bertana; 128
E ciascun altro qual li è più cara.
Mazon. Sonati, o Travaglin, la chiarentana
E dopo el saltarello ferrarese;
Alfin sonate poi la mantoana. 132
Berto. Là, Mazon, faren po' la bolognese;
Va ben inanci, aciò possi saltare
Che superi in balzar el Veronese.
Vedi la Nenza corno sa ballare, 136
La salta destra comò caprettina
E fa li soi scambietti al ciel volare.
El non è in ciel già cosa più divina,
Como è veder la Togna e bella Berta, 140
La Gnoca s'i ligiadra ballarina.
Mazon. Va mo tu inanci, o Berto, un poco a l'erta
Fa gli acti toi, el salto to spacato.
Scambietti e capriole, cum qui merla, 144
Volteggia un poco, corno tu se' usato.
Fa inanci e indrieto el salto schiavonesco,
Divulga la tua fama in ogni lato.
Vo' tu ch'io faccia qui portare un desco 148
Cum le coperte di boi, e vo' aspectare
Ad farli questa sera per lo fresco?
200 1" FRATI
Berto. Non me impazar, ma lassami ballare,
Che '1 ballo e volteggiar son differenti, 152
Né voglio questo dì se non dansare.
Un altro giorno ne farò contenti
E farovi veder quel ch'ò imparato
In Spagna e tra li Mori et altre genti. 156
Maxon. Vedesti mai quanto s'è qui saltato,
E cum qual gratia ballan nostre dive?
Seria de loro un tygre innamorato.
Tonio. Fa tenir saldo ancora, o Poi, le pive. 160
Polo. Saldo, Giron, saldo, che '1 ballo è nostro:
Tien dur, tien dur, ch'io balzo su stc rive.
Borro. Gancaro, o Poi, tu salti comò un mostro
E cerchi far quilli acti toi si destro, 164
Che questo honor sia tutto tutto vostro.
Non credo che insignà t'habia al to mestro
A un tempo schambiettare e trar la testa
D'un lazzo facto al capo d'un capestro; 168
Ma voglio oggi mostrar su questa festa
Quel ch'io so far de questa mia persona
E far la mia virtù qui manifesta.
Ballato ho in ferrarese, anche in Verona, 172
In Bologna e so far la Fiorentina^
La Fontanella e Coza over Rangona,
La Pigna., el Pegoraro e Coregina,
La Piva, el Turlurù col [lo] Spingarda, 176
El Tortion, la Bissa e Ramacina,
E Tiente alora e '1 Piridun far so:
Ancora E me livava un bel mattino ,
Va in là, villan poltron, va tuo el to bo, 180
El Saltarello e ancora el bel Gerbino,
Sciò far la Turturina e Sargia e ancora
De Levate la strenga el ballettino.
Torala mo villan quel fo d'ogn'hora; 184
Tosa to mar te chiama è sol mio ballo;
Fortuna d'un gran tempo legno un'hora.
Io balzo e salto più d'un fier cavallo
A quel thoc to to cum tal ruina, 188
Ch'io fo tremar la terra senza fallo.
Hor fate in qua, Gnochetta gallantina.
Che li precii haveremo anchor l'onore:
Harò le strenghe e tu la bunetina. 192
0 Zanferlon, che sei del bai signore.
Poni bora mente e guarda non far torto,
ludica iusto e lassa l'odio e amore.
Zanferlon. Prenda ciascuno el so caro conforto, 196
E la soa dea e cerchi aver Victoria
VARIETÀ 201
Ch'io laudarò senza tenirve in porto:
Vo' che d'amor se veda la gran gloria.
Ah su, ah su, è tempo de dormire? 200
Ciascun de sì cerchi lassar memoria.
Guarda mo ti se alcun sen voi fuggirei
Io sciò che ognun ballar meglio se sforza;
Rencresceli che '1 bai se habia a finire. 204
Veniti tuti qua che '1 sol se amorza,
Ch'io voglio dar li precij ancor l'onore,
A chi ha ballato cum destreza e fwza.
Tuti ve laudo certo cum el core, 208
Perchè del bai portasi la corona.
Né si potrìa al vostro ballar opporre.
Seti più destri che qui' de Verona,
E che li baliarechi da Quarantola, 212
E del ballar passati ogni persona;
Saltati più che non se fa a Nonantola,
E fati tal schambieti e capriole,
Che '1 par che siati punti da tarantola. 216
Sì che concludo senza più parole
Ch'io dò l'honore a la Gnochetta e a Borro;
A lui le strenghe, a lei bursa e viole.
Andiamo a la taverna li da Morrò, 220
0 Berto paga el vin, corno hai promesso.
Poi cridaremo: Gnoca, Borro Borro.
Berlo. Porta del vino, o Morrò, spesso spesso
E pane e caso e qualche carbonata, 224
Fa che '1 non manchi, ch'io te pago adesso,
E porta ancora una grossa frittata,
E per amor della mia Nenza diva
Fa triumphar questa bella brigata. 228
Fa che '1 non manchi alcuna cosa ai piva;
Non più del dolce, hor metti el brusco a mano,
Che alcuna non è più che ne sia schiva.
Se in villa sto, non son però villano, 232
Che '1 non me piaccia, o Mor, el bruschettino.
Sì comò a un cittadin degno e soprano.
Morrò. Lasciamo andar, vignam pur al quatrino;
Facciamo conto, non più chiachiarare, 236
Che '1 dazio pago e compro pane e vino.
Mazon. El dice el ver[o] Mor; tempo è d'andare
A governar li bovi e pecorelle
E farli de la brocha da mangiare. 240
El non sta ben che queste damiselle
Stian[o] più qui, che l'è tra monti ci sole
E già comenza ad apparir le stelle.
Morrò. Berto, fora dinar, non più parole. 244
202
L. FRATI
N'haveti tri de pane e de vin trenta,
E d'ove e caso diece, a non dir fole.
Berto. Pela la gaza, Mor, che non se senta;
Fa che tornar possiam da te più spesso; 248
Che '1 tanto spender troppo me spaventa.
Morrò. Berto, sta forte, metti in conto el besso,
E carbonate ch'io v'ho date ancora,
Farai pò bene el conto da tu stesso. 252
Berto. Or tira, tira, che '1 pagar m'accora,
Quattro e octo e tri sette e trenta e sei:
Tu se' pagato, or state alla bon' bora.
Scia' tu, Zagnol, quel ch'ancor far vorrei, 256
Gh' andassen tutti, io pagarò le feste
A queste Nymphe e a questi semidei.
Chiamale tutte qui gallante e preste.
Ben venga queste dive damiselle. 260
0 festarò, deh fa non te moleste
A dare a queste dee e chiare stelle
Zaldoni, confortini e bastoncelli,
Che '1 volto menar possa e le mascelle. 264
ZagnoU). Che vogliam far qui più, o char' fratelli?
Andiamo verso casa rasonando.
Li pivi sonaran per sti stradelli.
Intendo che l'è facto un novo bando 268
Per parte de li nostri regimenti.
Vorria sapere de che cosa e quando.
Simon. Pur troppo lo sapremo; e malcontenti
Saremo, che reformano le tasse 272
E sopra ognun faran li accrescimenti.
Che se tu havisti li ducati a masse,
Tutti andaranno in colte, bovi e paglia;
E così va, chi in bora mala nasse! 276
Ton, Scia' tu, Simon, quel ch'or più me travaglia.
Che quando dentro meno un cor de brocca.
Constretto son da non so che canaglia
Menar le prede e cuppi anche a la rocca; 280
E sum di sti officiai tanto maligni.
Che ne vorian cavar el pan de bocca.
Polo. Che se n'havessen pien le ca' de pigni
Non basterìa a impirli quella gola: 284
E volen che l'intendi tutti a cigni.
L'uno ne sforza, e l'altro poi ne invola,
E missi e bariselli et exacturi,
Né se pò dire una sola parola. 288
Tonio. 0 Poi, 0 Poi, se ancor diece anni duri,
Serem constretti arar corno li boi
Et a cavai portar sti tradituri.
VARIETÀ ' 203
Berto. Caricar te vegna a ti e a tuti i toi, 292
E prima sian squartati come cani
Che cosa tal facciamo alcun de noi!
Menar debiam (a)dunqua tutti le mani,
Robemo i cittadini e preti e frati, 296
Tagliemo in pegi li solda' e marani.
Tonio. Vidi, Berto, però quel che voi fati.
Che Tè facta la crida de le arme:
Guardati de non essere impiccati. 300
Berto. Deliberato ho al tutto vendicarme
De tanti stratii e danni che ne fanno,
S'io non dovesse più mai reposarme.
Toroli le uve soe, anche el so grano, 304
E legne, e l'erbe e ciò che vira colto,
Dirò che le soe bestie vote vano.
In modo ch'io farò per mi el recolto,
E a lor farò venir el mal f ranci [o]so. 308
Che venuto li fusse ancor nel volto!
Zanferlon. 0 Berto mio, tu non starà si ascoso.
Che '1 non se intenda tutti li toi inganni;
Guarda non farle de le forche sposo. 312
Bisogna supportar quisti e altri danni,
El basto e soma conviren portare,
Et ogni[un] à da patir mille altri aflfanni.
Bisogna ne sappiamo confortare 316
Col tempo, e navicar questo van mondo.
Ch'altro che dio non ce pò aiutare.
Lui solo ne pò tor ogni gran pondo.
In lui speremo et in la soa boutade, 320
Che po' far tristo e po' far l'hom iocondo.
Son tutte l'altre expresse vanitade;
Lui basso ve po' dare et alto seggio.
Contenti hor state a la soa voluntade. 324
Se non, ve vedo andar de male in pegio,
E sempre mai più mesti e sconsolati,
E danni e dol patir più ch'io non cregio.
Tempo è de chiuder già li rivi ai prati 328
E far sonare ai pivi la recolta.
Che Phebo i Pirenei ha trapassati.
Hesper lo segue e all'ocean s'è volta
Sol per tufifarse drieto in le salse acque, 332
E le soe luce già ciascun n'ha tolta.
Cum voi, pastori, sempre star me piacque;
Ma il ciel ne invita de qui dipartire
Però che alcun de noi quivi non nacque. 336
Così me par che ciascun debbia gire
A la soa casa e '1 corpo suo curare
204
L. FRATI
E nel suo lecto andarsene a dormire.
Tonon. Me pare, o Berto, che dobbiamo andare 340
Inseme eum Mazon, Borro e Zagnolo
A casa queste nymphe accompagnare.
Berto. Vien za, vien za, tu Pier, Ton e ti Polo;
Andiamo presto ch'è la nocte scura; 344
Non sol corremo, ma metiance a volo.
Non vidi che porriano aver paura
D'una qualche ombra, o qualche mala fiera.
Sì che '1 bisogna aver de lor gran cura? 348
Potrìa i lor patri farli mala cera.
Se cosi sole andasseno de notte,
Senza facella, stizo o la lumiera.
Potriano darli ancora de le botte, 352
S'el non vi fusse alcuno a lor defesa,
E bracco e teste farli tutte rotte.
Conducte bora v'abbiam senza contesa,
Fative addio, o nymphe gratiose, 356
Che '1 dipartire infino al cor ne pesa.
Ma prego Vener che ve faccia spose
Di vostri dolci e delicati amanti.
Si che cum lor[o] siati gloriose. 360
A tutti ancora, o compagnon galanti,
Me dono e recomando cum el core;
Prego Cupido faccia a tutti quanti
Triumfar sempre d'ogni vostro amore. 364
PER LA STORIA DEL SENTIMENTO E DELLA POESIA SEPOLCRALE
IN
itaijIa ed in frangia
PRIMA DEI " SEPOLCBI . DEL FOSCOLO
I.
Tutti, anche i meno profondi nella letteratura foscoliana, sanno
che fra le questioni agitate intorno al Carme famoso, una delle
più grosse o ...ingrossate fu questa: se il Foscolo abbia usurpato,
e come, al Pindemonte l'idea del suo componimento sui Sepolcri.
Ed oggi ancora, sebbene le ricerche più serie abbiano tolto ogni
valore all'affermazione di Mario Pieri (1), alcuni continuano ad in-
sistervi con una tenacia degna di miglior causa. Eppure non credo
di esagerare affermando che, se anche non sapessimo nulla delle
vere relazioni corse fra il Pindemonte ed il Foscolo, anche se altri
argomenti non fossero, solo tenendo presenti le condizioni della
società e della letteratura di quel tempo e i gusti allora domi-
nanti, potremmo dispensarci dal prendere sul serio l'accusa con
tanta leggerezza lanciata e con tanta ostinazione sostenuta contro
il nostro poeta.
Non dimentichiamo infatti che l'argomento dei Sepolcri era
allora di moda: una moda venutaci, come è ben noto, special-
(1) Mi limito a ricordare qui, oltre i noti studi del Trevisan e del Mestica,
quello assai concludente del Torraca, / Sepolcri d'I. Pindemonte., pubbl.
dapprima nella N. Antologia., fase. 1° ott. 1884, pp, 430-67 e riprodotto con
aggiunte nelle Discussioni e ricerche letterarie., Livorno, Vigo, 1888, pp. 219-
287; e l'articolo di F. No vati. Per il Foscolo., nella Cronaca Sibarita., Napoli,
1885, an. II, n» 3.
^
206 V. GIAN
^' mente dall'Inghilterra, mediante versioni e imitazioni numerose
di quella poesia sepolcrale , alle cui relazioni con la nostra e
particolarmente col carme foscoliano, lo Zumbini consacrò un
dotto e geniale lavoro (1). Dei molti fatti che si potrebbero ad-
durre per provare questa condizione di cose, mi limito qui a
citarne due, che mi paiono notevoli assai e che non furono si-
nora ricordati, ch'io sappia, dagli illustratori del carme foscoliano.
Eppure a ninno degli studiosi del Foscolo è ignoto il conte Giam-
battista Gioyio, un comasco, che portava, vantandosene, ma de-
gnamente, un nome illustre nella storia delle lettere nostre (2).
Discepolo del Tiraboschi e del Bettinelli, col quale ebbe poi sempre
amicizia e corrispondenza epistolare (3), egli s'acquistò una col-
tura varia ed estesa, se non profonda, la cui fonte, in buona
parie francese, si tradisce perfino nello stile e nella lingua. Era
un rappresentante fedele della generazione cui apparteneva, anche
' nell'amore dei viaggi : onde con l'amico e concittadino Alessandro
Volta fece pur egli il suo pellegrinaggio a Ferney, graziosamente
accolto dal vecchio Voltaire, e a Zurigo, dal Gessner. Vantò fra
i suoi amici i migliori letterati di quel tempo, più illustre di tutti
il giovane Foscolo, che trovò spesso larga e cortese ospitalità nel
suo palazzo in Como, e che, non potendo stare senza amori, ebbe
ad innamorarsi e aspirò alla mano d'una figlia del Conte (4). Con
lui Ugo s'intratteneva volentieri a parlare ed a scrivere di let-
teratura e di studi, e in una delle lettere a lui indirizzata e in-
serita nell'epistolario a stampa (5), discorrendo dei Sepolcri del-
V (1) La poesia sepolcrale straniera e italiana e il Carme del Foscolo^
nella N. Antologia, an. XXIV, 3* S., voi. XIX, fase. l»genn., 1889, pp. 21-
46, e fase. 1«, febbr. 1889, pp. 449.65.
(2) Il Giovio, nato nel 1748, morì nel 1815 e non nel 1814, come scrìsse
Ces. Cantò nelle Biografie degli uomini illustri curate dal Tipaldo,
voi. IV, 1837, pp. 284-90, fraintendendo, se non m'inganno, un passo dei
Cenni sulla vita e sull'indole di 0. B. Giovio, scritti da persona a lui
famigliare, da lui non citati, ma editi fino dal 1824 innanzi ad Alcune prose
del conte G. B. Giovio, Milano, Silvestri, 1824 (cfr. pp. 48 e 50).
(3) Bastino a provarlo le Lettere del Oiovio al Bettinelli inserite nelle
Prose citate, pp. 203-232.
(4) Per la storia di questo amore del F. per la contessina Francesca Giovio
rimando al lavoro recente del Chiarini, Amori di U. F., Bologna, 1892,
voi. I, pp. 214 Rg., e alle osservazioni fatte dal Martinetti alla Vtto di U, F.
del De Winckels, in questo Giornale, XIX, 118-9.
(5) Epistolario di U. F, voi. 1, ediz. Le Monnier, lett. 175, p. 216. Si
VARIETÀ 207
THervey, li giudicava, come il Giovio, non altro che «eccellenti
« sermoni e pieni di religione e di carità ». Ciò non isfuggi alla dili-
genza di quel benemerito illustratore dei Sepolcri foscoliani, che è
il Trevisan(l), ma né egli, né altri, ch'io sappia, notarono che nel
1809 il Conte pubblicava un libretto di Pensieri estratti dalle
Tombe di Hervei (Como, Ostinelli) — estratti, s'intende, dalla ver-
sione francese. — Non era però questa la prima volta che il Giovio
si occupava pubblicamente di tali soggetti sepolcrali ; giacché
cinque anni prima, nel 1804, aveva dato in luce, pure in Como
(per Carlo Antonio Ostinelli, stampatore dipartimentale) Alcuni
Opuscoli patrj, sull'ottavo dei quali, intitolato / Ciraileri, dedicato
ad Ercole Silva con molte lodi pel suo « bel libro swWArte dei
« Giardini inglesi », intendo richiamare l'attenzione del paziente
lettore (2).
vedano i due passi della lettera del conte Giovio al F., in data del 12 febbr.
1809, riferiti in nota dagli Editori (pp. 215-6).
(1) Dei Sepolcri ecc., 3* ediz., Verona, Tedeschi, 1889, p. 12.
(2) L'opuscolo fu poi ristampato fra le Prose già citate, pp. 236-78. 11
conte Ercole Silva, nobile milanese, nato nel 1756, fu in Bologna discepolo
di Clemente Bendi, studiò poi a Napoli, a Roma ed altrove, mostrando una
speciale predilezione per la storia naturale e la fisica, e per le collezioni
attinenti a tali materie. Meritò la stima e l'amicizia del Parini, oltre che
dei principali redattori del Caffè, come il Beccaria, i due Verri ed il Frisi.
Uomo del suo tempo, ebbe viva passione pei viaggi; mori nel 1840. Varie
opere pubblicò, ma spesso omettendo il suo nome, per modestia, come scrive
Cesare JIovida, dal cui Elogio di E. Silva Conte di Biandrate (Milano,
tip. Guglielmini, 1843, per nozze) attingo queste notizie. Anche l'opera sua
principale usci anonima la prima volta nel 1801 col titolo: Dell" Arte dei
giardini inglesi, Milano, dalla Stamperia e Fonderia al Genio tipografico,
Casa Crivelli, anno IX, in-l»; edizione di lusso, adorna di belle incisioni.
La seconda ediz. uscita nel 1813 in Monza, è in-8° e consta di due volumi;
essa ha alcuni ritocchi presi dal carme foscoliano, come avverti S. Ferrari
nell'opera che sarà citata più sotto. Neil' indagare le ragioni e gli effetti
anche estetici dei giardini inglesi , specialmente nel capitolo intitolato
Romanzesco e Magico (pp. 101-7 della 1* ediz.), il Silva, che sfoggia molta
erudizione di letteratura inglese, si mostra imbevuto di romanticismo. Con
le sue considerazioni prolisse, frondose e spesso retoriche, ma talvolta acute
e geniali, siamo in piena critica ed estetica romantica; tanto che esse si
potrebbero, a mio credere, utilmente confrontare con alcune bellissime pagine
d'un grande poeta e pensatore romantico. Federico Schiller (vedi spe-
cialmente nei Kleine prosaische Schriften^ Wien, Mausberger, 1835, voi. VI,
pp. 46 sgg., lo scritto Uber naive und sentimentalische Dichtung) e con le
idee esposte da A. Lubbex in un pregevole articolo: Was heisst € romana
208 V. GIAN
E anzitutto m'affretto a notare ch'esso non ha grandi pregi let-
terari, né profondità o novità di pensieri, ma in compenso, come
suole avvenire di queste modeste e mediocri scritture, è prezioso
perchè ci offre, come a dire, il color dell'ambiente e i gusti e
gli umori dominanti nella società lombarda proprio in sullo schiu-
dersi del secolo nostro (1).
Si senta un po' come l'Autore comincia sin da principio a ri-
trarre quella condizione degli spiriti che contribuì non poco a
preparare il terreno all'imminente, anzi già rampollante, roman-
ticismo: « Egli è un costume da più anni introdotto quello, per
« cui i cuor più freddi affettino l'ardor vivo della sensibilità più
« stemperata, e venner quindi di moda le tristezze più invinci-
<< bili, e i gemiti eternali. Chi non sa che disimpararono fin quasi
« le commedie il lor utile riso e l'utile beffa? Mercè la mania di
« certi drammaturgi, ci si donan sovente partiti in atti e scene
« gl'interi romanzi della desolazione e della disperazione. Non si
« vuol oggi quasi più toccare il cuore , si vuole squarciarlo ».
Non senza arguta efficacia egli continua a notare le esagerazioni
ridicole cui era giunto il dramma lagrimoso (2): <c E teschi da
« ^iScA » , inserito nell'Archi» fùr das Studium d. neuer. Sprachen u.
Literaturen del Herrig, voi. IV, i848, pp. 291-8. Il Ferrari riferì due passi
notevoli del Silva, ma poteva aggiungere anche questo, dove ci par di sentire
una voce che poi echeggerà nei Sepolcri: « Tutte le popolazioni hanno
«molto contribuito alla memoria dei loro; i monumenti che ci rimangono
« ne fanno fede, e le memorie che ci sono state tramandate dei riti sacri
« degli antichi, ci attestano quanto rispetto si avesse pei funerali e pei sa-
« poteri. Questo degenerò in superstizione esagerata, poi fatalmente è passata
« in moltissimi luoghi a una noncuranza colpevole. Possa risalire colla de-
« cerosa semplicità dei monumenti, conservarci le illustri memorie dei cit-
« ladini arricchiti delle virtù più eminenti, e nello stesso tem{X) non si vegga
« più profanato il municipio dai tristi oggetti di lutto ». Va anche avvertito
che il Foscolo, nella nota al v. 131-l:J2 dei ^^epolcriy non riferì fedelmente
il passo del Silva, passo che neirultima parte suona così: < ... i campi santi
« offrono il solo passeggio pubblico alla popolazione, ma per quanti orna-
« menti e quanta delizia vi sia sparsa, non ò mai possibile di allontanare
«totalmente da quelli l'idea della tristezza e del dolore».
(1) Non si dimentichino le giuste osservazioni e le utili notizie che a tale
proposito raccolse S. Ferrari nella Prefazione alle Liriche scelte, i Sepolcri
eie Grazie (Firenze, Sansoni, 1891, pp. v-xii), dove per la prinìa volta, ch'io
sappia, da un illustratore dei Sepolcri si è tenuto conto del libro di Ercole
Silva.
(2) Rimando il lettore al bel lavoro di K. Masi, Giovanni de Gamerra
VARIETÀ 209
« morto e cataletti e sepolcri e cuor di traditi amanti da man-
« giarsi si apprestano sul teatro, e vi squillano anche i bronzi
« funebri. Sì strani gusti ci vennero insieme con quel gener ba-
« stardo, che appellossi Commedia Urbana. E le Eroidi di Ovidio
« con quanto piagnisteo non furono imitate almen nel loro titolo?
« Abelardi, Eloise, Ganonichesse Portoghesi, e simili rime ecci-
« tarono procelle d'affetti ». Questo il Giovio premette perchè non
lo si biasimi del triste argomento preso a svolgere nel suo opu-
scolo, ma non senza invitare i lettori a ricordarsi « dei bei versi
« del Miltono nel suo Pensieroso » e della invocazione che l'in-
glese poeta vi fa della Melanconia « qual saggia venerabile Diva »,
e non senza osservare che « le Notti del poeta Young, le Tombe
« e le Meditazioni del poeta Hervey » sono « cosa ben più se-
« vera » del suo scritto e « men necessaria » (i). L'utilità del
quale consiste in ciò ch'egli intende con esso di procurare « e
«la maggior decenza de' templi, alla Divinità consegrati , e la
« salute insiem de' viventi »; ma, memore dell'oraziano utile dulci,
egli lascierà nel tempo stesso cadere « su questo triste argomento
« alcuni pochi fiori » che gli verranno spontanei alla mano. Fiori
di fantasia e di sentimento colti dalla storia, non pruni o spine
di facile erudizione. Perciò non citerà neppure « i libri recenti^
« coi quali si volle abolir l'usanza di seppellir nelle chiese, onde
« torre gli effluvi micidiali nei luoghi sagri, in cui tanta gente con-
« corre». Questo passo ci mostra l'esistenza d'una intera letteratura
sull'ardente questione, nella quale, al solito, gli scritti precedet-
tero e promossero le riforme legislative. « Giuseppe II impera-
e i drammi lagrimosi^ pubbl. primamente nella N. Antologia^ fase. 16, gen.
1889, pp. 347-68 e poscia riprodotto nel volume Sulla storia del Teatro
italiano nel sec. XVIII, Firenze, Sansoni, 1891, pp, 281-354.
(1) Questo passo va confrontato con alcuni tratti d'un altro scritto del
Giovio intitolato Idee sulla tristezza, posteriore all'opuscolo sui Cimiteri,
posteriore anzi al 1808, e che si trova riprodotto nelle Prose citate (pp. 283-
321). A confermare alcune mie osservazioni rileverò che il Giovio asserisce
che « questa tristezza a' giorni nostri è malattia favorita », che trova la sua
espressione nella letteratura: « Le Notti di Young, le Tombe di Hervey,
« l'Elegia di Gray sopra un Cimitero villereccio, i Drammi del Sepolcrale
« Arnaud, i Piagnistei e i Furori d'Eloisa e d'Abelardo, volti in eroidi mo-
« derne, i Sepolcri di Foscolo e di Pindemonte, divennero non solo pel
« merito loro e per certa insinuantesi fierezza e commovimento sensitivis-
« Simo, i libri fino delle tolette, ma il divennero eziandio per l'impero so-
« vrano della moda tiranna, che ne vuole sospirosi».
Giornale storico, XX, fase. 58-59. 14
210 V. GIAN
« dorè, cui tutte piacevano le novità, volle che il medico sug-
« perimento e politico si mandasse ad effetto nella Lombardia*
« Austriaca, e quindi si formarono nelle terre e fuori delle città
« i Cimiteri ». Dopo accennato alle opposizioni incontrate da parte
di contadini nell'applicare la legge, il Giovio osserva che le dif-
ficoltà sarebbero state minori, se si fosse usata maggior dolcezza
ed accorgimento, e fra gli accorgimenti egli avrebbe desiderata
« una più decente avvenenza nei Cimiteri, pe' quali la nuda Croce
« alla foggia de' Cappuccini era forse una troppo scarsa attrat-
« tiva. Volentier pure avrei suggerito d'aprir ad essi l'ingresso
« con un breve viale, ombrato da piante in bello ordine disposte,
« se non ovunque di tassi o di cipressi , almeno di quei pioppi
« piramidali che l' imitano ». Su questa sua idea prediletta il
buon conte comasco ritorna, verso la fine dell'opuscolo, dopo
aver dissertato intorno ai riti funebri e ai vari modi di seppel-
limento usati dagli antichi e dai Cristiani, allo scopo di liberare
dai pregiudizi le menti dei suoi concittadini, i quali, anche per
ragioni topografiche, avevano lasciato insoluta la grave questione.
Con l'imaginazione scaldata dal desiderio egli s'era venuto fog-
giando il disegno d'un ampio e decoroso cimitero per la sua città
intorno al tempio e al chiostro di S. Abbondio: « Se in alcune
« borgate (egli dice) e città piccole dell'Inghilterra il Camposanto è
« quasi l'unica passeggiata pubblica (dal che certo rifugge l'animo
« mio),perchè nel recinto di S. Abbondio non avremmo noi viali
« e gruppi di piante, ove ricoverarci talvolta per le meditazioni
« severe e riformatrici del cuore? ». Nò qui s' arresta ne' suoi
voli la fantasia del nostro scrittore. Egli vedrebbe anche volon-
tieri « che dentro, o non lungi dal lugubre recinto, scorresse un
« ruscel placido, a cui sovra petroni si procurasse un'artificiosa
« cascata ».
Questo gli fa ricordare « i versi di Tommaso Parnell, l'amico
« dello Swift di Pope, quei versi sulla Notte, imaginosi, e come
« or dicesi, sentùnentalì », e questo lo induce a lamentarsi giu-
stamente che nessun poeta italiano abbia tentato di imitare ed
emulare quella poesia, da lui conosciuta solo per la versione
dell'abate Yart. Eppure, egli scrive, essa « meriterebbe che un
« vivace amatore delle rime inglesi volesse emularla , vo' dire
€ l'ingegnoso giovane ed amorevol mio segretario Oiannantonio
« Scopoli, il qual potrebbe associarla alla Ode del suo favorito
« Cowley, e l'aria di monte Baldo e dell' Adige non gli sarebbe
« corto restia all'impresa ». Ma l'aria di monte Baldo e dell'Adige,
VARIETÀ 211
ottima a vivificare i polmoni, non basta a ispirare i poeti, quando
restìa si mostri loro la Musa. Per fortuna nostra e della poesia
l'invito e l'eccitamento del conte Giovio, benché non accolto dal
suo segretario « l' ingegnoso ed amorevole signor Scopoli », non
rimase inascoltato, almeno in quanto era espressione d'un desiderio
generalmente sentito fra noi. Ad un futuro ed illustre amico del
conte comasco , ad Ugo Foscolo , spettava l'onore di rispondere
animoso all'invito dei tempi ; egli infatti , porgendo « di liberal
« carme l'esempio », seppe sollevarsi al disopra dei Gray e dei
Parnell e trasformare una questione puramente igienica , o uTr\
piagnisteo sentimentale tra poetico e religioso e filosofico, quasi
sempre noioso, in una poesia altamente e fortemente civile. ^
A me sembra impossibile negare che un qualche nesso sus-
sista fra l'opuscolo del Giovio e il carme del Foscolo; impossi-
bile ammettere che a quest'ultimo rimanesse ignorato, prima
della composizion dei Sepolcri, il lavoretto del suo futuro amico (1),
(1) Certo, sarebbe importante poter dimostrare che l'amicizia del F. col
conte Giambattista Giovio fu anteriore alla composizione e pubblicazione
dei Sepolcri. Ma a questo, per quanto a malincuore, ho dovuto rinunziare.
In fatti, coni' è anche opinione di un egregio e gentile conoscitore di cose
foscoliane, il prof. Martinetti, il F. dovette stringere amicizia col co. Comasco
nel principio del 1807, per via del primogenito di costui, quel Benedetto,
che Ugo ebbe carissimo, e che soleva chiamare il « suo contino ». La rela-
zione però del F. con Benedetto dev' essere anteriore, sorta forse del 1806.
Fin dal 1802 Benedetto era stato mandato dal padre a Pavia, e poi, datosi
alla milizia, fu di stanza a Milano, dove, si badi, la sorella Felicia sin dal
1801 trovavasi moglie al marchese Carlo Innocenzo Porro, vedovo di Giulia
Arese. Indubbiamente la più antica lettera che si conosce del F. al conte
Giambattista {Epistol. I, n"^ 77, p. 80-82), in data di Brescia, 22 giugno 1807,
non può considerarsi come la prima, ma presuppone un carteggio anteriore.
Pur troppo neppure le lettere del conte Giambattista al Foscolo, conservate
fra i mss. foscoliani della Nazionale di Firenze (vedi i Manoscritti Fosco-
liani già proprietà Martelli della R. Biblioteca Nazionale di Firenze,
catalogo pubbl. a cura di G. Chiarini negli Indici e Cataloghi del Ministero
della P. 1., Roma, 1885), ci danno alcuna sicura notizia a questo riguardo,
quantunque ci offrano indizi notevoli circa le relazioni passate fra i due.
Nella seconda, di Como, 4 luglio 1809, il Giovio accenna ad un invito fatto
da lui al F., ad una lettera giuntagli del Pindemonte, ove dice che alla
prima occasione gli farà avere uno scritto sui Giardini Inglesi, originaria-
mente italiani, e gli chiede la sua edizione e traduzione di Paolo Giovio,
fatta nell'anno precedente, e che è certo l'operetta che verrà citata più
oltre in queste note. In tutte queste lettere il buon Conte parla all'amico
212 V. GIAN
il quale da parecchi anni godeva un'assai larga nominanza in
tutta la Lombardia, anche per la molteplicità e varietà degli
scritti che andava prodigando su pei giornali e le riviste del
tempo. Non si dimentichino, da una parte, l'accenno del Foscolo
ai cimiteri inglesi e la citazione ch'egli fa in nota del libro del
Silva, l'amico del Giovio, e il confronto da lui istituito fra i riti
funebri cristiani e quelli antichi pagani ; dall'altra poi gli accenni
e le illustrazioni e i confronti contenuti nell'opuscolo gioviano;
e si riconoscerà che fra le cause molte e svariate che operarono
sull'animo del Foscolo e lo spinsero alla composizione del carme,
può essere anche annoverato l'opuscolo del conte comasco (1).
Per questo — e non per questo soltanto — inclinerei anch'io
col Trevisan a riportare alquanto più addietro che comunemente
non si faccia la data del concepimento primo e dei primi informi
del figlio Benedetto, pel quale viveva in continue trepidazioni. Notevole la
7* lettera, del 4 gennaio 1810, in cui dice d'aver ricevuto lettera dal F. e
libri in dono, dei quali ricorda uno di Giovanni Pindemonte su S. Tommaso.
Si rallegra « che l'apoplettico Pindemonte sia in grado di seguir le sveltezze
¥ del Santo, mentre a scuola lo si riteneva tondo d'ingegno». Non voglia
qui tacere un altro argomento che rende assai probabile che ben prima del
1807 il F. conoscesse non solo il nome, ma anche gli scritti del Giovio.
Nel 1803 il conte Giambattista, per preghiera del generale Teuliè, compose
una serie d'iscrizioni militari, che poscia accrebbe e pubblicò nel i804
(vedi Cenni sulla vita di G. Batt. G. innanzi alla ed. cit. delle Prose^ p. 36).
Di questo incarico avuto parla il G. stesso nel proemio alle dette Iscrizioni,
calde d' amor patrio. Nella seconda di esse, consacrata al Machiavelli, si
dice che lo storico fiorentino « ammaestrò colla ironia di Socrate i principi »
concetto che appare anche nei Sepolcri; la quarta è consacrata al Monte-
cuccoli, al quale più tardi il F. doveva dedicare lunghi ed accurati studi.
Per le relazioni del nostro poeta col generale Teuliè, che fu anche Ministra
della Guerra a Milano, vedasi specialmente il bel lavoro del Martinetti,
Vita militare di U. F. , Livorno , tip. Aldina, 1883, pp. 33 sgg. dell' estr.
dalla Rivista Europ.^ voi. XXIX- XXX (1882); e per notizie sul bresciano
Teuliè, C. Cantù, Corrispondenze di diplomatici della Repubblica e del
Regno d'Italia^ Milano, Agnelli, 1884, voi. I, p. 49.
(1) Non mi par trascurabile una circostanza, per quanto essa possa sem»
brare a prima vista di poco momento; cioè che il Foscolo conosceva, almeno
per lettera, quel Carlo Antonio Ostinelli, tipografo comasco, che pel primo
stampò l'opuscolo del Giovio sui Cimiteri. A lui infatti, « al cittadino Osti-
< nelli », Ugo scriveva il 10 gennaio 1798 un biglietto per raccomandargli
la diffusione del Monitore italiano^ di cui egli era direttore {Epistolario^
ediz. cit.» Ili, pp. 285 sg.).
VARIETÀ 213
abbozzi — essenzialmente episodici — dei Sepolcri', né troverei
troppo ardita la congettura messa innanzi dal Cima (1) circa l'e-
pisodio del Parini , che il Foscolo avrebbe abbozzato prima di
accingersi alla composizione del Carme; né trovo poco impor-
tante a questo riguardo l'accenno rilevato dal Trevisan (2) circa
lo « sciolto epico » che fino dal principio del 1803 il Foscolo stava
componendo sulfAlfleri.
Da un anno circa erano usciti alla luce i Sepolcri ed il Giovio
in una delle infinite e prolisse annotazioni da lui apposte ad una
curiosa operetta d' un suo illustre antenato (3), celebrando con
fervore romantico la poesia del cielo stellato, invocava anche
l'esempio del Foscolo. «Invoco pure (egli scriveva nel suo stile
« sgarbatamente infranciosato) il mio signor Ugo Foscolo tanto
« pieno di talenti straordinarj, quanto di singolare benevolenza
« pel mio primogenito Benedetto, che or fralle guardie d'onore
« non può dar opera agli studj delle matematiche e di lettera-
« tura da lui amati ». E soggiungeva: « Scommetterei, che Fo-
« scolo non avrebbe mai fatto il suo Carme de* Sepolcri, se non
« avesse alimentata la fantasia e il cuore sotto l'azzurra stellata
« vòlta del cielo ». La scommessa non era, a dir vero, molto ar-
rischiata, ma meno arrischiata ancora sarebbe quest'altra, che
il Foscolo non avrebbe composto i Sepolcri, se una schiera nu-
merosa di precursori italiani e stranieri, con gli scritti e con la
parola, in buoni e in cattivi versi e in isciatte prose polemiche,
(1) Sulla composizione dei Sepolcri di U. F., nella Cultura del 1-15 set-
tembre 1889, pp. 554-53. Debbo aggiungere che nella fine del suo opuscolo,
il Giovio, scusandosi ancora del « non lieto subbietto » da lui preso a trat-
tare, fa menzione del Parini e in modo da lasciar trasparire un certo risen-
timento nobilesco per « quel lungo Dialogo fra il Cadavere d' un Nobile
« e quello d'un Poeta », dove « tanta sozzurra e marciume non dispiacquero
« per qualche verità sparsavi e per quegli insulti di moda negli scorsi anni
« contro coloro, che il vanto avessero d'avi pregiati ». In nota poi egli si
consola pensando che « il Parini ... co' versi suoi alle due sorelle, la Casti-
ne glioni e la Gastelbarco, a Febo d'Adda, alla Tron, con le sue lettere a
« Silvia Gurtoni Verza, e con la sua amicizia e consuetudine verso il vecchio
« Imbonati, e Francesco Garcano e il Cardinal Durini, e tanti altri, non si
« dimostrò poi certamente l'avversario nostro ».
(2) Op. cit, p. 35.
(3) Lettera di Paolo Giovio vescovo di Nocera sul vitto umano a Felice
Trofino ecc., Como, 1808, dai torchi di Carl'Antonio Ostinelli impressore
dipartimentale, p. 75. Di questa operetta mi occuperò di proposito altrove.
214 V. GIAN
nelle cancellerie imperiali e nei consigli delle « Municipalità »^
in cascoli che anche dalle cittadine lombarde affluivano alla
capitale del « bello italo regno > e nelle gazzette ormai bruli-
canti, non avesse scosso ed acceso la mente ed il cuore del gio-
vane Zacintio. E fra questi precursori — chi gliel'avrebbe detto?
— un posticino spetta anche al Gipvio. Ma più ancora che a lui
spetta forse ad un poeta, di cui il tempo « con sue fredde ali >
sembra avere spazzato persino il ricordo.
U.
Dieci anni prima che i Sepolcri vedessero la luce, nove prima
che il Delille pubblicasse V rmagìnation , e precisamente il 15
vendèmiaire an 5, cioè il 6 ottobre 1797, in Parigi, dove non
era calmata ancora del tutto quella febbre ond'era scoppiala la
Rivoluzione, un illustre membro dell'Istituto Nazionale — collega,
nella classe di lettere e belle arti, sezione di poesia , a Marie
Joseph Ghénier, al Lebrun, al Ducis, al Gollin-Harleville , al-
l'Arnault — leggeva in pubblica e solenne seduta un suo poe-
metto intitolato La SèpuUure. Il poeta che innalzava , come
vedremo più innanzi, la sua voce generosa e robusta per richia-
mare i suoi concittadini a un maggior rispetto delle tombe e a
un culto più degno pei poveri morti, era « le cìtoyen Le Gouvé ».
Il poemetto non vide subito la luce, anzi non fu pubblicato
che quattro anni più tardi nelle Mémoires de Vlnstitut Na-
tional (1) , e in questa prima edizione recava solo la seguente
avvertenza dell'autore in forma di nota finale: « G'est Tindé-
« cence avec laquelle on inhume aujourd'hui que j'attaque dans
« ces vers, où je rappelle la profanation des tombeaux. Je ne la
« crois pas étrangère au suiet, puisqu'elle est la première ou-
« trage fait à la dignité de l'homme et au respect qu'on doit aux
€ morts ». In altre edizioni, che non tardarono a moltiplicarsi,
leggesi invece una noticina proemiale, che, sebbene sia un evi-
dente rifacimento della prima, pure aggiunge una piccola notizia»
che per me è stata uno spiraglio di luce: « Ges vers, où Le-
(1) Mémoires de Vlnstitut National des Sciences et Aris. • Littérature
et Beaux Arts^ t. III, an. IX, Paris, Baudouin, Imprinieur de Tlnstitut
National, Prairal, an. iX, pp. 303-8.
VARIETÀ 215
« gouvé s'élève contre l'indécence avec laquelle on inhumait alors
« en France, ont été lus en l'an V à l'institut National. M. Pas-
« toret avait fait seul avant lui la méme réclamation dans un
« discours éloquent prononcé à la tribune des Ginq-Gents ». In
effetto, l'anno prima che il Legouvé leggesse il suo poema, un
avvocato e uomo politico di grido, il marchese Emmanuele Claudio
Pastoret, scrittore profondo di diritto e collega al Legouvé nel-
l'Istituto Nazionale (per la classe di scienze morali e politiche)
e nel Collegio di Francia, dove insegnava diritto della natura e
delle genti, aveva fatto anch'egli sentir la sua voce sul pietoso
soggetto nell'Assemblea dei Cinquecento, dove era uno dei più
eloquenti e coraggiosi e autorevoli oratori (1). In una memora-
bile seduta del 26 Prairal de. Van 4 de la RépuUique (14 giugno
1796) egli prese la parola in nome della Commissione « de la
« classi fication et de la révision des lois », e con un impeto di
nobile indignazione si scagliò contro i profanatori delle tombe,
di quelle tombe che erano state oggetto di venerazione univer-
sale, presso tutte le nazioni, in tutti i tempi, persino fra i popoli
schiavi. Ricordava l'esempio dell'Egitto, che aveva trovato, me-
diante l'imbalsamazione, il modo di sottrarre i resti umani al-
l'opera distruttrice dei secoli, e ricordava sovratutto la Grecia:
« Dans la Grece, réunie sur la tombe d'un pére, d'un fils, d'un
« époux, sa famille olfrait aux Dieux des libations, des présens,
« des victimes: son éloge retentissait sur la pierre qui couvrait
« sa dépouille mortelle; la douleur cherchait à se distraire par
« le souvenir de quelques vertus ; on interrogeait mème l'homme
<< expiré, comme s'il pouvait entendre et répondre dans le si-
« lence des tombeaux ». E più innanzi egli esclamava : « La
^< tombe est pour l'homme vertueux le berceau de l'immortalité...
« Une nation libre ne recherche pas ces décorations fastueuses,
« dont l'orgueil, se survivant à lui-méme, a plus d'une fois chargé
« les monumens funèbres ». Finiva col presentare, a nome della
Commissione, un progetto di legge, in cui, tra altro, si propone-
vano gravi pene contro i violatori e spogliatori delle tombe (2).
(1) Per notizie della sua vita e delle sue opere si consulti il Quérard,
La France littéraire ecc., t. VI, 1834, pp. 623 sg., il quale peraltro fra i
vari lavori e discorsi del Pastoret, non cita quello sulle sepolture.
(2) Il discorso si può leggere nella Gazette Nationale ou le Moniteur
Universel, n° 271, Primedi, l»'" messidor, l'an 4 de la République frangaise (di-
manche, 19 juin 1796, vieux style), dove (p. 1084) è il resoconto della « Séance
216 V. GIAN
Un altro deputato, il Penières, trovava insufficiente il progetto,
sovratutto perchè, egli diceva, occorre onorare, non solo gli il-
lustri personaggi, ma anche gli uomini più modesti ed oscuri,
che allora venivano accompagnati al sepolcro in modo indecente
« seuls et sans honneurs ». Chiedeva e proponeva che la Com-
missione, onde faceva parte il Pastoret, presentasse un progetto
risolutivo, contenente, per l'avvenire, « un mode de sépulture
« convenable à la décence et à la morale publique ». Il Consi-
glio deliberava la stampa della relazione del Pastoret e l'aggior-
namento del suo progetto, e decretava la nomina d'una speciale
Commissione. Che cosa questa abbia concluso — e se abbia vera-
mente concluso — non sono riuscito a sapere in modo sicuro; questo
peraltro sappiamo che l'anno seguente, per la legge del 19 fru-
iidor, AnV, il Pastoret, forse in premio della saldezza delle sue
convinzioni e della franchezza onesta e coraggiosa della sua elo-
quenza, veniva condannato alla deportazione, dalla quale doveva
essere richiamato tre anni dopo (1). Ma proprio l'anno seguente
« du 26 Prairal » del « Conseil des Cinq Cents ». Del resto, che il Pastoret
nel suo discorso e poscia il Legouvé nel suo poemetto, non esagerassero punto,
è provato abbastanza dalla storia. Mi accontento di citare un'opera a cui la
forma geniale non toglie nulla, anzi aggiunge assai, alla sostanza ricavata dai
documenti sincroni. Edmond et Jules de Goncourt, Histoire de la Sociètè
frangaise pendant la Revolution^ Paris, Dentu, 18.54, p. 430, scrivono, dopo
parlato del battesimo e del matrimonio durante la Rivoluzione: « En cette
€ semplification des formalités, en cette abolition des sacrements, en cette
€ conclusion expéditive des actes de la vie, les funérailles prirent le carac-
€ tère de célérité d'un débarras de voirie. Les parents, tout enhaillonés, par
« prudence et par peur — dit Ledere, dans son Essai sur la propagation
M.de la musique — hurlant la Carmagnole, pour faire leur douleur patriote,
« escortent le long de la route du Champ du repos bordée de jalons trico-
« lores, à demi courant, débandés, se hàtant, le cercueil drapé d'un drap
€ mortuaire tricolore, qu'on va enfouir grand train, — tous le bonnet rouge
« sur la téle, précédés d'un commissaire en bonnet rouge, menant le cortège
« bizarre au pas rapide ».
(1) Vedi QuÈRARD, Op. cit., p. 623. Il Pastoret, sul vascello della repub-
blica che lo trasportava a più che cinquecento leghe lontano dalla patria a
lui tanto cara, nella Guiana francese, si trovava in buona compagnia, di
letterati, generali, colleghi della Camera, frati e preti, e di un singolarissimo
tipo di poeta politico popolare, il Pitou, di cui ci parlano i fratelli De
Goncourt in quelle pagine della loro Histoire de la Société fran(;aise pen-
dant le Directoire, pp. 400 sgg., che essi consacrarono appunto ai deportati
del 19 finitidor, An V, quel Pitou che grazie all'operetta famosa La fille
de M* Angot, è tornato « nelle menti degli uomini ».
VARIETÀ 217
il SUO collega Legouvé leggeva il poemetto La Sépuliure, dove,
come vedremo, sono evidenti reminiscenze del discorso suo, e
nella seduta dell'I 1 dicembre (1797) i deputati Ledere, De Maine
e Loire (che forse erano appunto 1 membri della Commissione
eletta l'anno prima), leggevano alla Camera dei Cinquecento una
loro relazione, nella quale è specialmente notevole per noi un
passo consacrato « au mode de célébration des funérailles » e ad
additare i mezzi più opportuni per ottenere una migliore con-
servazione delle tombe, giacché, vi si dice: « Tindécence de nos
« obsèques et la ma u valse tenue des nos cimetières ne sont pas
« des maux irrémédiables ». Vi si combatteva risolutamente qua-
lunque concessione o privilegio in favore di privati, e non si am-
metteva nelle pompe funebri altra distinzione che quella dovuta
ai meriti personali evidenti del defunto (1).
Come si vede adunque, era questa delle tombe e dei funerali
una questione viva anche oltr'Alpi, e che s'imponeva all'atten-
zione del governo francese e trovava un'eco nelle leggi, in una
(1) Vedi il Moniteur citato del 1797, n^ 89, 29 frimaire (19 dicembre),
pp. 358 sg. Mi permetto di additare qui agli studiosi l'importanza che uno
spoglio diligente di questa raccolta avrebbe per chi volesse conoscere meglio
le relazioni della Francia coU'ltalia in quegli anni memorandi; e mi accon-
tenterò di recare due esempi, anche perchè la collezione completa del
Moniteur è rarissima perfino in Francia (in Italia credo che l'unica com-
piutissima sia quella della Biblioteca Nazionale di Torino di cui ebbi a
giovarmi) e la ristampa che se ne viene facendo, per la parte più antica,
cioè a partire dal 1789, non è giunta ora che al 1792, Nel n» 258, del 1796
(18 prairal Fan 4 , lunedì, 6 giugno), sono notevoli sotto la rubrica Armée
d'Italie (p. 1029) le notizie, in forma di rapporto officiale, riguardanti les
états des objets de sciences et aris qui ont été enlevés pour étre trans-
portés à Paris^ par les ordres du general en chef de V Armée d'Italie, et
ceux du Commissaire du gouvernement près la dite armée. (Yedansi in
C. Cantò, Corrispondenze di diplomatici ecc., pp. 290-308, i documenti ri-
guardanti / capi d'arte involati). Nel n° 109, del 19 nivose, dell'anno me-
desimo (9 gennaio), p. 436, sotto la rubrica Spectacles — Thédtre de la Riie
Feydeau, si dà conto della rappresentazione della Mirra dell'Alfieri, che, per
colpa dell'argomento, non ebbe un esito molto favorevole. Vi si fanno alcune
lodi moderate al poeta, cosi : « L'Auteur, jeune encore et dont cett« pièce est
« le premier ouvrage (sic!), a prouvé du moins qu'il peut s'élever au ton de
« la tragèdie, et obtenir des succès, quand il s'imposera quelque tàche moins
« ingrate à remplir». Il cronista aveva così presentato l'Alfieri: « Get auteur,
« qui n'est point très-connu en France , quoiqu'il ait été imprimé à Paris,
« chez Didot l'ainé en 1789, mérite pourtant d'étre estimé et étudié ».
218 V. GIAN
serie di provvedimenti legislativi che misero capo, per la Francia,
al decreto del 12 giugno 1804, per l'Italia, al decreto di St. Gloud
del 5 settembre 1806, col quale non si faceva che estendere al
Regno italico le disposizioni del primo (1).
III.
Ma chi era propriamente questo Legouvé di cui stiamo par-
lando ?
Di Gabriel Marc Jean Baptiste Legouvé indarno si cercherebbe
persino il nome nelle storie generali della letteratura francese»
anche nelle più ampie, come quella classica del Nisard, nella
sua terza edizione accresciuta e corretta del 1886. Ebbe occa-
sione di parlarne talvolta, ma solo per incidenza, un critico emi-
nente, il Sainte-Beuve(2); e le più sicure e copiose notizie bio-
grafiche e bibliografiche intorno a lui vanno rintracciate nell'opera
maggiore del Mazzuchelli francese, il Quérard (3), oltre che nelle
prefazioni alle varie ristampe delle sue opere (4). Recentemente
(1) Rimando al Discorso premesso dal Trevisan alla sua edizione Dei
Sepolcri^ 3* ediz., Verona, 1889, pp. 47-48.
(2) Nelle Causeries du Luridi, t. VI, p. 380, t. VII, p. 398 ecc. Ernest
Legouvé nel capitolo dei suoi Soixante ans de souvenir s, che sarà qui
appresso citato, accenna vagamente ad un articolo che il Sainte-Beuve scrisse
per la ristampa delle opere del padre suo. Avendo indarno cercato questo
articolo fra i molti volumi del critico francese, ne feci richiedere, per mezzo
d' una gentile e colta signora , lo stesso Legouvé , il quale così rispose:
« L'article de S.'« Beuve n'a pas, je crois, été public dans ses oeuvres, et
«en tout cas, il ne pourrai vous étre util pour la recherche qui vous oc-
« cupe ».
(3) Op. cit., Paris, 1833, t. V, pp. 102 sg. Veramente è un Mazzuchelli
migliorato, anche perchè, limitandosi al sec. XVIII, è riuscito, per quanto
era possibile, compiuto. J. De Chènier nel superficialissimo Tableau histor.
de Vètat et des progrès de la littèrature frangaise depuis 1789 (Nouvelle
édition revue sur Ics manuscrits, Paris, Ledentu, 1834), a p. xxvi della sua
Introduzione, ricorda il Legouvé insieme col Baynouard come eccellenti nel
poemetto di genere grave e fìlosofico. Ma poi a p. 272, parlando di proposito
intorno a questo componimento , si limita a citare il titolo di tre poemetti
del nostro poeta {Les Souvenirs , La Mélancolie^ Le Morite des femmes)
tacendo affatto delKaltro Ld Sépnlture, li dice « productions brillantes », e
soggiunge: « Il serait difficile de porter plus loin Télégance du style et la
« melodie de la versifìcation ».
(4) La più notevole e completa di queste ristampe è la seguente in tre
VARIETÀ 219
tentò di rinfrescarne la fama il figlio, vivente ancora , il vene-
rando Ernest Legouvé , nella Notice sur Gaht^iel Legouvé , che
precede una graziosa ristampa del poemetto Le mérite des femmes
(Paris, librairie des Bibliophiles, 1881): e più ancora in un capitolo
caldo di affetto , ma abbastanza imparziale e ricco di fatti , dei
suoi Soìxante ans de souvem'rs (1). Ma nelle pagine consacrate
a studiare l'opera letteraria del padre suo, Ernest Legouvé tenne
conto solo dei lavori principali , delle tragedie cioè e del poe-
metto ora citato, Le mérite des femmes, che procurarono larga
nominanza e favore straordinario al poeta francese, in sullo scorcio
del secolo scorso e nel principio del nostro. Perciò del poemetto
La Sépidture e di altri due strettamente legati con esso , egli
non fa nemmanco parola.
11 Sainte-Beuve, in una delle sue Causeries du lundi (2) par-
lando dell'Arnault, collega del Legouvé all'Istituto Nazionale,
pronunzia un giudizio che mi pare si adatti perfettamente anche
al nostro poeta. Egli dice che era leggermente aristocratico (3),
o piuttosto non era punto rivoluzionario durante il periodo che
corre dal 1792 al 1794, in modo che non risparmiava con la lingua
e con la penna neppure il Robespierre: « La Terreur passée, il fut,
« avec Lemercier, avec Legouvé, avec Picard, avec Méhul, de cette
« generation jeune et active , qui , dans tous les sens, redonna
« de la nouveauté et de la vie au théàtre ». Senza dubbio, nelle
tragedie specialmente consiste il merito del Legouvé, il quale,
più coraggioso ancora dell'Arnault, nel 1794, quando la lotta fra
il Robespierre e il Danton era giunta al grado più acuto, aveva
osato nella sua Épicharis et Nèron fare un'allusione al nuovo
tiranno del Terrore. La sera della prima rappresentazione, narra
Ernest Legouvé, la parte di Nerone fu recitata nientemeno che
dal Talma, un Nerone sublime ; e alle parole « Mort au tyran »,
volumi: Les Oeuvres pubi, par B. S. et J. N. Bouilly, Paris, L. Janet,
1826-27 (2 voli.) e Oeuvres inédites (precedute da una Notice sur Vauteur
par M. Bouilly et Ch. Malo), Paris, Janet, 1827. 1 tre poemetti che ver-
remo esaminando sono contenuti nel secondo volume.
(1) Première partie Ma jeunesse, Paris, Hetzel, 1886, chap. X, ^on joère,
pp. 176-206. Il Legouvé figlio parla anche della debolezza che aveva il padre
suo di scrivere il proprio nome separato Le Gouvé, quasi per nobilitarlo.
(2) Tom. VII, p. 398.
(3) Di questa tendenza aristocratica nel Legouvé è un indizio anche quella
modificazione del cognome, alla quale s'è accennato nella penultima nota.
220 V. GIAN
Danton e i suoi amici, che si trovavano sparsi nella platea, scop-
piarono in frenetici applausi, volgendosi, coi pugni tesi, verso il
Robespierre, che se ne rimaneva livido e immobile nel suo palco.
In quel momento doveva essere più bello, più forte, più vero,
certo, il dramma che si svolgeva fulmineo tra la platea ed il
palco, che non quello che si recitava sulla scena — tanto più,
quando si pensi che tragico prologo esso aveva avuto e che tra-
gico epilogo doveva avere!
La fama del Legouvé fiori rigogliosa ancora parecchi anni
dopo la morte di lui, avvenuta nel 1812; ma verso il 1830, la
reazione romantica spazzò via le memorie più belle della scuola
classica precedente, infranse idoli, sparse l'oblìo o il dispregio
su nomi che fino allora erano stati accarezzati dalla pubblica
opinione, tutti campi(mi di quella letteratura eh 'è detta dell'Im-
pero. E insieme col Jouy, l'Arnault, il Lemercier, anche Gabriel
Legouvé fu travolto da questa fiumana.
Ciò scrive Ernest Legouvé, e le sue parole contengono una
verità tanto più apprezzabile in lui, quanto più penosa deveva
riuscire al suo cuore di figlio. Ma dovrà davvero Gabriel Le-
gouvé considerarsi come un poeta assolutamente e puramente
classico? Che tale potesse e possa ancora sembrare a coloro che
lo studiarono e giudicarono solo nelle opere sue principali, nelle
tragedie sovratutto, si capisce, quantunque anche in tal caso sieno
necessarie alcune riserve, e sia debito di giustizia ricordare il
giudizio sopra citato del Sainte-Beuve, un critico romantico per
eccellenza, che attribuiva al Legouvé il merito d'avere anch'egli
contribuito a ridare novità e vita al teatro francese. In realtà
egli è, nel campo della drammatica, un neo-classicista, uno dei
rappresentanti di quel gruppo di transizione, che spianò la via
alla Riforma romantica dell'Hugo.
Ma fra le poesie minori del nostro poeta ve n' ha alcune
che né per la materia, nò per l'ispirazione, e neppur forse per
l'arte, appartengono al classicismo, anzi rappresentano quella
nuova tendenza romantica che anche in Francia si faceva sentire
in sul cadere del secolo scorso. È un gruppo di tre poemetti, nei
quali si toccano le tre corde principali della lira romantica, la
poesia dei ricordi, della malinconia e dei sepolcri, e che nel tìtolo
stesso rivelano la contenenza loro : Les Souvenirs, ou les Avan-
tages de la Mémoire, la Mélancolie e la Sépulture.
Di quest'ultimo componimento, dal quale abbiamo preso le
mosse, intendo occuparmi ora in modo particolare, tanto più
VARIETÀ 221
dacché la poesia sepolcrale francese è un campo quasi intera-
mente inesplorato, né abbastanza apprezzato sinora. Lo stesso
Sainte-Beuve si accontenta di troppo rapidi accenni; cosi, par-
lando dell' Abufar j la miglior tragedia del Ducis, composta nel
1795, egli si limita ad osservare: « Les éloges qu'on y entend
« de la vertu , de la liberto , de la mélancolie, donnent la date
« frangaise : c'était l'heure où Legouvé faisait un poème sur ce
« dernier sujet, la Mélancolie » (1).
L'unico dei poeti sepolcrali francesi dei quali sia stato ricor-
dato il nome e studiata l'opera come d'un precursore del Foscolo,
è Jacques Delille, il poeta forse più celebrato in sullo schiudersi
del secolo, che fu membro dell'Accademia francese e poi dell'Isti-
tuto, e mori nel 1813, un anno dopo del Legouvé, sebbene in età
assai più avanzata. Bonaventura Zumbini studiò con l'acume con-
sueto il poema col quale il Virgilio francese aveva innestato sul
tronco classico un ramo di poesia romantica-sepolcraie (G. VII).
Ma Vlmagination, giova ripeterlo, usci solo nel 18Ò6, e sette
anni più tardi, morto già il poeta, rivedeva la luce accresciuta
di circa 500 versi.
Pubblicata la prima volta, come s'è detto, nel 1801, La Sé-
pulture del Legouvé non tardò a diffondersi in Francia ed in
Italia, dove se ne moltiplicarono le ristampe e le versioni. Di
solito, in quelle edizioni di piccolo formato, si raggruppavano
insieme, quasi per un'affinità naturale, i tre poemetti citati, oltre
Le Mérile des femmes, il più fortunato dei suoi confratelli, e
da ultimo un manipoletto di liriche di scarso valore.
Questo, press'a poco, è anche il contenuto della prima ver-
sione italiana che delle operette del Legouvé vide la luce in
Parigi nel 1802, e che nel frontespizio reca il titolo seguente:
Il Merio I delle donne \ Le Rimembranze | La Malinconia e le
Pompe funebri \ poemetti di G. Legouvé membro dell'Isti \ luto
Nazionale recate in versi italiani \ da Luigi Balochi || Parigi,
appresso Ant. Ag. Renouard , xi-1802. È in-24° , e in fine reca
questa nota: « Dalla Stamperia di Grapelet ». ^qIV Avviso agli
amatori della lingua italiana — avviso che è, come il resto,
un oltraggio alla buona lingua e al buono stile italiano — il tra-
duttore avverte d'aver dovuto, per necessità tipografica e contro
il suo proposito, pubblicare la versione italiana scompagnata dal-
(1) Op. cit., t. VI, p. 380.
222 V. GIAN
l'originale francese. Veramente poteva risparmiare a sé stesso e
ai suoi lettori anche la pena di quella traduzione, che, bisticcio a
parte, è un vero tradimento. Il Merio delle donne, in versi sciolti,
è dedicato a Madame Murat, della quale si dichiara ammiratore
ed estimatore il nostro Balochi, che nella prefazione discorre di
alcuni celebri lodatori delle donne, citando dei versi dell'Ariosto
ed alcuni altri « elegantissimi del celebre Innocenzo Frugoni ».
Anche per Le Rimembranze e per La Malinconia il traduttore
adottò il verso sciolto; mentre invece senti il bisogno di ridurre
nelle cattive terzine de Le Pompe funebri la materia che il Le-
gouvé aveva trattato in buone coppie di alessandrini (1).
Sia pure infelice, arbitraria (il Balochi accorcia ed allunga
a piacere e mutila senza pietà), infedele, questa versione giova,
se non altro , a mostrarci la fortuna che V operetta del poeta
francese ebbe anche fra noi. Ma per quanto infedele, questa
versione fu superata in infedeltà da un'altra che usciva ventitré
anni più tardi, in Bergamo, per opera d'un Arcade: Il Merito
I delle donne \ ed altre poesie \ di Gabriele Legouvé \ tradotte
dal francese \ da Girolamo Bettoli \ fra gli Arcadi Fertilio
Ereo, volume I [e II] , Bergamo | dalla tipografia di Rizzardo
Crescini, 1825, in-S" picc. (2). Dopo una breve e insignificante
prefazione del traduttore, è pubblicato tradotto V Estratto del di-
scorso pronunziato dal signor conte Regnaud de Saint-Jean-D'An-
gely, presidente dell'Istituto imperiale, il 15 aprile 1813, in ri-
sposta al discorso di rito, letto dal sig. Duval, il successore del
Legouvé nella seconda classe. Il primo volumetto contiene solo
il Merito delle donne, il secondo, che ha la data medesima, ma
è intitolato semplicemente: Poesie dì G. Legouvé, contiene gli
altri tre poemetti, Le Rimembranze, divise in cinque canti in
terza rima; La Distruzione dei 7nonum£nti sepolcrali, o piut-
tosto il poemetto La Sépulture trasformato in tre odi composte
di strofette tetrastiche di settenari , il primo ed il terzo sdruc-
cioli, il secondo ed il quarto piani e rimati fra loro {ab eh): la
(1) In fine del volumetto il Balochi dà un breve saggio delle sue poesie
originali — originali, per modo di dire ~~ sufficienti a dimostrarci come il
poeta non valesse più del traduttore.
(2; Oltre questa versione del Bettoni, anzi prima di essa, andrebbe ricor-
dala un'edizione veneziana del 1817, contenente solo « il Merito dell-e
€ donne », pubblicata da Bonaventura Squeraroli per nozze Guadagnini. Una
copia ne esiste alla Biblioteca Marciana. Il Quérard, Op. cit., non registra
nò la versione del Bettoni, né questa veneziana.
VARIETÀ 223
prima ode intitolata propriamente La Distruzione dei monu-
menti sepolcrali, la seconda II Corteggio funebre, la terza / Ci-
m,iteri. Il volumetto si chiude con La Malinconia ridotta in terza
rima. Dei tre poemetti francesi in esso contenuti il più maltrat-
tato è certo La Sépulture, che in quelle strofette della peggior
maniera arcadica è diventato quasi irriconoscibile.
Tuttavia, anche senza bisogno di queste cattive versioni o rifa-
cimenti, i poemetti del Legouvé, e fra essi quindi La Sèpulture,
dovettero diffondersi ben presto in Italia, dove da un pezzo tro-
vavano lieta e facile accoglienza tutte le novità d'oltr'Alpi, nella
lingua originale. Non ultimo fra i lettori italiani del Legouvé
credo si possa, anzi si debba annoverare anche Ugo Foscolo, che
di quella lettura ci lasciò indizi abbastanza notevoli nel suo carme
immortale. Ma più che questa mia affermazione, riusciranno, io
spero, efficaci e persuasivi alcuni confronti.
E cominciamo dal titolo, anche a rischio di sembrare pedanti.
Gli altri poeti sepolcrali avevano, in generale, adottato pei loro
componimenti dei titoli, nei quali il soggetto sepolcrale, anche
quando era tutt'altro che secondario, veniva adombrato soltanto,
non direttamente espresso; ed ora erano le Notti, ora le Medi-
tazioni, le Contemplazioni, il Canto notturno o simili altre in-
titolazioni improntate di quella vaporosa indeterminatezza, onde
si compiaceva la scuola romantica nascente. Pochi i titoli espli-
citamente sepolcrali, come i ^S'^i^o/cr?' dell'Hervey, la Tomba (The
Grave) del Blair , l' Elegìa sopra un cimitero campestre del
Gray, / Sepolcri {Die Graeber) del Creuz (1). A quest'ultima
serie appartiene il poemetto del Legouvé, il cui titolo compren-
sivo e nel tempo stesso concreto bene rispondeva alla materia,
giacché sèpulture, come del resto anche l'italiano sepoltura, può
significare l'azione del seppellire e il luogo dove si seppellisce, cioè
il sepolcro. Perciò il poeta francese contribuì forse col suo esempio
a suggerire e determinare il battesimo del carme foscoliano.
Il Legouvé, come il suo eloquente collega della Camera dei
Cinquecento, il Pastoret, prende anzitutto a inveire contro quei
feroci « forfaits » e « brigands », che nelle pazze ubbriacature
del Terrore, osarono violare le vecchie tombe marmoree che
(1) Si confronti lo studio citato dello Zumbini in N. Antologia, an. XXIV,
3' S., voi. XIX, fase. I, pp. 24-36.
224 V. GIAN
ornavano i portici dei tempi sacri e conservavano un tesoro di
care memorie; contro coloro che si spinsero sino a disperdere
al vento le ceneri gloriose di personaggi illustri, « vengeurs du
« nom frangais », come il Turenne, il Du Guesclin e Madame de
Sevigné (1). Ora, egli esclama, invano cerchiamo quei marmi
ispiratori :
Nous y cherchons en vain ces marbres inspirans,
Où nos yeux se plaisaient à s'arréter long-temps;
Où nos cceurs admiraient, épris de leur histoire,
Les dons de la patrie et les droits de la gioire,
Et sur Taffreuse mort, dont tout est dévoré,
Des talens, des vertus le triomphe assuré.
On se seni grandir au tombeau d'un grand homme!
0 m'inganno di grosso o in questi versi è come in germe il mi-
rabile episodio foscoliano delle tombe di S. Croce, ai cui marmi
« venne spesso Vittorio ad ispirarsi ». Né mi sembra troppo ardito
affermare che il verso famoso con cui quell'episodio s* inizia,
A egregie cose il forte animo accendono
L'urne de' forti . . .
ha un'aria di famiglia con l'ultimo ora citato del poeta francese.
In ambedue i passi dei due carmi è la voce della patria che
esce ammonitrice severa dalle tombe: con questa differenza assai
lieve, che mentre nella Sépulture esce da tombe di recente pro-
fanate, nei Sepolcri sorge da tombe su cui tanti secoli di viltà e
d'abbiezione politica hanno accumulato l'oblio. Onde il dantesco
richiamo del poeta zacintio.
Il Legouvé riconosce e proclama la benemerenza delle arti
belle, che serbano e tramandano ai più tardi nepoti nel bronzo
vivente, nel marmo animato, le imagini care dei grandi trapas-
sati. Ma ciò non basta al nostro cuore; più dolci, più cari ci
sono i loro avanzi :
Au pied de leurs torabeaux nous aimons à réver.
Là, du recueillement savourant tous les charmes,
Nous trouvions à la fois des le^ons et des larmes,
^,
(1) Anche il Delille nel C. VII della Imagination (nelle Oeuvres com-
pietesi t. V, Bruxelles, 1819, pp. 223 sg.) ricorda gli oltraggi recati alle
tombe di uomini illustri, in Parigi, e menziona pure il Turenne, il Du Gues-
clin, ecc., dopo aver tessuto un affettuoso elogio del Turgot, che gli era stato
amico e che egli dice < Temi des vertus, des arts et de la France » (p. 215).
VARIETÀ 225
11 semblait que du fond de ces cercueils fameux
Une voix nous criàt: « Illustrez-vous conime eux ».
Egualmente il Foscolo cantava:
Ah si! da quella
Religiosa pace un Nume parla.
Innanzi allo spettacolo delittuoso (« Mais de quel crime encore
« mon celi est révolté ! ») della meschinità con cui si trasporta-
vano i morti all'ultima dimora, senz'alcun segno di onore, di
pietà, senza accompagnamento di parenti, di amici, di lagrime,
il poeta francese, come il suo collega Pastoret, disgustato, passa
a deplorare come sia scaduto indegnamente fra i suoi concitta-
dini il culto delle tombe e dei morti. Eppure di quel culto tutti
i popoli ci danno esempi solenni; persino sulle rive del Nilo,
l'industre pietà
Par un baume éternel, perpétuant aux yeux
Une mère expirée, une épouse ravie,
Savait tromper la mort et figurer la vie.
Né furono da meno i Greci e i Romani:
Les Grecs et les Romains présentaient aux tombeaux
Des offrandes, des pleurs, et le rang des taureaux;
0 come canta il Foscolo, nei tempi antichi,
cipressi e cedri
Di puri effluvj i zefiri impregnando
Perenne verde protendean su l'urne
Per memoria perenne, e preziosi
Vasi accogliean le lacrime votive (1).
Perfino il selvaggio getta un pugno di terra sul corpo del suo
simile ; non cosi il popolo francese , popolo civile , in tempi nei
quali grandi pensatori e scrittori sorsero ad insegnargli la dignità
umana :
Et vous, peuple poli, dans cet àge si beau
Où Montesquieu, Voltaire, et Raynal et Rousseau,
Par leurs savans écrits, pleins d'Athène et de Rome,
Apprirent aux humains la dignité de l'homme,
Vous osez seul aux morts refuser des honneurs!
(1) Si veda il riscontro che su questo punto fa del Delille lo Zumbini,
Op. cit., fase, l^ febbr. 1889, p. 457 n.
Giornale storico, XX, fase. .58-.59. 15
226 V. GIAN
Lungi dai costumi pei'sino il ricordo di quei giorni funesti del
Terrore, « ces jours de crime et d'esclavage »! Si facciano ri-
vivere le pietose usanze stabilite da una religione umana; e se
non si vogliono i ministri del culto cristiano, si serbi almeno il
culto degli affetti verso i poveri morti:
G est le juste tribut où nos manes prétendent,
G'est le eulte du coeur que surtout ils attendent.
Ma non basta rendere onore di pompe e cortei al cadavere, oc-
corre sottrarlo all'onta di giacere confuso nella fossa comune:
Oserez-vous encor reléguer un cercueil
Aux lieux où, nous plongeant dans les mémes abìmes.
La mort confuséraent entasse ses victimes?
0 trop coupable effet d'un usage odieux!
Auprès des scélérats git Vhomme vertueuxl
Dans le méine sépulcre indigné de descendre,
A leur cendre il frémit d'associer sa cendre.
Du juste et du méchant separez les tombeaux.
Con ben altra efficacia, è vero, ma con perfetta somiglianza di
sentimento, il Foscolo s'indignava più tardi al pensiero che le
ossa del venerando Parini giacessero forse accanto a quelle d'un
ladro:
e forse Tossa
Gol mozzo capo gl'insanguina il ladro
Ghe lasciò sul patibolo i delitti.
Lungi però dalle tombe l'inutile fasto:
Loin sans doute l'orgueil du pompeux mausolée
Qui distinguali des grands la poussière isolée;
che, come più vivamente cantava il nostro poeta,
. . . ove dorme il furor d'inclite geste
E sien ministri al vivere civile
L'opulenza e il tremore, inutil pompa
E inaugurate imagini deirOrco
Sorgon cippi e marmorei monumenti.
S'è già ricordato quel passo dei Sepolcri, dove il poeta, con una
mossa lirica efficacissima e con gentilezza squisita di colori, de-
scrive i riti funebri antichi celebrati tra il verde perenne dei
cipressi e dei cedri (v. ÌÌ4-118):
VARIETÀ 227
Le fontane versando acque lustrali
Amaranti educavano e viole
Su la funebre zolla; e chi sedea
A libar latte e a raccontar sue pene
Ai cari estinti, una fragranza intorno
Sentia qual d'aura de' beati Elisi.
E questa rievocazione degli usi antichi risponde al desiderio già
espresso dal poeta, di riposare nella terra natale, lontano e
securo dal « profano piede del vulgo » sotto un sasso che serbi
il nome
E di fiori odorata arbore amica
Le ceneri di molli ombre consoli.
Anche al Legouvé aveva sorriso l'idea delle tombe domestiche,
attorniate, accarezzate dal verde degli alberi, nel silenzio, nella
pace dei campi, fra il gemito lieve del ruscello e il sospiro dei
venti, nel mite splendore lunare:
Mais qu'au moins dans les bois un monument d resse
Dise au fils: G'est ici que ton pére est place.
Les bois! ils sont des morts le véritable asile;
Là, donnez à chacun un bocage tranquille:
Gouvrez de leur nom seul leur humble monument;
De l'urne d'un héros son nom est l'ornement.
Ges dòmes de verdure où la calme respire,
Le ruisseau qui gémit, et le vent qui soupire,
La lune dont l'éclat, doux ami des regrets,
■ Luit plus mélancolique au milieu des foréts;
Tous ces objets, que cherche une ame solitaire,
Préteront aux tombeaux un nouveau caractère.
Cosi la visita alle tombe dei cari defunti avrà un'attrattiva gen-
tile di più :
Par ce charme, appelés vers leurs restes flétris,
Nous viendrons y pleurer ceux qui nous ont chéris;
Nous croirons voir planer leurs orabres attentives;
Nous croirons qu'aux soupirs de nos ames plaintives
Répondent de leurs voix les accens douloureux
Dans la voix des zéphyrs gémissans autour d'eux.
Questa aspirazione troviamo anche in un altro poemetto del
Legouvé, in quella Mélancolie, che ha tanti punti di somiglianza
con la Sépulture, di cui, anzi, si può dire il fratello gemello. In
quel poemetto il poeta consacra a celebrare un cimitero campa-
228 V. GIAN
stre molli e notevoli versi, notevoli anche perchè vi ricorrono
imagini, idee, sentimenti che si sono incontrati e incontreremo
nella Sépulture, e che hanno frequenti riflessi nei Sepolcri fo-
scoliani :
Un cimetière aux champs! quel tableau! quel trésor!
Là ne se montrent point l'airain, le marbré, l'or;
Là ne s'élèvent point ces tombes fastueuses
Ou dorment à grands frais les ombres orgueilleuses
De ces usurpateurs par la mort dévorés,
Et jusque dans la mort du peuple séparés.
On y trouve, fermés par des remparts agrestes,
Quelques pierres sans nom, quelques tombes modestes.
Le reste, dans la poudre au hasard confondu.
Salut, cendre du pauvre: ahi ce respect t'est dù!
Come nel carme del Foscolo:
. . il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
Decoro e mente al bello Italo regno,
Nelle adulate reggie ha sepoltura
Già vivo, e i stemmi unica laude . . .
cosi, pel poeta della Mélancolte, i ricchi, disutili a sé e agli allri^
scendendo nelle tombe fastose non fanno che passare da una
morte ad un'altra :
Souvent ceux dont le marbré immense et solitaire
D'un vain poids après eux fatigue encore la terre,
Ne firent que changer de mort dans le tombeau (1).
Gli antichi, seduti a raccontare lor pene ai cari estinti, senti-
vano, canta il Foscolo, spirarsi d'intorno un'aura fragrante che
pareva venisse dai « beati Elisi ». Pietosa illusione del cuore,
che al poeta zacintio fa ricordare il gentile costume delle don-
zelle inglesi :
(1) Si avverta che poco più oltre, nella Mélancolie, il poeta francese par-
lando dei monasteri, li dice sépulcre des vioans. Lo Zumbini (Op. cit.^ p. 44),
nel suo confronto fra il Pindemonte e il Delillc, cita da quest' ultimo il
seguente passo, che giova qui riferire e confrontare con quello riportato del
Legouvé, composto parecchi anni prima:
Ah ! laiaaex rslégué» ^at l«ara e«vwax pompeax,
Soas le marbré impostaar qni flatte ancore lears ombres,
Toa» cee rois fidnéans, qui, aone cee toAtei eombres,
Oni ckangé tU iommtil, et qo*a jetés le aort
Da néant de lear rie, au néant de la mort.
VARIETÀ 229
Pietosa insania che fa cari gli orti
De' suburbani avelli alle britanne
Vergini . . .
11 pensiero del Legouvé, nella Sépultwre, corre invece fra i
verdi monti della Svizzera (1):
Que la sage Helvétie offre un touchant exemple!
Lorsqu'un mortel n'est plus là, les siens près du tempie
Vont déposer sa cendre en un bocage épais,
Y plantent de lilas, de roses, de ceillets;
Arrosent chaque jour leurs tiges abreuvées;
Il semble qu'en ces fleurs, par leurs mains cultivées ,
Ils raniment l'objet près d'elles inhumé,
Et respirent son artie en leur soufflé embaumé.
E non manca neppure il ricordo dell'Elisio, non mancano i pie-
tosi colloqui coi defunti, né quella
Corrispondenza d'amorosi sensi,
(1) A questi versi il Legouvé nelle edizioni posteriori appose la nota se-
guente: « L'usage de planter des fleurs au pied des tombeaux de ses parens
« est suivi dans quelques cantons de la Suisso, comme Tattestent les ouvrages
« de plusieurs voyageurs ». E al verso « Et respirent son ame en leur soufflé
embaumé» appose quest'altra annotazione: « M. Delille décrit cet usage
«dans YHomme des Champs, et termine sa peinture:
Au fond d'an vert bocage
Il place les tombeaux, il les couvre de fleurs;
Et pense respirer, quand sa main les arrose,
L'ame de son ami dans l'odeur d'une rose.
« Gette dernière image est la méme que la mienne. Pour que l'on ne m'ac-
« cuse pas d'en étre redevable à M. Delille, je rappellerai que mes vers sur
< la Sèpuliure ont été publiés cinq ans avant YHomme des champs ». Con
queste parole il Legouvé veniva ad accusare, per quanto in bella maniera,
di plagio il Delille. E questi dal suo canto, senza averne l'aria, ma in realtà
per rispondere al Legouvé e giustificarsi dall' accusa, aggiungeva ai versi in
questione un'avvertenza nella quale dichiarava che l'idea contenuta nei due
ultimi versi era tratta « d'un voyage de Suisse », del Robert, Yoyage dans
les treize Cantons suisses, t. Il, p. 231. Ma il passo ch'egli cita di questo
Voyage non contiene veramente l'idea ch'egli aveva trovato invece nella
Sèpulture. Curiose le parole eh' egli soggiunge, quasi per riconoscere la
priorità del Legouvé: « et quoiqu'elle [idèe^ ait été déjà employée plusieurs
« fois, elle est si intéressante et si doucement mélancolique, que l'auteur a
« cru devoir la reproduire > (vedi Oeuvres complèCes de Jacques Delilley
Bruxelles, 1819, t. V, p. 35).
230 V. GIAN
che al Foscolo sembrava « celeste dote » « negli umani » :
Gomme eux à nos regrets sachons préter des charmes,
Rendons les fleurs, les bois, confidents de nos larmes:
Dans les fleurs, dans les bois, du sort trompant les coups,
Nos parens reviendront converser avec nous.
Tout rendra leur aspect à notre ame apaisée;
Les champs peuplés par eux deviendront VElysée:
Et les tristes humains^ près de faine à leur tour
Ce voyage effrayant qui n'a point de retour,
Comptant sur les honneurs dont la mort est suivie,
Ne croiront pas sortir tout entiers de la vie;
Et, par ce doux espoir en mourant ranimés,
Se sentiront renaitre aux coeurs qu'ils ont aimés.
Nei quali ultimi versi troviamo proprio lo stesso concetto che il
Foscolo condensava in una forma tanto oscura e discussa, e nella
sua oscurità e difficoltà tanto efficace :
Ma perchè pria del tempo a sé il mortale
Invidierà rillusiion che spento
Pur lo sofferma al limitar di Dite?
A questo punto son finiti i raffronti tra i Sepolcri foscoliani e
la SépuUure; ma non posso tralasciarne un altro suggeritomi da
un passo della Mélancolie, dove il poeta francese canta le rovine
delle antiche città e degli imperi gloriosi, rovine che sono mute,
egli dice, per gli spiriti volgari dei corrotti e oziosi cittadini,
mentre parlano una voce eloquente e possente ai cuori raggen-
tiliti ed educati al culto del bello e dell'arte:
Mais toi, qui des beaux-arts sens les flammes divines,
Ton ame entends la voix des cercueils, des ruines.
De la destruction recherchant les travaux,
Pes Etats écroulés tu fouiiles les tombeaux.
Il visitatore si aggira sulle rive dello Scamandro a interrogare
le ceneri d'Ilio e a Palmira assiste allo spettacolo di tante rovine
seminate dal tempo nella sua corsa fatale:
On te voit, arrété sur les borda du Scamandre,
De l'antique llion interrogar la cendre;
On te voit dans Palmyre, attentif et surpris.
Consultar sa grande ombre et ses savana débris.
A chi sa leggervi, queste rovine offrono alte lezioni :
VARIETÀ 231
La marche de ce temps qui roule aussi sur toi,
Des révolutions les soudaines tempètes,
La chute des Etats, la trace des conquètes;
L'empreinte des volcans et des flots desti-ucteurs,
Et la haute legon du néant des grandeurs;
Et des siècles sur eux contemplant les injures,
De ces grands corps brisés tu comptes les blessures (1);
Tes yeux et tes esprits sont par eux exaltés.
E in un altro poemetto, Les Souvenirs, aveva evocato le grandi
ombre, rianimato le gloriose rovine deirEllade:
Telle est l'illusion qui me suit dans la Grece.
De ruines en vain ces climats sont flétris:
L'imagination relève leurs débris;
Tout est grand, homme ou dieu, dans ces riches décombres.
Et je marche au milieu des plus illustres ombres.
Athène se réveille, et sort de son tombeau :
Voilà donc ces remparts, ce Portique si beau!
Je sors d' Athène et vole aux champs de Marathon:
Mais combieri Ilion me demande de larmes!
C'est là surtout le lieu qui pour Fame a des charraes.
Il entendra des morts gémir Tame plaintive;
La Grece, si long-temps par Hector repoussée,
Les adieux d'Andromaque à la porte de Scée,
Le monstre dont les flancs vomissaient le trépas,
• Tous ces événemens revivent sous mes pas;
Et sur ces bords, rendus à leur splendeur première,
L'antiquité renait et brille tout entière.
Ben più intera e luminosa riviveva e brillava più tardi l'anti-
chità di Grecia alla magica fantasia evocatrice del poeta zacintio;
ma anch'egli, come il Legouvé, cantava le rovine prodotte dal
tempo :
l'uomo e le sue tombe
E l'estreme sembianze e le reliquie
Della terra e del ciel traveste il tempo.
(1) Anche ad Erasmo da Rotterdam lo spettacolo delle grandi rovine di
Roma aveva suggerito la stessa, anzi una più felice espressione: «Roma,
« Roma non est, nihil habens praeter ruinas, priscae calamitatis cicatrices
« ac vestigia ... /> (cfr. De Nolhac, Érasme en Italie, Paris, 1888, p. 65).
232 V. GIAN
Anch'egli contemplava le Muse custodi dei sepolcri , le Muse,
che, quando questi sono distrutti, e quando
Il tempo con sue fredde ali vi spazza
Fin le rovine
popolano di solenni visioni e di eroiche figure i deserti. Anch'egli,
ben più ispirato dalle Pimplèe, risuscitava le epiche lotte sui
campi di Maratona e rievocava le grandi ombre nella « Troade
« inseminata » e, nella profezia di Cassandra, annunziava che,
pel verso di Omero, Ettore avrebbe eterno onore di pianti (1).
IV.
Ho voluto largheggiare in citazioni e riscontri, perchè la di-
mostrazione — se una dimostrazione è possibile — avesse ad
uscirne più chiara e convincente. Le analogie fra i Sepolcri e
i versi del Legouvé sono molte e innegabili ; ma non so se par-
ranno ad altri, come paiono a me, sufficienti per credere che,
allorquando il Foscolo si accinse alla composizione del carme im-
mortale , e chiamò a raccolta nell'accesa sua mente imagini e
figure a lui note e impressioni ricevute nelle svariate e molte
letture, fra quello sciame di farfalle dorate che risposero nume-
rose all'invito, fossero alcune imagini e figure e impressioni che
egli aveva vedute e provate — povere informi crisalidi ancora
— nei versi del poeta francese. Che se quelle analogie fossero
puramente casuali, converrebbe pur dire che il caso sia più in-
telligente e sapiente che di solito non si creda.
Se non altro, da questi raffronti apparirà confermato il iriu-
dizio che lo Zumbini dava della poesia sepolcrale francese in rap-
porto con la nostra: « Anteriore, egli scriveva, e più simile alla
(1) Si noti che una simile rievocazione delle antiche glorie di Grecia,
sebbene troppo diluita, ricorre anche nella Imagination del Delilie, il cui
Canto VII anzi incomincia:
Loreque de rnnir«ra l'aimaUe encbantorMM,
L'Imagination, me porta dans la Grece etc.,
e vidi i bei mari, i bei campi, il bel cielo dell'Eliade, il mio cuore trasalì
di gioia:
Homòre m'a ^idé dani les champs eà ftat Troie.
Anche il Delille ricorda Platea, Maratona, Ettore ecc.
VARIETÀ 233
« nostra che alla inglese è ciò che di poesia sepolcrale trovasi
« nella letteratura francese » (1). Ma l'illustre critico, dopo par-
lato della Imagination del Delille, conchiude non esservi dubbio
« che il Delille , il cui poema... fu pubblicato nel principio del
« 1806, abbia prima degli Italiani cantato il valore civile e po-
« litico dei sepolcri » (2). 0 non si potrebbe dire che, un po'
prima del Delille, e non in un tratto d'un canto inserito in mag-
gior poema, ma in un poemetto speciale, il Legouvé mostrasse
di intendere e di rendere non senza efficacia la voce dei tempi
nella voce delle tombe, d'interpretare in prò dei suoi concittadini
« la voix des cercueils, des ruines ? » (3). Certo io credo non si
possa negare al Legouvé il merito d'aver dato in luce, prima
del Foscolo e dello stesso Delille , il frutto d'un innesto felice
della idea civile sul tronco quasi vecchio oramai e mezzo ca-
dente della poesia sepolcrale. Senza dubbio, il terreno coi nuovi
(1) Op. cit., p. 23. Georges Pellissier nell'opera recente Le mouvement
littèraire au XIX"^" siede (2" ediz., Paris, Hachette, 1890, p. 96), parlando
della poesia romantica francese, esce in questo giudizio che mi sembra troppo
reciso : « Si notre poesie romantique offre de nombreuses rassemblances avec
« celle de l'Angleterre et de l'Allemagne, ce n'est pas un resultai de l'imi-
« tation, c'est plutòt l'effet de causes analogues qui agirent simultanément
« chez les trois peuples », Mi accontento di recare un esempio. Il Delille,
che, per quanto fosse battezzato il Virgilio francese, contribuì efficacemente
alla diffusione di molti elementi propri del romanticismo, confessa d' avere
tolto pel primo Canto del suo Homme des Champs, una sessantina di versi
da vari poeti inglesi (vedi la Prèface aìVHomme des champs, ediz. cit.,
t. VI, p. x). Un' eguale confessione mi pare ch'egli non faccia pel poema VI-
magination; ma, sovratutto pel G. VII, non credo occorrano le sue confes-
sioni, per ammettere le molte imitazioni dai poeti sepolcrali inglesi.
(2) Op. cit., p. 42. A questo punto credo necessario soggiungere un'osser
vazione riguardante la cronologia della Imagination. Se essa vide la luce
nel principio del 1806, come notò anche lo Zumbini, fu però composta ben
prima, cioè dal 1785 al 1794, stando all'affermazione del Delille medesimo; e
non è d'altra parte improbabile che di questo poema, come dell'altro, V Homme
des Champs, il poeta facesse, prima di darlo in luce, delle letture pubbli-
che parziali (cfr. Préface a\V Homme des Champs, t. VI, p, v), e che di esse
il Legouvé avesse notizia più o meno diretta.
(3) In queste rievocazioni di un passato glorioso dalle rovine, in questa
poesia dei ricordi, il Legouvé non dimentica l'Italia. In un passo del poe-
metto Les Souvenirs, egli dice che, grazie alla memoria, « L'Univers est
« encore une vivante histoire ». E soggiunge: « Que loin de ses foyers le
« savant élancé | Le parcoure; il voyage entouré du passe ». Equi il poeta,
varcate le Alpi, si slancia avido sul suolo italiano :
234 V. GIAN
succhi che racchiudeva, favoriva il tentativo; in altre parole, le
ragioni del fatto, essenzialmente storiche, vanno ricercate nelle
condizioni in cui si trovò la società francese appena passata la
tempesta della Rivoluzione. Dopo quello schianto selvaggio dei
più nobili e gentili sentimenti umani, che fu il Terrore, mentre
gli animi dei più, negli inizi del Direttorio, parevano rinchiudersi
in un glaciale indifferentismo (1), veniva affermandosi, promossa
0 champs de rApennin! d fieuves d'Ansoniel
Cherchons-nous sur tos bords les sons de rharmonie,
D'un éternel azur l'aspect délicieux,
Et ce penple, à la foie galant, religieux.
Qui toat entier à Dieu comme aux tendres faiblessM,
Yit entre des chanteurs, un prétre, et des maltresses.
Et, dans ses goOts divers, esclave tour à tour,
Encense Polymnie, et le pape, et Tamour?
Ma allo spettacolo dellltalia presente il Legouvé, come l'Alfieri ed il Foscolo,
preferisce quello dell' Italia antica piena di virtù generose e di glorie ira*
nnortali:
Non, nons courons plntdt, dans ces brillans Teriigee,
De l'Italie antique évoqaer les prodiges.
Chaqne lieu se revft de son premier renom;
Tout parie d'un haut fait, toute rérèle un grand nom.
Que racontent Trébie, et Canne, et Trasimène?
Là, devant Annibal, a fui l'aìgle romaine.
Così dinanzi alla fantasia del poeta passano dinanzi Mario, Scevola, il Cam-
pidoglio, il palagio superbo di Cesare e di Pompeo, la villa di Orazio, la
tomba ove riposa Virgilio, presso alla quale il viandante si raccoglie pensoso:
II y chante les vers où Didon a gémi.
Et quitte ce tombeaa corame on quitte un ami.
(1) 1 De Goncourt nell'opera già citata, Hist. de la société frangaise
pendant le Directoire, pp. 186-8, ci ritraggono al vivo quale fosse allora il
sentimento del pubblico francese di fronte alla morte, e come continuasse
da principio la più deplorevole noncuranza, il più glaciale dispregio pei de-
funti: « Les cadavres s'acheminent solitaires; personne ne fait escortes aux
« hótes de l'éternité. Le cercueil n'a plus de suivants: et, ballotte par des
€ mercénaires, il va à l'aventure Et comme tout est devenu désert dans
* rame des vivants, tout est devenu désert dans les champs des morts: les
♦ cimetières, — où Ledere voulait égalité républicaine de tombes et unifor-
mi mite de pierres, — les cimetières n'ont plus leur espérance pieine d'immor-
« talité. Et dans ces pourrissoirs abandonnés, où nul inconsolé ne pleure,
4L les voleurs violent les cercueils et volent les cadavres ». La narrazione
dei Goncourt è tutta condotta su documenti di quel tempo (1796-7), che
sono scrupolosamente citati; e fra essi compaiono, sebbene con citazione
imperfetta, anche il discorso del Leclerc e quello del Pastoret.
VARIETÀ 235
dallardimento generoso di pochi, una benefica reazione, che fece
sentire più acuti e vigorosi quei sentimenti di patria, di religione,
di pietà, specie verso i defunti, e d'umanità, che erano stati vio-
lentemente repressi. Naturale che la poesia, con l'eloquenza, se-
guissero, anzi iniziassero questo moto provvidenziale e ritornasse
ben presto di moda una pietà elegiaca, molle, una sensibilità quasi
morbosa. E tra quei pochi magnanimi, e dei primi, va annove-
rato il Legouvé. Non grande, ma neppure spregevole poeta li-
rico, egli rivela piuttosto scarso — assai più scarso che non il
Delille — il sentimento religioso; vivissimo invece e robusto l'a-
more di patria, l'entusiasmo per la scienza e per l'arte, chiaro
il concetto dell'alta missione civile , riformatrice della poesia.
Non ha certo la potenza e la virtù fantastica del Foscolo e neppur
l'arte del Delille ; ma il modo onde sa toccare e far vibrare certe
corde ci spiega la grande fama ch'egli ebbe al suo tempo. Riesce
spesso declamatorio, un po' vuoto e fiacco, un po' monotono, colpa
anche di quelle coppie a lungo andare monotone e fastidiose di
alessandrini. Ma l'uomo dava autorità ed efl3cacia morale al poeta;
l'uomo aveva l'animo coraggioso e gagliardo non meno certo del
Foscolo, e come questi , giovane ancora , si piantava con una
fierezza fra tribunizia e spavalda di fronte al primo Napoleone,
e più t^rdi preferiva l'esilio agli agi colpevoli; l'altro, con ben
maggiore audacia aveva gettato dalla scena il grido di Mort au
iyran! in faccia al Robespierre nel colmo della sua potenza.
Ambedue, sebbene in misura e con efl3cacia assai diverse, con
differenza grandissima — ma l'uno parecchi anni prima dell'altro
— ci diedero di « liberal carme l'esempio ».
Vittorio Gian.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
L. A. FERRAI. — Lorenzino de' Medici e la società cortigiana
del Cinquecento. Con le rime e le lettere di Lorenzino e
un'appendice di documenti. — Milano, Hoepli, 1891 (8" picc,
pp. xvi-487).
Lorenzino de' Medici , per la singolarità dei suoi casi e pel molto, che
direttamente o incidentalmente se n' è scritto, richiede da chi voglia occu-
parsene di proposito e gran ricerca erudita, e acuto studio psicologico. Qui
abbiamo l'una cosa e l'altra: quella copiosissima, e non pur di opere a
stampa, ma anche di documenti inediti e ignoti; questo condotto insieme
con acume e con serietà; non senza qua e là alcunché d'ipotetico e di sog-
gettivo (cosa quasi inevitabile), ma certo senza ipotesi avventate né troppo
arrischiate; perchè l'indagine psicologica si fonda sempre sulla ricerca, o
se ne corrobora: se non genera sempre compiuta persuasione, almeno fa
sembrar l'opinione dell' A. più probabile delle ipotesi escogitate da altri.
Tanto mi par di poter affermare quanto al personaggio principale e alle
questioni più importanti che lo riguardano. È stato, per verità, osservato da
altri (1), che in questo libro a quando a quando Lorenzino si perde quasi
di vista e « tanto è largo il quadro, che dentro vi si perde la figura, che
« dovrebbe campeggiarvi ». Ma si vuol tener conto del titolo del libro e di
quel che l'A. avverte nella prefazione: egli non vuol tanto fare una mono-
grafìa di Lorenzino, quanto « cogliere i caratteri di una società, che non é
€ fiorentina, più che non sia veneziana, napoletana o romana;... (di) quella
« singolare aristocrazia cortigiana, che per il culto dell'arte e delle lettere,
* per il rinnovato costume, per una sconfinata libertà di pensiero e d'azione,
« dette al Cinquecento una vita ideale, e di tanto si distanziò dal nostro
<« popolo, da produrre uno dei più profondi dissidi sociali che la storia ri-
« cordi » (pp. viii-ix). Al quale scopo nulla poteva foi'se meglio servirgli del
soggetto che ha scelto; sia per mostrar negli effetti il valore morale di
quella società così leggiadramente eulta e cosi profondamente corrotta; sia
(1) Neil» Nuo9n Antologia, serie 8*, rol. XXXH (H del 1891), p. 796.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 237
per esaminarla sotto i vari aspetti, che prese, nei vari luoghi dove le vicende
dell'avventurosissima vita sbalestrarono il giovine figlio di Pier Francesco dei
Medici, così prima, come dopo il delitto. Indi poi avviene che il libro riesce
gradevole e importante a più generi di lettori: così a quelli che attendono con
amore alle severe ricerche della critica storica, come a coloro che cercano
il diletto nel seguire i processi di qualche potente passione; così a chi si
compiaccia nell' indagare i costumi delle varie età, come a chi coltivi gli
studi della storia letteraria; giacché, oltre il protagonista, che ha pur la
sua importanza come scrittore, ci passano qui innanzi più e più letterati
insigni, dal Molza e dal Borni al Guicciardini, dal Gellini, dall'Aretino, da
Tullia d'Aragona al cupo Gio. Francesco Lettini, e si toccano talora rile-
vanti questioni sulla loro biografia.
I lettori del Giornale storico certamente conoscono il I capitolo (1), nel
quale si può già apprezzare il buon metodo, che si riscontra poi in tutto
il libro, e dove, studiando l'educazione del giovinetto sotto la vigilanza della
buona madre Maria Sederini e il malaugurato viaggio a Venezia sotto la
disciplina di Gio. Fr. Zeffi e in compagnia del figliuolo fanciulietto di Gio.
delle bande nere, se ne vede molto ragionevolmente germogliare in quell'a-
nimo la smania delle grandezze e degli agi e la cupa invidia pel piccolo
Cosimo (2), che ebbero tanta parte negli avvenimenti successivi di quella
vita sciagurata. Salvo alcune correzioni di qualche particolare inesatto e
qualche leggiera mutazione di forma (3), questa nuova redazione non diffe-
risce dalla prima, e stimo però inutile di ragionarne più a lungo.
II II capitolo (I Soderini) è di quelli, nei quali sembra che Lorenzino spa-
risca; ma invece vi si pone in sodo un particolare molto importante a giudicare
e apprezzare il fatto più notevole della vita di lui. La madre di Lorenzino
era di quella famiglia, in cui pareva, per tradizione oramai vecchia, come
incarnarsi l'idea della libertà democratica e dell'opposizione al grandeggiare
principesco della casa dei Medici. Or il F., rilevato prima il profondo dis-
(1) Fa pubbl. col titolo: La giovinezza di Lorenzino dei Medici, in questo Giorn., II, 79 sgg.
(2) Già il F. aveva accennato a questo nel suo saggio su Cosimo de* Medici duca di Firenze,
Bologna, 1882, pp, 39-40.
(3) Le più sono divisioni di periodi. Delle altre è forse la più notevole quella in cui parla di
« una graduazione infinita di affezioni morbose fra la follia e la ragione » (p. 3) invece di asse-
rire, come prima , che altri haa veduto « gli elementi della follia o della semifollia in fenomeni
« puramente storici » (p. 81); perchè può parere una leggiera concessione al sentimento del Bor-
gognoni (vedine il Lorenzo di Pierfrancesco de* Medici, pubbl. nella Nuova Antologia nel 1876,
e di nuovo, con una coda, fra gli Studi di letteratura storica. V. pp. 99 sgg. Cfr. Qiorn., XIX,
435 sgg.). Ed anche più innanzi, dove parla del profondo abbattimento di Lorenzino dopo la per-
dita della lite col cugino , il F. scrive : « in quell'alternativa penosa di sconforti e di esalta-
« menti... un alienista moderno avrebbe constatati i sintomi del delirio persecutivo e della me-
« galomania > (p. 225) ; ma non è però men vero quel che già osservò il crìtico della Nuova
Antologia , che di questa specie di premessa non si vale egli poi « nel giudizio complessivo sul-
« l'uomo ». Né c'è, per verità, da dolersene troppo o da fargliene carico. Piuttosto non mi sarebbe
parso da conservare, come ha fatto (pp. 14-15), quel ch'egli aveva detto del profondo senti-
ìitento religioso del padre di Lorenzino. Un lascito di messe e poche limosino di quelle che ser
Lapo Mazzei chiamava del capezzale, ove si dà quello che non si può tenere e k più volte anche
non si dà (Lettere pubbl. dal Guasti: lett. XXX, voi. I, p. 39) poco posson provare, specialmente
di fronte alla vita dissipata e libertina di Pier Francesco.
238 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
sidio che s'era venuto formando in Firenze fra i cittadini principali, ch'egli
chiama forse non troppo propriamente i Grandi (1) e che sono in Firenze
quel che è nel rimanente d'Italia la società cortigiana, ed il popolo tenace
e geloso dei suoi costumi, della sua fede, del suo viver libero; e notato come
questo dissidio, necessaria conseguenza del rinnovamento della cultura ope-
rato dal Rinascimento, fu la causa più potente della rovina di quegli ordini
liberi, che avevano nella vita del Medio Evo il loro fondamento e che il
Savonarola cercò ultimo di far risorgere a contrastare « contro il lento e
«fatale rinnovamento civile, che tendeva a sopprimer/i » (p. 41); viene a
ricercare partitamente quali si fossero i Soderini dopo il 1512, e rileva che
né in Tommaso, oramai capo della casa, nel quale a sterile e vanitosa am-
bizione s'accoppia lacrimevole pusillanimità, né in Gio. Battista, più sincero
amatore degli ordini liberi tanto che visse fino al 1527 fuoruscito, ma non
meno altezzoso e desideroso di grandigia tanto da rifiutare i pubblici uffici,
quando non gli paressero sommamente onorifici; né in Giuliano, mite e ri-
tirato, cui meglio della vita politica, giovò la quiete del vescovato di Saintes,
non rivisse lo spirito democratico di Paol Antonio e di Piero. Si vanno essi
a poco a poco ravvicinando alla parte aristocratica, alla quale più che
alla popolare si dovè la mutazione del 1527; e anche più di loro fece così
la discendenza di Tommaso imparentato, per le figlie, non solo con gli Otti-
mati fiorentini, ma perfino con famiglie di nobiltà feudale. Non era facile
pertanto che da loro venissero istillati nell'animo di Lorenzino sentimenti
di libertà democratica. Ma v*ha qualche cosa di più importante, che il F.
non manca di rilevare: « Devesi anzitutto tener conto di un fatto, che i bio-
« grafi di Lorenzino hanno troppo leggermente trascurato, che cioè la Maria
« Soderini e i figliuoli suoi, per salvare il patrimonio famigliare si trorarono
« necessariamente legati alla fortuna di papa Clemente, e dovettero tenersi
« estranei ad ogni rapporto, che potesse generare nel papa il sospetto di con-
« nivenza degli eredi di Pier Francesco con la parte popolare, e con i Sode-
« rini, tra gli anni 1527-1530 * (p. 59). Poco o nulla pertanto poterono essi
determinare la formazione del suo animo; e in tempi più tardi poi, nell'esilio
comune, « non il sentimento vivo e profondo della libertà rinato in Lorenzino
« per certa misteriosa e improvvisa energia ereditaria, lo ravvicinò ai parenti
«di sua madre; ma piuttosto l'avere i Soderini stessi, per calcolo di oppor-
« tunismo politico abbracciato le idee politiche dei Grandi, nelle quali si era
€ venuto sviluppando lo spirito cogitabondo 4| Lorenzino » (p. 63).
Al quale si ritorna nel capitolo 111, che é uno dei più importanti e note-
voli, se non forse il più importante e notevole di tutto il libro. Troviamo
qui Lorenzino ormai fuor della fanciullezza; i semi gettati nell'animo suo,
specialmente nella dimora a Venezia, cominciano a germinare e a svilup-
parsi, e i casi della vita di lui determinano la qualità del frutto, che ne
nascerà. Qui veramente l'A. mostra la sua attitudine all'analisi psicologica,
e come sappia ben congiungerla colla vivace esposizione di quel che gli han
fatto conoscere le sue ricerche erudite. Dopoché, nelle solitudini di Cafag-
(1) È noto che questo nome si^niflcavs a Firenze le fkmiglie d'antica nobiltà fiaadale.
RASSEGNA. BIBLIOGRAFICA 239
giolo, Lorenzino ha rimpianto le gaiezze, gli splendori, le grandigie di Venezia,
che gli turbano i sonni coi seducenti ricordi; dopoché questa febbre di gran-
digia e di lieto vivere gli è suscitata più forte dalla dimora in Bologna fra
i festeggiamenti della coronazione imperiale e dalle promettenti carezze di
papa Clemente, non senza nuovo alimento a stizzosa invidia per i felici suc-
cessi cortigianeschi dell'illegittimo Alessandro dei Medici; Lorenzino viene
strappato dal fianco della madre, e, seguendo a Roma il papa, è gettato in
mezzo alla Corte, travolto nel turbinìo di quella vita romana, che il F. si
trattiene a descrivere vivamente e ampiamente sotto ogni aspetto buono e
cattivo; sia nel culto delle lettere e della poesia volgare nei circoli, di cui
erano l'anima il Molza, il Firenzuola, il Giovio; sia nell' amore febbrile per
le lingue classiche e per le opere dell'arte antica, massimamente nella corte
del card. Ippolito dei Medici ; sia nella vita licenziosissima e scostumata, che
conduceva letterati e uomini di stato ai piedi di quelle etère redivive (prime
fra tutte Tullia d'Aragona e Isabella de Luna) contro le quali nulla avevano
potuto le condanne e i divieti pontificii. In mezzo a quel trambusto Lorenzino
giovinetto s'aggira sotto la guida di un uomo già maturo e negli anni e
negli studi delle lettere e nella corruzione, di quel Filippo Strozzi, che forse
meglio d'ogni altro rappresentava lo spirito della vita cortigiana d'allora.
Certo la compagnia (1) di costui e quella di Giovanni Bandini non potevano
suscitargli nell'animo amor di patria né di libertà; in quel mondo e con quelle
scorte troppo era più naturale che gli si destassero « in petto passioni vio-
« lente e sregolate ambizioni » (p. 94). Ivi s'educò, forse, all'amore dell'arte,
ma certo soprattutto gli si accresceva « la smania irrequieta di riuscire a
« qualche cosa », (ivi) la brama di grandeggiare e di primeggiare, perniciosa
massimamente in lui inesperto, povero e avviato ormai a vita liberissima e
godereccia, iniziato alle massime di uno scetticismo atto ad estinguere ogni
iiitento nobile e generoso. Ippolito ricco, corteggiato, inneggiato dai poeti
che proteggeva, dai dotti che ne ammiravano ed esaltavano l' amore per
l'arte antica, suscita in lui una sterile invidia; i benefizi stessi di Clemente
non gì' ispirano gratitudine; anzi, perchè gli sembrano scarsi ai suoi scon-
finati desideri, gli fan concepire un cupo e chiuso odio contro il suo bene-
fattore. L' amor del grandeggiare, il desiderio degli splendori e degli agi
principeschi lo condurranno durante il secondo congresso di Bologna, dov'egli
si rode del trionfo d'Alessandro dei Medici, a brigare per la mano di Giulia
Varano, nuovo alimento alla vecchia invidia pel cugino Cosimo, al quale
appunto allora si praticava di darla. Per liberarsi sollecitamente, e sia pure
precariamente, dalle strette di una povertà, che mal conveniva alle sue vel-
leità di vita cortigiana, egli si giuoca la benevolenza di Clemente, richie-
dendo in mal punto e con insistenti querele il pagamento di un debito di
6000 ducati contratto col suo avo Lorenzo dalla camera apostolica, e non
contentandosi della cauzione datagli sulle rendite del governo di Fano. E,
forse per acquistarsi una fama, che non gli pareva dato conseguire per vie
migliori, s'appiglia, con un atto da Erostrato impiccolito, alla pazza idea di
(1) Il F. la chiama amicitia paterna (p. 95). Credo per ironia.
240 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
mutilare i bassirilievi dell'arco di Costantino, le Muse scolpite in un antico
sarcofago conservato nella basilica di S. Paolo, e certi antichi ornati nella
chiesa di S. Pancrazio. Ne cava il bel frutto d'attirarsi odio e disprezzo,
dover fuggire di Roma, precludersi da sé stesso la via all'agognata gran-
dezzaTalla quale tenterà quind'innanzi di venire per altre vie, per altri portù
sciaguratamente sempre peggiori, perchè l'animo sempre più inacerbito non
rifuggirà da alcun mezzo, pur di conseguire il suo fine.
E buon mezzo gli parve stabilirsi nella corte d'Alessandro dei Medici, che
egli pur aveva molto invidiato e forse odiava di già; ma da cui sperava, se
non altro, una decisione favorevole della lite mossa a lui ed ai suoi da
Maria Salviati vedova di Giovanni delle bande nere, e da cui dipendeva l'a-
giatezza 0 la miseria avvenire della sua famiglia. Ma prima di presentarci
Lorenzino in quella corte, il F. ci vuol far conoscere la condizione del Duca
in Firenze, narrando il modo com'egli n'era divenuto signore e rilevando
le qualità del suo governo. E questa la materia del cap. IV (un altro di
quelli, nei quali quasi non si fa parola di Lorenzino), sulla quale dovremo
più innanzi tornare: qui basti dire che l'A., pur protestando di non accin-
gersi per nulla a tessere un'apologia d'Alessandro, loda tuttavia chi cooperò
a stabilirne il governo, a fondare il principato, che sembra al F. potesse
solo, nelle generali condizioni d'Italia di quel tempo, assicurare l'indipen-
danza di Firenze. La stessa alterazione degli ordinamenti fiorentini, la sosti-
tuzione del ducato ereditario al generico principato di prima; in una parola,
« la riforma del governo di Firenze nel '32 non fu tanto ispirata da un
4C sentimento d'avversione alla libertà popolare, quanto da una necessità
€ politica reclamata dalle condizioni di tutta Italia » (p. 117). Del governo
del Duca, poi, dice che fu mite e saggio, finché Clemente gli tenne al fianco
l'arcivescovo di Capua; tanto che nulla poteva per allora giustificare le
speranze dei fuorusciti, più che mai indebolite dall'imprudenza d'Ippolito e
dal vero trionfo ottenuto da Alessandro nel secondo congresso di Bologna.
Se non che i capricci, le dissolutezze, le violenze private del Duca incomin-
ciarono bentosto a danneggiarne anche l'autorità politica, massime quando
toccarono la famiglia di Filippo Strozzi, che si confidava di primeggiare e
tiranneggiare in certo modo per conto suo il resto dei cittadini fiorentini e
che Alessandro volle richiamare all'uguaglianza civile e all'osservanza dei
doveri di suddito; onde avvenne che gli Strozzi esularono e furono spinti
dal risentimento personale a favorir coloro che soffrivan l' esilio per amore
della libertà e che, sebbene non potessero certamente fidarsi del Girella
(chiamiamolo cosi) del 1527; pure speravano che la loro causa potesse avvan-
taggiarsi delle sue ingenti ricchezze.
Qui comincia il capitolo V {Lorenzino alla corte del duca Alessandro)
nel quale il F. ci conduce, con la solita erudizione vivace, in mezzo ai lieti
ritrovi di casa Cybo, sempre fra splendore e corruzione di vita cortigiana;
poi in un mondo assai diverso, ragionando delle dissolutezze del Duca, che
cerca di ridurre, come fece già anche troppo più risolutamente il Borgo-
gnoni (1), a quel meno che è possibile; rilevando tuttavia soprattutto la
(1) Op. cit., pp. 43-82; e poi la ginnU alU demi» nel Tornandoci sopra, pp. 134 tgg. A
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 241
volgarità dei sentimenti e dei modi del principe, che singolarmente contra-
stava con l'educazione cortigiana e con lo spirito artistico di Lorenzino. 11
quale anche qui era arrivato in mal punto, perchè Alessandro era già im-
pegnato, per la decisione della famosa lite, a favore della famiglia di Giovanni
delle bande nere; e certamente poi vi si trovava a disagio, umiliato e stiz-
zito di vedersi stimato e tenuto alla pari coll'Unghero e con Giomo da Carpi,
al quale sembra perfino che il Duca ragionasse di dare per moglie la sorella
di lui Maddalena Saiviati! È il tempo della rappresentazione deW Aridosia,
che non sembra piacesse troppo; sicché anche il desiderio della fama lette-
raria, che Lorenzino dissimulava con finta disinvoltura nel bizzarro prologo,
poteva sembrargli frustrato ; ond' egli s' abbassa, quasi curvando il dorso sotto
le percosse della fortuna, ognor più ; e nel ricominciar delle mene dei fuor-
usciti saliti in nuova speranza per l' aderenza degli Strozzi, per i conati del
card. Ippolito e per le pratiche fra Spagna e Francia dopo la morte di
Francesco Sforza, sembra che faccia da due parti la spia , e « solo per i
« vantaggi materiali che ne ricavava, o per la speranza di riceverne » (p. 197).
Abiezione, che doveva crudelmente tormentare queir animo orgoglioso e
smanioso di cose grandi, atta davvero a precipitarlo nella disperazione, o a
fargli nell'esaltazione dell'ira meditare il delitto. Al quale tuttavia non
crede l'A. eh' egli pensasse chiaramente prima della morte sospetta del card.
Ippolito, col racconto della quale e colla notizia dei sentimenti che suscitò
nei contemporanei si chiude il capitolo.
Il sesto, molto importante, prende argomento dalle querele dei fuorusciti ;
e descrive con la vivezza consueta l'ingresso in Napoli di Carlo V reduce
glorioso dalla prima impresa di Tunisi, le vane lagnanze portegli dal rap-
presentante del popolo napoletano, gli andamenti dei fuorusciti fiorentini, le
umiliazioni che cercano di far sorbire a Roma ed a Napoli ad Alessandro
da Collevecchio, il loro presentarsi all'imperatore, parlando brevemente per
loro Jacopo Nardi (1); esamina infine le seguenti trattative fatte per iscrit-
tura, che terminarono col trionfo del Duca; per tornar poi a descrivere il
gaio carnevale di Napoli del 1536 e i festeggiamenti pel matrimonio d'Ales-
sandro con Margherita d'Austria; in mezzo ai quali Lorenzino, che ha se-
guitato infrattanto nel suo tristo uflBcio di doppia spia ed è inasprito ognor
più contro il Duca per la lite perduta anche peggio che non paresse possi-
bile (2) e per la provvisione che ne riceve da cui si sente vie maggiormente
questo proposito , non perchè la cosa abbia in sé importanza , ma per esattezza , si noti che la
lettera della madre di Alessandro datata secondo lo stil. fior. « in Collevecchio a dì xij di feb-
« braio Mdxxviiij », che anche il F. ha accolta nella sua Appendice II, non è, come spiega il
Borgognoni, del 1528 {loc.cit, p. 137, n. 2), ma del 1530.
(1) Tiene giustamente e con buone ragioni il F., che il Nardi non pronunziasse né il discorso
attribuitogli dal Varchi , né quello pubblicato con le sue storie , ma brevi ed efficaci parole im-
provvisate (pp. 204 sgg.).
(2) Perchè il Guicciardini avvocato di Cosimo ottenne che si dovessero rivedere i conti e le ra-
gioni di quel ramo di casa Medici fino dal 1476 , non che dal 1498 , come dapprima pareva , il
che conduceva il debito di Lorenzino e dei suoi verso Cosimo a una somma enorme (p. 225, e il
docum. a p. 465).
Giornale storico, XX. fase. 58-59. 16
242 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
avvilito, si rode come cane, che morda la catena, e medita davvero il de-
litto, di cui balenano accenni nelle gelide parole risposte agl'improperi di
Piero Strozzi e nel famoso trafugamento del giaco. Né il F. trascura di de-
scriverci quale egli immagina che fosse allora la condizione dell'animo di lui.
Oramai la catastrofe s'approssima; e il capitolo che segue s'intitola dalla
Tragedia del 6 gennaio 1537 e dai Primi anni delV esilio di Loreniino.
Comincia con un quadretto psicologico, in cui l'A. quasi riepiloga quanto
risulta dalla precedente esposizione, per rappresentarci al vivo il contrasto
che doveva farsi in quell'animo fra il dispetto feroce del presente avvili-
mento, che lo spingeva al delitto , e un certo sentimento superstite delle
massime imparate nella prima età, che, pur nell' estinguersi della fede, gli
dava orrore e ripugnanza dello spargere il sangue. La qual ripugnanza im-
magina ingegnosamente che Lorenzino vincesse, quando gli s' affacciò alla
mente il pensiero che il suo delitto potesse apparire una rivendicazione po-
litica mossa da amor di patria: sentimento non naturale in lui, ma sugge-
ritogli dalla bramosia di liberarsi in qualche . modo da quella abiezione,
coonestando per quella via la sua sete di vendetta. La venuta di Carlo V
in Firenze e il favore crescente che l'imperatore dimostra ad Alessandro ed a
Cosimo, che singolarmente accarezza per la buona memoria del padre, gli
crescono la tempesta nell'animo: la rottura più aperta fra il Duca e gli Strozzi
gli fa intravedere una nuova via di procurare il proprio vantaggio materiale,
potendo passar per vendicatore delle ingiurie della più ricca famiglia fioren-
tina; l'abbassamento della fortuna imperiale nei campi di Provenza, di
Piemonte, di Lombardia gli svela atto il tempo alle mosse degli usciti ed
a meglio sembrare sollecitato dal desiderio della libertà; ond'egli cerca
d'ingannare il Duca, d' is}>irargli più confidenza con maggior servilità e
apparenza di devozione, pur ingegnandosi satanicamente di farlo più spre-
gevole col secondarne i folli capricci amorosi «perchè n'era violata (1) la
€ santità del recente talamo e offesi i rapporti di parentela col sangue regio
« e imperiale » (p. 237); finché, preparata con freddezza e con arte finissima
la sua trama, l'eseguisce nel modo che tutti sanno.
L'A. non si ferma a narrarlo : solo discute le tre versioni, che ne andarono
attorno: quella del Varchi, che disse ucciso il Duca da Lorenzino e da Scoron*
concolo soli; quella del Giovio e del Nerli, che dettero al traditore due
complici; quella di Margherita di Na varrà, che, per voce sparsa in Francia
da Lorenzino medesimo, dette per sola causa al delitto il desiderio di salvare
Toiiore minacciato della sorella Maddalena Salviati; e segue risolutamente
la prima. Esaminati quindi i giudizi, che sul fatto di Lorenzino pronunzia-
rono i contemporanei ; segue lui a Bologna, dove Silvestro Aldobrandini non
gli crede, a Venezia fra le accoglienze ferocemente liete di Filippo Strozzi
e l' entusiasmo degli esuli, alla Mirandola fra vani tentativi di far gente
d'armi in servizio di questi; poi a Venezia di nuovo, quando cominciano
le prime esaltazioni a mutarsi in disapprovazioni ed in biasimi, che spin-
gono lo sciagurato a scrivere la sua lettera a Francesco de' Medici, che è
(1) Dio* Terameate: fCtroM ttfoiafc'. Lo credo error tipognfloo, o irista, e cambio senu icnipolo.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 243
il nucleo sostanziale deìVApologia\ infine nell'andata misteriosa a Costanti-
nopoli, che da un sonetto di Lorenzino il Ferrai argomenta consigliata solo
da paura, e che è seguita da un ritorno, al solito in mal punto, dopo la rotta
di Montemurlo e la rovina di quella eh' egli avea pur chiamata « la magna-
le nima sua impresa » (1).
Nel cap. Vili l'A. segue Lorenzino alla corte di Francia, dov'egli si ri-
dusse dopo breve dimora a Bologna presso la sventuratissima madre sua
ospite li di mess. Salvestro Aldobrandini. E qui, se non erro, si lascia un
po' troppo trasportare dal desiderio di trattare un argomento a lui grato: le
pagine in cui si ragiona con molta, forse con soverchia compiacenza della
società cortigiana di Francia e specialmente del circolo letterato e protestan-
teggiante di Margherita di Navarra, e piiì innanzi la particolar narrazione
dei fatti, che precedettero la pace di Grespy mi sembrano troppo sovrab-
bondanti a ritrarre la condizione dell'esule sciagurato, che, in fine, non trovò
alla corte le dame (p. 285), freddissimamente fu ricevuto e trattato dal re
e, specialmente dopo la morte di Filippo Strozzi, trascurato da tutti; tanto
che fuggiva la corte e passava il più del tempo nella bottega di Benvenuto
Cellini, finché, a quanto sembra da un documento, che si pubblica e fa co-
noscere qui per la prima volta, riparò in un collegio, che il F. suppone
debba essere il collegio di Francia, e, forse troppo arditamente, conchiude
che egli vi studiasse il greco sotto il Toussain e che frutto di questi studi
fosse Y Apologia (2). A ogni modo, la dimora nel collegio (fosse, o no, per
(1) Vedi il sonetto Quanto più solco d'Adria le salse onde, nell'Append. I, p. 412,
(2) L'A. stesso non dissimula (p, 295, n. 1) che può sembrare audace la sua supposizione che
L, riparasse proprio nel collegio di Francia. A. me sembrano anche più ardita le parole seguenti:
« Ivi forse, fresco ancora di quel bagno salutare che Tonda demostenica apprestava ai suoi squi-
* siti sensi, lontano dagli uomini e dalla realtà viva del mondo, ripensò ai propri casi, e nella
« rinnovata esaltazione di un odio che gli sembrava aver avuto a comune coi grandi dell'antichità,
« trasfigurò tanto se stesso, che la fede degli altri divenne la sua. L'Apologia ne fu il risultato ».
Rammentiamo, se non altro, che i sommi capi ielV Apoloffia, specialmente della seconda parte,
si trovano già in sostanza nella lettera a Francesco de' Medici del 5 di febbraio 1537: perchè
dunque ritardar tanto questa trasfigurazione di se stessoì A me pare molto persuasivo quanto
dice il F. della genesi (diciamo così) del delitto di L,, e anche del pensiero ch'egli ebbe di con-
giungere ai suoi fini particolari un altro fine, che , almeno agli occhi dei suoi contemporanei,
coonestasse il fatto; ma credo che poi a questo fine s'adoperasse, per quanto debolmente, con una
certa sincerità, e che altri, e massimamente Filippo Strozzi, avesser troppo maggior colpa di lui
della mala riuscita , sicché egli sentisse veramente quel che potè scrivere con tanta forza su questo
proposito e nella lettera citata e nell' Apologia. E mi par che lo provino le lettere calde e pre-
murose, ch'egli scriveva a Filippo dalla Mirandola. Vedi specialmente le due del 18 e del 24 gen-
naio pubbl. dal Bigazzi nell' Appendice al Filippo Strozzi del Niccolini (pp. 218, 229) e qui dal
Ferrai nell'App. I, n. I e IV; ma anche nelle altre due del 20 e del 22, che il F. pubblica qui
sotto i n. II e III, si vede il desiderio di animare all'opera e tener confortato di buona speranza
Filippo , il quale proprio allora , e scriveva ai cardinali Salviati e Ridolfi la lettera riferita dal
Varchi (1. XV) in cui non mostrava troppa fiducia, ma piuttosto un certo dispiacere che la spesa
fosse tutta sopra la borsa sua; e l'altra a Francesco Vettori (pubblicata dal Bigazzi, loc, cit.,
pp. 224 sgg), in cui mostrava che tutto il suo odio fosse stato contro Alessandro, non contro il
principato, né contro Cosimo. E Lorenzino allora doveva essere in persona coi fanti che avevano
a muover su Firenze (vedi la cit. lett. di Filippo ai cardinali) ; e chi ci assicura che la sua fuga
a Costantinopoli non fosse procurata da Filippo, per levarsi d' intorno quello stimolo che poteva
guastare gli accordi, ch'egli tentava?
244 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
la contrarietà di Lorenzino alle teoriche allora prevalenti del Rabelais, come
suppone il F.) non dovè esser lunga; e Lorenzino andò vagando fra Parigi»
Lione, Saintes, dove lo accoglieva con amorevole compassione lo zio Ginliano,
non senza sospetti che altri attentasse alla sua vita, fin verso la fìne del
1544, nel quale anno il F. suppone eh' egli lasciasse la Francia, per fissar»
la sua dimora a Venezia.
Parla di questa il cap. IX, che si apre con un'ampia e viva descrizione
della vita cortigiana, qual'era allora in fiore nella Regina dell'Adriatico,
anzi quivi può dirsi che si fosse ridotta, quando già cominciava a languire
0 a trasformarsi in ogni altra parte d'Italia. Proprio a darne idea compiuta
forse nessun altro soggetto si sarebbe prestato così bene, perchè Lorenzino
tratto dalle sue inclinazioni non meno che dai casi fortunosi della sua vita,
sempre si trova dove più si riveli quel singolare miscuglio di cultura dello
spirito, di splendore della vita, di corruzion del costume, che è come il ca-
rattere della società cortigiana di quel secolo. A Venezia erano allora gli
Strozzi; e però Lorenzino vi si trovò in condizione men trista che altrove,
e s'abbandonò poco meno che spensieratamente a quella facile vita, abitando
una casa signorile; tenendo famigliarità con mons. Della Gasa, di famiglia
che aveva secolare inimicizia coi Medici e nunzio di un pontefice che non
aveva buon sangue né con Cosimo duca, né con la Spagna; amoreggiando,
e osando perfino alzar gli occhi innamorati in faccia a una onesta gentil-
donna. Pareva dimentico d'avere sulla coscienza un delitto gravissimo e a
Firenze un implacabile nemico (1), che l'avrebbe saputo giungere e ferire
anche lontano.
L'opera di questo nemico apparisce nel capitolo ultimo. Scorgiamo ivi
Lorenzino, che dopo la partenza di Piero Strozzi da Venezia , si fa più
guardingo nei suoi andamenti; ma non si astiene però dal lusso, dagli
amori, dalle pratiche sospette e vigilate col nunzio; e vediam passate in
rassegna le molte congiure, per le quali assai si tramò anche in Venezia
fra il 1546 e il 1548, non senza che in alcune avessero parte gli Strozzi,
sicché ne fu probabilmente affrettato il fato di Lorenzino. Si scopriva nel-
l'agosto del '46 la congiura di Frane. Burlamacchi, e nell'ottobre di quel-
l'anno capitava a Venezia Gio. Francesco Lottini, del quale fa il F. una
tenebrosa etopeia; pochi giorni dopo, veniva assalita da due sicari la gondola
del nunzio, pur senza far danno ad alcuno, poiché sembra l'attentato non
avesse altro scopo, che quello di cogliervi e uccidervi dentro Leone Strozzi
(1) Il F. manifesta TopiDione che Cobìdio « sentisse forte rìpagnanxa e macchiarsi del sangue
« di sao cagino * (p. 877). A me non parrebbe di potere in questa opinione consentire. Che altri
e specialmente gli agenti di Carlo V re lo stimolaHero e soUedtaiisero , non può esMr dabbio;
ma non prova ch'egli non s'ingegnasse e adoprasse per conto sno. L*A. cita in prova delle mao-
chinasioni e sollecitazioni imperiali tre lettere dell'll agoeto, 12 ottobre, 24 novembre del 1547.
Or gik nel 1546 era andato 0. F. Lottini a Venezia ed era sUta aasaliU la gondola di mons.
Della Casa. Le parole dell' istmzione a P. F. Pandolflni , in cui si protesta gratitudine e devo-
zione a Venezia, non provano troppo di più: in quei complimenti diplomatici s'andava sempre a
scavizzolare ogni cosa, che potesse servire, nò vedrei però nulla d'affettuoso nel ricordare il viaggio
del 1520: non saprei figurarmi Codmo I sentimentale o poeta; nò Venezia mostrò poi d'oflfen-
denii troppo che egli la eceglieMe per luogo atto a compiere le sue vendette.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 245
e Lorenzino. Seguivano (intanto che a Piacenza un' altra congiura spenge va
Pier Luigi Farnese) quelle di Gian Luigi Fieschi e di Giulio Gybo e le
pratiche del cardinale di Guisa contro Spagna. E nel '48 tornava il Lottini
a Venezia, col pretesto della nota questione delle precedenze; ma nel fatto
ad appiccar pratiche col capitano Valeriano da Terni e col capitano Bibboni,
senza saputa dell'ambasciatore fiorentino Pier Filippo Pandolfi ni, per l'ucci-
sione di Lorenzino, che vien qui narrata nel noto modo, secondo la relazione
del Bibboni. Segue la notizia di quello che avvenne dopo 1' assassinio del
Medici e del Sodei'ini, della mal dissimulata indifierenza del governo veneto,
che nulla fece per cogliere e punire i colpevoli; della premura degli am-
basciatori di Spagna per la loro salvezza; delle carezze, dei festeggiamenti,
dei premi di cui fu loro largo Cosimo; della gioia di Carlo V e della mesta
indiflferenza di Margherita d'Austria, che forse era pure stata la sola per-
sona, che avesse pianto sinceramente Alessandro; del dolore vero di mons.
Della Casa e degli Strozzi. S'accenna poi rapidamente all'acquietarsi, e adat-
tarsi di alcuni dei fuorusciti al nuovo assetto delle cose di Toscana e infine
al vario trasformarsi del tipo di Lorenzino nelle opere d'arte letterarie, che
presero argomento dai fatti di lui. Quindi in una succosa conclusione si fa
una sintesi di tutto il lavoro, ridicendo rapidamente la genesi del delitto e
quella dell'Apologia di Lorenzino, e l'efficacia sull'animo di quest'ultimo
della società cortigiana « che, se non nelle forme, certo di fatto si era
« emancipata totalmente dalle dottrine del Cristianesimo » (p. 407). Due ap-
pendici, che, seguono, contengono pochi e poco pregevoli componimenti poe-
tici di Lorenzino e di Filippo Strozzi, alcune lettere e di loro e di Maria
Soderini e di Giuliano fratello di Lorenzino, infine 33 documenti di varia
natura, che illustrano o danno argomento alle cose ragionate nel libro.
Del quale ho forse fatto un'esposizione troppo prolissa; ma delle opere di
questo genere credo possa meglio far apprezzar l'importanza e il valore
un'analisi accurata, che qualunque giudizio soggettivo se ne possa o voglia
dare. Ciascuno la giudichi, pertanto, a suo modo : a me sembra, che, salvo una
certa ridondanza di alcune parti e qualche conclusione un po' ardita, l'opera
sia condotta con metodo critico eccellente, che il giudizio morale intorno a
Loicnzino, per quanto qua e là in certi particolari forse troppo spietata-
mente severo (1), in sostanza sia giusto, e che il delitto di lui ne venga
più probabilmente spiegato, che con l'ipotesi accennata indirettamente dal
Nerli (2) e ampiamente e vivacemente svolta e lumeggiata dal Borgognoni,
alla quale tuttavia il nostro in certe parti qualche cosa concede (3). Quanto
all'ingegno e al sentimento artistico e all'opera letteraria di Lorenzino,
invece, mi sembra l'ammirazione dell'A. soverchia. Strana fortuna quella
(1) Vedi, p. es., quanto abbiamo notato sopra intorno alla condotta di lui dopo la sua fuga da
Firenze.
(2) « 0 egli il fece per gloria e per assomigliarsi a' liberatori della patria ed a' Bruti ed agli
« altri tanto dagli scrittori celebrati, che hanno con gli esempli loro g^à fatti impazzar molti ed
« infiniti ne hanno fatti mal capitare,... o egli il fece per qualche suo sdegno ecc. » {Commentari,
lib. XII, Trieste, 1859, voi. II, pp. 241-2.
(3) Vedi sopra la nota 3, a p. 237.
246 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
deli'uccisor d'Alessandro! Il suo tirannicidio, esaltato da principio come opera
magnanima di un novello Bruto, fu bentosto giudicato opera inutile o stolta
da coloro stessi, che ne avevano sperato la rivendicazione della libertà ; poi
ebbe quasi unica scusa o l'esaltazione morbosa di un cervello alterato e
invasato da febbre d'imitazione classica, o senz' altro una più o meno
ragionante pazzia; ora apparisce sempre più un delitto volgare compiuto
per isbramare un odio feroce e non senza speranza in chi lo commetteva
di cavare dalla sua migliore interpretazione, oltreché bella fama, anche ma-
teriali vantaggi; l'amor della libertà e della patria sono in lui sentimenti
puramente fittizi : unico fiore gentile nel deserto di quelV anima V affetto
per sua madre; che pure è resa da lui una delle più infelici donne del
tempo suo. Invece le due opere principali del suo ingegno, che passarono
fra i contemporanei pressoché inosservate , sono ora esaltate come opere
d'arte eccellenti, almeno dacché la pubblicazione degli epistolari del Giordani
e del Leopardi fece sapere come quei due eletti ingegni sentenziassero Y Apo-
logia la sola scrittura eloquente che si avesse in Italia. Né a tanto coro di
voci autorevolissime voglio io contrapporre un biasimo inconcludente e teme-
rario ; ma non posso, a voler esser sincero, nascondere che un po' più di
temperanza in quei giudizi mi piacerebbe. Non è da negare certamente la
mirabile precocità di quell'ingegno, che a ventidue anni scrive una delle
men peggiori commedie del Cinquecento, e che non è nuova in quella fa-
miglia dei Medici, che ebbe il magnifico Lorenzo poeta a 16 o 17 anni e
a 20 già insigne uomo di Stato, e Cosimo I a 18 anni già più accorto e
sagace politico di Francesco Guicciardini; ma sembra a me, che quella non
infelice contaminazione di tre commedie latine, ricca di mezzucci (1), non
esclusa una delle solite più o men naturali agnizioni, con tutto il pregio
indiscutibile della frequente vivezza del dialogo e della semplice bontà delia
lirtgua, non meriti tuttavia le lodi grandissime, che le sono state prodigate
e che mi paiono provar soltanto la miseria del nostro copiosissimo teatro
comico del secolo XVI. Similmente non negherò che non si trovi nella
Apologia a quando a quando una certa foga di pensieri e un certo anda»
mento mosso e sicuro, che ne fa, in certe parti, una scrittura davvero elo-
quente, bell'esempio di quello che il Bonghi chiamò stile naturale (2), ma nel
quale, a dir vero, non so quanto possa apparire dell'imitazione di Lisia e
di Demostene; quell'orazione d'altra parte non procede dappertutto allo
stesso modo, e in certi punti la debolezza dell'argomentazione e T incerte/za
del procedere fan sembrare tutt'altro che infondato il severo giudizio di Carlo
(1) I mezzucci erano già in Plauto; ma quelli che L. vi sostituisce non mi sembrano più fe-
lici: era mezzuccio che Euclione raccomandaMe cosi chiaramente e ad alta voce il suo tesoro
nascoeio alla Fede; ma il nasconder la borsa sotto una fogna per la ria non è più naturale dav-
vero , Dò il rimpiattarsi di Gasare ha sufflciente ragione , mentre si capisce nel servo plautino
mandato appunto a spiare. L. stesso sente Tinfelicità di quegli artifizi e cerca più e più ammin-
nicoli di parole per farli parer meno strani. Certo ò tuttavia che questo stesso fatto con alcune
particolarità innovate nel carattere di Aridosio , che ben mise in lace il compianto Qaspabt
(Storto ecc., voi. II, P. II. Torino, 1891, p. 235), poswn provare che a L. il sentimento della
feeteTolessa e della convenienza comica non mancava.
(2) Vedi la X alle sne note lettere al Bianchi.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 247
Gioda (1). A ogni modo raffermare, per dato e fatto di queste due opere,
che Lorenzino (cioè a dire il contemporaneo del Bembo, del Fracastoro, di
Erasmo, del Gastelvetro, del Robortello, di Pier Vettori, di Enrico Stefano,
e di tanti altri) « conobbe e gustò gì' immortali esemplari della letteratura
« greca come pochi suoi contemporanei » (p. 409), pare a me lode esagerata,
come quella della sua « facilità a dettar rime e commedie > (p. 232). Di
queste ce ne rimane una sola; e quelle poche rime sarebbe meglio per la
fama letteraria di lui che fossero andate tutte perdute.
Similmente non saprei indurmi a consentir col F. nel modo di giudicare
certi atti di un uomo di ben altra grandezza letteraria e di ben altra potenza
d* ingegno, che Lorenzino non fosse , riconoscendo ispirata da caldo e sapiente
patriottismo l'opera data ad oppugnare il governo popolare di Firenze, a
promuover l'elezione di Alessandro e di Cosimo come principi e a difendere
il primo contro le querele dei fuorusciti, da colui che pur aveva scritto:
« La calcina con che si murano gli Stati de' tiranni è il sangue dei citta-
« dini ; però dovrebbe sforzarsi ognuno che nella città sua non s' avessino
« a murare tali palazzi » (2). Né è il primo il F. a giudicar così il sommo
statista ; anzi può quasi dirsi questa l' opinione prevalente, fino da quando il
Ranalli la manifestò o proclamò nel 1862 (3), sostenendo che il Machiavelli
e il Guicciardini « innanzi a tutto e supremamente giudicavano che fosse
« da procacciare la nazionale indipendenza degli Stati italiani, come allora
« la più minacciata » e che a questo s' informò tutta la loro politica ope-
rosità; tanto che giungeva, dimenticando o non curando il famoso ricordo
XXVIII (4), a credere che il Guicciardini stesse con Leone X e con Cle-
mente VII, per mettere il loro pontificato « in quella via che per esso e per
« ritalia sarebbe stata migliore », e diceva che nell'adoperarsi a favorire il
principato mediceo, aveva mostrato d'amare più la patria che la fama, e
salvata la libertà esterna di Firenze (5). Vi s' era poi accostato Gius. Cane-
strini, nella prefazione al voi. IX delle Opere inedite del G.;. e cosi poi,
quantunque in certe parti più temperatamente, Carlo Gioda (6). Cosi egli,
(1) « Noi non abbiamo per fine di confiitarne T argomentazione in molte parti debole, vacua,
« vanìssima » (in Guicciardini e le stte opere inedite, e. XYII, Bologna, 1881, p. 637). E, a mio
credere, la parte, a cui più convengono queste parole è quella in cui si allude agli ultimi fatti,
quella di cui non poteva esser parola nella lettera a F. de' Medici e che, secondo il F., avrebbe
a essere effetto di quel tal bagno demostenico. Egli sostiene infatti (forse non a torto) che se i
fuorusciti fossero stati dell'animo e della prontezza che volevano, la cosa sarebbe riuscita appunto
com'egli aveva immaginato ; ma ciò « si può provare con molte ragioni, che per non essere troppo
< lungo si lasciano ». Troppo in mal punto questo desiderio di brevità! Un sol fatto cita, ed è
« il caso di Monte Murlo » , che sta proprio a provare il contrario di quel eh' egli vuole. Né è
meno inopportuna l'indeterminatezza dell'accenno alla probabile utilità del suo viaggio a Costan-
tinopoli. Non cosi, mi sembra, argomentava Demostene.
(2) Ricordo CCXLVI. — Op. ined., I, p, 171.
(3) Studio storico politico sulla vita e sulle opere di Francesco Guicciardini , in Àrch. star,
ilal.. Nuova serie, XV.
(4) Quello che contiene fra le altre queste parole: * ... il grado che ho avuto con più ponte-
« fici m'ha necessitato a amare per il particolare mio la grandezza loro » (loc. cit., p. 97).
(5) Vedi lo studio cit., pp. 10, 36, 57-59.
(6/ Op. cit., cap. XIII-XVIl. Egli conviene almeno che è da condannare il contegno del Guic-
248 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
come il Ranalli s'appoggiavano principalmente al racconto del Varchi, che
Alessandro pei consigli minacciosi dei suoi quattro consiglieri, che erano il
Guicciardini, Francesco Vettori, Matteo Strozzi e Ruberto Acciaiuoli, respin-
gesse risolutamente la proposta di Carlo V di farlo feudatario della camera
imperiale. Or il F., che già nel suo saggio su Cosimo I aveva detto come
egli conciliasse, nel favorir l'elezione di questo, il proprio vantaggio col
l)eneficio della sua patria (1), ce lo mostra qui mosso e ispirato soltanto dal
desiderio della salvezza di questa, pur rifiutando fede all'accennato racconto
del Varchi, che gli sembra, e per buone ragioni, poco verisimile (p. 220).
Non sembra a lui da ricorrere « al solito mezzo di condonargli le supposte
« menzogne pei meriti non accertati dai suoi consigli privati » (p. 219), per-
ch'egli crede giustamente che, se una difesa abbia a farsi, debba avere il
suo fondamento nelle parole stesse del Guicciardini : e s'accinge per questo
a un esame critico non ancora tentato da altri (p. 195), delle querele dei
fuorusciti a Napoli e di queir una fra le risposte fatte per parte del Duca,
ch'egli crede da attribuire al Guicciardini. Assai rapidamente accenna gli
argomenti addotti nella prima querela da mess. Silvestro Aldobrandini , e
che gli sembrano « ora troppo sottilmente giuridici, ora ispirati, da un vivo
« affetto alla patria e da una idealità di principi pur troppo fuori di moda »
(p. 208); ma più si trattiene su quelli che le contrappose il Guicciardini « po-
€ derosi e schiaccianti per la parte avversa ». Egli è stato « sì fortemente av-
€ vinto dall'arte dello scrittore, da abbracciare per un momento con qualche
« entusiasmo la causa d'Alessandro de' Medici » (p. 210). E sia : non può
certo disconoscersi in quella risposta grande arte curialesca, con fine e potenti
ciardini dorante Tassodio : solo cerca di spiegarlo in qualche modo colle idee del tempo, conside-
rando che anche Gerolamo Morene, grande amatore d'Italia, moriva nel campo di Filiberto d'O-
range, mentre s'adoperava a tatt'aomo per far ribellare a Firenze quanti più Inoghi poteva (e. XIY,
pp. 590-96); e moralmente gli par condannabile anche la difesa d'Alessandro assunta dal 0. e
dagli altri tre consiglieri di lui ; solo gli par da ammettere, come attenuante, il fine d' impedir»
che Alessandro abbandonato a 8e stesso non avesse a accettare di farsi feudatario imperiala (itt,
e. XYI, p. 681). Quanto al contegno del Q. durante l'assedio, il Ferrai scrive: « Anch'agli
« avea dovuto assistere inoperoso e indifferente alla rovina della patria ; e quell'eroica redstoBxa
« in nome di un principio da lui sempre avversato gli sembrava pur tuttavia deg^a d'ammira-
« zione • (p. 119). Per verità, non saprei so che cosa questa afifermazione si fondi. Forse sol fa-
moso ricordo CXXXVI, che mette il conto di riferire? « Accade che qualche volta «patti fuino
« maggiori cose che e savii; procede perchè il savio dove non è neoMsitato si rimette Mai alla
« ragione e poco alla fortuna; il pazzo assai alla fortuna e poco alla ragione; e le eoee portate
« dalla fortuna hanno talvolta fini incredibili. E savii di Firente arebbono ceduto alla tempeeta
« preeente; e pazzi avendo contro a ogni ragione volato opporsi, hanno fatto inaino a ora quello
« che non si sarebbe creduto che la città nostra potessi in modo alcuno fkre; e questo è che
« dice il proverbio: A%tdae*t fortuna iuvat ». Davvero c'è da sentirsi ingalluzzire e inorgoglire
per un'ammirazione siffatta. Né è d' altro genere quella del Ricordo I , in cui si dice della resi-
stenta dei Fiorentini che nasce da fede , ma è oaiinaMioru. A cose finite poi i giudizi del O. si
fecero più severi: i pazzi del 1530, divengono nel 1581 ribaidi {Due. VIJI. Op. msd., voi. II,
p. 364); e anche se non si considera quello che pronunziava a Napoli l'avvocato del Duca, ve-
dremo che il pacato scrittore della Storia d'Italia non sa riscontrare nei difensori di Firente, se
non pran fini (lib. XIX, e. IV, p. 737 nell'ediz. di Livorno, 1834), mala mentt, gran ttmtrUà
e insoUtiMa (lib. XIX. e. VI, p. 782), ottmanom , pertinacia (lib. XX , e. I, pp. 812, 814);
rappresenta Malatesta Baglioni quasi come il salvatore di Firenze e stima insania il cassarlo (M).
(1) Op. cit., pp. 12, 14, 124.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 249
argomentazioni, né soprattutto la felicità del prender le mosse dalla conside-
razione della vera debolezza degli esuli, cioè delle loro disunioni e discordie,
e dal rilevare che alcuni di loro, e primo Filippo Strozzi, si eran trovati a
sancire e a promuovere quel che allora condannavano. Ma quanto alla parte
sostanziale della questione, non ne voglio altro giudice, che il Guicciardini
medesimo. Oltre quello che concerneva ai mali e tirannici portamenti del
duca, il forte stava qui : si querelavano i fuorusciti che non fossero stati os-
servati i capitoli fatti nel 1530 fra la Signoria di Firenze e Ferrante Gon-
zaga a nome dell'Imperatore, il quale, se non altro, coll'accettare il denaro
pattuito perchè l'esercito si levasse d'attorno alla città, e l'incarico di dichia-
rare la forma del nuovo governo, li aveva di fatto approvati e ratificati ; e
soprattutto si lagnavano che non fosse stato osservato il primo , che dava
facoltà all'Imperatore di ordinare fra quattro mesi la forma del governo di
Firenze « intendendosi sempre che sia conservata la libertà »; poiché il go-
verno di Alessandro, massimamente dopo la riforma del '32, che aveva al-
terato anche la prima determinazione imperiale, era per più capi e rispetti
tirannico. E cosi il 6° ed il 9° , che stabilivano la remissione e il perdono
d'ogni ingiuria di qualunque genere ricevuta da Clemente VII o da' suoi pa-
renti, amici e servitori, e la piena libertà d'ogni cittadino di stare a Roma
o dovunque meglio gli tornasse; poiché i confini, gl'imprigionamenti e per-
fino le esecuzioni capitali erano stati più numerosi che in alcun'altra mu-
tazione dello Stato fiorentino, pur senza contare i soprusi, le violenze, le
crudeltà commesse poi , durante il suo governo , dal Duca. Il Guicciardini
rispondeva, che l'interpetrazione che i fuorusciti davano al I capitolo era
assurda, perché assurdo sarebbe stato che il vincitore avesse dovuto obbli-
garsi a fare quel che piacesse ai vinti ; e che la libertà non istava nel go-
verno popolare pieno di confusione , disordini e iniquità , « che è notorio
« che Firenze non ebbe il più pernicioso e corrotto governo di questo »; ma
in quel governo che aveva preceduto l'ultima cacciata dei Medici e sotto il
quale « è .manifesto che la città era stata più quieta, più potente e più flo-
« rida, che fussi mai stata in tempo alcuno »: perché « la libertà non con-
« siste che la plebe conculchi la nobiltà, non che i poveri per invidia cer-
« chino di annichilare le facoltà dei ricchi , non che nelle amministrazioni
« della Repubblica abbino più luogo gl'ignoranti e imperiti di governi, che
« gli uomini prudenti e esperti, né che sotto falso nome di libertà le cose
« si governino con una dissoluta licenza e temerità, come tuttodì accadeva
« nello stato del.populo. E però S. M., considerando con somma sapienza, in
« che veramente consistessino i fondamenti e frutti della libertà, e avendo
« anche rispetto alla pace d'Italia, come nel suo decreto espressamente si ma-
€ nifesta, dichiarò la forma antica del governo; volendo più presto si reggessi
4( con la sua consueta e bene ordinata libertà, che con modi nuovi o tumultuosi,
« i quali aveano condotto all'ultimo eccidio quella patria, se prima la bontà
« di Dio, e poi la benignità di S. M. non l'avesse soccorsa. Per che appa-
« risce che S. M. fece questa dichiarazione mossa da giustissime e ottime
ragioni e bene informata dei meriti della causa » etc. (1). Lasciamo stare
(1) Vedi Opere inedite, voi. IX, pp. 357, 358.
250 RASSEGNA BIHLIOGRAFICA
che la forma dichiarata da Carlo V, e men che mai quella stabilita nel 1532^
non era la forma antica del governo^ nel quale se non altro ai Medici non
era stata riconosciuta alcuna autorità ereditaria; lasciamo stare che nel ri-
cordo GCXII, come già nel CGGLIV il Guicciardini aveva accennato ben altre
idee sul governo, che poteva convenire a Firenze: la continua evoluzione dei
suoi concetti politici, cosi ben rilevata dal Ranalli (1), poteva forse avergli ora
fatto mutar pensiero; ma come potremo più sostenere ch'egli dicesse tutto
ciò in buona fede, quando vedremo che più tardi, nella solitudine amena e
meditativa della sua villa d'Arcetri, egli scriveva di questo fatto così : « Di-
« chiaro eziandio Gesare la forma del governo di Firenze, dissimulata quella
« parte dell'autorità concessagli , che limitava salva la libertà ; perchè
« espresse che la città si governasse etc. etc. e che del governo fosse capo
€ Alessandro nipote del Pontefice e genero suo ; e mancando lui, succedes-
si sero di mano in mano i figliuoli e discendenti e i più prossimi della me-
« desima famiglia : avendo satisfatto al Papa forse più che alla facultà
« concessagli nel compromesso? » (2). — Similmente, negava che non fosse
stato osservato il capitolo nono, il quale se voleva che fosser rimosse le in-
giurie fatte al Papa ed ai Medici, « non esclude già... che, secondo le leg^
« della Repubblica e con la autorità di magistrati preposti alla giustizia non
« si possi cognoscere de' delitti fatti per loro contro alla patria, i quali fu-
se rono atrocissimi », perchè « costoro si congiurarono di aspettare prima il
« sacco e l'ultimo eccidio della patria, che fare accordo con Nostro Signore
« e con la Maestà cesarea » (3). Potrà parere assai strano, e rammenterà
l'argomento usato da Maometto li coi difensori di Negroponte; ma non si
creda che il Guicciardini non lo sapesse da sé. Odasi com'egli parla nella
Storia d'Italia; « Quegli, in mano dei quali era pervenuto il governo, parte
« per assicurare meglio lo Stato, parte per lo sdegno conceputo contro agli
€ autori di tanti mali, e per la memoria delle ingiurie ricevute privatamente
« (ma principalmente perchè così fu, benché lo manifestasse a pochi, la in-
« tenzione del Pontefice) inlerpetrarono {osservando forse la superficie delle
€ parole ma cavillando il senso) che il capitolo per il quale si prometteva
« perdono a chi avesse ingiuriato il Pontefice e gli amici suoi, non cancel-
« lasse le ingiurie e i delitti commessi da loro nelle cose della Repub-
« blica » (4).
Stando le cose in questi termini, credo di aver a esser compatito, se non
mi sento compreso dall'entusiasmo del F. per i poderosi e schiaccianti ar-
gomenti, che l'autor loro stesso giudica in tal modo. Ma pel nostro autore
ha grande importanza questo fatto, .che la scrittura del G. « è pur sempre
(1) Osserra egli, conformandosi al suo concetto già accennato, come « la sdenta drile dal 0.
« legnitaMe a pieganti Terso il principato di mano in mano che qae.«to direntara ana Mewsità
« prodotta da cause più potenti del volere degli uomini » {Op. cit., p. 53).
(2) Sloria d'JL, lib. XX, e. U, p. 827.
(S) Op. ined., IX. p. 3M.
(4) Storùt d'IL, lib. XX, e. I, p. 818. Tralasdo di notare le manifeste fiilsiU storiche, alle
quali si lasda andare il 0., pnr mostrando di Tolere insegnare agli asciti la storia della patria
loro. Quel che noto nel testo mi par snflBcientit a prorare ch'egli non parlava in buona hi:
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 251
« quella di un uomo libero in nome di un partito contro le accuse di una
« fazione avversa » (p. 209), e vi si trova implicita la denegazione delVas-
« soluto diritto imperiale su Firenze (p. 220). Tanto basta, perchè la difesa
del principato e del principe non sia in quel caso un delitto di lesa patria
(p. 219), anzi perchè si possa affermare che « a Napoli, di fronte a una po-
« tenza politica soverchiante , stette vigile custode della dignità di Firenze,
« che implicava quella di Italia, il G., ch'era viva immagine di una gran-
« dezza morale, che come faro luminoso dal centro d'Italia avea dominato
« tutto il mondo civile » (1) (p. 221). Troppo sarebbe stato che dal Guicciar-
dini o da Alessandro avesse avuto a partirsi la proposta d'una infeudazione,
che altri non avesse chiesto, e l'aperta invocazione di un diritto, che altri
non aveva neppur accennato (2). Ma non si deve né può dissimulare che la
risposta del Guicciardini non solo è fatta per modo , da mettere gli avver-
sari in mala vista, come temerariamente irriverenti all' imperatore , perchè
osano supporre ch'egli abbia dato il suo lodo senza esser bene informato (3);
non solo giustifica la riforma del '32 colla considerazione avuta « a onorare
« la persona del Duca per rispetto di S. M., perchè essendosi quella degnata
« di eleggerlo per genero , parve molto conveniente insignirlo con qualche
« grado nuovo d'onore e di dignità » (4); non solo chiama « quella licen-
« ziosa e perniziosa popularità distruttrice della patria e direttamente con-
« traria alla autorità di S. M.^ o alla quiete e pace d'Italia» (5); ma parla
dell'autonomia fiorentina, per giustificar l'abolizione della Signoria, dicendo:
« questo non essere stato fatto contro alla ordinazione di S. M. né fuora
« della autorità della città, la quale essendo città libera e possedendo anti-
€ chissima libertà non solo concessa dagli antichi imperatori^ ma confer-
€ m^ta da Massimiano Cesare e dipoi da S. M. e ultimamente da quella
€ in pienissima forma reintegrata ; non è dubbio che delle cose attenenti al
« suo governo può disporre liberamente a suo beneplacito » (6). Sarà qui
implicita la denegazione dei diritti imperiali, o non piuttosto vi sarà non tanto
implicita l'affermazione che solo da concessioni e ricognizioni imperiali di-
pende la libertà di Firenze? Che cosa rimane dunque, a giustificazion delle
(1) Se così fosse, dovremmo proprio sentenziar col Ranalli: « Quando si allega come una gran
« macchia al nome del G. la difesa da lui fatta in Napoli del duca Alessandro , in risposta al-
« Taccusa dei fuorusciti per la bocca di Jacopo Nardi, si allega ciò che anzi rese il G. maggior-
« mente benemerito della patria sua » {Op. cit,, p. 59).
(2) Il Gioda {Op. cii., e. XVI, p. 621) scorge nel fatto stesso del querelarsi a Carlo V come
mia vaga confessione della supremazia imperiale; a lui si ricorreva « perchè, giusta l'ufficio
« dell'imperio che teneva provvedesse a far opservare ì diritti secondo giustizia ». Ma a me non
par giusto. Firenze aveva nel 1530 capitolato con un generale di Carlo V; a chi dunque, se non
a questo, richiedere l'osservanza dei patti stipulati? Più m'accordo col F. , il quale scrive che
nel memoriale dell'Aldobrandini « la contestazione del diritto supremo dell'impero era franca ed
•« aperta » (p. 209).
(3) « È cosa non solo superflua , ma arrogante e temeraria allegare in questo caso errore di
« S. M., la quale sa tutto il mondo con quanta maturità e circumspezione e con quanto sapien-
« tissimo consiglio proceda in tutte le sue deliberazioni » (loc. cit., p. 361).
(4) Jvt, p. 36».
(5) Ivi, p. 365.
(6) Ivi, p. 363.
252 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
lodi che il F. e gli altri prodigano al Guicciardini per questi fatti? Si dirà:
il fine, poiché oramai solo il principato poteva salvare l'indipendenza fioren-
tina. Quando pur cosi fosse, sarebbe stata colpa delle dissensioni fiorentine
e più specialmente della parte a cui il G. apparteneva e che era stata nella
Repubblica fautrice del principato (1): sotto il quale, a ogni modo, specialmente
nei primi tempi, la dipendenza di Spagna fu troppo maggiore, che non fosse
stata da alcun altro Stato straniero in tutto il tempo del governo repubbli-
cano. Certo i tempi erano mutati ; ma noi non possiamo dire né sapere che
cosa sarebbe avvenuto, se Firenze fosse rimasta repubblica dopo la morte di
Clemente VII: certo sappiamo che per allora il principato non le assicurò
Tindipendenza. Sarà stato questo, come dice il Gioda (2), errore, non colpa del
Guicciardini; ma da qual luogo delle opere sue rileviamo poi sicuramente,
ch'egli si movesse a quel fine ? Ben vi si potrà forse vedere un accenno in
una frase del discorso che occupa il nono luogo fra quelli raccolti dal Ca-
nestrini, che parlano del governo di Firenze; ma é molto magra cosa, né
parla della qualità del governo. A principato oramai costituito , egli consi-
glia ad Alessandro di moderare le spese, dicendo: « se questo non si fa,
« aremo breve vita ; e se non occuperanno lo Stato i cittadini, ce lo torranno
« 0 tutto 0 parte i principi forestieri » (3). Certo su questo fondamento poco
si può fabbricare. Più parrebbe che si potesse argomentare da una lettera
non del G., ma di Francesco Vettori, che mostra di temere che Firenze non
venga nella soggezione degli imperiali, se muovano sopra di lei i fuorusciti
con aiuti francesi. Ma la lettera é del 15 di gennaio del 1537 e diretta a
Filippo Strozzi (4), e non era forse altro, che uno spauracchio, che ben rag-
giunse il su% fine di rimuovere quel molto removibile capo di fuorusciti dal
venire con le armi su Firenze in quei primi giorni dell'elezione di Cosimo,
che, come scrisse Lorenzino, « cosi malfondata e così fresca non ci poteva
« impedire o nuocere ». Ma quand'anche lo trovassimo espressamente dichia-
rato, che cosa ne potremmo inferire, se perfino nel diploma di Carlo V, del
28 ottobre 1530, portato a Firenze dal Muscettola, si fa un gran dire del-
l'opportunità di stabilire il governo di un solo , per salvezza della quiete,
libertà e tranquillità di Firenze e « ne Respublica iterum ad popularem
« factionem deveniat et praeterea dominium et libertas dictae Reipublicae
(1) Lo riconosce e confessa Io stesso Gioda. Op. cit., e. XVII, p. 661.
(2) /vi, p. 662. Mi preme di dichiarare, come per iscarico di coscienza, che, per me come me,
non sarebbe il caso di tale distinzione, perchà io non poeso professare sa questo ponto altra dot-
trina da quella che espone nel suo Dialogo tUW tnHHtiont il Manzoni , a proposito della distin-
zione del Mirabeau fra la grande e la piccola morale e del contegno del Vergniaad nella con-
danna di Luigi XYI. e che si compendia in quella bella sentenza: « il torto non è nell' arer
« previsto male, ma nel soetitnire a nna legge etema la preTisione umana » (Optrt tarù, ediz.
del 1881, p 401). Ma non tocco questa parte, perchè anche chi non la pensa come ne , e chi
erede da giudicare della moralità delle azioni degli uomini soltanto secondo le opinioni e i aen-
timenti che nel tempo loro prevaleTano, vegga chiaro che fondamento abbia la difesa coA acuta-
mente e ingegnoeamente escogitata della vita politica del 0.
(8) Op.intd., voi. II, p. 372. Non sarà superfluo notare che il primo pericolo accennato qni è
quello, che occupino lo stato i cittadini.
(4) Pnbbl. dal Bigazzi, col Filippo Strozzi del Niccolini. Ediz. cit., pp. 216 sgg.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 253
€ periclitari et opprimi valeat » (1). Sarà davvero curioso il dover fare, e a
maggior diritto, Carlo V partecipe della lode che si dà al Guicciardini !
Considerato tutto ciò, mi pare di poter dir col Busini (2), che «poco si
« può scusare il Guicciardini delle sue azioni » : onoriamo in lui il massimo
dei nostri storici del Cinquecento, ammiriamone l'ingegno potentissimo e il
grandissimo valore d'uomo di stato , ma non vogliamo esaltarne la virtù ci-
vile, né immaginiamo che si prefigga alti e generosi ideali chi confessò cosi
apertamente e freddamente di posporre opinioni e sentimenti al suo parti-
calare.
Mi perdoni il F. questa franca dichiarazione, con la quale intendo solo di
dire schiettamente l'animo mio (che altro non saprei) e non di scemar pregio
al suo bel lavoro per tanti rispetti notevolissimo. E oramai mi permetta
anche di rivolgergli una preghiera. Ora veramente usa poco, pare un vec-
chiume; pure a me piacerebbe tanto, che chi fa dei lavori così seri e rile-
vanti per la sostanza , cercasse anche di porre un po' di cura nella bontà
della formai Tanto più che il suo ingegno e la sua fantasia gli suggeriscono
a quando a quando immagini vivaci e potenti, atte a far più gradita la let-
tura del suo libro. Perchè dunque non aver la pazienza di rivedere il suo
scritto 0 le bozze (giacché d'errori tipografici (3) ce n'è una farragine), in
modo da forbirlo di certe macchie, che non solo possono dare un po' di dis-
gusto, ma anche nuocere talvolta alla retta intelligenza ? Non istarò a parlar
di gallicismi o di neologismi; oramai noi che ci guardiamo siamo gabellati
per pedanti senza più; ma perchè certe improprietà, che sembran proprio
volute, come, per es., il dir sempre simulare dove sarebbe da scrivere dis-
simulare^ (4). Tuttavia debbo per giustizia soggiungere, che mi piace che
il F. si sia liberato da quel periodare involuto e impacciato che faceva grave
in certi punti la lettura del suo primo saggio, sebbene qualche volta riesca
ora un po' saltellante (5) : parrebbe quasi che là si risentisse un po' troppo
(1) Vedi il testo in M. Bastbelli, Storia di Akss. de' Medici primo duca di Firenze, voi. I,
p. 79.
(2) Lettere al Varchi. Lettera XXII. Ho d'innanzi l'ediz. di Milano, 1847, p. 259.
(3) Oltre i notati JiéìV Errata-corrige, che è in fondo al volarne, più e più altri ne ho riscon-
trati, cosi nelle citazioni, specialmente francesi , come nel testo, per es. alle pp. 44 (1. 12), 168
(1. 28), 201 (1. 24, 28, 31, 32, 33) , 218 (1. 28, 29) , 226 (1. 15) , 267 (1. 17) , 291 (1. 10) , 307
(1. 18), 308 (1. 9), 310 (1. 8), 372 (1. 17) ecc. Ma più dannosi mi sembrano certi altri , che po-
trebbero parere cattive concordanze. Cesi alla p. 95 (1. 13 e 14) e alla p. 312 (1. 7). Nel com-
puto delle linee considero anche l'intestazione della pagina e gli asterischi interlineari.
(4) Cosi alla p. 54, « Nicc. Capponi , nell' eroico sforzo di simulare le interne torture , si di-
« spone » ecc.; alla p. 97, a Pier Fr. Riccio non riesce « di simulare le sue apprensioni... e le
« apprensioni crebbero » ecc.; alla p. 237, Lorenzino mette « in pratica l'arte di simulare i suoi
« riposti disegni »; alla p. 301, « il Senato veneto simulò per un pezzo gli sdegni; ma quando
« potè ecc., prese anche vendetta » ecc. ; alla p. 340, mons. Della Casa « seppe . . . abilmente
« simulare l'intimo sentimento » ecc., e alla p. 362, (4o. Frane. Lettini «spirito facile e colto
« seppe tuttavia simulare l'indole fiera e turbolenta, tanto da godere la stima dei letterati e degli
« uomini politici ». Tanto che a volte troviamo simulare e simulazione e non sappiamo bene,
se dobbiamo spiegarle nel loro senso vero, o in quello di dissimulare , dissimulazione. Per es. ,
alla p. 219, alla p. 269, alla p. 365.
(.5) Per es., nelle pp. 51, 154.
254 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
della lettura dei cinquecentisti, qui di quella degli autori stranieri e massi-
mamente francesi. Né tutto questo gli dico per fargli come a dire il mae-
stro: in lavori di tal natura e di tal pregio queste sono minuzie, lo so; ma
un povero insegnante di retorica , che rivede in un anno componimenti a
migliaia, sarà compatito, se a queste minu/.ie si ferma: l'abitudine, si sa, è
una seconda natura.
Fbancesco Carlo Pelleorini.
FERDINANDO GABOTTO. — Un nuovo contributo alla storia
deW umanesimo ligure. Estratto dagli Atti della Società li-
gure di storia patria, voi. XXIV, fase. I. — Genova, tip.
dei Sordo-muti, 1892 (8*» gr., pp. 331).
li lavoro del Gabotto si rìconnette a quello del Braggio, di cui io ho par*
lato molto favorevolmente in questo stesso Giornale (1). E un lavoro che
si presenta quale continuazione e compimento di un altro è già ben racco-
mandato, perchè dimostra nell'autore il sentimento della comunanza negli
studi, che sola li fa prosperare; tanto più poi se la continuazione e il com-
pimento son condotti con rispetto e garbo , di che va data lode al Gabotto.
Il lavoro si può dividere in tre parti. Nella prima, che comprende due
capitoli, l'uno sui Mecenati e studiosi, l'altro sui Cancellieri e grammatici^
il Gabotto aggiunge un numero considerevole di notizie, che trae o da ri-
cerche proprie o da scritti pubblicati dopo il libro del Braggio. In questa
parte va rilevata una buona considerazione, che cioè l'umanismo penetrò a
Genova per mezzo principalmente della Curia arcivescovile. Vi si trova inoltre
una larga illustrazione di Prospero da Camogli, con la scorta di nuovi do-
cumenti.
Qui mi preme di correggere una data. La lettera del Bruni airarcivescovo
Pileo de Marinis (p. li) del 12 febbraio non è del 1418, ma del 1424. Il
Gabotto si basa sulla recente traduzione ivi accennata àeWEtica di Aristo-
tele. Ma ivi si parla pure dei Commentari della I guerra punica, i quali
secondo una soscrizione furono pubblicati il 14 decembre 1421 (2). La lettera
con ciò appartiene almeno al 1422. Essa del resto va posta in relazione con
un'altra del Traversari al Niccoli del 27 febbraio 1424 (3), dalla quale ri-
sulta che Pileo de Marinis si era rivolto come al Bruni, così anche al Tra-
versari per aver libri da Firenze. 11 Traversari scrive: « Litteras ab archie-
« piscopo lanuense accepi, quibus intcr cetera orat ut translationes meas sibi
« transcribi curem pecuniasque necessarias ad eam rem abunde suppeditat ».
(1) Voi. XVIII, p. 369.
(2) LioxARDi Broni, ^tisiol., ed. Hehns, I, p. l?i.
(3) Per U data di questa lettera ctr. B. Sabbadiki, Biograjfa ii Q. Auriipa, p. 17.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 255
La seconda parte del libro, intitolata Umanisti a Savona^ contiene soprat-
tutto un lunghissimo capitolo su Giovan Mario Filelfo, il quale insegnò qualche
anno a Savona. Si capisce, per quanto il Gabotto giustifichi in più di un luogo
il suo operato, come in un lavoro che ha per argomento l'umanismo ligure,
una tale estensione oltrepassi la misura e violi le leggi dell'economia : sareb-
bero bastati pochi cenni generali sul carattere di Giovan Mario e una di-
scussione sulla sua attività didattica a Savona. Ma lasciando stare il disegno
del libro e pigliando il capitolo com'è, abbiamo una monografia fondamen-
tale su Giovan Mario Filelfo, le cui tendenze umanistiche, il cui vagabon-
daggio, le dissipataggini, l'instabilità, la nervosità, le contese, le produzioni
letterarie sono esaminate, discusse, illustrate con maestria e passione. Si sente
che questo personaggio è per il Gabotto un uomo del cuore, ed a ciò si deve
l'essere la monografia riuscita viva ed organica, in modo da costituire il mi-
glior capitolo del libro.
La terza parte, col titolo Liguri fuor di patria, contiene un'altra lunga
dissertazione su Bartolomeo Fazio. Dati brevi cenni sui primi anni e i primi
studi del Fazio, il Gabotto ce lo trasporta nel 1443 a Napoli, dove andò am-
basciatore della repubblica genovese e dove piantò stabilmente le sue tende,
diventando storiografo di corte. A Napoli il Fazio produsse le sue maggiori
opere letterarie, quali il dialogo De vitae felicitate^ le quattro Invectivae in
Laurentium Yallam^ il lavoro storico Be rebus gestis Alphonsi e quello
biografico Be viris illustribus. Nell'esame di questi scritti il Gabotto ha
sempre di mira la cronologia, la quale però non gli è interamente riuscita,
sicché reputo opportuno e al Gabotto stesso non discaro discuterla qui bre-
vemente nei suoi punti capitali.
Una prima questione cronologica è sul tempo in cui il Fazio fu alunno
di Guarino. Su tal questione io stesso ho tentennato, facendo studiare il Fazio
ora a Verona dal 1420 in poi, ora a Ferrara dal 1431 al 1433. Il Gabotto
sta risolutamente per Verona (p. 130) e io gli do ragione, adoperando però
argomenti diversi. E l'argomento perentorio per risolvere la questione ci è
fornito dal Valla, il quale nel libro li delle Recriminationes in Facium (1)
così scrive sul proposito del Be vitae felicitate del Fazio: « Retulit tibi (o
« Guarino) gratiam discipulus tuus, quod illum instituisti (instituit il testo)
« gratis; fecit quod paucorum est hominum: post annos quinque et viginti,
« quam debere coepit, cum fide satisfecit: rem et tibi et sibi decoram ». Si
vedrà più sotto che le Recriminationes furono composte negli anni 1446-
1447 e che il Be vitae felicitate va collocato nel 1445. Se nel 1445 erano
25 anni che il Fazio aveva cominciato ad esser debitore a Guarino, vuol dire
che aveva cominciato 25 anni prima ad esser suo scolaro ; col qual calcolo
arriviamo al 1420, l'anno approssimativo, in cui il Fazio andò a studiare da
Guarino, che allora stava a Verona.
Un'altra questione riguarda il tempo, in cui il Fazio si trovava a Milano
institutore dei figlioli di Raffaele Adorno: notizia questa fornitaci pure dal
Valla (2). Il Gabotto mette l'allusione del Valla nel 1431 circa (p. 131); io in-
(1) Valla, Opera, p. 543.
(2) Jbid., p. 462.
256 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
vece d'accordo col Mancini (4) ho provato che va messa negli ultimi mesi del
1433. Ciò però non esclude che il Fazio potesse essere precettore in casa
Adorno sin dal 1431. In quel passo del Valla invece di tunc genuensis ducis
si deve evidentemente leggere nunc^ essendo stato Rafifaele Adorno doge di
Genova dal 1443 al 1447.
Terza questione: l'incontro di Guarino e del Panormita. Questi due uma-
nisti tennero lunga e intima corrispondenza epistolare, ma non si conobbero
personalmente che tardi. Eppure furono per parecchio tempo in luoghi vi-
cini : negli anni 1426-1427 il Panormita era a Bologna e Guarino a Verona;
nel 143(X-1434 il Panormita a Pavia, Guarino a Ferrara. L'incontro io lo ho
posto prima nel 1448-1449, poi nel 1450, da ultimo definitivamente nel 1451.
Il Gabotto propende a porlo nel 1434, o giù di lì, a Ferrara (p. 138, n. 2),
dove il Fazio colloca la scena del De vitae felicitate con interlocutori il
Lamola, Guarino e il Panormita. Ma la scena di questo, come in generale
dei dialoghi umanistici, è ideale; e ce lo dice il Valla stesso nelle Re~
criminationes, aggiungendo che fino a quel tempo, cioè fino al i446, in cui
egli scriveva, Guarino e il Panormita non si erano incontrati. Ecco le pa-
role del Valla (2): « quod hi duo (Guarino e il Panormita interlocutori
« del dialogo) nunquam in mutuum venere conspectum; quod hoc tempore,
« quo sermo fingit (fingitur il testo) collocutores, sicut iam plurimis annis,
« in diversissimis provinciis agunt; quod interse non amant et tacitas simul-
€ tates gerunt, cum Guarinus se spoliatum ab Antonio libris, hic se ab ilio
€ spoliatum fama ...existimat ». È vera anche quest'ultima circostanza del-
l'animosità fra Guarino e il Panormita, la quale nacque per motivo di un
codice di Plauto, ma non ebbe lungo séguito.
Di ciò che dico sull'incontro abbiamo la riprova in quella lettera stessa,
adoperata dal Gabotto (p. 138, n. 2), con la quale il Fazio accompagnava il
Panormita, che andava a Ferrara. In essa si legge: « Cum Antoniura Pa-
€ normitam virum gravissimum ac praestantissimum regium legatum, quo
* viro utor familiarissime, istuc venturum scirpm... ». Queste parole (regium
legatum) attestano apertamente che il Panormita andava ambasciatore del
re Alfonso e che il Fazio stava alla corte aragonese di Napoli. Con ciò siamo
per lo meno dopo il 1443. Del resto quella data del 1451 è basata su tali
argomenti, che non ammettono dubbio; ma qui non credo opportuno di insi-
stervi più a lungo.
Veniamo alla quarta questione, l'anno in cui fu composto il dialogo De
vitae felicitate del Fazio. Il dialogo è confutato nella II delle Recriminai-'
tiones del Valla. Il libro IV delle Recriminationes fu scritto indiscutibil-
mente a Tivoli nei primi mesi del 1447 (3) ; ,i tre primi libri a Napoli nel
1446. Nella II Recriminatio (4) si legge: « Dominicus Ramus... quem scimus
« nuper diem suum obiisse »; e il Ram mori il 25 aprile 1445. Del resto la
(1) OiornaU ttorico, XIX, p. 410.
(2) Valla, Opera, p. 542,
(3) OiornaU itorico, XIX, p. 418.
(4) Valla, Optra, p. 577.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 257
gita a Roma, a cui accenna il Valla nelle Recriminationes (1), ebbe luogo,
come io ho dimostrato (2), nel settembre -ottobre 1445; in quei due mesi di
assenza furono pubblicate le Invectivae del Fazio, e non molto dopo pose
mano il Valla alle Recriminationes^ che ne sono la confutazione. 11 Gabotto
per contro mette il dialogo verso il 1447 e la gita del Valla a Roma nel
1447 (pp. 137, 139, 144, 148).
Con queste date è connessa quella della lettera del Fazio allo Spinola,
nella quale scrive: « nuper confeci atque edidi dialogum quemdam de vitae
« felicitate ». Ma non dice nulla delle Invectivae, che non erano perciò an-
cora scritte; sicché qui siamo del 1445. Il Gabotto fa la lettera del 1447
(p. 137). Ma in essa il Fazio dice: « accepi iam salari! partem» e il Gabotto
sa (p. 138) che sino almeno dall'ottobre del 1446 il Fazio riceveva una rata
della sua pensione annua presso la corte aragonese.
Da ultimo viene la data di una lettera del Fazio a Poggio e della risposta
di costui. 11 Gabotto fpp. 151-153) suppone il 1447. Da essa però risulta che
Poggio aveva allora allora terminata la traduzione della Ciropedia: « Gyrum
« Xenophontis absolvi quem cui dedicem incertus sum ». Noi sappiamo che
Poggio nel marzo 1446 « già era al fine di Senofonte de Gyri infantia »,
come scrive egli stesso (3); il 1446 perciò è la data delle lettere: e non ci
allontaniamo molto dal vero fissandola verso la metà dell'anno.
Da questa data traiamo una conseguenza. Le Invectivae del Fazio furono
mandate a Poggio verso la metà del 1446. Il Valla scrive nella I delle Re-
criminationes (4) , che egli ebbe una copia delle Invectivae dall'esemplare
di Poggio, procuratagli per mezzo del Porcellio. Sicché le Recriminationes
furono cominciate a scrivere nella seconda metà del 1446.
Le Appendici, con le quali si chiude il volume, contengono un numero
ragguardevole di documenti inediti, sopra tutto lettere e poesie. Nelle Appen-
dici ci è poi un capitolo su Pier Candido Decembrio, che avrebbe dovuto
trovar posto nel corpo del libro; ma il Gabotto venne tardi in possesso degli
epistolari del Decembrio, che sono a Bologna e Firenze. Qui intanto reca un
mazzo di lettere, promettendo un lavoro più ampio. Così il Decembrio avrà
due biografi, perchè io so di un altro che si occupa del medesimo argomento.
Del resto meglio due che nessuno; per tal modo il grande umanista sarà
finalmente tratto dall'oblìo, nel quale sino ad ora fu ingiustamente lasciato.
Le poesie pubblicate in appendice sono di Giovan Mario Filelfo e di Ven-
turino de' Priori suo amico. Le latme, che formano la maggioranza, sono
interessanti nel loro genere, sebbene di non alta levatura artistica; Ventu-
rino è più disinvolto nella forma; quanto alla loro scrupolosità nella lingua,
basti il dire che Venturino usa guerra e il suo amico Giovan Mario adopera
ripetutamente tremebundus per tremendus.
Piuttosto è da lamentare il modo come esse poesie sono pubblicate. Ci si
(1) Ihid , p. 465.
(2) niornale storico, XIX, p. 412.
(3) Md., XII, p. 375.
(4) Valla, Opera, p. 466,
Qiornalt storico, XX, fase. 58-59. 17
258 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
incontrano dei versi sbagliati, delle lezioni che non danno senso, delle parole
mai esistite in latino, degli intieri passi illeggibili. In questo procedere si
sente della fretta o meglio, non se labbia a malo il Gabotto, della impa-
zienza, la quale nuoce alla maturità e alla serenità, dirò così, del lavoro.
Alcuni luoghi privi di senso non portano alcuna nota, mentre ad altri cor-
rettissimi il Gabotto appone il sic, che indica una lezione o strana o scor-
retta; p. es. p. 264, V. 5: « Sunt cedro tua digna quidem , sua carmina
« scombris » (sic); questo verso è esatto, cfr. Marziale, IH, 50, 9. A p. 239
il v. 20 termina « piena porcorum » e il Gabotto propone puerorum , che
formerebbe verso sbagliato : si legga procorum. Nella scorrettezza del testo
ci avrà, non nego, la sua colpa il codice, donde è tratto, ma ci è una serie
di lezioni, le quali non sembrano imputabili al codice; o fossero anche a ca-
rico di esso, dovevano dall'editore essere restituite alla loro forma regolare.
Eccone qui un saggio: p. 223. v. 2, medites (cfr. p. 108, forma che non esiste)
per meditere, v. 13 tamen per crimen, v. 27 erecta montis per e ceca niortis;
p. 224, V. 5, mane per inane; p. 225, v. 1, ferus per furiis, v. 12 quum per
quoniam, v. 14 intus per meus, v. 29 carmen per crimen, v. 32 forcias (pa-
rola che non esiste) per foveas , v. 34 fumide (parola che non esiste) per
sumine; p. 257, v. b permisit per permulsit^ v. 7 necale (parola che non
esiste) per vocale; p. 258, v. 8 manti tenetur (verso sbagliato) per inane
tenety v. 9 Horos per Eeros, v. 18 nam per non, v. 26 iste per isce (=hÌ8ce),
p. 259, V. 19 a me (verso sbagliato) per d^me. Per ricostruire ad es. l'elegia
della p. 247 basta emendare v. 4 nota fueras (verso sbagliato) in non fueras,
V. 5 tamen ipsa (verso zoppo) in circum tempora, v. 8 utrosque vates (verso
sbagliato) in utrasque natesy v. 10 teneat (verso sbagliato) in tenet, v. 11 sen-
tigo (parola che non esiste) in tentigo, v. 13 marcentis (errore di stampa)
in marcenti, v. 21 quum in quando, in in mihi, v. 22 fornice (verso sba-
gliato) in forme, v. 23 ut sit constans (verso sbagliato) in constans ut sit.
E vero che quelle lezioni possono essere emendate agevolmente da chi ha
bene in pratica la lingua latina e i codici, ma è anche vero che non in tutti
i lettori si può presupporre tal pratica. Gli studiosi del resto saranno grati
al Gabotto, perchè la pubblicazione, sia pur materiale, del documento ha già
la sua importanza come documento; ma è negli usi della buona critica che
il primo lavoro sui documenti lo faccia l'editore stesso.
All'ultimo ci è un copioso Indice delle persone, che facilita di molto l'uso
del libro.
Remigio Sabbadini.
VESPASIANO DA BISTICCI. — Viie di uomini illustri del se-
colo XV, rivedute sui manoscritti da Ludovico Frati. Voi. I.
-- Bologna, Romagnoli-Dall' Acqua , 1892 (8% pp. xx-343;
nella Collezione di Opere inedite o rare).
Angelo Mai, quando nel 1839 pubblicò le Vite di Vespasiano da Bisticci,
si giovò unicamente di un codice Vaticano scritto verso la fine del sec. XVI,
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 259
tranne forse per la sola vita di Federigo da Montefeltro, per la quale gli
venne in aiuto anche un altro testo a penna vaticano di non più autorevole
antichità. Pochi anni dopo Francesco Del Furia ristampò cinque di quelle
vite, vi aggiunse, inedita, la vita di Bartolomeo Fortini, e tutte corredò di
note preziose in quello stesso volume (S. L, voi. IV, P. 1) dell Archivio sto-
rico italiano , in cui il Polidori raccoglieva altre scritture del cartolaio
fiorentino , ma soltanto il testo di cinque tra le sei vite potè conferire ad
un codice laurenziano del secolo XV forse esemplato per essere offerto da
Vespasiano stesso a Lorenzo Carducci , mentre per la sesta {Alfonso re di
Napoli) dovette star pago ad una tarda copia del secolo XVllI. Né molto
più avventurato fu il Bartoli, il quale, rimettendo in luce con felicissimo
pensiero a servigio di un maggior numero di lettori l'opera fatta conoscere
dal Mai, appena tre altre vite (Eugenio IV, Giannozzo Manetti , Palla
Strozzi) riuscì a scovare in codici fiorentini del tempo di Vespasiano (1).
11 testo, quale finora ci stava dinanzi, non poteva essere dunque dei più
sinceri, tanto più che il Mai per quel riserbo, che la condizione sua gli im-
poneva, per quei pregiudizi letterari, che erano allora comuni a tutti gli edi-
tori di antiche scritture, non s'era fatto coscienza, e lo aveva confessato, di
alcune soppressioni e correzioni. Onde gradita giunse agli studiosi la notizia
che un altro codice delle Vite, più ricco del Vaticano, esisteva all'Universit.
di Bologna, codice non solo sopra ogni altro pregevole per antichità e cor-
rettezza, ma da uguagliarsi all'autografo perché fornito di postille dell'autore
stesso. Codesta notizia, data dal Fanfani tre anni dopo la pubblicazione del
Bartoli (2), rimase lungamente infruttuosa e solo oggi il dr. Ludovico Frati,
che già del codice aveva comunicato una particolareggiata descrizione e la
tavola (3), ne trae conveniente partito, accingendosi a pubblicare in due bei
volumi il nuovo testo, cui aggiungerà le altre scritture di Vespasiano fino
ad ora pubblicate e le lettere da lui scritte o a lui dirette edite ed ine-
dite (4).
Già dal primo volume, che abbiamo dinanzi, è dato arguire per quali ri-
spetti segnatamente la nuova edizione riuscirà vantaggiosa. Essa non ci ad-
dita nella vecchia gran copia né di veri e propri errori di lettura — siano
essi del Mai o dell'antico copista del cod. Vaticano — , né di involontarie
(1) Altre vite sono in codici fiorentini del sei o del settecento. La vita di Alessandra de'Bardi,
già pubblicata separatamente dal Mai e di nuovo dal Bartoli, si trova a Firenze in un codice del
secolo XVI ed in uno del XVII.
(2) Commentario della vita di M. Giannozzo Manetti, Torino, 1862, pp. 119 sgg.
(3) Di un codice bolognese delle Vite di Vespasiano da Bisticci , nell' Arch. star. ital. , S. V,
voi. III, pp. 203-10.
(4) Se il Frati non si restringerà, come forse sarebbe opportuno, a ristampare le scritture sto-
riche di Vespasiano , non dovrà trascurare il capitolo del libro De le lode e comendazione de le
donne, pubblicato da U. Marchesini per nozze Zini-Cremoncini , Firenze , 1890. Per quanto poi
spetta alle lettere, non dovrà dimenticare quelle che si conservano nell' Archivio di Stato a Na-
poli (Trikcheka, Cod. Aragonese, Napoli, 1864, I, ni 97, 256, 267, 296, 311), anche per appu-
rare se il Vespasiano di Filippo, di cui una parla e cui le altre sono dirette, sia davvero il car-
tolaio fiorentino, come credette il Frizzi, Di V. da Bisticci e delle sue biografie, Pisa, 1878, p. 91,
0 non piuttosto quel Vespasiano di Filippo dux , che il 19 settembre 1481 scriveva ad Alfonso
duca di Calabria e che pare sia tutt'altra persona (Frati, p. xi, n.).
260 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
omissioni che turbino il senso (1), ma per converso ci svela tutto il lavorio
del primo editore « per purgare, come egli diceva, Vespasiano dalle molte
« mende della scrittura e per offrirlo ai lettori alquanto più ripulito ». Non
alludiamo qui agli interi paragrafi che il dotto cardinale soppresse — e lo
avverti — per fuggire ripetizioni tanto inutili, allo storico, quanto istruttive
a chi voglia farsi un'esatta idea del modo onde l'opera si venne formando (2),
ma bensì a certi quasi costanti scambi, a certe omissioni di parole e di frasi,
a certe sostituzioni di pronomi ai lor nomi, a certe lezioni congetturali, che
il Mai non si peritò di introdurre o per toglier di mezzo il martellare in-
crescioso ed inutile di una stessa idea, di una stessa parola, di una stessa
sillaba a breve distanza (3), o per racconciar qualche espressione che a lui,
non troppo domestico oolla lingua dei quattrocentisti , parve o poco chiara
0 non propria o per arcaismo rozza (4), od infine per raffazzonar la sintassi
di qualche periodo sbilenco (5).
Restituite, grazie all'opera del Frati, queste vite alla loro forma genuina,
che il Mai aveva notevolmente alterata, il giudizio sul loro valor letterario
potrà essere , se non profondamente diverso da quello che se ne recava in
passato, certo più sicuro, più pieno, più reciso. Adunator diligente di fatti,
abile sopra tutto nel cogliere i tratti caratteristici, gli aneddoti pittoreschi
de'suoi personaggi. Vespasiano è, come scrittore, perché noi diremo?, infelice.
Il suo stile, seppure di stile è qui da parlare, è incerto, disuguale. Per qual-
che pagina egli scrive semplice e piano, in periodi brevi e staccati, e riesce,
specie quando l'argomento fa battere più vivamente il cuor suo di bibliofilo
0 quando espone fatti, dei quali sia stato mafjna pars, narratore abbastanza
efficace, benché la sua prosa resti quasi sempre fredda e stecchita, la sua
(1) Qualche errore, oltre a quelli indicali dal Frati (pp. iv-v n.) , vedi sanato a p. 67, 1. 20;
a p. 70, 1. 25; a p. 330, 1. 25; omissioni certo involontarie a p. 38, 1. 8; a p. 100, 11. 23-4;
a p. 206, 1. 21 ; a p. 211, 11. 6-7 ecc. I numeri di pagina, salvo dove sia arrertito il contrario,
si riferiscono sempre al volarne che stiamo esaminando.
(2) Vedi pp. 54, 63, 136, 470, 478 dell'ediz. Bartoli.
(3) Si veda per es. col sussidio delle varianti notate dal Frati Io studio che il Mai & per mi-
tigare l'uggia del continuo ripetersi degli aggettivi singolare e derjno nel prologo. Ecco qualche
altro esempio fra gli infiniti: trafcrivo la lezione del codice holognese , che è la rera, eottoli»
neando le parole che il Mai soppresse o cambiò, nel secondo caso chiudendo fra parent«si il con-
cloro. Pag. 78, e fece restituire ogni cosa i nfl no a «na (ogni) minima cosa; pag. 107, era il car-
dinale . . . molto infermato di più infermità eh» lo tormentavano; pag. 157, veduta la sua Maestà
(la Maestà del re) la sua pertinacia; pag. 170, fu «o^^'/wtimo (acutissimo) disputatore; procedeva
nei sua trattati per via di argomenti sottilissimi ; pag. 190, avendo istndiato questo t«mpo , gli
pareva perdere tempo (perderlo) ; pag. 200, ebbe ... più ffotemi (reggimenti) di più luoghi della
Chiesa di Dio; fu governatore di Perugia; ecc. ecc.
(4) Il Mai, per es., stampa sempre necessità o bisogno in luogo di nicistà (r. pp. 175 , 1. 21 ;
178, II. 4, 8; 184, 1. 1 dell' ed. Frati). Le frasi imitare U vatigie (p. 200, 1. pennlt.) . sempre
fjli fu appresso in tutti i sua bisog$U cosi spirituali eotne corporali (p. 262 , 11. 2-3), non gli
paiono né proprie né belle e corregge seguire gli esempli^ cosi gpirituaU come kmporah; i varii
usi antichi della parola parte gli sono ignoti e a p. 803 le loetltvieoe eondietoitei Teepasiano scrive
Pasqua di resurrexi (p. 146, cfr. anche MASoinun, Ops. ciL, p. 10), ma al Mai, non toecano,
pare inutile questa determinasione e ttampa soltanto Pasqua , e ria di questo passo in infiniti
altri luoghi.
(5) Vedi, per es., pp. 68, II. 22*7; 257, I. 14; talvolta corregge anche dove non re ne sarebbe
bisogno, p. es. p. 37, li. 14-15.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 261
lingua povera e quindi monotona, lontana le mille miglia dalla spontaneità
agile e fresca che avviva le lettere della Macinghi, dal candore ingenuo, che
dà alle leggende del Belcari l'aria di scritture trecentistiche. Vespasiano non
sa adattarsi a scrivere il suo bel volgare, quale gli suona limpido sulle labbra
e troppo spesso vuol congegnar la sua prosa in periodi prolissi e complessi;
non per nulla è vissuto a lungo tra eruditi e latinisti , non per nulla ha
succhiato, con l'avidità mezzo incosciente della persona incolta, le idee do-
minanti fra quegli uomini. Il suo buon senso e forse la materia lo salvano
dalle gonfiezze rettoriche di Giovanni Cavalcanti, ma la sua scarsa coltura
non gli permette di assorgere alla prosa dignitosa e compassata, quantunque
checché altri ne pensi, schiettamente italiana, del Palmieri o di Leonardo
Aretino, onde spesso incespica nella toga, che vuol assumere e che gli sta
cosi male, dal viluppo de" suoi periodi non sempre sa districarsi, e gira in-
torno ad un medesimo concetto e scrive faticoso, oscuro, ingarbugliato.
La nuova edizione giova a meglio precisare non solo il giudizio sul valor
letterario, ma anche quello sul valore morale di queste Vite, sull'uomo, come
pur giova alla determinazione del tempo e del modo in cui la raccolta fu
compilata.
Un po' piagnone Vespasiano ci appariva digià nei suoi lamenti sulla cor-
ruzione e sul lusso dei prelati, sullo sperpero dei benefici, ne' suoi rimpianti
del buon tempo antico, nel suo desiderio di una riforma della Chiesa; ma ora
questo lato del suo carattere resta meglio lumeggiato da alcuni passi che il
Mai, è facile capire perché, aveva tralasciato o mitigato (1). Né sono meno
piccanti certi suoi giudizi sui monaci, che ora appaiono per la prima volta,
gli accenni alle ribellioni fratesche (p. 194), alle gelosie tra religiosi regolari e
secolari (p. 218), e l'osservazione che V. fa quando di Timoteo Maffei, vescovo
di Ragusa, dice che « fu elegantissimo nello scrivere, come si vede per più
ii sue opere ed orazioni fatte secondo gli oratori e non secondo i frati (p.215) »,
parole quest'ultime non senza significato in quella società, che pochi anni
dopo farà' deserto intorno al Savonarola esordiente per accorrere alle pre-
diche aggraziate di fra Mariano. E l'uomo del rinascimento, il bibliofilo
appassionato ci si rivela pure nell'antipatia, or più chiaramente espressa
(pp. 236-7\ che nell'edizione del Mai, per l'ignorante e cocciuto Calisto III,
ed il cliente mediceo nelle aspre ed irose parole, che integrano il severo giu-
dizio su Sisto IV (pp. 139, 143-5).
II Mai e quindi il Bartoli aveano arbitrariamente distribuito le Vite in
cinque sezioni; ora il Frati, attenendosi ai codici bolognese e vaticano, ri-
pristina l'originaria divisione in quattro parti: I. Pontefici, Re e Cardinali;
II. Arcivescovi e Vescovi; III. Principi sovrani ; IV. Uomini di stato e let-
terati, delle quali soltanto le prime tre compaiono nel presente volume. Che
questa sia la divisione voluta da Vespasiano è chiaramente attestato dalle
frasi, naturalmente tralasciate dal Mai, colle quali si chiudono le prime due
parti (pp. 165-6, 170, 263).
Alcune tra codeste frasi di chiusa sono anche per altro rispetto importanti;
(1) Vedi specialmente pp. 103, 148, 189, 211.
262 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
intendiamo quelle che si leggono sulla fine della vita di Giovanni Margheriti,
card, di Girona , e che vengono a cadere del tutto fuori di posto, perché
soltanto dopo altre sette vite la prima parte finisce. S'ha cosi un fatto ana-
logo a quello che già l'edizione del Mai ci mostrava nel Proemio : qui l'au-
tore dice, che primo nella serie metterà « papa Nicola, come capo e guida
« di tutti » (p. 4), ed invece comincia da Eugenio IV. Delle due contraddi-
zioni è ovvia la spiegazione : Vespasiano aggiunse alla prima parte, quando
questa era già bella e ordinata, la vita di papa Eugenio, scritta certo dopo
quella di Niccolò V (1), e le vite che seguono a quella del cardinal di Gi-
rona, ma dimenticò di modificare il proemio, di sopprimere la chiusa.
Se non che l'ultimo paragrafo della vita del Margheriti, quale ce l'offre
la nuova edizione, è proprio il paragrafo della distrazione, felix culpa sta-
volta. L'autore dopo avervi replicatamente parlato del suo protagonista come
di persona viva, ne annunzia ad un tratto la morte (2). Or poiché questa
avvenne nel novembre del 1484 (3), è lecito conchiudere che Vespasiano
scrisse la vita prima di quel tempo e le aggiunse poi la notizia della morte
di quel porporato senza badare all'incongruenza che ne risultava.
Ma tale aggiunta fu fatta prima che la vita entrasse nella raccolta o non
piuttosto dopo che vi avea già preso il suo posto? Non esitiamo a deciderci
per la seconda opinione, poiché, quantunque Vespasiano non seguisse Del-
l'ordinare le vite il criterio cronologico, era ben naturale che assegnasse l'ul-
timo posto a quella, che unica nella prima parte parlava di persona viva. Non
per nulla facciamo questa osservazione: la si combini infatti con quest'altra,
che il proemio cioè, ricordando Federigo da Montefeltro come morto, fu certo
composto al più presto verso la fine del 1482, e ne verrà agevole la conchiu-
sione che Vespasiano diede ordine alla prima parte dell'opera sua tra il 1483
e 1*84. Del primo ordinamento parliamo, al quale è dubbio se corrisponda un
primo ordinamento dell'altre parti o se queste non siano state messe insieme,
pur nella forma loro primitiva, più tardi quando la prima era già stata ac-
cresciuta; forse il secondo volume porgerà nuovi dati utili a definir la que-
stione. Per ora possiamo solo asserire che nel codice bolognese la raccolta ci
si presenta qual era dopo due successivi accrescimenti: quello della prima
parte già discorso e quello costituito dalle vite accodate al manoscritto quando,
come ci attesta l'indice inserito prinin di questo, la raccolta era già stata
chiusa (4).
Ci rimane a dire come l'Editore abbia adempiuto al suo ufficio.
Opportunamente egli ha premesso alla riproduzione del testo una prefa-
(1) Infatti nella vita di Eugenio parlando con ammirazione dell' opera che Niccolò 8ocondino
prestava quale interpreto al concilio di Firenze, aggiunga « come abbiamo detto in altro luogo »
(p. 17) ed evidentemente allude alla vita di Niccolò (pp. 32-3).
(2) < Lo feciono cardinale, comi è al pre$*ntt . . . Egli « dottissimo . . . ed Aa notizia univer-
« sale di teologia ecc. . . . • grandisnimo ecc. ... Ma Aa una singolare parte ... per la lunga ex-
« perieosa avuta sempre di cose grandi . . . infine al prtsmU dì. Aggiognesi in lui etstrt eoe.
(pp. 164-5). Così Vespasiano, poi ad un tratto: « ed trono i saa consigli eoe E più Parrebbe
« dimostrato, $i futsi rfm/o; ma sendo difettoso di male di pietra, $i mori a Roma » (p. 165).
(3) Cuocomo, Vitae ponUf. et cardin.. Ili, 88.
(4) Vedi pp. zii-ziii.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 263
zione bibliografica sui codici e sulle stampe, ma, ci permetta di dirlo, essa
è alquanto affrettata e sbrigativa. Lo studio delle relazioni fra i manoscritti,
fra il Bolognese e il Vaticano del Mai (1) , fra il Bolognese e i fiorentini,
che il Frati descrivo solo riportando la sommaria notizia datane dal Bartoli,
sarebbe stato, ci sembra, indispensabile, utile all'edizione, né probabilmente
malagevole. Di un codice poi il Frati non avrebbe dovuto trascurare di fare
ricerca e, se l'ha fatta, di informarne il lettore ; alludiamo al codice, donde
il Mehus trasse e comunicò al Muratori le vite di Eugenio IV e di Nic-
colò V (2), codice che non può essere identificato con nessuno dei conosciuti.
Nessuno infatti contiene quella dedicatoria di tutta la raccolta a Luca degli
Albizzi , che il Muratori pubblicò e nella quale Vespasiano dice di collo-
care prima nella serie la vita di Eugenio IV, togliendo così quella contrad-
dizione fra le parole ed i fatti , che abbiamo notata (3). Già per questo
la redazione presentata dal codice del Mehus vuol essere considerata come
posteriore al primo accrescimento della raccolta (vita di Eugenio IV e vite
aggiunte alla prima Parte dopo quella del cardinale di Girona); ma, se
non ci inganna il copista del codice Marucelliano A. 76, sarà anche poste-
riore al secondo degli accrescimenti attestati dal Bolognese (vite che se-
guono all'indice). Quell'amanuense infatti avverte di essersi giovato del co-
dice stesso dal quale il Mehus trasse le vite di Eugenio e di Niccolò; or
poiché tra le vite del Marucelliano vi ha pur quella di Bartolomeo Fortini,
che manca al Vaticano e si trova nel Bolognese dopo l'indice, la nostra con-
chiusione cronologica non può apparire che legittima. Se ne ricava che il
codice del Mehus doveva rappresentare l'ultimo ordinamento dato da Vespa-
siano alla sua silloge, ordinamento che, se non erriamo nell' interpretare
qualche altro indizio, dovrebbe essere posteriore al 1493 (4). Certo il poter
rimettere in luce il manoscritto del Mehus sarebbe stato ventura, ma poiché
pare che esso si sottragga alle nostre ricerche (5), accontentiamoci di questa
fedele riproduzione del Bolognese, il quale, come il lettore avrà inteso da
(1) Oltre al codice contenente tutta la raccolta, la Vaticana possiede, come s' è accennato, nn
tardo codice della vita di Federigo da Montefeltro, che il Frati descrive (pp. xvi-xvii). Ma egli
non fa parola di un altro manoscritto vaticano fuggevolmente ricordato dal Mai (p. xxv dell' ed.
Bartoli), che dovrebbe contenere sei vite di cardinali.
(2) RR. 11. SS., xxv, 251 sgg.
(3) Il proemio generale, quale è dato dal cod. Bolognese, appariva invece nel cod. Mehus come
Proemio alla vita di papa Nicola . . . mandato a Luca degli Albizi {R. I. S. , XXV , 267 sgg.),
il che non infirma punto anzi rafforza le nostre conchiusioni. Pare proprio che Vespasiano non
sapesse adattarsi a disfare il già fatto, anche a costo di cadere in curiose incongruenze.
(4) Il 10 luglio 1493 Vespasiano dedicava a Lorenzo Carducci cinque delle sue vite (cod. Lanr.
LXXXIX inf. 59); l'S ottobre dello stesso anno alcune altre ad Alfonso Strozzi (Scipioni, Un
cartolaio in villa, nel Preludio d'Ancona, V (1881), p. 91). Ora sarebbe strano che Vespasiano
dopo aver dedicato tutta la raccolta all'Albizzi, ne estraesse alcune vite per dedicarle ad altri.
Oltre di che , se dice vero il copista del Marucelliano , nel codice del Mehus era inserito anche
il proemio a Lorenzo Carducci.
'ó) Par bene che esso non possa identificarsi col codicetto posseduto dall' ab. Nicola Anziani,
•li cai il Frati non potè avere una descrizione particolareggiata (p. xx), poiché codesto codicetto
Contiene cinque vite soltanto ed è forse l'asemplare di dedica presentato a Filippo Strozzi,, quan-
tunque su questa ipotesi si potrebbe fare qualche osservazione.
264 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
questi rapidi cenni, reca nuovi e importanti elementi alla piena intelligen/a
del carattere di Vespasiano e al retto apprezzamento dell'opera sua.
Per ciò che spetta al testo, il Frati si attenne fedelmente « senza sover-
« chia pedanteria » (p. ix) alla lezione bolognese, notando però le varianti del
codice Vaticano, dei fiorentini usati dal Bartoli, di un Ashburnhamiano pro-
babile fonte del Magliabechiano IX, 96, di un Gambalunghiano, forse l'esem-
plare di dedica della vita di Federigo di Montefeltro, e finalmente dell'edi-
zione del Bartoli, che è quanto dire di quella del Mai. La consueta diligenza
del Frati ci è pegno dell'esattezza e fedeltà della riproduzione e delle colla-
zioni (1) e ad essa ci affidiamo volentieri. Ma una cosa ci è subito balzata
agli occhi nell'esame accurato che abbiamo fatto di questo volume, ed è la
strana e non sempre benigna influenza che la vecchia edizione vi ha eser-
citato: di là venne al Frati l'infelice idea di certe inutili correzioni, di là
egli trascrisse alla lettera certe note o inesatte o tali, che se potevano cor-
rere nel 1839 o nel '59, quando uscì la ristampa del Bartoli, diventano oggi
poco men che ridicole, e cert'altre cui le mutate condizioni del testo hanno
tolto ogni motivo di esistenza. Ecco i luoghi ai quali si rivolgono special-
mente le nostre osservazioni:
Pag. 50, 1. 3, leggi coi codd. Catellano, perché Antonio da Gerda era real-
mente catalano; p. 66, 1.3, leggi col cod. Bologn. dua (messe) piane e una
cantando^ che è frase non nuova (v. Tommaseo-Bellini, s. Messa); p. 68, 1. 10,
leggi coi codd. che v'è; p. 90, 1. 11-2 diabetica passione^ che è uno orinare
eccessivamente più che non si bee, così ha il cod. Bologn., né v'ha motivo di
cambiare il bee in debbe; p. Ili, 1. ultima, rasca del cod. Boi. non è che il
rascia del Marucelliano colla omissione, frequente nel 400 in tal caso, dell'i,
perciò è inutile la correzione rasaccia; p. 127, 1. 17-8, sarà meglio leggere
col cod. Era venuta la cosa in luogo che^ e lasciar pure che il periodo ri-
manga sospeso; p. 149, 1. 14, leggi col cod. del Garbo (cfr. Boccaccio, Dtfc,
li, 7); p. 231, 1. ult., leggi coi codd. e in questo caso anche col Bartoli nella
lingua greca.
Pag. 9. Sopprimerei la nota 2, perché non credo vi sia interpolazione, ma
piuttosto che Vespasiano, dicendo per ben due volte, esser Eugenio IV ve-
nuto a Firenze nel '33 (pp. 8 e 9), abbia inteso dare alla frase un signifi-
cato più largo che non le possiamo dar noi, abbia voluto dire « sotto il
« reggimento di quelli del '33 », cioè degli Albizzeschi. Del resto è ben più
facile ammettere una dimenticanza in Vespasiano, che scriveva la vita di Eu-
genio IV almeno cinquant' anni dopo i fatti (vedi qui dietro), e certo senza
sussidio di documenti, che un doppio guasto della lezione. — Pag. 110. Non
(1) Il Frati non fta invero servito troppo bene dallo stampatore: p. 30, 11. 11-13 sopprimi ana
volta le parole pari» colia ftdt « ìxmìà i*i cardinali; p. 35, 1. 27, ponteggia: non aptnio dtmart.
di comprare ecc.; p. 44, 1. 24, punteggia: nubito «ntrato mila gala, mi fidt; p. 87, 1. 17, leggi
chi dici; p. 138, 1. 4, leggi Fiorentini; p. 142, 1. 12, leggi irotoui; p. 152, 1. 17, leggi pre-
silo; p. 158, 1. 21 , punteggia: alla chiisa , papa Nicola; p. 158 , 1. 5, leggi raccomandami;
p. 167, 1. 15, leggi eoMOHÙfa; p. 176, 11. 22-8, leggi maialar*; p. 190, li. 14-15. leggi Chi
aeissi a serinn la vita stta « non aatsi fatto; p. 194, 1. 83, leggi quando; p 218, 1. 29, leggi
il rato; p. 222, 1. 18, correggi 9irtù, pir ijmtto; p. 228, 1. 10. leggi it wirtuti; p. 240, 1. 21.
leggi vitio; p. 256, 1. 25, leggi pritìto; p. 271, 1. 25, leggi Urrihik; p. 842. 1. 13. leggi inandita.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 265
c'era nessun motivo di trascrivere dall'ediz. del Bartoli la nota 2, or che si
disse e ripete più volte che cosa fossero le ricolletie, v. G. Lumbroso, Me-
morie italiane del buon tempo antico^ Torino, 1889, pp. 50 sg. — Pag. 113. Se
il cod. Boi. ha davagli, a che la nota dell'edizione Bartoli? Se donagli, era.
meglio correggere dona[ya']gli. — Pag. 169. In nota alla vita del card, di
Mendoza il Mai osservava: «Fu creato cardinale nel 1473 e mori nel 1495.
« In questo intervallo adunque scriveva Vespasiano ». Cosi anche il Frati :
ma, poiché anche le note si fanno o non si fanno, perché non rilevare gli
altri indizi cronologici contenuti nelle biografie? — Pag. 236. A confutare
il racconto di Vespasiano, o meglio del vescovo di Vich, sullo sperpero che
Callisto III avrebbe operato o permesso dei codici classici raccolti da Nic-
colò V, il Mai riferiva alcune parole dell'Assemani, ma dopo il gran discor-
rere che s'è fatto in questi ultimi tempi sulla questione e proprio a propo-
sito di questo passo (cfr. Pastor, Geschichte der Pdpste, voi. I, 2» ediz.,
Freiburg im Breisgau, 1891, pp. 547 sgg.), quella noticina non è che un'a-
menità. Ma in generale tutte le magre postille illustrative del Mai era me-
glio sopprimerle: troppe altre se ne dovrebbero o se ne potrebbero aggiun-
gere oggi.
Pag. 73 n. Il Fr. avverte, col Mai, che certo aneddoto narrato nella vita
di Alfonso d'Aragona è ripetuto in quella di Giannozzo Manetti e col Mai
continua : « Noi non volendo ripeterlo , abbiamo di là prese alcune particelle
«di giunta, per tralasciare poi tutta la narrazione in quell'altro luogo ».
]\Ia intende proprio il Frati di far cosi , contro il sistema adottato in casi
analoghi? (cfr. pp. 1534). — Pag. 122. Il Mai notava: « Ciò che in questa
« vita (del card. Gesarini) si proseguiva a dire intorno al concilio di Firenze,
« da noi fu omesso, come già conosciuto nelle vite de' papi Eugenio e Nic-
« colò », e stava bene. Ma il Fr. non omette nulla (v. pp. 122-4), eppure
trascrive tal quale la notai
Forse a qualcuno queste osservazioni parranno pedantesche : e siano ; il
rincrescimento che abbiamo provato nel doverle fare ci sarà compensato, se
varranno a mettere in guardia l'Editore contro simili sviste e scorrezioni, e
ci permetteranno di lodare incondizionatamente il secondo volume.
Vittorio Rossi.
FRANCESCO ZAMBALDI. — Belle teorie ortografiche in Italia.
Memoria. — Venezia, Stab. di G. Butinelli, 1892. Estr. dagli
Atti del R. Istit. veneto di scienze j lettere ed arti, serie VII,
t. Ili (8°, pp. 46).
La memoria del prof. Zambaldi consta di due parti ben distinte : nella
prima egli ricerca storicamente quali siano state le teoriche ortografiche nei
quattro ultimi secoli della nostra storia letteraria e le controversie alle quali
hanno data origine ; nella seconda esamina la questione ortografica con inten-
266 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
dimento filologico, indicando quali conchiusioni si possan trarre per questa
via. L'A. dichiara (p. 33) « ...non avendo noi di mira alcun fine pratico di dar
« leggi 0 proporre riforme, ma un fine puramente filologico: non volendo cioè
« prescrivere che cosa debba essere l'ortografia italiana, ma intendere che cosa
« è e per quali fatti e per quali ragioni sia così e non altrimenti : possiamo
« studiarla senza alcun preconcetto nella sua formazione storica, disposti ad
« accettare, quali che siano per essere, i risultamenti di questa ricerca ».
Più che le disquisizioni filologiche, delle quali pur faremo rapido cenno sul
fine, ci preme considerare, di questa memoria, la parte che ha maggiori at-
tinenze colla storia della nostra letteratura. Ma prima ne diamo un breve
riassunto.
L'A. premette che la questione dell'ortografia ha uno stretto legame colla
maggior questione intorno alla nostra lingua ; dappoi che la lingua toscana
assorse a dignità di letteraria e nazionale. Nota l'ambiguità del significato,
che fin dal cinquecento ebbe il vocabolo ortografia, il quale fu preso a indi-
care ora proprietà morfologiche, ora rappresentazioni puramente grafiche di
suoni e di parole; enumera quindi e studia rapidamente i principali fra co-
loro che s'occuparono di questioni ortografiche, intesa ortografia nel signi-
ficato di sistema di retta rappresentazione grafica per forme morfologica-
mente determinate e sicure.
Il Fortunio accenna già alle due capitali opinioni che correvano al suo
tempo e che rimasero sempre in lotta fra loro: il principio della pronunzia
e quello dell'etimologia; e tra questi due principi egli ondeggia con quella
incertezza che si riscontra più o meno in tutto il processo e progresso della
questione ortografica , ma con qualche intuizione di verità oggi dimostrate
dalla scienza.
11 Bembo non s'occupa molto d'ortografia e segue il principio che nella
varietà del volgare debba esser norma il fiorentino.
L'A. a questo punto spiega come la differenza tra scrittura e pronunzia
si dovesse specialmente alla povertà de' segni del nostro alfabeto che egli
considera anche nel loro sviluppo storico. E così viene a dire del Trissino,
delle sue riforme nell'alfabeto e nell'ortografia, delle opposizioni che le sue
novità incontrarono, allargandosi poi le controversie anche al nome, all'ori-
gine della lingua. Oppositori Lodovico Martelli, Agnolo Firenzuola: sono
ricordati come quelli che « ne scrissero poi in vario senso » il Liburnio,
Adriano Franci, l'Oreadini; e, inoltre, Claudio Tolomei e Neri Dortelata.
Accenna poi l'A. al Giamlnillari e quindi si ferma alquanto su Lionardo
Salviati, il quale « seguì il principio della pronunzia, ma con grandi con-
« cessioni all'uso ». Il Buommattei e il Gorticelli seguirono le ormo do! Sal-
viati, cioè i principi della scuola toscana.
Ma la scuola toscana e l'autorità della Crusca non debellaroiio i ><-^aiici
della scuola etimologica tanto più che alcune discordie erano fra i Toscani
stessi; notevoli specialmente le ostilità dei Senesi contro la Crusca. Gli eti-
mologisti poi venivano temperando la rigidezza delle norme enunciate, ma
non sempre osservate, dal F'ortunio; così Lodovico Dolce e Daniello Bartoli.
L'A. nota poi giustamente come nel secolo nostro il progresso della lingui-
stica e i sempre più larghi sentimenti d'italianità portassero il bisogno di re-
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 267
gole più scientifiche, da una parte, e dall'altra, il disgusto, un po' senti-
mentale, d'una teorica che voleva la supremazia del toscano, anzi del fio-
rentino , nella lingua e nell' ortografia. Giovanni Gherardini è il più auto-
revole sostenitore del principio etimologico; e, ben degno che se ne faccia
speciale ricordo, tra le pagine e le voci della sua Lessigrafia disseminava
qualche nobile accento patriottico, qualche considerazione nobilmente ita-
liana, quando tutto, anche la più minuta erudizione, era buona occasione a
parlare, a sognare dell' Italia. L'A. cita (p. 24, n. 2) queste parole bene au-
spicanti che il Gherardini scriveva sotto la voce fundere « dalla uniformità
«dello scrivere dee prodursi a poco a poco l'uniformità del favellare;
« dalla uniformità del favellare si fa strada alla uniformità del pensare; dalla
« uniformità del pensare nasce la uniformità del volere; e dalla uniformità
<< del volere appena oggi è dato imaginare in confuso i grandi e insperati
« effetti che scoppiar potrebbero ». Il Gherardini ricorre alle origini delle
parole non trascurando le modificazioni prodotte in esse dal buon uso; vuole
osservato un metodo costante nella loro formazione a seconda delle varie
famiglie o classi sotto le quali si posson ridurre ; la pronunzia dover poi
uniformarsi alla corretta scrittura, ma in pratica concede assai e confessa inap-
plicabile rigidamente il principio etimologico. Tra i seguaci del Gherardini
è ricordato Carlo Cattaneo. Il Manzoni si riaccostò alle teoriche della vec-
chia scuola toscana, così per la lingua come per l'ortografia. L'A. accenna
poi alle idee di alcuni viventi, dell' Ascoli, autorità somma, e del Rigutini.
Fermandoci ora su questa prima parte si può ben dire che l'argomento
preso a trattare dall'A. è di non comune importanza e non solo sotto il ri-
guardo storico, ma anche allo scopo di spianare la via ai trattatisti che ten-
tino di ottenere se non una vera e propria utiità ortografica^ un più stabile
assetto nella troppo anarchica ortografia nostra. L'A. che non poche bene-
merenze s'è acquistato colla sua Grammatica italiana (una delle più sicure
che s'usino nelle scuole) e che ha lunga esperienza di studi filologici e les-
sicali tanto classici che romanzi, ha, in questo suo scritto, il pregio di avere,
primo ch'io sappia, raggruppate le notizie storiche che ci offre, e il merito,
compatibilmente collo spazio concesso ad una lettura^ di avere esposte con
chiarezza ed acutezza le vecchie e le nuove opinioni. Dirò subito peraltro
che è a dolere, che, una volta preso a svolgere un così importante argomento,
l'A. l'abbia costretto nei limiti troppo angusti d'una memoria accademica,
necessariamente un po' superficiale, e che, stampandola , non abbia pensato
a toglierle alcune manifeste tracce della forse soverchia fretta d'una prima
redazione. Ciò che dipende, io credo, dal vivace rigóglio dell' ingegno agilis-
simo e pronto dell'A., che meglio si compiace di delibare or questo or quel
fiore, che non spremerne tutti i succhi eh' e' potrebbe e condensarli in opere
più durevoli. Mi voglia permettere il prof. Zambaldi che io indichi alcune
di quelle che ho notate o mende o omissioni.
Prima di tutto i richiami e i rimandi ad autori o libri citati nelle note
son fatti un po' troppo alla lesta, né, tranne chi abbia molta pratica con
certi studi e con certe opere, troverà chiare così come son fatte certe cita-
zioni (v. fra tante: p. 2, n. 2-3; p. 3, n. 3; p. 9, n. 3; p. 34, n. 3) (1). Un'altra
(I) Accanto al Seelmakn e allo Sjhochakdt poteva ben citare il lavoro di G. GrObkr, Vulgdr-
268 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
menda generale è quella di non avere per ciascuno degli autori citati o stu-
diati ricercato con maggior diligenza il corredo bibliografico, fermandosi
troppo esclusivamente a' loro libri o a opere di consultazione troppo vecchie
e di non sempre sicura autorità, come p. es. V Eloquenza italiana del Fon-
tanìni.
Verrò ora a qualche più particolare osservazione, che trascelgo fra molte
dello stesso genere. Più parole avrei speso (p. 5) a dichiarare quali norme
si seguissero nell'ortografia del tre e quattrocento, prima che collo stabilirsi
delle regole grammaticali si pensasse a codificare anche questa materia.
Norme precise non eran certo formulate, ma potevansi raccogliere almeno
gli usi più comuni e più sicuri dai manoscritti, specialmente dai riconosciuti
autografi dei principali scrittori, e dalle stampe. Ciò avrebbe giovato a meglio
indicare il punto di partenza delle dottrine cinquecentistiche.
L'A. ha notato che Gianfrancesco Fortunio pubblicò prima del Bembo le
sue Regole grammaticali della vulgar lingua (1516) e che fu , e forse
a tolto, accusato dal Bembo di aver saccheggiato i suoi manoscritti; ma
non ha detto che il Bembo fin dal 1500 pensava ad un libro di tal genere (1)
e che quindi , in ogni modo , le Regole del Fortunio come le Volgari eie-
gamie di Niccolò Liburnio non hanno sicura che la priorità della stampa.
Le idee del Bembo (p. 7) sulla lingua segnano veramente un nuovo momento
e un nuovo indirizzo nella nostra storia letteraria. L'A. perciò poteva fermarsi
di più a dimostrare come l'influsso del dittatore veneziano, che fu grandissimo,
abbia contribuito a diffondere non solo certi modelli di lingua e di stile, ma.
per necessaria conseguenza, anche certe regole ortografiche a preferenza di
certe altre. Non basta dire: « 11 Bembo non si occupa gran fatto d'ortografia ».
In quanto al Trissino si poteva aggiungere che le innovazioni da lui esco-
gitate non solo espose nella Epistola a Clemente VII^ ma applicò anche in
varii suoi scritti editi in quell'anno stesso 1524 (2) (coi tipi di Lodovico degli
Arrighi in Roma); che sulla riforma dell'alfabeto ritornò con la ristampa
(per i tipi di Tolomeo Janiculo) deWEpistola a Clemente VII e della Sofo-
tìisba accompagnata dall'edizione dei Dubbi grammaticali, dell' Alfabeto.
della Grammatichetta , delle quattro prime Divisioni della Poetica , delle
Rime e , quello che non importa meno , del Volgare Eloquio e del Castel-
lano dove risuscitava la questione del nome da darsi alla lingua italiana.
E qui all'A. è sfuggito un lavoretto di F. Sensi molto importante per dar
luce sulla natura ed estensione delle opposizioni che si fecero al Trissino (3\
tatemisché SubsirnU romnnischer WOrttr, in Archiv fùr lateinische Lexicographie ^ t. I e seg.,
e quello del MRrEK-LllBKK, OttchickU dtr laMnigehtn Volkstpraeht, nel Grumdrùs del GkObbr.
(1) Vedi per la cronologia di queste scritture il Oaspart , St. della ktt. U. , trad. it., II, II,
05 e appendice.
(2) Sono la: Cantont a CUnunU Vii, la So/oniaba, VOrationt al dogt Andrta Orittf, in Lft-
Ura al r»oerendi$simo monsignor Oiovanni Matteo Ctbtrli , i liitratH , V Spàtola d$IUi vita cht
dot ttntrt una donna védova.
(3) F. Salisi, M. Claudio Tolomei « le controtirsie $ulVortopra/a nfl secolo XVI, in Atti d.
Acc. dei Lincei (Rendiconti, lo sem. 1890), pp. 314-325. Dal Sensi à ancora attMO lo stadio
promesso su Celso Cittadini.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 269
Il Sensi rileva come i Toscani, pur disprezzimdo l'innovazione del Trissino,
cercassero apparirne inventori ; nota che già nel 400 (p. es. con L. B. Alberti) i
Toscani che vollero rialzare il volgare, s'occuparono, qualcuno, anche di mi-
nuzie ortografiche. Come la riforma del Trissino non fosse del tutto nuova
per la Toscana (a Firenze e a Siena specialmente) e come si spieghi la con-
cordanza di proposte, p. es., tra il Trissino e Claudio Tolomei, dichiara molto
bene il Sensi (1), il quale osserva giustamente che le modificazioni introdotte
poi dal Trissino al primitivo sistema ne impedirono ancor più la diffusione.
L'A. avrebbe dovuto, dunque, fermarsi più specialmente su Claudio Tolomei
e dire qualchecosa di più preciso (che non si faccia a p. 42, n. 1 e 2) in-
torno alle idee espresse nel Polito e intorno agli scritti di coloro che pre-
sero parte (notisi tra il 1525 e il '26) nelle dispute trissiniane, tra' quali era
da ricordare anche il Minturno colla sua Arte poetica (2). Il Salviati vide
certo assai addentro in alcune questioni fonologiche, ma non andava, per
troppo rispetto a lui, trascurato il merito d'altri meno famosi (3).
Non era forse male, per maggior chiarezza della trattazione, indicare i li-
miti cronologici per il Buommattei (1581-1647), per il Corticelli (1690-1758)
(a proposito del quale si poteva ricordare l'importanza che ebbe in questioni
linguistiche e ortografiche la scuola de' puristi), per il Gherardini (1782-1861).
Meno rapido avrei voluto l'accenno alle discordie fra toscani (p. 21, n. 1)
e per il Gigli adoprato e citato il buon lavoro del Vanni (4) , nel quale è
molto interessante il capitolo sul Vocabolario cateriniano (5).
In proposito di certe teoriche del Gherardini 1' A. non doveva lasciarsi
sfuggire l'occasione di notare (p. 28-29) che alcuni mutamenti proposti dal
filologo milanese non solo sarebbero stati strani, ma anche contrari alle re-
gole della nostra fonologia , secondo le quali certi suoni son diventati ne-
cessariamente quel che oggi sono ; e poteva rilevare che il principio, cui si
riferisce (p. 29) il Gherardini, ha una parte di vero in quanto la ragione ono-
matopeica ha avuta la sua importanza nell'origine del linguaggio, ma per un
lato si confonde coi pregiudizi che furono e sono in corso su certe bellezze
fantasticate delle lingue e delle parole, consistenti cosi nella loro forma gra-
fica come nell'espressione fonetica.
Certe indicazioni particolareggiate e che servono a fissar bene i termini
cronologici d'una teoria o d'un fatto letterario l'A. trascura troppo (6).
(1) Dimostra anche , parmi definitivamente , che 11 Polito di Adriano Franci , se non nella
forma, in tutta la sua sostanza, è opera del Tolomei.
(2) Lasciando da parte le idee del Minturno suU' origine della lingua , osserviamo che egli ri-
tenne Vinventione degli Accademici senesi usurpala dal Trissino e vendicata dal PoUto.
(3) Il Sensi nota che il Tolomei , primo in Italia , osservò il suono u ed i semivocali e che
-^ ^ — ^
prima del Salviati vide l'unità dei suoni g 1 s , sebbene li rappresentasse imperfettamente
nella sua tavola.
(4) Girolamo Gifjli nei suoi scritti polemici e satirici , Firenze , 1888. Cfr. questo Giornale,
XIV, 303, Le ostilità dei senesi contro la Crusca furono continuate anche dopo. Per quel eh' io
60, il primo senese che sia stato riaccolto nell'Accademia è l'attuale Arciconsolo Gaetano Milanesi.
(5) 11 YocàboUrio fu, perchè proibito, bruciato dal boia (1717). Delle ritrattazioni del Gigli
c'informa minutamente il Vanni nel detto lavoro.
(6) Per esempio, non era male ricordare che // torlo e il dritto del non si può ecc. del Bar-
270 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
Dirò brevissimamente quali concetti espone l'A. nella seconda parte. Esa-
mina prima quali relazioni corrano fra scrittura e pronunzia (1) ; dice poi
del valore di resistenza che acquista la forma scritta , nonostante che la
pronunzia si allontani sempre più dalla rappresentazione grafica (esempi
l'inglese, il francese, il greco moderno); mette in chiaro il privilegio dell'ita-
liano di non avere avuti da secoli mutamenti fonetici tanto gravi da pro-
durre discordanze notevoli tra la pronunzia e la scrittura (2) ; nota il pro-
dursi e il mantenersi di doppie forme, popolari e latineggianti, e trova qui
la ragione delle anomalie della nostra ortografia. Srive (p. 44) « che se i
« nostri Grammatici, in cambio di litigare sul nome della lingua, Tavessero
« studiata meglio avrebbero forse trovata la traccia per intendere a pieno
« la formazione storica della lingua e veduto che né la sola pronunzia, ne
« la sola etimologia , ma un giusto e discreto temperamento d'ambedue do-
« veva applicarsi ad una lingua formata da due ordini di vocaboli storica-
« mente diversi ».
L'A. esprime così, pur non volendo dettar norme pratiche, come aveva
dichiarato, quali sono, se non proprio le sue regole, almeno le idee dalle quali
si dovrebbero ricavare. Osserva giustamente che l'ortografia moderna ha fatto
gran passi verso l'unità, ma che le condizioni presenti della vita italiana e
del dialetto fiorentino rispetto agli altri fanno si « che, per necessità di cose,
« la lingua nostra accenna a mettersi per la via opposta a quella per la quale
« i Manzoniani speravano di condurla, e il principio etimologico, per quanto
« si voglia temperato dall'analogia e dalla tradizione, accenna ad avere molto
« maggiore occasione dell'altro d'essere applicato nel futuro incremento del
« vocabolario italiano » (3).
Certo: il patrimonio lessicale del popolo cresce colla cultura tutti i giorni
e l'importazione dialettale toscana e specialmente fiorentina non può stare
in confronto del diffondersi e accrescersi di questo linguaggio sempre piiì
toli fa stampato in Roma, Lazzerì, 1655 a accresciuto via via in saccessive edixioni: cbe VOrlO'
grafia italiana fu stampata in Roma, Lazzerì, 1670. Così i titoli delle opere, spesso, non son dati
esattamente forse per causa della maniera compendiosa e già notata di far le citazioni.
(1) SenzA entrare nella questione delle origini della scrittura, noto che sebbene l'A. si riferisca
più specialmente ai Fenici, non poteva omettere di accennare che prima che fonetica la scrittura
è stata costantemente presso i popoli antichi ideografica. Del resto esattamente fonetico non
riesce ad essere nemmeno il sistema grafico dei migliori glottologi moderni!
(2) Non trovo esatta l'espressione: « La lingua letteraria ebbe certamente origine dal dialetto
« fiorentino del Trecento • . Dopo una lìngua poetica che parve appartenere a tutte le regioni
d'Italia senza esser propria di nessuna (lo sa bene l'A.) le parlate toscane prevalsero, e il flo>
tentino trionfò poi specialmente per opera di Dante; ma chi vorrebbe dire che il dialetto fioren-
tino del Trecento o de' tre grandi trecentisti, anche quale lo volle a modello il Bembo, sia qaal-
checosa d' indipendente dalla lenta e varia preparazione lessicale e fonetica se non altro del
Duecento? Si può utilmente citare e consultare P. Rajma in Romania, VII, 37 sg., e in Zeiltek.
/. rom. Phil., V, 27.
(3) Non bisogna peraltro negare troppo facilmente le peculiarità della pronnntia toecana che
corrispondono del resto a quelle di altre parlate italiane; nò rinunciare a volere apprese e diflkse
queste anche dai non toscani. Per ee. (cfr. p. 40): sarà vero che pochissimi nella prononiia di
ufficio e audacia fkeoian sentire quattro sillabe, ma una pronuncia corretta e colta toscana e un
orecchio esercitato avvertono la distinsione tra il monosillabo glia e il bisillabo Uà in Jlgliart,
jUial* ecc.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 271
nazionale e meno regionale (1). Ma è certo altresì che il conio e lo stampo,
sul quale anche i nuovi vocaboli o gli importati da altri dialetti si vanno
foggiando, è il toscano (cioè a dire per gran parte il fiorentino). Su questo
tipo toscano cooperano alla produzione linguistica più o meno efficacemente
tutti i dialetti, non rinunziando il popolo alla sua eterna potenza creatrice.
E naturalmente, a seconda di tali nuove tendenze e formazioni, come già in
antico, si va formando e fermando a mano a mano l'ortografia italiana. Ma,
quanto aWunità ortografica (2) , potranno giovare il tempo , gli scrittori e
i manuali a farla più o meno intravedere; non credo a farla raggiungere
compiutamente mai : tanta è ancora non solo la forza conservatrice della tra-
dizione, che spiega il persistere de'segni anche quando sono cambiati i suoni,
ma anche la discrepanza delle opinioni de'trattatisti o degli scrittori, i quali
talora si discostano e si discosteranno dall' uso dei più , per certa bizzarria
o anche (a che si riduce spesso l'estetica I) per certo mal gusto di affettata
e pretenziosa eleganza. Peraltro sulVuso dei buoni scrittori, che avrà sempre,
più 0 meno, per fondamento Vuso dei ben parlanti (toscani o avvicinantisi
ai toscani), si andrà ognora più concretando, senza esagerato riguardo al prin-
cipio etimologico, come pare che voglia TA., non dico la perfetta, ma la più
comune ortografia italiana.
Orazio Bacci.
(1) Nonostante che bella mèsse v'è ancora da raccogliere in questo terreno! Lo dicono i libri
dei veri studiosi e intelligenti delle ricchezze linguistiche. Chi si contenti di pescar parole in
certi giornali, in certi libri e in certe conversazioni soltanto, può credere estinta ogni toscanità.
Anche la lingua bisogna pure studiarla con orecchio pacato e mente arguta.
(2) Così intitolava, com'è noto, un suo libro, G. Rigutini (Firenze , Paggi, 1885), sul quale è
da vedere un assonnatissimo articolo di A. Straccali , nella Riv. crii, della leti, it., an. I, n» 5.
BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO
CARLO CIPOLLA. — // trattato « De Monarchia » di Dante
Alighieri e V opuscolo « De potestate regia et papali > di
Giovanni da Parigi. Estratto dal voi. XLII delle Memorie
della R. Accademia delle scienze di Torino. — Torino,
Glausen, 1892 (4«, pp. 98).
Troppo spesso il trattato Be Monarchia fu consultato e citato e ristam-
pato per ispirilo di reazione politica o religiosa. Fin dal sec. XIV , quando
più fervevano le lotte tra Ludovico il Bavaro e Giovanni XXII, afferma il
Boccaccio che quel libro divenne « molto famoso » per l'uso polemico che
ne facevano i difensori di Ludovico e del suo antipapa, onde il cardinal Ber-
trando del Poggetto lo dannò al fuoco « e '1 somigliante si sforzava di fare
€ dell'ossa dell'autore a eterna infamia e confusione della sua memoria > (1).
E quando, due secoli dopo, s'accesero in Germania le lotte dottrinali acer-
bissime contro la Chiesa di Roma, il De Monarchia fu il primo libro dan-
tesco che colà si stampasse e si studiasse, e i riformisti tedeschi non esita-
rono a riconoscere in Dante un precursore di Lutero (2); ragione questa
senza dubbio per cui quel trattatello venne posto all'indice. Nel secolo no-
stro, sedate quelle ire e risollevatosi lo spirito scientifico, si prese a consi-
derare il trattato serenamente dal punto di vista storico, agitando in ispecie
la questione cronologica, se, cioè, sia un libro d'occasione composto per la
discesa di Arrigo VII o se invece rimonti ad un periodo anteriore airesilìo (3).
(1) Sulla Teridiciià di qaeeii fktti vedi le saggie coiudderaiioni di C. Btoci , L' uUimo rifugio
di Dante, pp. 187 sgg.
(2) Cfr. ScABTAZziKi, DanU in Oermania, I, 10-14.
(3) 11 Cipolla accenna a tale questione, non pronunciandosi in merito, a pp. 6-7. Vedi per altre
notizie questo OiomaU, III, 277 sgg. A p. 72, n. 4, ossenrando quanto poca relazione tì sia tra
il De Mon. e la bolla Unam $aneiam, il C. viene a fiar Talero un noto argomento del \yittc, il
quale sostenne esaere stato composto il trattato prima dell'eiiiUo. I dubbi recenti di A. Haas in-
tomo airautenticità del libro {Qiom.^ XIX, 208) sono dal C. con piena ragione respinti (p. 6).
Uiiipetto alla questione cronologica abbiamo da dare una buona notizia. H. Qbacrrt, rendendo
conto nello Hitlorischta Jahrbuch , 1892, pp. 675-677, dello scritto dol Cipolla, afferma di aver
troTato documenti inediti , che fissano inoppugnabilmente il tempo in che fu composto il celebre
BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 273
Del valore interno del De Monarchia, del posto che tiene nelle polemiche
medievali circa i diritti dello Stato e della Chiesa, delle numerose questioni
e questioncelle che da tal maniera di considerare il trattato possono germo-
gliare ben pochi s'occuparono, e quei pochi, per motivi diversi, non com-
piutamente. Dagli storici e dai letterati sarà pertanto bene accolta questa
memoria del prof. Cipolla, che si è svolta dalle ricerche accuratissime che
egli è venuto facendo sulla politica di Dante, ricerche che gli ofirirono già
argomento ad un corso universitario e di cui per le stampe è sol conosciuto
qualche saggio.
La memoria del Cipolla è veramente lavoro egregio, pieno di dottrina e
di acutezza, quantunque la complessità somma dell'argomento e la necessità
di seguire contemporaneamente tanti filoni d'idee, e di fare continue, sotti-
lissime distinzioni, la renda talora un po' disordinata e faticosa nella lettura.
Ma questi difetti puramente esteriori sono compensati da pregi tanti e tali
nella profondità dello studio e nella novità delle vedute, che bisognerebbe
esser pedanti per farne molto caso.
Ad un sunto questo scritto si presta ben poco, perchè vi sono dette tante
cose, che il ridirle tutte condurrebbe troppo in lungo ed il trasceglierne al-
cune riesce malagevole e pericoloso. La tesi principale che esce dimostrata
dalla dissertazione presente è questa : il De Monarchia , tranne nel terzo
libro, è diretto contro il guelfismo francese e non già contro il guelfismo
pontificio. V'era infatti un guelfismo più guelfo di quello del Papa, ed era
il guelfismo francese, che negava persino l'esistenza dell'impero. Filippo il
Bello di Francia, che ne incarnava i principi, fu una delle figure politiche
che D. più odiò, giacché D., incapace d'apprezzarne giustamente l'opera uni-
ficatrice, non vide in lui che il nemico dell'impero, di quella vecchia chi-
mera, che gli uomini di pensiero sognarono e vagheggiarono tanto in tutta
l'età di mezzo (1). 11 trattato polemico del domenicano Giovanni da Parigi
difendeva teoricamente Filippo il Bello e rappresentava quindi, nella forma
più schietta, le tendenze del guelfismo francese: è questa la ragione per
cui il C. ha creduto bene di contrapporlo al De Monarchia, senza punto
credere perciò che l'uno dei due autori conoscesse l'opera dell'altro. L'anti-
tesi proveniva dalla diversità radicale delle due teorie. A fra Giovanni stava
a cuore il sottrarre la Francia dalla dipendenza verso l'impero; D. invece
combatteva il guelfismo francese non meno in nome dei diritti dell'impero
che di quelli della Chiesa (v. p. 90) ; D. costruiva una teoria politica conse-
guente, che non manca di precedenti, che non manca di ragioni poco valide
trattato. Ecco le sue precise parole: « An der Hand ungedruckter , zeitgenOssischer Ausfttrungen
« werde ich die Entstehungszeit der Monarchia , wie ich glaube , zweifellos sicherstellen und
« zeigen, dass dieselbe aus eìnem ganz bestimmten, bodipolitischen Anlass entstanden, der aber
«nicht die Eomfahrt HeinrichsVII gewesen. E.s handelt sich dabei nicbt um die
« L(Jsung einer sogenannten Doktorfrage. Der politische Entwickelungsgang Dantes und manche
« Theile der Div. Com. werden nns in neaer Beleuchtung erscheinen ».
(1) Per i rapporti ideali dell'Alighieri con Filippo il Bello non era forse male trattenersi sulla
aignificantissima rappresentazione simbolica di lui nel gigante della visione finale del Purgatorio.
Notevoli i riscontri additati dal C. tra la Commedia e la Cronaca di Giov. Villani (pp. 16-19).
Giornale storico, XX, fase. 58-59. 18
274 ^ BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO
e talora persin puerili, ma che tuttavia rivela molta forza di ragionamento
e molta altezza di pensiero. L'ideale imperialista di D. non è germanico, ma
romano, ed in ciò si distingue dal ghibellinismo vero e proprio fp. ('4). « Per
« D. l'impero appartiene a tutti e a ciascuno; per i Ghibellini invece l'im-
« pero è loro proprio, e, se si sforzano di farlo trionfare, lo fanno per ispi-
« rito di conquista. L'Alighieri non vuole né Guelfi né Ghibellini; ma aspira
« a quella monarchia universale, in cui scompaiono le fazioni, e trionfa il
« diritto dell'umanith » (p. 25).
Dopo aver richiamato le teorie politiche di S. Tommaso e di Egidio Ro-
mano, che sono dirette emanazioni della Politica d'Aristotele, il G. prende
ad analizzare partitamente i tre libri del De Monarchia^ instituendo copiosi
raffronti con le idee politiche espresse da D. stesso nel Convivio e nella Com-
meditty' non che con quelle di altri scrittori, contemporanei e succedanei, e
non perdendo mai di vista gli atti imperiali e le bolle pontificie che, diret-
tamente o no , si riferiscono ai diritti delle due grandi potestà. Mentre i
primi due libri del De Monarchia sono diretti quasi esclusivamente contro
i guelfi francesi, il terzo libro, che stabilisce i rapporti tra l'Impero e la Chiesa,
si rivolge ai guelfi pontifici. Rispetto alla donazione Costantiniana D. si mo-
stra in questa parte del trattato molto più recisamente negativo che nella
Commedia y poiché nel D. M. viene alla « negazion quasi completa della
« proprietà ecclesiastica », mentre nella Commedia < non nega alla Chiesa
« la capacità giuridica di ricevere la donazione Costantiniana » (p. 75). Sta
peraltro il fatto che nella maggiore e più notevole porzione dell'opuscolo D.
combatte il guelfismo francese, che gli sembrava più pericoloso, sostenendo
la necessità della monarchia e la romanità dell'impero. Chiesa e Stato sono
por D. due autorità che hanno « origine indipendente, e lo Stato non è una
« creazione della Chiesa, né chi regge lo Stato lo fa come vicario del papa,
« ma per virtù ed autorità propria, a lui direttamente trasmessa da Dio. Gia-
« scuna delle due società è prima nel genere suo, ed ha la propria giuris-
« dizione. Ma d'altra parte, siccome la società religiosa, di sua natura, pre-
« cede la civile, siccome gli uomini entrando a far parte della società civile
« non cessano di appartenere alla religiosa, cosi la società civile rimane in
« alcun che nella dipendenza dalla società religiosa. Né può sottrarsi alle
« leggi morali che le .sono presentate da quest'ultima » (p. 88). Teoria cer-
tamente non nuova, come può agevolmente giudicare chiunque abbia qualche
pratica dei trattati politici anteriori a D. , ma dall'Alighieri esposta , forse
per la prima volta, con conseguenza e logicità d'argomentazione, e disposta
con chiarezza intorno ad un fine supremo genialmente intuito, la tendenza
della società umana ad una grande unità. In questo avere intravveduto, « nel
« lontano avvenire, la fratellanza cristiana dei popoli » ripone il C. uno dei
meriti massimi di Dante, il quale a quel fine coordinò i principi esposti da
altri, e che a'tempi suoi si respiravano, a dir cosi, con l'aria (pp. 05 e 91). < vSe
€ gli clementi della Monarchia si possono facilmente trovare in altri libri
€ contemporanei e congeneri, tuttavia quel libro conserva l'originalità d'un
« trattato scritto con acutezza d'ingegno, con chiarezza d'esposizione, con li-
< berta di parola » (p. 92).
Questa la conclusione che scaturisce dalla bella memoria del G., in cui
BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 275
vogliamo segnalare anche un'altra parte che ci sembra rilevantissima. A
proposito del I libro De Mon., VA. cerca di stabilire se e quale concetto D.
avesse della nazionalità italiana, e nell'ardua questione procede con la mas-
sima cautela, discutendo eruditamente sul nome e sul concetto d'Ita-ia nel
medioevo (pp. 41 sgg.). Naturalmente è escluso che D. concepisse la nazione
italiana nel significato moderno. L'Italia era un vocabolo tutto ideale, che
aveva un valore puramente letterario ; nella realtà si menzionavano sempre
le varie regioni d'Italia, la Tuscia, la Lombardia, la Normandia ecc., non
l'Italia. Il concetto d'Italia era in D. stesso indeterminatissimo, quantunque
ammettesse ed affermasse la nazionalità italiana. Egli non si preoccupava
del modo di costituirla , non pensava ad un regno unito ed indipendente,
come non pensava ad una federazione di Stati. Come appare dalla invettiva
del canto di Bordello , egli lamentava specialmente il frazionamento parti-
giano, le lotte di città contro città, di fazione contro fazione: desiderava
sovra ogni altra cosa la pace, ch'era la base della sua politica, il mezzo per
cui il genere umano avrebbe potuto conseguire il suo fine. In quella sua
idealità astratta, l'Italia nazione veniva necessariamente ad essere assorbita
dall'idea più comprensiva e grandiosa dell'impero, non germanico, ma ro-
mano.
R.
G. B. SIRAGUSA. — L'ingegno, il sapere e gV intendimenti di
Roberto d'Angiò. Con nuovi documenti. — Torino-Palermo,
Glausen, 1891 (8", pp. 224).
« Far conoscere Roberto d'Angiò, non come re, non come capo di una
« parte politica, ma come filosofo, come scrittore, come mecenate », ecco
l'intento che il prof Siragusa si è proposto di raggiungere con questo vo-
lume , saggio di un più ampio lavoro sul principe angioino , che fu tanta
parte della vita politica d'Italia nella prima metà del 300. Non è questo il
luogo più acconcio ad una disamina minuta del libro; a noi basterà richia-
mare l'attenzione dei lettori su quelle parti, che hanno più stretta relazione
coi nostri studi.
Dopo avere nel primo capitolo rapidamente descritte le condizioni intel-
lettuali e politiche della società in quel primo periodo del rinascimento, che
si illustra dei nomi gloriosi del Petrarca e del Boccaccio, e toccato della
preponderanza francese in Italia, il S. raccoglie (pp. 27-30) le scarse notizie
che abbiamo sulla giovinezza e sull'educazione di Roberto per passarne poi
in rassegna le opere. 11 primo posto in ordine di tempo concede agli Apo-
ftegmi., perché vi trova minor maturità di mente, meno drittura di giudizio
che nell'altre opere del re (pp. 31-35). Non contraddiremo a questa opinione,
la quale sarà certo fondata su particolarità del testo inedito, che a noi sfug-
gono, ma osserveremo piuttosto che non perfettamente esatto ci sembra il
concetto che di quell'opuscolo s'è formato l'A. Di ricercarne proprio le fonti
276 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO
non valeva forse la pena, ma utile sarebbe pure stato un confronto con al-
cuna di quelle raccolte medievali di aneddoti e di sentenze, cui il S. ac-
cenna (p. 32) e che potevano fornirgli buoni elementi per caratterizzare giu-
stamente gli Apoftegmi. Infatti solo che egli avesse avuto fra mano il Fiore
di filosofi e di molti savi^ il Novellino^ i Conti di antichi cavalieri, non si
sarebbe maravigliato delle ingenuità, degli spropositi di Roberto (1) e pur
trovando negli Apoftegmi sentenze e racconti strani o puerili, non gli sarebbe
sorto il dubbio « se l'autore scherzasse o dicesse da senno » (p. 32), né
avrebbe chiamato la regale raccolta « una piccola sciocchezza » (p. 181),
ma piuttosto un'opera di indole schiettamente medievale, una fra le mille.
— Naturalmente il S. ammette che non di Roberto, ma di Graziuolo de' Bam-
baglioli sia il Trattato delle virtù morali, pubblicato la prima volta dal-
l'Ubaldini sotto il nome del primo (2), ma crede probabile che il cancelliere
bolognese abbia ridotto in versi quei Moralia dell'Angioino, ai quali accenna
un documento del 27 giugno 1310, ma che si sono sottratti finora ad ogni ri-
cerca (pp. 3540). — Più a lungo si trattiene il S. sui Sermoni (pp. 40-50),
l'opera di Roberto, che godette della maggior fortuna e della più larga fama,
come ci attesta il ricordo che ne fanno probabilmente Dante in un luogo
famoso del Paradiso, certamente Benvenuto da Imola nel suo commento e
Pietro Faitinelli in un verso assai noto, e perfino un poeta popolare umbro
in una laude per la festa di S. Tomaso (3). Il S. tocca delle occasioni per
le quali e del modo onde i sermoni furono composti, e pubblica in appen-
dice quello dettato e forse recitato per la pace tra' fuorusciti ghibellini di
Genova ed i guelfi (4). — Da una lettera del Petrarca {Fam.^ IV, 3) si ap-
prende che Roberto scrisse un epitaffio per la nipote Clemenza d'Angiò, e, se
vogliam prestar fede a Flavio Biondo, egli avrebbe col Petrarca collaborato
ad una Pictura Italiae^ descrizione o disegno che fosse; ma né dell'epitaffio
(1) Volendo citar qualche esempio non abbiamo che la difficoltà della scelta. Il S. rifeiiace
come caratteristiche frasi, quali le sgg. : « Homerus fait versiflcator antiqnior apud Graeeoe et
« midoris status apud eos » (p. 33, n. 1); « Alexander fuit regìs Philippi fllius » (p. 34 , n. 1)
e trova assai strano il ritratto minuzioso che Roberto fa di Omero. Ma basta aprire il Fttrt di
filosofi per imbatterai in frasi analoghe : « Pitagora fbe uno filosofo e fùe d'ano paeM, cb* area
« nome Samo », « Platone fue grandissimo savio e cortese in parole » ed in un ritratto di Socrate
che non ha nulla da invidiare a quello citato dal S. E nel Novellino Talete ò preeentato come
« uno Io quale ebbe nome Milesius Tale e fue grandissimo savio in molte sciente » e di Aris-
totele si dice ingenuamente che « fùe grande filosofo ».
(2) Il S. dice che questo trattato è « una specie di poema in volgare diviso in starne formate
« a modo delle petrarchesche » (p. 85), voleva dire alla fòggia di quelle di Francesco da Barbe-
rino, che di petrarchesco le stanze di Grazinolo non hanno assolatamente nulla, né Targomento,
né, tanto meno, il metro.
(3) Ivi è detto che per la canonizzazione del santo nel 1328 « Qiovagne papa fé '1 primo ser-
« mone E *1 sancto comandone : Paole el re Soberto ci k sermocinato » (Mohau, in Ri9. di filai,
rom., 1 , 245, ciUto dal D'Ancona , OomttmoU da Prato, negli Slttdt itOta Uttarat, ibU. d$i
primi ttcoli, Ancona, 1884, p. 127, n. 1). Sarebbe cariote veder* se firn 1 sermoni rimastici di
Roberto vi sia codesto, cui alludeva il laadeee.
(4) Un breve frammento di altro sermone era stato pubblicato dal D'Ancona, Op. eii., p. 126,
n. 3. Sui sermoni di Roberto in generale aveva fatto buone osMrvazioni N. Faraolia nell'^rcA.
ttor. ital., S. Y, voi. III (1889), p. 815, che andava rammentato anche a questo proposito.
BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 277
(pp. 51-4), né della Pictura (pp. 57-60) venne fatto al S. di trovare altre
notizie. — Un codice parigino ci ha invece conservata l'opera, pernii rispetto
storico, più importante del re, il Tractatus de apostolorum ac eos precipue
imitantmm evangelica paupertate^ opuscolo condotto secondo i metodi della
scolastica, del quale il S. considera in questo secondo capitolo la forma
(pp. 54-7), riservandosi di esaminarne più innanzi il contenuto.
Il terzo capitolo è consacrato allo studio della corte letteraria di Roberto:
qui ci passano dinanzi i filosofi scolastici, gli umanisti, i poeti, gli scien-
ziati, i giureconsulti, che ebbero relazione con lui, e sulla fine intravediamo,
per quanto la scarsezza dei documenti finora pubblicati permette, l'impulso
da lui dato all'arti belle. 11 capitolo non reca certo molte notizie nuove o
peregrine, ma merita di essere segnalato come rapida e larga sintesi atta a
porre in evidenza i principali indirizzi del pensiero, che confluivano a quella
corte. Appunto l'indole sintetica del lavoro avrebbe forse richiesta una mag-
gior copia di indicazioni bibliografiche, che servissero al lettore per appro-
fondire od estendere la cognizione de' fatti accennati. Parlando di Ubaldo di
Sebastiano da Gubbio (pp. 69-71) come non era da ripetere, neppure accom-
pagnandola con un /órse, l'ipotesi messa innanzi in qualche romanzesca nar-
razione della vita di Dante, che egli fosse figliolo di Bosone de' Raffaelli, cosi
non doveva essere trascurato uno speciale articolo di G. Mazzatinti sul Seba-
stiani e sul suo Teleutelogio (1). Giacché notava un riscontro tra un sonetto
di Guglielmo Maramaldo ed uno del Petrarca (p. 83), il S. avrebbe pur do-
vuto richiamarsi alle buone osservazioni del Torraca e agli altri riscontri
da questo critico fatti rilevare (2); e raccogliendo i giudizi de' poeti sull'An-
gioino (pp. 84-8) , non passare sotto silenzio la questione se questi, o non
piuttosto Romeo de' Popoli , sia stato adombrato da Dante in Polifemo abi-
tuato a tingersi di umano sangue il muso (3).
Più che colla storia letteraria hanno attinenza colla storia civile gli altri
due capitoli del libro. Nel IV il S., colla scorta del già ricordato Tractatus,
indaga l'opinione di Roberto nella questione della povertà allora vivamente
dibattuta a causa delle scissure dell'ordine francescano, e mostra come il
re cercasse di conciliare le due opposte dottrine e sostenesse non potersi
dichiarare eretica quella che affermava aver Cristo e gli Apostoli nulla
posseduto né singolarmente, né in comune. Nel quinto il S., fondandosi spe-
cialmente sopra l'istruzione data da re Roberto a certi ambasciatori mandati
al pontefice in Avignone , istruzione che egli inclina a credere del 1314
Cpp. xxviii-xxxii dieW Appendice) anzi che dell'agosto 1312, come voleva il
Bonaini primo editore di essa , esamina le idee del re intorno all' impero.
A questo proposito ci sembra che egli abbia considerato quella scrittura
troppo isolatamente e non abbia tenuto conto delle profonde differenze che
(1) Nell'ircA. slor. ital., S. IV, voi. VII.
(2) Studi di storia letteraria napoletam, Livorno, 1884, pp. 231-36. E qualche conto si dovea
par tenere dei dubbi del Torraca stesso sulla identità del rimatore e del corrispondente del Pe-
trarca.
(3) Egl. II. Cfr.D'ÀKCOMA, Op. cit., p. 126; Macbì-Leome, La Bucolica latina nella tetterai,
ital. del secolo XI F, P. I, Torino, 1889, p. 89 n.
278 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO
separavano il guelfismo francese dal guelfismo pontificio. Se infatti la avesse
paragonata a qualcuno degli opuscoli scritti in Francia al tempo di Filippo
il Bello, non gli sarebbe apparsa nuova affatto (p. 172) la teoria di Roberto
che dichiarava l'impero istituzione non necessaria e destinata a morire e
proclamava l'indipendenza delle nazioni di fronte ad esso (1).
Tra i documenti pubblicati neìV Appendice i più importanti sono senza
dubbio gli estratti del Tractatus de paupertate, ma disgraziatamente l'edi-
tore ha voluto attenersi con troppo scrupolosa fedeltà allo scorretto mano-
scritto, non aggiungendovi neppure l'interpunzione, che naturalmente vi manca
come in tutti i codici antichi, talché la sua edizione è riuscita quasi sempre
di difficile intelligenza, tanto più perché non avendo dinanzi il testo nella
sua integrità, non possiamo trovare un aiuto nel filo del discorso (2).
Non ostanti le mende che abbiamo nella nostra rapida corsa notato, questo
volume ci fa vivamente augurare che il S. possa con maggior agio e con più
posata tranquillità continuare i suoi studi e presentarci presto un lavoro
complessivo su re Roberto, tale che appaghi pienamente le giuste esigenze
della critica.
D. M.
BERTHOLD WIESE. — Fine altlombardische Margarelhen-Le-
gende. — Halle a. S., Max Niemeyer, 1890 (8*, pp. cxx-108).
La leggenda di santa Margherita d'Antiochia è tra le più popolari e più
care ai volghi medievali, non che a quelli del rinascimento ed ai moderni (3).
Figlia di un Teodosio patriarca, adoratore d'idoli, e, per la morte della madre,
aflBdata ad una nutrice della campagna, divenne ben presto cristiana. Oliberio
— narra In leggenda — prefetto d'Asia, la vide mentr'essa pasceva le pecore
della sua nutrice e se ne innamorò tanto che le promise di farla sua moglie,
s'ella avesse abbandonato il cristianesimo; ma, resistendo essa alle voglie di
lui e rimanendo sempre ferma nella sua fede, ei la fece rinchiudere in car-
(1) Alcani degli opascoli di scnola francese sono stati pubblicati già da molto tempo. I dne pia
caratterìirtici , il De potesUtU regia et papali di Oiovanni da Parigi e il De ortu et JSi»e imptU
di Engtaelberto di Admont furono , non ha guari , stadiali in relazione colla Monarchia dantetc»
dal prof. C. Cipolla nella eccellente memoria // trattato « De MonurcMa » di D. i. e Voputeoh
« De potestate regia et papali » di Giovanni da Parigi, Torino, 1892, uscita dopo il Toinme del
Siraguf^a.
(2) Vedi ciò che so questa edizione dice il Citolla, Op. cit., pp. 76-77.
(3) La cantarono, fra gli altri, il Vida, Poemata qnae extant omnia, Londra, 1732, t. 1], I*. Ili,
pp. 164 e 166 , inni 80 e 91 ; e Battista Maktotamo , Liber de tacris diebut , ad Leonent X,
Lione, 1516, lib. I, luglio: De eanrla Margarita. Il museo del Lonrre possiede un quadro di
Giulio romano su disegno di Baffaello , in cui la santa à rappresentata secondo il carattere tra-
dizionale attribuitole dalla leggenda. Vedi : La vie de sainte Marg%MrU» poim» imdit de Wace,
précède de Vhistoire de tee trans/ormationt et Muivi de dieeri ttxtet iUMUt» et autree et dt Ta-
nal^ee détaiUèe du mutare de eainte Marguerite par A. Jotr, Paris, Yiew^, 1879, pp. 48-55,
24 ecc. Cfir. O.-B. Catalcasblu e J.-A. Cmwi, RajfineUo, Firenze, Le Mounier, 1891, III, pp. 229-90.
BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 279
cere. Ivi, inghiottita da un dragone, col segno della croce, divide in due parti
il mostro, ch'era un demonio ; e ne atterra e calpesta un altro, di nome Ru-
fone, fratello del primo. È finalmente, dopo molti martiri, decollata, appena
quindicenne. Quasi fanciulla, dunque, figlia de' campi, destò la simpatia del
popolo, al quale fu anche molto accetta e per gli stupenda miracula che
operava e perché, vergine e fanciulla, — sostituendosi stranamente all'antica
Lucina (1), — era creduta protettrice delle partorienti. E, come tale, fu poi
sempre invocata dalle regine, dalle nobili, dalle plebee, specialmente in Francia,
sino a tutto il secolo XVU (2).
Questa leggenda, come tant'altre, venne dall'Oriente. Fin dal IX o X secolo
la troviamo nella raccolta greca delle vite dei santi di Simeone Metafraste,
con tutti i suoi particolari e le inverosimiglianze; se non che ivi la santa vien
chiamata Marina, e non Margherita. Sappiamo, però, d'altra fonte, che con
quel nuovo nome santa Margherita era venerata dalla chiesa greca (3). In
Occidente la leggenda era già divulgata un secolo prima : Rabano Mauro la
racconta per ben due volte, sotto i due diversi nomi, ai 13 ed ai 18 luglio (4).
Dei secoli X-XllI abbondano, specialmente nelle biblioteche parigine, le re-
dazioni manoscritte della leggenda latina; le quali, quantunque derivino da
un'unica fonte, posson dividersi in due categorie: una più popolareggiante,
co' particolari più strani, più inverosimili ; l'altra più scrupolosa, più critica (5).
La prima è rappresentata dal racconto di un certo Teotimo, cristiano, testi-
mone oculare, il quale assistette la santa nella carcere, le fornì il pane e
l'acqua, e vide co' suoi propri occhi — dic'egli — i combattimenti e le vit-
torie della fanciulla su i due demoni. Questo racconto, attraversato tutto il
medioevo, manoscritto, fu raccolto e stampato da Bonino Mombrizio, patrizio
milanese, sulla fine del secolo XV, nel suo Sanctuarium (6).
Dal racconto di Teotimo, quale più, quale meno, derivano tutte le traduzioni
nei volgari romanzi, in tedesco ed in inglese, in poesia ed in prosa ; e cosi
pure il mistero francese e la sacra rappresentazione italiana (7). Fra le leg-
gende scritte in uno dei dialetti della Francia, è celebre il frammento in versi
(1) Cfr. Im trierge Marguerite substituee à la Lucine antiqtte , analyse d'un poème inédit du
XV siècle par un fureteur F. S., Paris, 1885.
(2) Cfr. JoLY , Op. cit., pp. 25 sg^. Il Rabelais fa ricordare « la vie de sainte Marguerite »
da Gargamelle nei dolori del parixj {Le Gargantua et le Pantagruel , I , vi , in Oeuvres , Paris,
Didot. 1857, t. I, p. 28).
(3) L, SoBius, Vitae sanctorum, Coloniae Agrippinae, 1618, t. VII, p. 248, innanzi alla tra-
dazione del racconto di Metafraste: « Marinara qaam latina ecclesia Marg^rìtam vocat ».
(4) Acta sanctorum, Julius, t. V, pp. 24-48.
(5) JoLT, Op. cit., pp. 14 sgg.
(6) BoNiNOs MoMBBiTins, patricius mediolanensis , Sanctuarium sive Vitae Sanctorum collectae
ex codicihus manuscriptis etc. [Milano, verso il 1479], t. II, f. 103». Questo benemerito dotto,
professor d'eloquenza a Milano, mori verso il 1482. Vedi Tibaboscui, Storia d. leit: ital., Milano,
tip. Class. Ital., 1824, t. VI, pp. 465 sgg.
(7) Vedine l'enumerazione e qualche saggio in Joly, Op. cit., pp. 56 sgg., 141 sgg.; in PfcR-
copo, IV poem. sacri dei secoli XIV e XV {Scelta di curios. lett., disp. CCXI), Bologna, Koma-
gnoli, 1885, pp. Lv-Lvii nn. ; in Wiebe, pp. iv-v nn. — Il mistero francese compendiato in Joly,
Op. cit., pp. 30 sgg., 145 sgg.; la rappresentazione sacra in D'Akcona , Sucre rapprtsent. dei
secoli XIV, XV e XVI, Firenze, Le Mounier, 1872, III, 123 sgg.
280 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO
attribuito al poeta normanno, maestro Wace (HOC? — 1175?); quella, anche
in versi, in antico provenzale, nella qual lingua, a detta di P. Meyer, ve ne
sono una mezza dozzina (1); quella italiana in novenari rimati a coppia,
pubblicata dal Manni di sur un cod. dellab. Niccolò Bargiacchi, « di gran-
« dissima antichità », ora perduto di vista (2); una in 61 ottave, edita dallo
Zaiìibrini di su il cod. 157 della Universitaria di Bologna (3); una terza,
anche in ottave e poco differente dalla precedente, in una antica stampa
della Gasanatense (4); una quarta, finalmente, in dialetto abruzzese, in istrofe
quadernarie monorime di endecpsillabi, edita dal Pèrcopo, di su il cod. Xlll.
D. 59 della Nazionale di Napoli (5).
Se non che il poemetto pubblicato dal Manni si trovava anche in altri
codici, e in un dialetto a bastanza diverso da quello del cod. Bargiacchi, nel
quale il volgare è interamente toscanizzato. Questi nuovi codici, in numero
di quattro, erano già stati indicati dal Pèrcopo (6), l'oxford. 54 (prima metà
del sec. XIV): il mare. XIII (sec. XIV); il viennese 2661 (sec. XV) della bi-
blioteca imperiale; l'ambrosiano 95 — e non 45, come ha il Pèrcopo, che
segue il Quadrio (7), — scritto nel 1429. Su questi codd., aggiuntivi altri
tre: i marciani ci. ital. IX, nn. 453 e 142 ed il riccard. 1472, il primo ed
il terzo del sec. XIV, il secondo del XV, ha stabilito l'edizione critica di
questa parafrasi in antico dialetto lombardo della leggenda latina, il pro-
fessore Bertoldo Wiese (8).
L'autore del poemetto si rivela in sul principio: e fu un
Munego... d*ana baia,
De la pia bella che mai sia, ...
De la cita... de Plaxen^a (9).
(1) Romania, IV, 482.
(2) Vite di alcuni santi scritte nel buon secolo della lingua toscana , Firenze , 17S4 , toU. 4;
III, pp. 142-156.
(8) Ma il WiBSE, p. xh, ne indica anche una stampa , del sec. XV, dì 4 ff., senta titolo nel-
l'Ambrosiana (S. 2. 2. III. 53). Ha anche 61 ottave e delle buone rarianU.
(4) Segn. 0. II. 106. Vedi Molteni , G^ort^. di fil. rom., II , 90 sgg. Ma anche di questa il
Wiese ricorda un ms.: cod. 0. IV della Riccardiana (Lami, Catalogus, p. 284).
(5) JV poem. sacri cit., pp. 147 sgg. Ed anch'essa ha probabilmente per fonte il racconto di
Teotimo: cfr. Wiksk, p. xxxix.
(6) 1 V poem. sacri, p, xlix n. : « Si conoscono , ancora , altre leggende su s. Margherita in
« versi , ancora inedite , in tutto simili , per il contenuto , a quella del Manni, ma in altri dia-
« letti » ecc. ecc.
(7) Della Storia e della Ragione, VI, 868. Il Quadrio indica anche alle pp. 860, 509 qael cod.
col n. 45, mentre alle pp. 209, 248 dà l'esatta indicaxione (n. 95). Cfr. Wusb, p. ti n.
(8) Quando il suo libro era quasi tutto stampato, il Wieise venne a conoscenxa di altri tre mas.
contenenti l'istesso poemetto lombardo. Dalla pubblicazione di F. Spbnub, Lafiede Saint» Mar-
guerite, an Anglo-Norman tersùm of the Xlllih Ceniurp etc.[LipBÌa, 1889, p. 88] seppe Ped-
stenza del ms. Harleian 5847 (sec. XIV , fine). Il Salvioni gli additò il ms. trivulsiano 98
(seconda metà del XIV sec. e. non del XV , come voleva il Poreo , CataL dei codd. mss. dMa
TrivulM., p. 258; sul quale vedi anche la Zeitsch. f. rom. Phil., XV, p. 489). Finalmente trovò
ricordato dal Budini {La Passione e Risurresione, in Stwdj di fil. rom., l, 271), di su appunti
del Rajna, il cod. 7, 1, 42 della bibl. Colombina di Siviglia. Del secondo di questi tre codd. il
WiBSB istesso ha notate le differente e le varianti in conflronto delia sor edix., ndla Z*U$ck. f.
rom. PML, XVI, pp. 230-240 {Die triruUianieche Handsckrift der Margaretken-lÀgmd*).
(9) Vv. 7-8, 10.
BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 281
Adopera, dunque, il volgare lombardo di Bonvesin, e Tistesso metro del La-
mento d'una sposa in dialetto padovano, del libro di Uguccione da Lodi, del
Renart veneto, delle Rime genovesi: i novenari — sono 1094 — uniti a coppia
dalla rima o dall'assonanza. Quanto al contenuto, anch'egli si mantiene molto
fedele alla più popolare redazione latina, al racconto, cioè, di Teotimo: se
non che, qua e là, ora abbrevia ora allarga, ora aggiunge, ora sopprime qual-
cuno degli episodi. Quello del diavolo nella prigione (vv. 651 -886 j è, per
esempio, in confronto del testo latino, accennato alquanto brevemente; mentre
se ne allontana un po' nel descrivere il dolore della nutrice di santa Mar-
gherita (vv. 661-678).
Il W. fa precedere al testo critico del poemetto una larga introduzione;
e gli fa seguire un elenco minuzioso delle varianti linguistiche che offrono
gli otto codici cit. ; mentre le varietà lessicali son da lui disposte, accura-
tamente, a pie del testo critico della leggenda. Neirintroduzìone , ripubbli-
cata diplomaticamente, dalla vecchia e rara stampa del Mombrizio , la vita
latina della santa (pp. vi-xvin); il W. passa ad esaminare minutamente le
relazioni di dipendenza fra questa ed il poemetto lombardo (pp. xviii-xxxix);
e addita anche qualche somiglianza fra la stessa redazione latina e le citate
poetiche leggende negli altri dialetti italiani; ricerca le fonti di quelle in
prosa, pubblicate dal Manni e dal Ceruti, e della sacra rappresentazione, pub-
blicata dal D'Ancona (pp. xxxix-il); descrive ed esamina i codici, di cui si
è servito (pp. il-lxviii); e studia finalmente, dal lato fonetico e morfologico,
la lingua; poi la metrica del poemetto (pp. lxviii-cxviii). Alcune annota-
zioni lessicali sulle voci più difiìcili e più dialettali; alcune osservazioni e
discussioni su lezioni accettate nel testo critico, chiudono l'accuratissima (1)
pubblicazione del \V.; la quale, ci pare, arrecherà non piccol vantaggio agli
studi linguistici degli antichi dialetti dell'Italia superiore, come alla nostra
letteratura poetica dialettale del periodo delle origini un non disprezzabile
contributo.
E. P.
\
(1) Poco accurata, veramente, soltanto la punteggiatura. Molti vv. mancano affatto di segni;
altri molti non li hanno esatti. I gruppi tul, sii, mei starebbero meglio sciolti {tu 7 ecc.), e cosi
un possame (vs. 708), certamente: possa me. Apostroferei voi (vs. 'i4j = voio. De (vs. 55) = Deo,
come quasi sempre fa il W. Leggerei plaximent e ti il patiment del vs. 155 ed il li del 191 (que-
st'ultimo, probabilmente, errore di stampa). Con l'aiuto di qualche cod. leggerei pò il questo del
V8. 321 :
E s' tu no fai questo ch'eo te digo;
e così sera invece di firà, nel 613:
E cura quella firà portata.
Muterei il cenere in rima con menbre (vv. 863-864) in cenare, avendo presente il gendro dei Mo-
num. antichi. Finalmente nel secondo di questi due vv. (218- 19j toglierei il Vis quei, già com-
preso nel dir del precedente:
Sì comen^à a spiar e dir:
Di» quel: Que avi vu fat, or mei dì.
282 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO
NABORRE CAMPANINI. — Lodovico Ariosto nei prologhi delle
sue commedie. Studio storico e crilico. — Bologna, Zani-
chelli, 1891 (8«, pp. vi-214).
SIEGFRIED SAMOSCH. — Ariosto als Saliriher und italienische
Portrails. — Minden in Westf., Bruns, 1891 (8% pp. xii-200).
11 libro del Campanini ha i pregi di tutte le cose sue: finezza di osserva»
zione, gusto d'arte, metodo buono e serio, forma elegante, talora anzi fin
ricercata. L' indagine storica preparatoria non si sottrae a qualche cen-
sura. Anzitutto il G. ebbe la mala ventura di non potersi giovare della se-
conda edizione delle Origini del D'Ancona , che tanto s'avvantaggia sulla
prima ; e fu certo non piccolo danno. Su questioni laterali, che pure hanno
importanza per dar rilievo alla storia del tempo, le informazioni dell'A. sono
incompiute ; vedasi, per es., la nota 2 di p. 121 sul Petti (non Felti^ che è
un errore spesso ripetuto). La rappresentazione urt)inate della Calandria
egli ripone ancora (p. 32, n. 2), seguendo un equivoco ormai vecchio, tra il
1504 ed il 1508, mentre anni sono il Vernarecci pose in chiaro ch'essa ebbe
luogo il 6 febbr. 1513, notizia ripetuta in questo Giornale, XII, 406, e poi
dal Gaspary e dal D'Ancona. La falsa opinione dell'A. intorno al tempo in
che la commedia del Bibbiena sarebbe stata rappresentata la prima volta,
ha poi (p. 43) male conseguenze nel ragionamento ch'egli fa sulla composi-
zione della Cassaria. Materiale inedito nel libro non n'è utilizzato, quando
se ne tolga un brano di dispaccio d'oratore veneto a Roma intorno alla re-
cita dei Suppositi (p, 93), e qualche accenno a testi della Vaticana,
Ciò premesso, constatiamo cor soddisfazione che il libro è utile e deplo-
riamo solo che il C. , anziché fermarsi ai prologhi , non ci abbia dato uno
studio compiuto sulle commedie ariostesche. In questo caso avrebbe certo
fatto opera eccellente e la trattazione dei prologhi si sarebbe potuta con-
densare, sopprimendo certe notizie accessorie e certe lungaggini, che nel vo-
lume attuale non mancano. Ma passiamo ad esaminarne brevemente l'ordine
ed i risultati.
Discorre anzitutto il C. della fortuna del teatro in Ferrara, che ebbe tanto
incremento per opera di Ercole I e di Alfonso (1); poi si trattiene sulle
commedie dell'Ariosto e lamenta che i prologhi di esse, « incarnazione dram-
< matica » dal sentimento personale del loro autore, non siano stati finora
considerati abbastanza. E qui il G. studia molto bene le vicende del prologo
(1) Le notizÌA sulle recite ferrarv» dei fortunatissimi Menécmi (pp. 4-ò} potraoDO or» «nere
completate col D'Ancona. Crediamo si ignori che una copia di quella commedia Isabella d'Eite
ebbe in prestito appunto dall'Ariosto, al quale la riroandara il 27 febbraio 1529, co^ scriren-
done ad Alberto Bendidio: « Qna alligata barerete la comedia de li Meoectaini , che hebbimo
« essendo in Ferrara da mess. Ladorico Ariosto. Vi pregamo a fkrglila bavere perebò sapemo
« ch'el ni sta con aspettatione ».
BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 283
nelle commedie greche e latine (1), e mostra come con Terenzio esso venisse
svincolandosi sempre più dall'azione, tendenza che alcuni commediografi del
Rinascimento seguirono e svilupparono. L'Ariosto è ne' suoi prologhi origi-
nalissimo, e vi rivela quelle sue elette qualità di artista e d'uomo di mondo,
che rendono cosi gustose le sue satire.
Venendo a' particolari, l'A. esamina anzitutto il prologo della prima reda-
zione della Cassarla, il quale ha qualche somiglianza con quello dell'An-
dria di Terenzio, ma ne differisce pel modo come tratta soggettivamente
questioni d'arte. In quel capitolo in terzine, premesso ad una commedia al-
lora stesa in prosa, l'Ariosto offre al pubblico il suo programma di comme-
diografo. Qui l'A. è tratto a discorrere della cronologia della Cassarla, che
giustamente crede rappresentata la prima volta nel 1503 (2). E parla pure
della questione, ormai poco questionabile, della stesura prosaica delle com-
medie ariostesche , concludendo ragionevolmente che solo la Cassarla ed i
Suppositi furono la prima volta scritte in prosa. Il G. si fonda particolar-
mente , per provar ciò , sul carteggio che l'Ariosto ebbe , a proposito delle
sue commedie, con Federico Gonzaga e col Calandra (pp. 38-41) e interpreta
i:on acutezza la risposta del poeta (5 aprile 1532) al novello Duca , quando
questi gli rimandò le sue commedie perchè scritte in versi (3), Senza dubbio
gli sarebbe giovato il conoscere precisamente la risposta del Duca all'invio
dell'Ariosto (4), risposta che ha la data 25 marzo 1532, e che trovasi nel-
l'Archivio Gonzaga, libro 304 del Copialettere di Federico. La mise in luce re-
centemente il D'Ancona (5). Loda il Gonzaga le commedie e la sollecitudine
dell'Ariosto nello spedirgliele, ma dice che a lui « non piace de farle reci-
« citare in rima », e ciò non già perchè non riconosca che « questo modo...
« è veramente de maggior arte e scienza », ma perchè « nel recitar pare
« non reuscisca come fa la prosa ». Chiede quindi « le due ultime », se le
ha, scritte in prosa (si tratta del Negromante e della Lena) e la Cassarla
pure in prosa, ma « reconcia e mutata com'è questa in versi ».
Buono assai è quanto il C. osserva sul prologo dei Suppositi in prosa
(1509). Quel prologo è prosaico esso pure, contro ogni consuetudine dell'A-
riosto. All'orecchio esercitato del C. non isfuggì peraltro come vi fosser
dentro de' versi e degli emistichi, ond'egli ne concluse che originariamente
dovesse essere versificato, e che a quel modo la riducessero i recitatori, che
rubarono le prime commedie all'autore e si permisero di farle stampare senza
il suo consentimento. Riprova di ciò è una riuscitissima ricostruzione versi-
ficata di quel prologo, che l'A. ci offre a pp. 68-69. Il prologo dei Suppositi
sarebbe quasi l'anello di congiunzione tra l'uso del ternario e quello dei versi
sdruccioli, tanto graditi all'Ariosto, perchè gli arieggiavano l'andatura del
(1) In questa parte ci paiono soverchie le note alle pp. 22 e 24, in cui l'A. viene a dirci
quando vissero Plauto e Terenzio, e quali commedie di essi ci sono rimaste.
(2) Il dubbio, sorto per un equivoco, che la Cassaria fosse messa in scena già nel 1502 (p. 45),
è pure risolto in D'Akooka, Origini^, II, 135, 384. Kon la Cassaria, ma la Casina si rappre-
sentò allora in Ferrara.
(3) Vedi la 3« ediz. Cappelli delle LeiUre di Lod. Ariosto, pp. 295-96.
(4) Tale invio fu accompagnato dalla lett. 18 marzo 1532, che nell'epistolario è a p. 291.
(5) Origini^, II, 432 n.
284 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO
verso comico latino. Passando poi al contenuto di quell'importante prologo,
si ferma l'A. sui bisticcio sodomitico del principio, la cui indecenza non
poteva certo essere tollerata se non nelle Corti corrottissime del primo cin-
quecento, e poi passa ad occuparsi dell'imitazione de' drammi classici nella
commedia cinquecentista , dicendo cose acconcie , se non nuove. Sul sog-
getto del bisticcio sodomitico ritorna poi l'A. nel discorrere del secondo pro-
logo ai Stippositi^ che fu recitato alla presenza di Leone X in Roma nel
1519, e molto bene spiega come una aggiunta posteriore l'ironica allusione
ai sonetti lussuriosi dell'Aretino ed alle disoneste figure di Giulio Romano,
incise dal Raimondi.
In due speciali capitoli tratta il G. dei due prologhi al Negromante^ il
primo scritto per Roma (1520), il secondo acconciato agli usi di Ferrara
(1530). Troppo ampio è forse il riassunto dei rapporti dell'Ariosto con papa
Leone e troppo diffusa la ripetizione di fatti notissimi intorno alla corru-
zione morale di que' tempi: notevole invece quanto osserva l'A. sulla deno-
minazione di « nuova » che a quella sua commedia diede il poeta, denomi-
nazione che si riferisce all'essere essa una delle prime commedie di carattere
(pp. 128-39;. Alla Lena, produzione molto turpe, premise dapprima (1529)
mass. Ludovico un prologo onesto, ma poi (1531) non si peritò di fornirla
d'uno a-ssai lubrico, tutto a doppi sensi. Nel primo di questi prologhi è raf-
figurala una scena di comici nel vestiario, ciò che induce l'A. a dir qualche
cosa dell'Ariosto come allestitore di spettacoli scenici (pp. 153-54). Ai docu-
menti conosciuti (1) non sarà forse male aggiungere in proposito il seguente,
che non ci sembra d'aver trovato a stampa. Il 25 febbraio 1532, rispondendo
a Girolamo da Sestola, che riferiva intorno agli spettacoli drammatici tenutisi
in quel carnevale in Ferrara. Isabella Gonzaga accennava che qualche sol-
lazzo teatrale erasi avuto anche a Mantova; ma certo non tale da reggere
al confronto delle sontuosità ferraresi: «Noi ancora havemo fatte due com-
« medie, ma non recitate con quel bon modo che seria convenuto, né come
« di ragione devono essere state le vostre, per il governo che ne deve haver
« havuto mes. Ludovico Aiiosto, al quale non si trova hogi di pare alcuno
< in cosi facto cose ». L'elogio d'una tal donna, scritto cosi spontaneamente
ad un terzo, quindi non richiesto dalla cortesia, fa certo molto onore alla
valentia di Ludovico come maestro di scena. La sua quinta commedia, la
Scolastica, rimase, come si sa, incompiuta ed ebbe completamento, dopo la
morte dell'autore, dalla pietà famigliare di Gabriele suo fratello e di Virginio
suo figlio. L'opera di Virginio non giunse sino a noi: ne rimase solo il pro-
logo, inferiore a quello di Gabriele. La Scolastica che noi abbiamo è quale
la completò quest'ultimo. Il C. chiude con la pubblicazione di questi due pro-
loghi il suo libro veramente inij^rtante, sebbene un po' prolisso nel narrare
particolari risaputi dagli specialisti.
(1) Non 8i trascurino quelli pubblicati da B. Foktam , nella Renata di Frimcia,
pp. 151 sgg. Sembra che di esai il C. non abbia arato noti sia , altrimenti se ne sarebb* Miriti
nel discorrere del prologo alla Cassaria in versi. Quel prologo sqoisitiKÌmo, in cui sono allusioni
tanto argute a particolari di costume, poteva forse utilmente essere meglio lumeggiato con qual-
che riscontro.
BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 285
Perchè, se non c'inganniamo, il volume del G. è di quelli che gli specia-
listi ricercano e leggono, non già un'opera di divulgazione. Opera invece di
divulgazione intese fare evidentemente il sig. Samosch , nello scrivere del-
l'Ariosto poeta satirico in un suo volumetto miscellaneo, ove sono tre saggi
su romanzieri italiani d'oggidì, oltre ad una prosetta su Torquato Tasso e
ad un'altra su Giacomo Leopardi. A prima giunta si crederebbe che il S.
avesse in animo di porre innanzi a' suoi lettori lo spirito satirico di mess. Lu-
dovico, quale si svolse con tanta finezza nelle commedie, nelle mirabili sa-
tire e in qualche luogo del poema. Ma nulla di tuttociò. Con una superfi-
cialità singolare, egli esamina le relazioni dell'Ariosto con gli Estensi suoi
signori, tracciando di questi ultimi un gran brutto ritratto , senza rendersi
ragione delle molte contraddizioni che racchiude la vita complessa del Ri-
nascimento. Rifa quindi in poche pagine la biografia del poeta ed espone
sommariamente il soggetto del Furioso^ fermandosi su quelli episodi in cui
crede di meglio scorgere l'ironia ariostesca. A proposito della quale non gli
cade neppure in pensiero di studiare quali diversità presenti il modo di trat-
tare temi cavallereschi dell'Ariosto da quello dei poeti epici italiani che lo
precedettero, argomento non nuovo, ma che può ancora prestarsi ad utili
considerazioni. Ed in uno scritto destinato ad illustrare un poeta quale sa-
tirico, accade il curioso caso che delle sue satire appunto si taccia! Strano
tanto più in quanto che su quei bellissimi componimenti, cosi pieni di buon
senso, di vita vissuta e d'arguzia, ci sarebbe ancor oggi da fare uno studio
definitivo approfondito, che ne esaminasse la genesi, ne commentasse tutti
i particolari, li ponesse al loro vero posto nell'attività artistica e letteraria
multiforme di quell'età portentosa in cui furono dettati. 11 S. non intese per
nulla l'attraentissimo tema che avea per le mani: il suo scritto è d'una ba-
nalità così piatta e così melensa da non servire a nessuno; neppure al pub-
blico tedesco , giacché un paese , che ha già avuto una così lucida sintesi
intorno all'Ariosto qual'è quella di Ugo Schuchardt (1) e le belle pagine che
consacrò più di recente alle opere di lui A. Gaspary, non ha bisogno dav-
vero di sentirsi ripetere ora codesti imparaticci. Del resto , non è la prima
volta che il Giornale nostro si occupa del sig. Samosch (2), e pur troppo
le osservazioni severe cui fu oggetto un altro volume di lui dovrebbero ri-
petersi qui, rincarando la dose, come vuole la legge, per la recidiva.
R.
ETTORE VERGA. — Saggio di studi su Bernardo Bellincioni
poeta cortigiano di Lodovico il Moro. — Milano, Coopera-
tiva editrice italiana, 1892 (16^ pp. 120).
Di Bernardo Bellincioni il secolo XV ci aveva tramandato una raccolta di
rime abbastanza copiosa, allestita e stampata a Milano subito dopo la morte
(1) Vedasi il voi. Romanisches und Kellisches, Berlin, 1880. Cfr. Giornale, Vili, 452.
(2) Giorn., VI, 284.
286 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO
di lui: nuH'altro, onde quelle rime, alle quali toccò a' di nostri l'onore di
una infelicissima reimpressione, non potevano avere altro commento all'in
fuori di quello fornito dalle loro scarne didascalie e dalla storia generale
del tempo, ed erano insieme unica fon .e alla biografia del poeta. Soltanto
in questi ultimi anni — che il secolo passato, se si prescinda da un docu-
mento fatto conoscere dal Tiraboschi, nulla di preciso e di esatto aveva
saputo scovare — una serie di fortunate ricerche, tutte forse intraprese — ci
piace notarlo — per più vasti ed importanti soggetti che il B. non sia, ri-
schiarò di luce inattesa questa figura, ce la presentò non piìi isolata, ma
connessa a gruppi di altre figure , ai quali dà e dai quali riceve nuova e
più viva espressione, ci lasciò intendere e motivi e significato delle rime,
determinò il grado di attendibilità dell'antica raccolta. Bell'esempio di ri-
cerche minute, che, collegandosi fra loro, concorrono alla ricostruzione vera
della vita di un uomo ed insieme alla retta interpretazione delle sue opere.
Al tirar dei conti il B. sarà sceso da quello scanno ove la mole del suo vo-
lume, accresciuta da un benevolo e non oculato amico, lo avea collocato:
tra quella folla, ove, dopo averlo studiato come un elemento di essa, lo lan-
ceremo, ci si farà notare solo perché più ciarlone di qualche altro; ma ci
dorremo di tal risultato? No certo, tanto meno poi se penseremo che le
vicende della sua vita, or poste in luce, non mancano di utili ammaestra-
menti su certi nessi ideali, che congiungono le corti del settentrione d'I-
talia col circolo fiorentino nell'ultimo trentennio del Quattrocento.
Tirare appunto i conti di quelle ricerche, riassumerle, coordinarle e con
qualche osservazione integrarle ha voluto il sig. Verga nel presente libretto,
intitolato Saggio non sappiamo davvero perché. Egli è ben informato della
letteratura del suo argomento e se ne serve con ordine e con garbo, in ge-
nerale saviamente discernendo ciò che è più da ciò che è meno importante
al suo intento , che è quello di delineare il carattere del poeta. Perciò di
qualche lieve omissione non lo chiameremo certo in colpa (1), anzi gliene
faremo un merito, poiché in lavori di sintesi più che nell'abbondanza il
pregio sta nella buona scelta dei fatti e nell'equilibrio delle parti. E queste
lodi crediamo di poter dare ai tre capitoli essenziali del lavoretto (H. Vtto,
carattere, relazioni'. III. Poesie politiche', IV. Poesie burlesche), nei quali
il disegno prestabilito colle sue proporzioni rimane sempre presente all'au-
tore e lo protegge dalla facile tentazione di indugiarsi a lungo su altri poeti
(1) Tra' poeti tartassati dal Beltincioni dovette essere anche quello, ostinatamente anonimo,
che riempì di sae rime il cod. Maro. It. Zan. LXIV (cfr. quotato Giornale, XII, 432, n. 2): il V..
per dimenticanza o, come pnò far credere la nota a p. 90 di proposito, tralascia di ricordarlo tra
i nemici del B. e fìi bene: non ne yalera la pena. Bnona ò pare la scelta delle poesie politiche
commentate. Biasimevoli, quantunque di poca entità, sono invece certe inesattezte e distrazioni,
specie nello citazioni: per es., il Rossi non pubblicò la lettera del Bellincioni a Lucrezia Torna-
buoni (p. SO), ma solo parte di essa; dove sia stampato l'articolo del Flamini Pitici o BtUin-
eionit {Propugnatore, N. S., II, ii, fase. 10), cui accenna a p. 39, il Y. non dice; a Vitt. Rosfì
attribuisce indebitamente (p. 74 , n. 2) un cenno bibliograflco inserito anonimo in questo (?ior>
naie, IX, 319 sgg.; per Matteo Franco doveva rinviare allo speciale lavoro del Volpi in questo
Oiornalt, XVII, 2'29 sgg., anzi che ai magri cenni del Qaspary. Sono inMie, ma perché rinun-
ciare alla precisione, quando essa non costa che poca fatica?
BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 287
politici contemporanei al R., o di tentare una storia della poesia burlesca:
digressioni, che sarebbero certo state gradite al lettore, ma che avrebbero
avuto l'aria di un piedestallo ciclopico sottoposto ad una statuina di alaba-
stro. Nella quale però non possiamo dire che il V. abbia scolpito un'imma-
gine in tutto fedele e compiuta dell'originale : qualche particolarità gli è
sfuggita, che ben poteva apparirgli anche dalla distanza onde egli la osser-
vava, qualche linea ha appena grossamente sbozzato, qualche altra invece
soverchiamente accarezzato.
Citiamo alcuni esempi. Da una lettera del 3 agosto 1491 in parte pubbli-
cata dal Dina (1) si apprende che era allora a Milano un tale che diceva
« in rima ad concorrenza del Bellinzone » e che si desiderava fossero tutti
e due mandati a Pavia, affinché la duchesssa Isabella ne prendesse « novo
«piacere». Qui, o ci inganniamo, appar manifesta la qualità di improvvi-
satore che il B. aveva comune con altri suoi colleghi in Parnaso, qualità,
di cui il V. non avrebbe dovuto trascurar di fare almeno un cenno. — Come
nelle poesie burlesche egli ha giustamente notato l'influsso dei precursori,
la continuazione di una tradizione già vecchia, cosi in altre rime andavano
segnalate le traccio di studi petrarcheschi (2) , studi che ci spiegano forse
come il prosatore faticoso , involuto , sgrammaticato riesca rimatore facile,
non sempre disadorno , talvolta efficace. — Un punto ancora oscuro nella
vita del Bellincioni è quello che riguarda le relazioni di lui colla società
ferrarese : vi accennano i suoi sonetti a Timoteo Bendidio e al Tebaldeo e
quello per la recita deìV Anfitrione di Pandolfo CoUenuccio, ch'ebbe luogo
a Ferrara il 26 gennaio 1487. Ora il V. è stato pago a ripetere (p. 47),
nemmeno compiutamente, congetture fatte da altri per incidenza (3), mentre
avrebbe dovuto tentare di risolvere la questione mediante un esame accu-
rato di quelle rime, seppure l'Archivio- di Modena non gli fosse potuto ve-
nire in aiuto. Ma intento a semplicemente riassumere e coordinare l'opera
altrui, non badò quasi mai a compire il lavoro analitico là dove questo era
manchevole. — Abbiamo detto la figura del B., quale fu tratteggiata dal V.,
in qualche parte troppo accarezzata e volevamo alludere alla soverchia be-
nignità, colla quale egli ne giudica il carattere morale e che contrappone
alla forse eccessiva severità di altri giudizi. Il B. non fu moralmente dissi-
mile da tanti altri poeti ed umanisti suoi contemporanei o di poco anteriori,
per i quali l'esercizio della poesia fu un lucroso mestiere. Non sappiamo
come il V. abbia potuto asserire che nell'adulare e nel difendere il Moro,
Bernardo « fu guidato non da un sentimento basso e servile , ma da una
« profonda e sincera ammirazione per l'ingegno altissimo e per le straordi-
« narie attitudini politiche di quel principe » (p. 105). Le rime ci attestano
()) Arch. star, lomb., XI (1884), 781 n.
(2) Vedi per es., le due quartine riferite a p. 58. Il primo verso della prima è calcato sul primo
di una famosissima canzone del Petrarca (0 aspettata in ciel). Qualche considerazione meritavano
anche le composizioni drammatiche del Bellincioni , che il V. trascura affatto (solo un cenno a
p. 31, n. 1 ed a p. 71, n. 2).
(3) Lozio-Rbkieb, Del Bellincioni, estr. àilV Arch. stor. lomb., XVI (1889), fase. 3, pp. 11
e 14-15 n.
I
288 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO
largamente che il poeta adulò, difese, servì lo Sforza, ma non ci dicono il
motivo di queste adulazioni, di queste difese, di questi servigi, e noi, fino
a che sia provato il contrario, crederemo di non errare vedendolo nell'inte-
resse. Ma qui, sulla fine del terzo capitolo, VA. si è lasciato prender la mano
dal desiderio di una chiusa efficace, desiderio che forse l'ha pure indotto a
finir male l'opera sua modesta (p. i20), a coronarla cioè con certe conside-
razioni generali sulla poesia aulica del sec. XV, che, quantunque giuste, non
sono proporzionate ad un lavoro esclusivamente dedicato alle rime del Bel-
lincioni, arricchito appena di qualche rado riscontro.
Assai meno felice dei tre capitoli, dei quali abbiamo finora parlato, è il
primo. La corte letteraria di Lodovico il Moro dal 1481 al 1499. Qui la
materia abbondava, molti e vari erano i fatti da mettere in evidenza, diffi-
cile quindi la scelta fra essi , difficile il loro ordinamento , tanto più che,
dato il piano del lavoro, non poteva, né doveva il V. consacrare a questo ca-
pitolo introduttivo spazio più ampio di quello che gli ha consacrato. E ne ha
fatto un'enumerazione di nomi e di opere né compiuta, né esatta, che non
riesce davvero a dare un'idea del movimento letterario lombardo, in mezzo
al quale ebbe a trovarsi il B. , un quadro mal equilibrato nelle sue parti,
formicolante di errori di prospettiva. Specialmente là ove il V. tratta dei
poeti volgari, alcuni buoni lavori recenti lo hanno, sì, largamente aiutato,
ma insieme traviato. Assolutamente inopportune sono le particolari notizie
di manoscritti (v. pp. 22, 25, 29, 30) in un lavoro sintetico, ove sarebbero
bastate le citazioni delle fonti stampate ove quei codici sono studiati, come
ingiustificata è la preferenza data ad alcuni personaggi in confronto di altri.
Gaspare Visconti certo è figura cospicua del gruppo letterario sforzesco, ma
perché concedere a lui e alle sue rime l'onore di una trattazione abbastanza
minuta (pp. 224) e d'altra parte degnare appena di uno sguardo Antognetto
Fregoso, i cui poemi — facilmente accessibili a chi può fare studi a Milano
— sono per molti rispetti notevoli t E perché soffermarsi a lungo su Ga-
leotto del Carretto (pp. 25-6) e nominare appena Baldassare Taccone? (p. 30).
Certo nel gran quadro della storia letteraria italiana dell'ultimo quattrocento
vuol assai più luce il primo che il secondo , ma nell' episodio sforzesco di
quel quadro assai più il secondo che il primo, perché le relazioni di questo
colla corte lombarda ci sono attestate soltanto dalla sua corrispondenza poe-
tica col Visconti, da due suoi sonetti sul Moro e da qualche magro accenno di
documenti (1 ), laddove del Taccone sappiamo che visse lungamente a Milano,
che compose un poemetto per le nozze di Bianca Sforza, che a Milano fece
rappresentare tre sue composizioni drammatiche (2). Ma più che agli uomini,
il V. avrebbe dovuto in quel suo primo capitolo badare ai generi letterari
fiorenti, alla corte del Moro, alcuni dei quali peculiari o quasi all'Italia set-
tentrionale, opperò atti mirabilmente a disegnare il carattere della letteratura
(1) G. GiKBLu, Ritm t UtUrt itud. di 0. M Carrttto • UiUr» di habtUa 4* A<»
Torino, 1886 (nozze Amosso- Bona), p. 14.
(2) Dae, VAUeont ed un* egloga , sono a stampa nel ben noto opuscolo del Barìola, che il Y.
par cita, probabilmente senza averlo Tedato; la terza è la Danat, che fki pubblicata per nozze
dallo Spinelli nel 1888 (cfr. questo Oiomal», XI, 317) e che rimase ignota al V.
BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 289
sforzesca. Su di uno sfondo, cui avessero fornito i colori la storia della poesia
politica, burlesca, adulatoria, pastorale, drammatica anzi che la storia della
vita 0 la bibliogratia del Visconti, di Galeotto, del Pistoia, la figura del Bel-
lincioni avrebbe acquistato maggior rilievo, sarebbe apparsa più luminosa.
V. R.
ANGELO SOLERTI. — Appendice alle Opere in prosa di Tor-
quato Tasso. — Firenze, Successori Le Monnier, 1892 (16°,
pp. 457) (1).
A compiere e in qualche parte rettificare l'edizione delle prose del Tasso
con grande amore curata dal compianto Cesare Guasti , il prof. Solerti ha
raccolto in questo voi. della Biblioteca Nazionale dei Le Monnier scritture
inedite o rare dell'infelice poeta sorrentino, correzioni ed aggiunte che le
sue lunghe e fortunate ricerche gli hanno mostrato necessarie al lavoro
del Guasti.
L'attenzione di chi prenda a sfogliare questa Appendice è naturalmente
attratta in modo speciale da un dialogo inedito (pp. 107-157), che svolgendosi
intorno a due questioni ardenti nella seconda metà del secolo XVI, la pre-
cedenza fra il re di Spagna e il re di Francia , la precedenza tra il gran-
duca di Toscana e il duca di Ferrara, forma, secondo il S. (p. 109), in una
coi due dialoghi ben noti Della Nobiltà e Della Dignità, una vera e pro-
pria trilogia. Nessun dubbio che strette relazioni intercedano fra i tre com-
ponimenti : basti per ora ricordare l'identità degli interlocutori. Agostino
Bucci ed Antonio Forni; ma il S. non avrebbe dovuto trascurare di deter-
minarle piy precisamente e più chiaramente. Nel nuovo dialogo il Bucci
dice, che tra le ragioni di precedenza « quella della nobiltà fu considerata
« nel primo ragionamento e fu detto che la nobiltà d'Austria era maggiore »
(p. 115), ciò che richiama, osserva il S. , quanto precisamente è affermato
nel dialogo Della Nobiltà. E sulla fine di questo è rammentata la stagione di
carnevale, nella quale è posta la scena, laddove Agostino Bucci al separarsi dal
suo interlocutore alla fine del dialogo Della Precedenza se ne va alla staz-
zane: s'era dunque in quaresima. Tutto ciò sta bene, ma non era da dimen-
ticare che del dialogo sulla Nobiltà possediamo due redazioni molto diverse
e che l'esistenza di una terza ad esse anteriore è chiaramente attestata da
una lettera del Tasso al marchese Filippo d'Este del 1580 (ed. Guasti, let-
tera 137); non era da tacere che quelle osservazioni, vere per la prima re-
dazione a noi giunta, non lo sono per la seconda, ove della nobiltà di casa
d'Austria non è parola, ove manca qualunque dato cronologico. In questa
seconda redazione invece troviamo, come nel nuovo dialogo Della Prece-
(1) Aggiunte e correzioni da Bostitnirei a quelle già notate a p. 457 furono pubblicate in un
foglietto a parte.
Giornale storico, XX, fase. 58-59. 19
290 BOLLKTTINO BIBLIOGRAFICO
denza (pp. 141-2), affermata e con argomenti simili, benché più largamente
svolti, dimostrata la nobiltà eroica di casa d'Este (ediz. Caparro, pp. 17.>6).
D'altra parte nel dialogo Della Dignità sono trattate questioni che ci riap-
paiono, talvolta colle medesime parole, in quello Della Precedenza, per es.,
la definizione di città (Prec, pp. 144-5; Dignità, ed. Gapurro, pp. 216-7), la
distinzione fra i titoli « che hanno relazione al sovrano » e quelli che hanno
relazione « ai soggetti » (1). Non possiamo dilungarci qui in un minuto studio
comparativo, ma ci sembra che le poche osservazioni enunciate giustifichino
pienamente l'opinione, che il Tasso abbia, durante il suo soggiorno a Torino
o nei primi tempi dopo il ritorno a Ferrara (1578-79), composta la trilogia
Della Nobiltà, Della Dignità, Della Precedenza, della quale sia forse unico
superstite incolume il dialogo ora per la prima volta pubblicato, mentre la
prima fra le due redazioni di quello Della Nobiltà rappresenterebbe già uno
stadio intermedio nella elaborazione del vasto argomento, uno stadio, in cui
è dubbio se l'autore volesse ancor mantenere tripartita la trattazione o se
piuttosto non avesse già accettata l'idea della divisione in due soli dialoghi,
Della Nobiltà e Della Dignità. Quel che ci sembra indubitato si è che con
questo e colla seconda fra le due lezioni di quello a noi pervenute abbia il
Tasso voluto dare alla materia svolgimento compiuto ed assetto definitivo.
Per ciò che concerne l'edizione del nuovo dialogo, il S. dice di essersi at-
tenuto esattamente al manoscritto; ma il lettore moderno gli sarebbe stato
più riconoscente, se gli avesse agevolato la lettura e l'intelligenza del testo
dando lo sfratto a molte delle virgole, di cui l'antico copista ha costellato
il suo manoscritto a proposito ed a sproposito, e correggendo alcuni errori
troppo evidenti. A p. 113, 11.22-4 si dovrà leggere che non si sono proposti
premi a' certami dell'ingegno, come a' contrasti del corpo; a p. 116, 1. 11,
prevagliono; a p. 122, 1. 6, monarca, non monarchia; a p. 127, 1. 23 si
dovrà collocare non il punto fermo, ma l'interrogativo; a p. 129, 1. 18 cor-
reggere foletto in folletto, e quattro linee più sotto punteggiare cosi: Se per
gradi volessimo discendere, fra gli altri re si dovrebbe ecc.; a p. 131, 1. 19
sarà da sopprimersi il punto interrogativo; a p. 134, 1. 12, allor, sarà certo
un a lor; a p. 135, 1. 17 si dovrà sopprimere l'è dopo il punto e virgola; a
p. 136, 11. 18 e 31, nostro sta certo per vostro (cfr. p. 138, 1. 11); a p. 149,
1. 17 incitava certo per imitava e sette linee più sotto le parole del duca
sono soverchie, mentre a p. 152, 1. 9, si dovrà aggiungere un o e leggere
sono affissi alla persona o agli stati o alVuno ed alValtro , il titolo ecc.
Non sappiamo poi perché il S. abbia in fine corretto Valla stazzone del ms.
in alla stazione (p. 157), se la forma popolare stazzone era proprio il ter-
mine tecnico per designare le stazioni della Via Crucis (2).
(1) Si confronti: Pnc. 152: « Di naeiiU tre titoli (conte marchese ducA) uno ha relaiione al
« sorrano e due ai soggetti, perciocché il titolo di conte ha relatione all'imperatore, che è il to-
« rrano, e Conti erano detti i compagni delKimperatore » ecc. DtgnUà, p. 229: « Delle dignità
« molte hanno reiasione al sorrano , altre P hanno al soggetto , perciocché la dignità di conte.
€ che latinamente ò detto eom4$ e tanto significa quanto compagno, risgnarda Pacoompagnato, e
« Taccompagnato ne' primi tempi fa Timperadore » ecc.
(2) Cfr. Ym. BoMi, PttiqHktaU di Pietro ArtOm, Palermo, 1891, p. 148.
BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 291
AI dialogo del quale abbiamo finora parlato, il S. ha premesso una dili-
gente Bibliografìa delle edizioni delle opere complete del Tasso (pp. 9-15),
delle edizioni delle prose (pp. 17-32), delle polemiche intorno alla Liberata
(pp. 33-49) e dei manoscritti delle prose, bibliografia che compie e corregge
quella del Serassi, ed una copiosa serie di Correzioni ed aggiunte alla edi-
zione delle Lettere , in parte fornitagli dal Guasti stesso potjo prima della
sua morte. Sono per lo più emendamenti di lezione o di date (1) , postille
dichiarative, indicazioni dei luoghi ove si trovano gli autografi o le copie an-
tiche delle lettere, insomma un gruzzolo prezioso di notizie, che d'ora innanzi
nessuno che abbia a giovarsi della bella raccolta del Guasti potrà esimersi
dal consultare.
Dopo il dialogo vengono quei Dubbi e risposte intorno ad alcune cose e
parole concernenti la Gerusalemme liberata, che il Gazzera trasse da un ms.
di Montpellier e che non erano stati ristampati dal Guasti (2) , alcune bri-
ciole tassesche inedite (pp. 171-76), la commedia Intrichi d'amore ed un'e-
stesa notizia Dei manoscritti di T. Tasso falsificati dal conte Mariano
Alberti.
Con piacere abbiamo veduto accolti in questo volume gli Intrichi d'a-
more, poiché ci sembra che le osservazioni fatte in questi ultimi anni da
vari critici, ora dal Solerti riassunte e compiute (pp. 179-R5), abbiano messo
fuor di dubbio che , se non la forma definitiva , certo la prima stesura di
quella infelice commedia è dovuta a Torquato, Da un manoscritto barberiniano
poi il S. pubblica (pp. 187-8) un prologo che le fu premesso nel secolo XVII,
quando essa fu rappresentata a Palermo, forse rimaneggiata a quella foggia
in cui ci appare in un codice catanese (3).
Alla falsificazione albertiana troppi onori son resi , a nostro avviso , in
questo volume e troppo spazio le è consacrato. Dopo il gran parlare che se
né fatto , or che tutti conoscono il valore di quei pretesi docamenti , non
valeva davvero la pena di ristampare integralmente la prolissa sentenza del
tribunale romano (pp. 373-92) e tanto meno poi di pubblicare tutti i prodotti
tasseschi dell'officina albertiana , che ancora non avessero veduto la luce.
Sono bazzecole, che possono forse destare la curiosità del criminalista, ma
che non giovano in nessun modo alla storia letteraria.
V. R.
(1) A pp. 77-8 il S. determina le date o, meglio, l'ordine cronologico di alcune lettere del
Tasso a Curzio Ardizio. Per una di esse (ed. Guasti , II , 149) e quindi , si può dire , anche per
le altre, le sue deduzioni sono ora pienamente confermate dalla data che si deve assegnare ad
un sonetto dell' Ardizio (vedi A. Saviotti , Rime inedite di Curzio Ardizio da Pesaro , Pesaro,
1892, p. 29).
(2) La correttezza anche di questo testo, qual è dato dal S., non soddisfa pienamente: p. 166,
1. quartultima aegris, non aegriia; p, 168, 1. 6 « gol d'onestate, non saW onestate (Liberata, XII,
27); 1. 25 ramoque, non ramosque; p. 169, 1. ult. sconsolata, non consolata.
(3) G. G. Cinicio , La commèdia « Intrighi d' amore » di T. T. e un ms. di essa nella Uni-
versitaria di Catania, Catania, 1891.
292 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO
GIUSEPPE BIADEGO. — Catalogo descrittivo dei manoscritti
della biblioteca comunale di V:rona. — Veronn, tip. Ci velli,
1892 (8» gr., pp. viii-666).
Se per copia di ricordi storici e di monumenti d'ogni età Verona è ricca
come poche altre consorelle dell'Italia superiore, è altresì innegabile che in
quella città fiori sempre un culto così amoroso per le cose patrie, ed insieme
una vita intellettuale così nobile e spiccata, da eccitare una vera ammira-
zione in chiunque giustamente pensi che la prima base di studi storici più
larghi è fornita dalla investigazione, dairillustrazione, dalla conservazione delle
patrie memorie. Novella prova di quanto abbiamo detto offre la splendida
pubblicazione, fatta a spese del Municipio di Verona, del catalogo de' mano-
scritti conservati in quella biblioteca comunale; pubblicazione che certo me-
glio d'ogni altra cosa sarà opportuna per rammentare ai posteri il compiersi
in quest'anno del primo centenario di quella libreria. La biblioteca infatti,
quantunque non s'aprisse al pubblico che nel gennaio del 1802, fu ufficial-
mente istituita rS marzo 1792, coi libri dei monasteri soppressi, e da allora
ad oggi essa crebbe dai cinquemila ai centotrenta tré mila volumi. Questo
dato solo, a noi sembra, vale più d'ogni altro a mostrarci lo zelo con cui i
Veronesi attesero agli studi in questo secolo, cooperando al loro incremento
col cercare che la patria biblioteca si arricchisse. Che se di ciò, come delia
nobile pubblicazione del catalogo, va data lode incondizionata al Municipio,
che è giusto additare a modello a tanti altri d'Italia, non conviene tuttavia
trascurare la nobile iniziativa privata, che favorì sempre con doni e con la-
sciti la proficua istituzione. Chi voglia vederne la prova migliore consulti
un volumetto, pur compilato dal Biadego, che quantunque pubblicato a parte
è quasi una introduzione al Catalogo, perchè rifa con minuta diligenza, su
documenti e statistiche, la Storia della biblioteca comunale di Verona (1).
Né andrà negletto, al proposito, il bel discorso commemorativo (2), nel quale
il Biadego stesso, riassumendo le vicende della librerìa a lui affidata, trac-
ciava con mano sicura e rapida sintesi la storia delle altre antiche librerie
veronesi, la quale storia, per i nomi insigni che vi compaiono, ha un inte-
resse ben più che solamente cittadino.
Il Catalogo descrive 1366 mss. , dividendoli per materie. Ad evitare gli
inconvenienti di una simile divisione servono egregiamente gli indici finali.
Diremo subito che per quanto riguarda l'esecuzione bibliografica quest'opera
ci sembra una delle migliori nel genere che abbiano veduto la luce in Italia.
Di ogni ms., non solo si dà la descrizione esterna e s'indica l'età e la pro-
venienza , ma se ne descrive accuratamente il contenuto , si dà la tavola,
quando si tratti di miscellanea, si indicano le pubblicazioni cui ha dato luogo.
Non è questo un inventario, ma è un vero e proprio catalogo, nel senso più
(1) Verona, tip. Franchini, 1892.
(2) Ptr il primo ctntmttario dtìla hibl cotmm. di Frrwia, Verona, Franchini. 1892.
BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 293
rigoroso della parola, condotto con cura così sapiente e con tanto rispetto
delle migliori leggi fissate dalla bibliografia moderna, che non si potrebbe
chiedere di più. Tutti gli studiosi loderanno specialmente in quest'opera del
Biadego l'eccellenza del metodo.
Il maggior numero di codici appartiene al sec. passato, che vi ha vera-
mente delle ricchezze straordinarie. Non pochi sono, peraltro, anche i mss.
del cinquecento, del seicento e del secolo in cui viviamo : 150 circa sono del
sec. XV, 26 del XIV, 7 del XIII, 2 del Xll. Delle materie, la meglio rap-
presentata è naturalmente la storia locale (pp. 444 sgg.), ma vi sono anche
molti codici che riguardano la storia di Venezia e moltissimi di materia
letteraria. Il fondo più cospicuo per preziosità di testi risulta dalla biblio-
teca Gianfilippi, di cui il Comune di Verona acquistò nel 1846 la parte non
ancora venduta all'asta in Parigi, vale a dire 336 codici e diciassette mila
volumi (1). Nella biblioteca Gianfilippi era entrata una parte della prezio-
sissima libreria Saibante, la quale nel 1734 possedeva, oltre i libri a stampa,
ben 1321 mss. (2). Per tal modo il Municipio di Verona veniva a salvare
dalla dispersione non pochi di quei codici Saibante che ancora rimanevano
in Italia; mentre i più, comperati dal Libri, finivano ad Ashburnhamplace (3),
ed altri in altre private collezioni inglesi (4).
Intorno ai mss. più importanti, che concernono gli studi nostri, ci limite-
remo a spigolare qualche cenno negli appunti che abbiamo presi.
E strano che i massimi scrittori sono rappresentati poveramente. Del Can-
zoniere v'è solo un ms. del XV sec. coi Trionfi (p. 63); della Commedia
solo un frammento del sec. XIV (p. 18); né dell'Ariosto né del Tasso non
v'è nessun codice antico. Anche il Decameron manca ; ma per contro vi sono
quattro codici Boccacceschi notevoli, due col Corbaccio, uno con VAmeto,
un altro col Filocolo (pp. 133-135). DeìVArte della guerra di N. Machia-
velli v'ha un cod. con carte autografe (p. 207). — Di testi antichi segnale-
remo quella lauda in volgare veronese della metà circa del sec. XIII, che
G. Cipolla pubblicò nell'Arca, stor. italiano (p. 602); i Fioretti di S. Fran-
cesco in un ms. del sec. XIV (p. 527); molti scritti di Domenico Cavalca
(pp. 356-360, 369, 540-42) (5); un Pianto della Vergine ed una Passione in
un ms. del sec. XIV (p. 367) ; una epistola di Prete Gianni in volgare (p. 571;;
un codice prezioso di leggende di santi, pure in volgare (pp. 530 sgg.) ; due
antichi volgarizzamenti d'Esopo, uno dei quali, in latino, di Ognibene da
Lonigo(pp. 140-41); un Fior di retorica (p. 143); la lauda Udite nova pacia
di Jacopone in un testo del quattrocento e la copia, appartenente al Sorio,
(1) Vedasi Storia cit., p. 56, e discorso commemorativo, p. 20.
(2> Discorso cit., p. 14.
(3) Ora felicemente ricuperati. Vedi 1 codici Ashburnhamiani della B. Bibl. Laureniiana, Boma,
1888, I, 85 e specialmente la dotta memoria di L. Dblisle, Notice sur dés mgt. dw fondt Libri
consercés à la Lattrentienne, in Not. et extr. des mss., voi. XXXII, P. I (1886).
(4) È notissimo quel cod. Saibante, passato nella raccolta Hamilton, ed ora nella biblioteca di
Berlino, che contiene i testi antichi pubblicati dal Tobler. Cfr. Biadehe in questo Oiorn., X, 325.
(5) Uno de' codici del Cavalca , scritto negli inizi del Quattrocento, finisce con una raccoltina
di laudi. Cfr. p. 542.
294 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO
di tutto il suo canzoniere, tratta da un ras. di Bergamo (p. 36). Parecchi
sono i manoscritti miscellanei di cose umanistiche, sia in prosa, sia in versi,
ed è ben naturale che lo scrittore il quale v'ha parte più cospicua sia Gua-
rino Veronese. Del sec. XVI osserviamo un codice importantissimo del Ru-
zante (p. 174) (1); le ecloghe di Antonio Dionisi (p. 25); un ms. autografo
del 1494 con le poesie di Giorgio Sommariva (p. 119) (2); un cod. con la
vita di Cristo di A. Gornazzano (p. 17); il copiosissimo canzoniere del vero-
nese Giusto Pilonni (pp. 64 sgg.). Del seicento non v'è molto di notevole;
forse il ms. letterario più curioso è quello che contiene le Spine delle rose
poetiche di Lodovico Della Chiesa (pp. 19 sgg.). Il sec. XVIII, come s'è detto,
ha dato a questa raccolta di testi a penna un grandissimo contributo , ma
r importanza di esso è più storica che letteraria. Tuttavia parecchie cose
interessanti si trovano nella sezione della drammatica (pp. 164 sgg.); né
vanno taciuti un cod. di poesie del Bettinelli (p. 11) e specialmente una rac-
colta autografa di rime di Giuseppe Barctti (pp. 4 sgg.).
Sebbene questi pochi cenni non servano che a dare un'idea pallidissima
delle ricchezze che serba la Comunale di Verona, crediamo raggiunto lo scopo
nostro d'invogliare i lettori a procurarsene cognizione diretta. In ciò non
possono desiderare guida più sicura di quella del presente Catalogo.
R.
GIACOMO LEOPARDI. — Prose scelte ed annotate, ad uso delle
scuole secondarie, dal prof. Giuseppe Pinzi. — Firenze,
R. Beraporad e figlio, 1892 (16^ pp. xv-254).
A breve intervallo dalle poesie , scelte e annotate dal prof. Martini (3),
vedono ora la luce le prose del Leopardi, con commento del prof. Giuseppe
Pinzi. N'è editore il Bemporad di Firenze, e il volume si raccomanda per la
correzione tipografica e la nitidezza dei tipi.
Nella prefazione, di giusta misura, il F. ragiona del Leopardi prosatore e
filosofo. Discorre da prima i criteri da lui seguiti nello scrivere, mostran-
dolo per una parte seguace della tradizione letteraria, per l'altra felice imi-
tatore de' prosatori greci. Vien poi a parlare del valore filosofico delle prose
leopardiane; e svolgendo o riportando giudizi del Barzellotti, lo riduce alle
dovute proporzioni. Tocca poscia della forma estrinseca dei dialoghi, e trova
la ragione dell'avere il L. scelto a interlocutori personaggi fantastici o ideali,
nello studio di nascondere in qualche modo la unilateralità (non si poteva
(1) Ne diede gik conto il Wbxdbimbe ìd qoMto GiontaU^ XYI, 426. Vedi per un altro «eritio
dal Razaote p. 139.
(2) Di questo lilerante oodicetto, par troppo aaaai guaito, inteade oocapani Tegr.
Posero finora la loro atteniione lal Sommarira il Oiuliarì. il Neri, Vitt. Rosai.
(8) Vedi qaeato Oiomak, XIX, 440.
BOLLETTINO BIBL10GRA.FIC0 295
dire proprio altrimenti?) delle dottrine in essi svolte; concetto giusto, ma
che non conviene esagerare, perchè, a giudizio nostro, il L. può aver ciò
fatto a fine di attenuare comechessia l'impressione dolorosa che quelle do-
vezno lasciare sull'animo del lettore e (perchè non anche?) dei genitori, e
farle parere piuttosto un sogno della mente, che un prodotto della ragione.
Esamina infine il valore etico di quelle prose, e con poche, ma efiìcaci pa-
role, cerca di mettere in guardia i giovani lettori contro il danno che po-
trebbe loro venire, se accettassero senz'altro le disperate teorie dell'infelice
Recanatese. Noi non vogliamo qui discutere sulla maggiore o minor conve-
nienza del programma, che assegna come lettura scolastica, e quindi poco
meno che quotidiana, agli alunni delle scuole secondarie le prose del L. E
fuor di dubbio che essi non possono ignorare un prosatore di tanto pregio;
ma altro è, a parer nostro, conoscere un autore, altro farne una lettura con-
tinuata per un anno. Ora a questo proposito crediamo che il F. abbia lar-
gheggiato fin troppo , accogliendo in questa raccolta alcuni scritti , ch'era
meglio tralasciare, come, per esempio, il Dialogo di Plotino e di Porfirio
sul suicidio , il quale pare a noi che faccia lo stesso effetto che quello del
Galilei sui massimi sistemi : chi legge accetta , in sostanza , l'opinione di
colui il quale nel dialogo sembra essere dalla parte del torto o dell'errore.
Ci sarebbe invece piaciuto veder riprodotto lo scritto su le traduzioni, che,
insieme con alcuni giudizi troppo soggettivi, contiene osservazioni preziosis-
sime ; la gustosa Proposta di premi fatta dall'Accademia dei Sillografi ;
molti più Pensieri che i diciassette recati dal F. Questo avrebbe anche con-
ferito maggior varietà al volume, che è, quanto alla materia, un po' troppo
uniforme, tanto che l'A. stesso più volte, alla fine di uno scritto, è costretto
a far notare come il L, insista sempre sul solito ritornello del dolore uni-
versale.
Delle note non si può dire che bene, se ne togli qualcuna troppo succinta
(p. 8, n. 1), qualche altra troppo lunga e contenente apprezzamenti del tutto
soggettivi (p. 191, n. 2). In generale il F. nelle note non abbonda, anzi molto
spesso egli ha creduto di dover omettere pur anche le citazioni del L. A
noi sarebbe parsa opportuna, per non dir necessaria, una nota a p. 12, su la
natura dei folletti e dei « figliuoli di Sabazio ». Potevasi del pari citare (e
sarebbe stata una notizia di più , sempre utile a giovani di liceo) il titolo
della nota tragedia, da cui è tolto il notissimo verso:
Voi gli aspettate invan, son tatti morti;
segnare qualche riscontro tra il Dialogo della natura e di un Islandese e
la Circe del Gelli ; illustrare il nome di Pier Vettori , filologo de' primi al
suo tempo. Del resto, come alla sovrabbondanza di materia, cosi alla scar-
sezza delle note di cui abbiamo fatto parola, potrà l'A. rimediar. facilmente,
se il suo libro avrà, come merita, una seconda edizione.
F. Fo.
296 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO
ERNESTO ÌAkSl.— Sulla storia del teatro italiano nel sec. XVIJI.
Studi. — Firenze, Sansoni, 1891 (8**, pp. vi-424).
Comodo e opportuno riesce questo volume, nel quale il Masi ha raccolto
cinque suoi scritti già altrove pubblicati, che riguardano un soggetto da lui
egregiamente conosciuto, la storia del nostro teatro nel secolo scorso. La
lettura del volume è piacevolissima anche per chi non si occupi particolar-
mente di quel tempo, giacché TA., come è noto, unisce alle doti di buon
ricercatore e di erudito coscienzioso quella di espositore garbato ed arguto.
Anche le ripetute ed esplicite dichiarazioni sul metodo negli studi di storia
letteraria, ch'egli viene facendo, mostrano in lui una chiarezza d'idee ed un
buon senso, che purtroppo oggi non sono comuni a tutti i letterati italiani.
Della raccolta, trattandosi di cose edite, non è qui il caso di parlare molto
specificatamente. Il primo e l'ultimo di questi studi comparvero già in altri
libri del M. , ed in allora noi avemmo a dirne qualcosa. Infatti il lungo
scritto su Carlo Gozzi e le sue fiabe teatrali non è altro che la introdu-
zione ai due volumi zanichelliani delle Fiube usciti nel 1885. Come potemmo
riscontrare, le modificazioni introdotte in questa ristampa sono ben poche (1):
tuttavia il M. tenne conto di ciò che gli fu osservato in questo Giornale^
V, 465 sgg. e con lealtà che non è di tutti lo disse. Rettificò, pertanto, ciò
che aveva scritto intorno alle fonti della Turandot (p. 93) (2) e notò le pio-
cole aggiunte additategli sulla fortuna delle Fiabe fuori d'Italia (pp. liS e
149). — L'ultimo scritto del libro, quello sul Teatro giacobino in Italia^ è
riprodotto tal quale si legge nell'altro volume del Masi , Parrucche e san-
culotti (3), onde può essere richiamato questo Giornale^ VI, 431-32 (4).
Degli altri lavori il più importante è quello su Giovanni De Gamerra
e i drammi lacrimosi ^ ottimo saggio di uno studio più esteso, che si po-
trebbe fare con profitto, su quella apparizione storicamente, se non artisti-
camente rilevante, che fu il dramma sentimentale borghese. Lo scritto del
M. tocca benissimo della genesi di quella specie di dramma , che sorse in
Francia col Nivelle de la Chaussée, con intendimenti di reazione letteraria e
politica; mentre in Italia non è che una delle molte importazioni francesi
di quel tempo, senza alcun significato speciale. Il M. parla pure dei precur^
Bori che il dramma lagrimoso ebbe tra noi , fermandosi sulla bilogia Gol-
doniana della Pamela^ inspirata dal romanzo sentimentale del Richardson.
(1) Parecchi errori di Htampa della prima edizione ricompaiono inalterati nella seconda, e ciò
specialmente nei riferimenti di vocaboli stranieri. Vedi , per es., la dtatione sgrammatio&ta del-
VArchHf delPHerrig a p. cxux, n. 1 della prima impressione ed a p. 148, n. 1 della presente.
(2) Oggi è da vedere , rispetto ai rapporti della Tttrandot col poeta persiano NiUmi , quanto
scrive I. Pizxi , Le tomigUattMt t k rtloMioni tra h poMia fnr$iana • \a m%trns Torino , 1892,
p. 18. Il nome Torandot vale in persiano « la figlia o la donsella del Toran ».
(8) Milano, 1886, pp. 271 i^.
(4) Dello stadio poco felice di A. PAOUca-Bnoui, Sul teatro gtaeobiitatd mi^fiaeobàto in lUUia,
Milano, 1887, pare che il M. non ahbia tonato alcun conto, • eradiuM) sia «aa tnseoranxa vo-
InU. Ctr. questo Oiomak, XI, 280-82.
BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 297
Ma la maggior parte dell'articolo istruttivo si aggira intorno a Giovanni
De Gamerra , tipo curioso di avventuriere sentimentale e girovago , nato in
Livorno nel 1743, morto in Vicenza nel 1803, vissuto come poeta cortigiano
in varie città della penisola ed in Vienna, ove gli fu amico il Metastasio,
avversato, pel suo codinismo politico, dal De Goureil e dal Batacchi, sempre
indebitato nonostante la sua non comune laboriosità , sempre tenero e dis-
posto al sentimentalismo , nella vita come nell'arte , fino a strappare dalla
fossa gli avanzi della sua amata Teresa Calamai per poterli tenere nella sua
stanza. Questo bizzarro uomo , autore d'un poema interminabile e osceno
sulle infedeltà coniugali (la Corneide), fu il principale interprete italiano
della tendenza lagrimosamente borghese del dramma iniziatasi in Francia.
Se non c'inganniamo peraltro, il M. si lasciò troppo invaghire dalla stranezza
di quella figura, che illustrò col sussidio di molti documenti inediti, e invece
trascurò alquanto la sua produzione drammatica, che si amerebbe di cono-
scere un po' più da vicino. Del resto, come già osservammo, noi riguardiamo
questo come un saggio di più ampio lavoro sulla drammatica lagrimosa,
giacché i seguaci del Gamerra e coloro che indipendentemente da lui ten-
nero il medesimo indirizzo sono qui appena nominati.
Lo scritto su Carlo Gozzi, le sue memorie e la commedia dell'arte, è
una specie di recensione allargata , fatta con competenza ed intendimento,
alla versione inglese delle Memorie inutili, che diede nel 1890 John Ad-
dìngton Symonds. Grandi elogi fa l'A. dell'introduzione premessa a quel
libro: la dice (e non è dir poco) « uno de' più compiuti lavori » fatti sul
Gozzi, ed oltracciò « un nuovo contributo e preziosissimo recato alla nostra
« storia letteraria, il quale contributo, per quanto attiene alla commedia del-
« l'arte, non si restringe naturalmente al sec. XVlll, che la vide morire, ma
« risale ai tempi nei quali essa formò il capitolo più originale e glorioso
« della storia dell'antico teatro italiano » (pp. 219-20). 11 M. s'indugia spe-
cialmente nel riassumere quanto il Symonds dice della commedia dell'arte.
Piacevolissimo è l'articoletto su Carlo Goldoni e Pietro Longhi, pittore
quest'ultimo di scene domestiche della vita aristocratica veneziana. Tra i
motivi ritratti da lui e quelli comicamente trattati dal Goldoni l'A. istituisce
un arguto parallelo, che poteva riuscire così bene solo ad un profondo co-
noscitore, com'è il M., della vita del secolo scorso in genere del teatro gol-
doniano in ispecie. I caratteri dell'arte del Longhi spiccano assai felicemente
per l'efficace descrizione che l'A. fa di molti de' suoi quadretti di genere.
Notevole quanto osserva sulla parte che ha la donna così in quella pittura
come nella commedia goldoniana. In quella società frolla erano le donne
che comandavano e intrigavano. La differenza massima fra il pittore ed il
poeta è questa: il Longhi si contenta di rappresentare, mentre il Goldoni
rappresenta, deride o sferza, cerca correggere: il Longhi è un puro osser-
vatore, il Goldoni sa anche essere un pensatore, se non profondo, sensato
ed onesto.
Z.
298 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO
DELFINO ORSI. — La Passione di Sordevolo, Studio di dram-
matica popolare. — Milano, Ricordi, 1892 (8° picc, p. 100).
Il Passionsspiel di Oberammergau, paesello delle Alpi Bavaresi, ha ormai
una intera letteratura; perchè nessuno si occupa della Passione dì Sordevolo,
nel Biellese? Una domanda simile deve essersi rivolta il prof. Orsi; cnd'egli
prese a studiare con amore il curioso soggetto, e dopo averne dato conto in
tre articoli della Gazzetta Piemontese (1), ne fece il presente gustosissimo
libretto.
E davvero ne valeva la pena, giacché per il demopsicologo e per il cul-
tore di storia della drammatica, la Passione di Sordevolo s'avvantaggia
d'assai su quella di Oberammergau, con cui ha pure non poche somiglianze.
La nostra ha luogo ogni cinque anni , quella tedesca ogni dieci ; l'una in
aprile, l'altra in maggio. In entrambe recitano esclusivamente contadini e
operai del paese, non attori di professione, e l'esecuzione delle parti princi-
cipali è affidata sempre ai medesimi individui , che finiscono col formarsi
cosi una vera reputazione. Ma quanto maggiore è l'ingenuità della rappre-
sentazione di Sordevolo ! Certamente anche quella di Oberammergau, quando
in origine fu istituita per un voto fatto durante la peste del 1634, doveva
avere tutti i caratteri della schietta produzione popolare; ma oggi non li
conserva più. Oggi, checché se ne scriva, il Passionsspiel suscita troppi ri-
chiami, troppa curiosità, e quindi é divenuto troppo fastoso, per ridarci l'as-
setto antico nella sua espressione popolare e devota. Si pensi che solo per
completare i costumi di una delle ultime rappresentazioni di Oberammergau
furono spesi ben 24 mila marchi : si pensi che quei costumi sfarzosi seguono
perfettamente gli usi del tempo e che gli aggruppamenti dei personaggi e
le loro pose sono regolati da artisti , che danno loro le forme tradizionali
della pittura classica sacra (2); si pensi che la musica di Oberammergau,
dovuta a Rocco Dedler (f 1822), é cosi profondamente mistica da f;>r andare
in visibilio molti conoscitori; si pensi che quelle recite si annunciano e si
descrivono in migliaia di giornali, specialmente tedeschi, inglesi ed ameri-
cani , sicché a vederle si muovono in folla gli stranieri , che non vogliono
essere disillusi, e facilmente si potrà accorgersi come ormai la rappresenta-
zione bavarese sia divenuta qualche cosa di ben differente da un'ingenua
produzione popolare, sgorgata dalla piena del sentimento religioso. In essa
ha ora luogo, molto più di quanto si crede, l'artificio dei teatri cittadini e,
quel che è peggio, la speculazione (ò).
Nulla invece di tuttociò nella Passione di Sordevolo. Questa riproduce
ancora il testo della compagnia del Gonfalone, che fin dal cadere del XV se-
(1) 15, 18 e 21 aprile 1891.
(2) Per etempio, il cenacolo, è tal qoale come nel celebre afEresoo di Lionardo.
(3) Negli accenni alla Pausiont di Oberammergan 1*0. si è troppo attenuto ai libri, i qaali di-
cono molte volte ciò che non ò (v. pp. 16 e 90). Tuttavia egli pure rileva (pp. 79-80) che nella
PatMioné del Bielleee v'ha più ingenuità.
BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 299
colo si rappresentava in Roma nel Colosseo, secondo una edizione Torinese
del 1728; ma vi sono introdotte qua e là delle aggiunte notevoli. 11 teatro
è costrutto all'aperto, in modo non dissimile da quello che si usava per le
nostre antiche rappresentazioni sacre. Gli attori sono tutti popolani, scelti
dal comitato promotore, che recitano senza scuola, per pura tradizione. La
loro recitazione è di solito troppo enfatica, ma convinta e piena di passione,
sicché gli spettatori, che convengono a Sordevolo solamente dalle vallate e
dai territori vicini, se anche dapprincipio sono freddi e disposti alla burla,
col procedere del dramma vi prendono interesse e non riescono a sottrarsi
alla commozione. Alcuni personaggi principali finiscono coll'essere, inconscia-
mente, veri artisti, specialmente il Giuda ed il Cristo. Le ingenuità dell'a-
zione, che sono molte, accrescono pregio al dramma di popolo. Curiosa, ad
esempio, questa, che il suggeritore, vestito alla moderna di nero, con un
grande scartafaccio in mano, si va aggirando tra la folla variopinta dei reci-
tanti, per esercitarvi l'opera sua benefica ovunque faccia mestieri. Curioso
che gli apostoli, seduti a convito, danno prove evidenti del loro appetito di
montanari , senza curarsi troppo delle mistiche frasi del loro Maestro. Cu-
rioso il ricordo tradizionale di Cristi sordevolesi, che si ribellarono alle fiere
percosse dei manigoldi. Altro che la lancia meccanica di Oberammergau, a
punta rientrante, che fa sgorgare il sangue dalla ferita con tanta natura-
lezza da far accapponare la pelle agli astanti I Gli episodi comici e ridicoli,
gli assurdi scenici di Sordevolo sono preziosi per l'osservatore, che in essi
ravvisa le traccie del dramma veramente popolare e può crearsi l'illusione
d'assistere ad una rappresentazione sacra dei tempi antichi (1).
L'O. ha redatto il suo libretto con molta coscienza. Della Passione dà
l'analisi con dei saggi, opportunamente illustrati con buone vignette di A.
Montalti, che servono a porci sott'occhio la pianta e il complesso del teatro,
il panorama di Sordevolo, molti dei singoli personaggi. Poveri sono invece
i raffronti con altre Passioni, poiché evidentemente l'A. non potè disporre
di un materiale copioso; ma tali raffronti non erano punto necessari nel
presente opuscolo, che ha intento specialmente descrittivo.
Oltre la Passione, si solevano un tempo rappresentare a Sordevolo anche
il Giudizio universale e la Risurrezione. Del Giudizio anzi l'O. ci offre
parecchie notizie desumendole da un vecchio ms., contenente il testo che si
soleva produrre a Sordevolo (pp. 89-90). Maggiori informazioni spero di po-
terne dare io medesimo in seguito, avendo potuto disporre a mio agio dello
scartafaccio che serve a quella curiosa rappresentazione in altra parte del
(1) Qaante sconTenienze e curiosità d'ogni genere avessero luogo nelle sacre rappresentauoni ,
sappiamo, oltreché dai testi rimastici, dalle notizie raccolte segnatamente dal D'Ancona. Gli aned-
doti che si raccontano come accaduti in quelle recite sono talora assai bizzarri. Voglio aggiun-
gerne uno , che ricavo da certa lettera inedita del giureconsulto bolognese Floriano Dolfo al
march. Francesco Gonzaga. Il Dolfo dice in un luogo: « V. S. fa divero , comò disse el Fioren-
« tino rapresentando Christo ne la croce, percosso dal simulato Longino nel vero costato per er-
« rore. Dicendoli el populo che seguisse la Ustoria, può' che dicto bavea contumatum eat^ respose :
« ponetime giù che io son consumato da di vero ». La lettera, che è di Bologna, 30 nov, 1493,
si trova nell'Archivio Gonzaga.
300 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO
contado biellese. Non solamente infatti a Sordevolo, ma anche in altri vil-
laggi di quella provincia e delle finitime si tengono delle rappresentazioni,
che sono vere reliquie di drammi sacri più o meno antichi. Alle brevissime
notizie che già ne diede il D'Ancona (1), altre qui ne aggiunge, non meno
brevi, l'A. (p. 16). 11 soggetto dovrà essere trattato più ampiamente, come
il Pitrè fece per la Sicilia, il Torraca pel Napoletano, il D'Ancona per la
Toscana.
R.
(1) Origini del teatro*, II, 227 e 587.
COMUNICAZIONI ED APPUNTI
Spigolature Ariostesche. — Non sarà discaro agli studiosi ch'io pre-
senti loro qualche nuovo documento relativo all'Ariosto. Grandi cose non
sono davvero, ma lo scrittore è cosi illustre e d'altra parte il materiale sto-
rico che s'è finora pubblicato sul conto suo è così scarso e monco, che vai
la pena di raccogliere ed oflfrire agli eruditi anche le briciole.
Il sig. G. E. Pollak mi favorì gentilmente, da Londra, la copia di tre do-
cumenti nuovi da lui scoperti nel Museo Britannico. Senza alterarne il ca-
rattere, io ne riduco razionalmente la grafia e li stampo con qualche illu-
strazione. — Il primo è un privilegio, che può aggiungersi alla collezione
di quelli riuniti dal Gappelli. Gon esso anzi il Duca di Milano viene a ri-
petere a favore degli eredi di mess. Ludovico , un semestre circa dopo la
morte di lui, ciò che al poeta medesimo aveva concesso col privilegio del
20 luglio 1531 (1), che è esemplato su quello (16 genn. 1531) rilasciato dal
signore di Mantova (2). Ecco pertanto il nuovo privilegio quale si legge nel
cod. 2014-5 della collezione Egerton, acquistata dal Museo il 13 marzo 1866 (3):
Havendo il nostro Ill.mo S.r Duca concesso, per sue patente littere date in Milano alli viu de
Agosto 1533 proximo passato, alli heredi del quond. mess. Ludovico Ariosto da Ferrara, che nessuna
altra persona che essi heredi e chi haverà facultà da loro possano stampar, né stampate vender o far
vender, nel dominio di sua Ex.tia le opere di Orlando Forioso, né anchora alchuna altra opera
latina né volgare dil predicto mess. Ludovico Ariosto per il spatio de diece anni prosimi faturi,
incominciando da la data de le altfe patenti , che già Sua Ex.tia concesse a ditto Ariosto, che
turno dat« a' 20 JuUij 1531 , sotto pena di perder li libri che si trovarano haver et un scudo
per ciascun volume, da esser aplicati la mittà alli ditti heredi et il resto a la Sua Ducal Camera,
corno più apieno apar per dette patente registrate ne la Cancelleria; per tanto per parte del
Mag.co et Clar.mo dottor mess. Gio. Battista Speccano, generale Cap.eo di questa cita de Milano,
et in questo giudice et executore subdellegato dal predicto Ill.mo S.r Daca, ad instantia de li
predicti heredi si fa comandamento a tuti li librari di questa inclita città et di tutto el dominio
dì sua Ex.tia et a qualunque altra persona, che per lo advenir non ardiscano stampar né stam-
pato altrove che in Ferrara vender o far vender le predicte opere di Oblamdo Furioso, né altra
(1) Lettere di Lodovico Ariosto. 3a ediz. del Cappelli. Milano, 1887, p. 356.
(2) flettere, p. 354. La grande simiglianza dei due documenti si spiega con la lettera dell' A-
riosto al residente Estense in Milano, Nicolò Tassoni (p. 282), nella quale accludeva copia del
privilegio mantovano, manifestando il desiderio che ad esso si uniformasse il Duca.
(3) Questo cod., mi scrive il sig. Pollak, contiene anche lettere di artisti eminenti italiani,
quali il Perag^no, Tiziano, Giulio Romano.
302 COMUNICAZIONI ED APPUNTI
opera lattina o volger del predicto mess. Ludovico Arìosti senza expressa liceniia de li detti he-
redi 0 suoi procnratorì , sotto la pena che si contiene ne le dette patente concesse loro dal pre-
dicto ni.Tno S.r Daca , dichiarando che passati otto giorni dal d) d'ogi tutti quelli che si troTO-
rano haver apresso di sé o render o far vender detti libri d'OsLAKDO Furioso senza consentimento
de detti heredi o suoi procuratori se intenderano comò incorsi in ditta pena et contra essi si farà
la execatione inremisibilraente. Die octavo Jan. 1534.
Importanza maggiore hanno senza dubbio due lettere dell'Ariosto inedite,
che vengono ad accrescere il bagaglio, scarso anzichenò, di quelle che ab-
biamo già a stampa. Una di es«e, diretta ad un N. Zardino, che ignoro chi
fosse, è nel voi. 25036 dei mss. addizionali, entrati nel Museo Tanno 1875 (1).
Hag.ce mihi hon.me. Perchè la vicinanza che hanno queste terre l'nna con l'altn, tanto dap-
presso subiette a tre dominij, de' signori Fiorentini, de' Lucchesi et del Signor mio, è gran causa
che li banditi di ciascuno di questi tre stati hanno pocha paura de la Ragione, et securamente
stanno nel paese, perchè hanno da presso, quando sono cacciati da un lato, dove potersi rìcoprar
in un altro, et io desiderando di proveder a questo, n'ho scritto al Signor mio, et Sua Ex.tia mi
ha commesso ch'io ne scriva a Y.ra Hag.tia et al Capitano di Pietrasanta et a quello di Barga,
pregandovi che siate contenti di operare con la Repubblica Fiorentina che sia contenta che si
rinovi una conventione et patto, che già tra questo ducale Stato soleva esser et quello de li pre-
fati Sig.ri, cioè che nisuno il qual per alcuno enorme delitto, come rebellione , assassinamento
et homicidio volontario, fusse bandito dal Stato dei Sig.ri Fiorentini potesse esser sicuro in qntvtn
ducale provintia et e converso. Io adunque per exequir tal commissione et altretanto perchè la
justitia havesso meglio suo loco, pregho V. M. che faccia ogni opera possibile che siegna qaesta
unione, acciò che li delinquerti non habbiano tanta licentia, offerendone io a Y. M. perpetoa
obligatione, a la quale sempre mi offero et raccomando. Castelnovi, 16 oct. 1522.
Di V. M.
Lodovico Abiosto Dnc.le commissario.
Come è facile scorgere a prima giunta, questa lettera è scritta dalla Gar-
fagnana, durante il commissariato dell'Ariosto colà, che durò dal febbraio
1522 al giugno 1525. Tutti sanno che in quell'occasione il poeta, del resto
COSI inclinato alla vita pacifica e senza cure, si palesò reggitore accorto,
giusto, energico e mite nel tempo stesso. Le condizioni del paese erano tri-
stissime: le discordie intestine lo travagliavano e sopratutto v'era copia stra-
bocchevole di briganti, che trovavano asilo in quelle montagne ed in quei
borghi, sempre in assetto di guerra, sempre pronti a passare l'uno o l'altro
dei confini delle tre signorie ivi accostate, la fiorentina, la lucchese, l'estense.
Ogni giorno doveva il povero Ariosto empire dei fogli e spacciarli al Duca,
or per consiglio, or per aiuto, \ Si che i ladron, ch'ho d'ognintorno scacci,
E non solo al Signor suo gli era forza scrivere, ma doveva pure intendersi
coi Signori limitrofi , onde abbiamo a stampa tante lettere di lui agli uffi-
ciali della repubblica di Firenze ed agli Anziani di Lucca (2). Vedeva egli
(1) Il medesimo ms. reca lettere di Orazio e Claudio Ariosto.
(2) Queste lettere di negozi, scritte dalla Garfagnana, costitoiscono la parte maggiore delPepi-
stolario ariostesco, quale oggi ci ò dato. Il Captklli (Prefks. alle lÀtt»r$ éUWAr., p. Lzzxtx n.)
accennò a documenti ancora inediti di quel periodo. L' amico eav. Sforza , nel suo prossimo vo-
lume sull'Ariosto, li stamperà tniti, SMendo ora le carte di Castelnaovo passate nelP Archivio di
Stato in Massa. La storia del oomminariato verri rifiatta sa baie naova, e molte notizie impor-
tanti e sconosdatissime entreranno nel dominio generale. Sinora il meglio che intorno alla gè-
COMUNICAZIONI ED APPUNTI 303
particolarmente necessario il venire a patti determinati rispetto alla estra-
dizione dei banditi , cosa che a noi moderni sembra ovvia quanto ragione-
vole, ma che a quei tempi in cui tutti i governi vivevano in tanto sospetto e
gelosia l'uno dell'altro, non era punto tanto agevole a conseguire (1). Il do-
cumento sopra riferito concorda pienamente, persino in alcune frasi iden-
tiche, con la lettera agli Anziani di Lucca del 9 ott. 1522 (2), scritta poco
dopo che il nuovo commissario aveva ottenuto licenza dal suo padrone di
iniziar quelle pratiche (3). Lo Zardino, cui l'Ariosto si dirige, doveva essere
un capitano de' Fiorentini in qualcuna delle terre circostanti, che non sarà
difficile il riconoscere a chi possa valersi di documenti regionali del tempo (4).
D'altro argomento si occupa la seconda lettera, che si legge in quel me-
desimo cod. Egerton da cui è ricavato il privilegio. È diretta al Duca di
Mantova e suona cosi:
Ill.mo et ex.mo Signor mio obser.mo. Havendo io di nuovo ristampato il mio Orlando Furioso
. e meglio corretto che non era, e fattogli qualche additione, mi è parnto esser mio debito, per la
servitù ch'io ho con la V. Ex.tia di fartene coppia, persuadendomi di farle cosa grata; né prima
son per pnblicar gli altri libri ch'io sappia che Y. Ex.tia habbia havuto questo, il quale le mando
per uno che già fu servitor del nostro mess. Coglia et al presente habita in Mantova, al quale,
pel servitio che mi fa di portare questo libro , et che è stato più di tre dì ad aspettare che si
finisca, parendomi haver di non poco obligo, lo raccomando a V. Ex.tia in certa cosa che cerca
di ottenere da essa et in Iwna gratia di quella mi raccomando sempre. Ferrariae, octavo oct. 1532
Di V. Ex.tia dedit.mo servitore
Ludovico Ariosto.
I rapporti del poeta nostro con i Gonzaga durarono sempre cordialissimi
sin dal 1507 quando, giovane poco più che trentenne, egli si recava a Man-
tova per congratularsi , in nome del card.' Ippolito d'Este (nel cui servigio
era entrato l'anno 1503), con la marchesa Isabella, che il 28 genn. s'era
sgravata con tanta fatica e dolore, da far temere de' giorni suoi (5). Veniva
stione pubblica dell'Ariosto sia stato scritto sta nelle pagine diligenti e nutrite che ad essa con-
sacrò il Campori nella seconda parte (pp. 91 sgg.) delle Notizie per la vita di Lodovico Ariosto,
Modena, 1871. Cfr. Terrazzi, Bibliografia Ariostesca , Bassano , 1881, pp. 18-20. Ter la storia
amministrativa di quelle borgate potrà oggi essere consultato lo speciale articolo di C. De Stk-
FAHi, Ordini amministrativi dei comuni di Garfaqnana, in Ardi. stor. ital. , Serie V, voi. IX,
pp. 31 sgg.
(1) Vedi Campori, Op. cit., pp. 132-134.
(2) Lettere, p. 70.
(3) Lettere, p. 61 , a Obizo Remo, in data 2 ott. 1522. L'Ariosto scrive: « Mi piace che '1
« Sig.r sia contento eh' io pigli accordo con Sig.ri Lucchesi e Fiorentini che li lor banditi non
« sieno sicuri sul nostro, ni li nostri sul loro: io tratterò la cosa matnratamBnte si che vada di
« pari, e non abbino vantaggio da noi ».
(4) Nella lettera si nominano Barga e Pietrasanta, di cui, specie della prima, è frequente men-
zione nella corrispondenza stampata. Barga era allora dominata dai Lucchesi , Pietrasanta dai
Fiorentini.
(5) Lettera del marito a Niccolò da Correggio , in data 28 genn. 1507 , nel L. 194 del Copia-
lettere del Marchese (Arch. Gonzaga): « Questa mattina alle xiv bore sopragionsero le doglie dil
« parto a la Ill.ma nostra consorte et alle xviu hebbe partorito. Il male fu breve , ma tanto
« grande et acuto, che poco è manchato non gli babbi lassata la vita , et senza dubio se la co-
« matre Frasina non era , lo Hl.mo S.r Duca perdeva una sorella et noi la mogliera et uno be-
304 COMUNICAZIONI ED APPUNTI
allora a Mantova l'Ariosto con due lettere del cardinale, l'una diretta al Mar-
chese Francesco e l'altra alla Marchesa (ì): la quale ultima faceva ringra-
ziare il fratello dal Capilupo, dicendogli che il messo, anche per conto suo,
le aveva « addutta gran satisfatione , havendomi cum la narratione de l'o-
« pera che compone facto passare questi due giorni non solum senza fastidio,
« ma cum piacere grandissimo » (2). E Isabella, con quel suo mirabile in-
telletto d'arte, continuò poi sempre a seguire col massimo interesse l'opera
poetica di Ludovico, sicché non senza ragione fu attribuito a merito di lei
se il poeta diede opera solerte per condurla a fine (3). Nelle frequenti gite
a Ferrara, la Marchesa s'informava sempre dei progressi del Furioso^ e l'A-
riosto non esitava a leggerne qualche brano (4), sicché anche il Gonzaga era
impaziente di conoscere quel poema (5). Quando nel 1515 si trattò di affi-
darlo la prima volta alla stampa, l'Ariosto, per mezzo del card. Ippolito,
chiese passaggio libero pel Mantovano della carta necessaria , che doveva
provenire da Salò, e gli fu accordato (6). Il poema, che portava le lodi dei
Gonzaga , uscì la prima volta in Ferrara , per maestro Giovanni Mazzocco
dal Bondeno, il 21 aprile 1516, ed il 25 maggio Francesco Gonzaga gli ac-
cordava privilegio grazioso , proibendo che ne' suoi Stati 1 opera si ristam-
passe e mostrando verso il poeta le migliori disposizioni d'animo (7). Da un
documento sinora sconosciuto sappiamo che Ludovico era venuto in persona
a Mantova, per regalare ai Gonzaga le prime copie det jioema. Ippolito Ca-
landra scrive al giovane Federico Gonzaga il 7 maggio 1516: « Non eri,
« l'altro, vene in questa terra mess. Ludovico Ariosto gentilhomo ferrarese,
« quale ha portato una capsa di libri, li qualli lui ha composto sopra a Or-
«< landò Lui ne ha donato uno all'Ili. ■"«' S/ vostro patre et uno a Mad."»
« vostra matre et uno al R.""" Cardinale: li altri lui li vole far vendere >
(Arch. Gonz.). Né solo ai destini del poema tennero dietro i Gonzaga, ma
anche a quelli delle commedie ariostesche. Bernardino Prosperi , che con
tanta diligenza teneva informata Isabella di quanto accadeva in Ferrara, le
aveva anche dato ragguaglio delle fortunate rappresentazioni delle commedie
di mess. Ludovico (8), ond'è naturale che nell'animo dei Gonzaga s'accen-
desse il desiderio d'averne copia, per leggerle e forse produrle sulle loro
« liasimo figliolo. Grande obligatione haveiuo alla comatre Frasina per li altri parti, ma qaeito
« ni la fo magiore ». Chiede quindi per lei una grazia. Il neonato era Ferrante, che doTVva poi
distingaersi nelle armi e governare la Sicilia e la Lombardia.
(1) La lettera d'Ippolito al Marchese fti pubblicata dal CAMroRi , Op. ctf., p. 33. il qoal* ac-
cenna anche all'altra, diretta ad Isabella. Questa riproduce le medesime frasi ondosa ssan al-
cuna aggiunta notévole.
(2) Archivio Estense; data 3 febbr. 1507. La lett. fu edita dal TimasosCHi, Storia , sdis. àb-
ionelli, VII, 1668 n.
(3) CanroBi, p. 82.
(4) UlUr» d«U'Ario$to, p. 22.
(5) Vedi la cit. lett. (p.22) in data 14 luglio 1512 e la risposta del Marchese pubblicata da
A. BiRTOLom nel Bibliofilo, IX, 56.
(6) Vedi Camposi, pp. 56-59 e ImìUt* d«W Ariosto, p. SS9.
(7) Lttttrt d«ir Ariosto, p. 352.
(8) Caxpoki, pp. 67 agg.
COMUNICAZIONI ED APPUNTI 305
scene. Ha la data 6 giugno 1519 la lettera con cui l'Ariosto mandava al si-
gnore di Mantova (non più Francesco, ma Federico) la sua Cassarla (1) ;
ma solo molto tempo dopo, non quella commedia, ma i Suppositì apparvero
sulle scene mantovane (2). La ragione di ciò sta per avventura nell'avere
l'Ariosto dato forma poetica alle sue produzioni comiche , rendendole così
poco gradite a Federico, che reputava meglio adatti alla recitazione i drammi
prosaici (3).
Nel febbraio 1521 usci in Ferrara, per Giov. Batt. da la Pigna, la seconda
edizione del Furioso curata dall'autore, sempre in quaranta canti, ma con
molte mutazioni. È probabile che ad essa appunto alludesse il march. Fe-
derico, quando, nell'ottobre di quell'anno, scriveva ad Ippolito Calandra che
gli inviasse al campo il Furioso insieme con l'Innamorato e col Morgante (4),
poiché è impossibile ammettere che l'Ariosto, cosi fedel servitore ai Gon-
zaga, non facesse loro tenere anche la sua seconda edizione. Ma con grave
dispiacere dell'autore, le ristampe illegittime del fortunato poema si susse-
guirono e si moltiplicarono ben tosto, e mentre egli con accurato lavoro di
lima cercava renderne il testo sempre più forbito ed efficace, gli stampatori
glielo venivano deturpando per conto loro con modificazioni cervellotiche e
con errori tipografici. Ond'è che egli, sentendo già il peso degli anni, volle
prima di chiudere gli occhi vedere una nuova stampa di quei figliuolo pre-
diletto del suo genio poetico, stampa definitiva, con l'aggiunta di sei canti,
per la quale pensò di premunirsi contro il maltalento e l'avidità altrui. Mu-
nito di nuovi privilegi, comparve il Furioso nella terza edizione originale,
in 46 canti, il l» ottobre 1532 in Ferrara, per Francesco Rosso da Valenza (5),
ed il Duca di Mantova, come il padre suo, concesse transito libero per i suoi
Stati alla carta necessaria per imprimere quei volumi (6). Com'era dovere,
il riconoscente poeta non mancò di inviare alla famiglia Gonzaga le prime
copie della nuova e definitiva edizione. Si avevano a stampa le lettere con
cui le accompagnò ad Isabella (7) ed alla Duchessa di Mantova, Margherita
(1) Lettere deW Ariosto , p. 30. L'autografo di questa lettera, pubblicata la prima volta dal
D'Abco, Notizie di Isabella Estense, Firenze, 1845, p, 115, fu venduto all'asta in Parigi nel 1863.
Cfr. Bibliofilo, III, 22. La risposta del Marchese, 12 giugno 1519, trovasi edita nel Bibliofilo, IX, 56.
(2) Nel 1553 e 1563. Vedi D'Ascoka, Origini^, U, 402 e 442.
(3) Vedi Lettere deW Ariosto, pp. 290, 291, 295 e cfr. quanto è detto in proposito nel BoUeU
tino del presente fascicolo, ove si parla del libro di N. Campanini sui prologhi dell'Ariosto.
(4) Bibliofilo, IX, 160.
(5) Per la storia delle edizioni del Furioso rimando alle molte notizie raccolte dal Febsazzi,
Bibliogr. Ariostesca, pp. 61 sgg. Le prime edizioni sono, come è noto, d'una estrema rarità. A
ciò contribuì la diffusione che il poema subito s'acquistò. Cfr. BoMai, Annali di Gabriel Giolito,
I, 70-71 e G. Makzow nel Bibliofilo , HI , ni 8-9 e IV, no 1. Tra la ediz. del '16 e quella del
'32 sì fecero ben 18 altre stampe.
(6) Lettere dell'Ariosto, pp. 284 e 289. L'ordine di passo libero, impartito da Federico, si legge
nel Bibliofilo, Vili, 24.
(7) Lettere, p. 302. È questa una delle lettere di Ludovico più volte ristampate. La graziosa
risposta del 15 ott,, con cui Isabella si riprometteva grande piacere dalla nuova lettura del poema
e desiderava si presentasse occasione di mostrare all'Ariosto « l'affectione singulare » che nutriva
verso di lui, a cagione delle sue « rarissime virtù », può leggersi in D'Aeco, Notizie d' Isabella,
p. 121.
eiomaU storico, XX, fase. 58-59. 20
306 COMUNICAZIONI ED APPUNTI
Paleologa (1): ora compare anche quella che fu diretta un giorno prima a
Federico Gonzaga. Il documento del Museo Britannico viene pertanto a com-
pletare la serie delle accompagnatorie dell'ediz. 1532 ai Gonzaga. Le tre let-
tere, quantunque abbiano il medesimo intento, sono diverse per intonazione
e particolari; con quella a Margherita il poeta vuole .segnare il < principio
« di sua servitù » per quella principessa, entrata da poco nella casa princi-
pesca mantovana; m quella a Federico calca sulla riconoscenza che ha verso
la casa suddetta e sulla primizia del libro, che non sarà posto in vendita
prima che la copia inviata non sia in mano del Duca; in quella alla ormai
vecchia Marchesa v'è l'espansione d'una verace simpatia e d'una devozione
eccezionale. Prima di morire (che l'Ariosto passò di questa vita nel giugno
dell'anno successivo) potè egli ancora trovarsi, per un tempo non breve (2),
accanto a lei in Mantova nel novembre del 1532, nella quale occasione pre-
sentò di sua mano il poema all'imperatore Carlo V (3).
Restano per tal modo sommariamente richiamate le principali relazioni
che il grande poeta reggiano ebbe con la famiglia dei Gonzaga in genere
e con la Marchesa Isabella in ispecie. A completare le quali non sarà dis-
caro che riporti ancora, estraendola dall'Archivio Gonzaga, una lettera, per
quanto so del tutto inedita e sconosciuta, con la quale nel 1516 l'Ariosto
chiedeva con bel garbo alla Marchesa Isabella l'esenzione dal dazio per certo
vino ed altre cose commesse da Ippolito, fratello di lei:
111. ma et Ex. ma Signora mia,
Essendomi a di passati accaduto d'andare a Milano, lo Ill.mo et R.mo mio patrono Car.le fra-
tello di y. Ex. mi diede commissione che al mio ritorno, il qoale havevo a far per nare, io gli
facesse condarre certa quantità di vino et altre robe che mi conse^piaria il sao Vicario là, per
oso di Sua Sig.ria, et così ho fatto et per le terre de la Maiestà Crist.ma ho sin qui a Viadana
condutto ditte robe senza pagamento di datio o impedimento alcuno per una patente ch'ò haata
dal generale di Savoia. Hora ch'io son venato qui a Viadana, li datiari de V Ill.mo Sig.re ICar-
chese hanno fatto instantia perch'io paghi, il che havrei fatto sabito più presto che di ciò dare
molestia a Y. Ex.tia , ma ho dubitato di far cosa che le dispiaccia , et per questo son rimaso in
compositione con li daciari di scrivere a V. Ex.tia , et non dando essa loro risposta alcuna di
quello che habbiano a fiire, il mio nochiero alla tornata ha promesso di satisfar loro; coA mi è
pano di dame aviso a V. Ex.tia , la quale farà circa ciò quello che le parerti , et farò il simile
agli altri dacìj di Mantnana quando non mi vogliano lasciar passar liberamente, cioè che darò
lor promessa del nocchiero che alla tornata li satisf^cia. Y. Ex.tia non uà scordi eh' io le sono
deditÌB.simo servitore. Alla qoale humilmente mi raccomando.
Viadane, xii novembris MDXYI.
Di Y. Ex.
hamilis et dedit.mos serritor
LUDOVIOUS AUOSTOS.
Isabella rispondeva con questo biglietto, che si trova nel L. 33 del suo
Copialettere particolare :
Sp. et doctisB. amico noster cariss. — Havemo risto per la vostra de xzt de qaesio quanto ce
scrivete circa qaelle robbe condotte a Ferrara che sono del R.mo et Ill.mo S.r Car.le nostro
hon.mo fhitello; baremo fktto intendere al Potestà nostro de Yiadana che commetti alli datiar^
(1) Lttttrt, pp. 80»4.
(2) Un mese, dice egli stesM serirendo a Onidnbaldo II d*UrbÌBO. LtOtrt, p. 808.
(8) Cfr. Cappblu, Preikt. alle LtUtri, p. czvit.
COMUNICAZIONI ED APPUNTI 307
di quella nostra terra che non togliono cosa alcuna per datio de le robbe consignatele per vui.
Se havessimo anche saputo in quali altri lochi del dominio siati rimasto in questa compositione
haveressimo fatto il medemo ; potrete ordinare al nochiero che nel ritorno suo mi facci intendere
li altri lochi dove bisognarà far intendere questo, che lo faremo di bon core , ringratianlovi del
rispetto che in questo caso haveti havuto di non oifenderni in pagare tal datij : il che vi certi-
ficamo ben ci seria stato di gran dispiacere, perchè desiderarne servire el s. Car.le dove possiamo,
et a vostri piaceri ne offerimo.
Mantuae, ultimo novembris MDXVI.
Parecchie altre notizie ragguardevoli troverà neir Archivio di Mantova chi
non stia pago, come io qui mi sono proposto, alle relazioni dei Gonzaga con
Ludovico, ma estenda le sue ricerche a quelle con gli altri Ariosti. Tra
questi fu specialmente il cugino del poeta, Rinaldo Ariosto, ch'ebbe fami-
gliarità grande con Isabella (1), fino ad indirizzarle una lettera cosi strana-
mente confidenziale, che a' giorni nostri si reputerebbe grossamente sconve-
niente per qualsiasi signora onesta (2). Quando Rinaldo venne a morte nel
1519, Ludovico ne partecipava la perdita al Marchese ed alla Marchesa di
Mantova, il 7 luglio, in nome proprio e della vedova (3). Entrambi i Gon-
zaga si affrettarono a mandargli le loro condoglianze (4).
E qui io potrei far punto , se non mi sembrasse opportuno aggiungere
qualche notizia di quel personaggio accennato dall'Ariosto, nella sua lettera
a Federico Gonzaga del 1532, con la designazione di « nostro mess. Coglia ».
Viveva costui alla corte ferrarese e chiamavasi Girolamo da Sestola. Nel
1503 lo vediamo arrivare da Parigi menando seco cavalli e musicisti pel
Duca di Ferrara (5). Più tardi egli diviene uno dei corrispondenti ferraresi
più cari ad Isabella. Alcune sue lettere descrittive, dirette alla Marchesa nel
1531, furono pubblicate or non è molto (6). Altre parecchie io ne conosco
scritte dalla Gonzaga a lui , che mostrano quanto affettuosi e confidenziali
fossero i loro rapporti. 11 Coglia si occupava molto di teatro ed era stretto
d'amicizia all'Ariosto. Fu anzi per mezzo di lui che Isabella ebbe la triste
nuova della morte del poeta, onde essa gli indirizzava questo biglietto : « Per
« la littera vostra ho inteso con mio gran dispiacere la morte di mess. Lu-
« dovico Ariosto, della quale veramente si ha a dolere tutta quella città, per
« essere mancato gentilhuomo che appresso la bontà sua era a lei di gran-
de dissimo ornamento per le rarissime et eccellenti virtù che in lui si tro-
« vavano. N. S. Dio gli habi pietade eoe Mantue, alli 14 di luglio 1533 ».
Rodolfo Renier.
(1) Caupobi, pp. 85-86 ; Cappelli, pp. lxxvi e lxxvui-ix.
(2) In data 7 giugno 1505; pubblicata dal Cappelli, a p. clxxv della Prefazione cit. L* auto-
grafo ed una copia di questa lettera si trovano nella Biblioteca del Re in Torino , ms. st. ital.,
166, doc. n. 89 e 42.
(3) Lettere, pp. 31-32.
(4) La lettera del Marchese (12 luglio 1519) fu pubblicata dal Bkbtolotti nel Bibliofilo, IX, 57;
quella d'Isabella, che ha la medesima data, è ancora inedita nel Copialettere di essa, L. 37. Chi
voglia sapere qualche cosa di più di Rinaldo e della lite cui diede origine la sua morte, consulti
Frizzi, Memorie star, della famiglia Ariosti, Ferrara, 1779, pp. 122 sgg.
(5) Datasi, La musica a Mantova, in Rivista stor. mantovana, I, 66 n. Da un documento an-
cora inedito del 24 luglio 1491 si ricava che il Coglia insegnò musica alla giovane Isabella.
(6) Dal FosTARA, Renata di Francia, Roma, 1889, pp. 152-54 e 163.
308 COMUNICAZIONI ED APPUNTI
La « Philenia » di Antonio Mariconda. — La Philenia del Mariconda
fu la prima commedia recitata a Napoli e d'autore napoletano. Di essa fi-
nora non s'aveva altra notizia se non quella che ne reca il Castaldo nelle
sue Historie e il titolo della stampa, che riferiscono il Toppi ed altri biblio-
grafi. Essendomi riuscito finalmente d'averne tra mano un esemplare, mi par
utile di discorrerne brevemente (1).
E prima di tutto, occorre ricordare che le prime commedie regolari che
si videro in Napoli, si dovettero al principe di Salerno, don Ferrante San
Severino, che le faceva recitare nel suo palazzo sia per mezzo àHstrioni ve
nuti da Siena, sia per mezzo di brigate di gentiluomini dilettanti. Così ne
1540 si recitarono il Calando e il Beco^ commedie senesi, e nel 1545 gl'/n
ffannati, quest'ultima da dilettanti dei quali sappiamo i nomi. Tra i quali
dilettanti era anche Antonio Mariconda, che fece < con grazia mirabile »
una delle parti di servo (2). 11 Castaldo soggiunge che l'anno seguente, 1547,
si recitò la Philenia^ opera del Mariconda.
La stampa della Philenia ci dà modo di rettificare e svolgere la magra
notizia del Castaldo. Questa stampa è intitolata: Philenia | Comedia di An-
I TONIO Mari- | conda | nobile napo- | litano | Stampata in Roma per An-
tonio Biado I d'Asola | MDXLVIII. È in quarto, di ce. XXXXIIII, e tre a
principio non numerate. È dedicata, in data di Roma 1" maggio 1548, alla
principessa di Sulmona, Isabella Colonna.
Dalla dedica e dall'avvertenza risulta che la commedia non fu recitata il
1546, ma il 1547: e il luogo della recita fu, come si sapeva, il palazzo del
Principe di Salerno. I « recitanti furono Napoletani et Nobili » , forse pres-
s'a poco gli stessi che vediamo apparire nelle altre commedie recitate in
quella casa. « L'apparato fu fatto dall'autore ». « La pittura la fece Mastro
« Severo de Napoli »; forse il pittore Severo Iraci o Jerace, di Napoli, in-
torno al quale pubblicò alcuni documenti il Caravita (3). « Le musiche Vin-
« cenzo da Venafro, col giuditio del divinissimo signor Luigi Dentice »; ignoto
il primo, notissimo il secondo.
Il Mariconda dice anche che vi furono rappresentati due intermedii, uno
alla fine del secondo atto, « nel quale comparvero tre sirene et un mostro
« marino in mezzo del mare, ch'era fatto appresso al proscenio, et cantando
« dolcissimamente lodorno le donne Napoletane; et l'altro nel fine del quarto,
4( nel quale comparse uno Orfeo colla lira et tosto che comincio a sonare
« nscìrno da varij luochi infiniti animali selvaggi, i quali seguirno Orfeo ».
11 Prologo è rivolto alle dame spettatrici e pieno delle solite frasi della
galant ria d'allora: questi spirti gentili (i recitanti), non sapendo in qual
(1) Non mi riasd di troTarne «Ioana copia qualche anno fk , per qoanto rioarche ne ftceaei
nelle biblioteche di Napoli e in TArie biblioteche d* Italia. Ma, per fortona, nna n' è
in questi giorni sooni, nella fiera dei libri che ancor s'usa di ikre a Napoli, nell'
Pasqua come del Natale. E contemporaneamente l'amico E. Pèrcopo m'ha aTTertito
un'altra nella nostra Bibl. Naz., ma non segnata nel catalogo generale, e mancante di frontaipixin.
(2) Cacci, 2 Uatri di NapoU, Napoli, 1891, pp. 43-6.
(3) Cit. in FiLAMOiBRi, Indùt degli arkficì, li. 11-2.
COMUNICAZIONI ED APPUNTI 309
altro modo avvicinarsi alle belle dame, « si son disposti di venirsene qui et
« in presenza di costor tutti appressarvisi tanto che nelle parti più segrete
€ delle vostre menti possano riporre il seme de i lor lunghi travagli ; et a
« questo modo almeno, compire con noi i loro desiderij cosi come facevano
« colle loro donne l'antiqui Romani ».
Tra le dame spettatrici era anche la Principessa di Sulmona, cui fu poi
dedicata la commedia.
Dal Prologo si cava anche la curiosa notizia che Tanno prima avevano
recitato in Napoli, e innanzi allo stesso uditorio, certi Modanesi. Sperano i
recitanti — ci si dice — che « sarete sodisfatte di tal modo di questo mio
« stile, che confesserete colle vostre bocche istesse che la lingua nostra sia
« assai più dolce et honesta, che non fu quella di quei Modanesi l'anno
« passato ».
La commedia era stata scritta per l'occasione. Essa « è tutta nova che
« nuovamente in otto giorni è stata dall'autor composta ».
Nessuna relazione esiste tra questa Philenia e la Philena, il noto ro-
manzo del Franco, pubblicato appunto il 1547. La Philenia del Mariconda
è tutta nuova nel senso soltanto che dà a queste parole l'autore; cioè che
fu scritta apposta per quella recita: in realtà, è un aggregato di caratteri e
situazioni molto comuni nelle commedie di quel tempo. Giudichi il lettore :
il soggetto è questo. Philenia, eh' è sotto la guardia di una vecchia Milia,
che passa per sua madre, è, per suo conto, fortemente innamorata di un
giovane Fulvio; ma, per conto della falsa madre, promessa al vecchio Si-
mone. Il vecchio Simone ha una figlia, Livia, ch'egli promette in isposa a
Fulvio, a richiesta del padre di costui, Philone. Ma Livia ama invece un
servo di casa, Camillo: anzi lo ha già tanto amato che n 'è incinta. Fulvio,
per procacciarsi il danaro che occorre agli innamorati, col consiglio ed aiuto
di Camillo, si traveste, pigliando l'apparenza del vecchio Simone, e riceve
da un soldato, debitore di Simone, una somma di danaro : ma l'inganno non
riesce .a pieno per altre ragioni. Intanto, avendo il servo Tindaro sottratto
una catena d'oro al vecchio Philone, e avendo detto per iscusarsi di averla
data a Milia, costei, insieme con la pretesa figliuola Philenia, è menata pri-
gione per ordine del Podestà. Ma con questa occasione il Podestà scovre che
Philenia è sua figliuola ; e contemporaneamente , al vecchio Philone vien
rivelato che il servo Camillo è suo figliuolo. Seguono i matrimoni ; e il Pa-
rasito dice il finale : « Ecco pur giunta l'hora, stomaco mio, che potrai risto-
« rarti de cosi lungo digiuno, per la qual cosa potrete girvene in bona bora,
« spettatori, et uoi anchora, bellissime donne: accio con le vostre bellezze
« non siate cagione di fare allongare i loro abbracciamenti a questi amanti :
« ma uo ben che vi raccordate delle code, dico che nel passare per il luto
« nolle bruttate, perciò che queste donne anconitane ne farrebbeno le mag-
« glori risa del mondo , che elle come saggie non selle lasciano mai uscir
« di mano. Hora sella Comedia vi è dilettata, fatene segno di allegrezza
« acciò siate cagione al'autore di farne delle altre volte di questi serviggi
€ così fatti, et a Dio ».
La commedia, come si può vedere forse anche da questa semplice espo-
sizione, è men che mediocre; mancando in essa qualsiasi viluppo comico,
310 COMUNICAZIONI ED APPUNTI
uè essendo, d'altra parte, commedia di carattere, come allora pur se ne fa-
cevano. La forma non ha nessun pregio, essendo stentata e languida e scor-
retta, come si vede anche dai pochi periodi che ho citati.
11 luogo dell'azione è messo in Ancona. « Or ecco qui — dice il Prologo
€ — la bella città d'Ancona ; ecco il Duomo ; questo è il Palazzo dei Si-
€ gnori ; quest'altro è del Governatore, quello è il Castello : il Porto hor
« non vedete^ ». Per questa ragione, la commedia non ha neanche quel
colorito e quelle allusioni locali che avrebbe forse avute se la scena fosse
stata posta in Napoli, patria e soggiorno dell'autore.
Tra i personaggi secondarli e inutili all'azione compaiono il Pedante e il
Parasito, fatti oggetto delle burle del servo Tindaro; come le vecchie son
prese di mira da Gurtio, ragazzo. C'è anche il soldato che porta il nome di
Ferramosca, nome glorioso, reminiscenza della famiglia guerriera dei Ferra-
mosca, della quale fu Ettore. C'è il Medico, che viene in iscena accompa-
gnato dai suoi pratdchi, e parla in gergo italo-latino.
Pochissime notizie si hanno intorno al Mariconda, oltre di quelle alle quali
ho già accennato. Il Tafuri ne dà una biografia, una di quelle pseudo-bio-
grafie, delle quali ora si è perduta l'usanza, contesta tutta di luoghi comuni
e di affermazioni probabili ma inconcludenti (1). Gli altri scrittori citano solo
i titoli delle due sue opere, la Philenia, cioè, e le Tre Giornate delle favole
deWAganippe.
Questa seconda opera è stampata In Napoli \ appresso Qio. Paulo Suga-
nappo I MDL | ; ed è anche in quarto di carte CXXIV , oltre varie innu-
merate. Essa è preceduta da un sonetto di Angelo di Costanzo all'Autore, che
fu stampato come inedito tra le poesie del Costanzo nell'edizione del Gallo,
e senza il nome della persona alla quale è diretto:
Ben fu bello il pensier che vi sospinse
Con note ricche di dolcezza e d'arte
A chiuder in si brevi e poche carte
Quel che 'n più libri Boma e Gretia strinse.
Ma assai più quel ch*a consacrar vi spinse
L'opra a Colei, che in star sola in disparte
Da Taltre donne, sempre in ogni parte
LMnvidia, il mondo e se medesma vinse.
Perchè la fama di si bella impresa
Poco era per durar; senta haver cara
Che dal cieco livor non ftisse offesa.
Hor potrà già volar salda e sicora
Da M gran splendor d'un tal nome difesa,
Degna vernice a si nobil pittare.
Colei che sta sola in disparte è la principessa di Salerno, Donna Isabella Vil-
lamarino, ch'è come la protagonista del libro. Perchè, si racconta nel Proemio^
« ritrovandosi questa così magnanima Prencessa nella città sua di Salerno,
< ed essendo venuta la staggione per Io soverchio caldo rìncrescevole , a-
(1) Tapobi 0. B., hioria dtfU tcrUi. Ma' mI IU§m di Napoli, t. Uh P. I, Napoli, Mom»,
libo, pp. 410-1.
COMUNICAZIONI ED APPUNTI 311
« stretta dai prieghi di suoi virtuosi Gentirhuomini, determinò per quei giorni
* che la Ganicula aggiunge foco al caldo, di girne a diportarsi in un fonte
« non molto discosto dalla città, nominato Aganippe ». E « quivi adunque
« essendo venuta un giorno dopo disnare Madamma la Prencessa e postasi a
« sedere quasi nel mezzo de l'isola », venne in pensiero di sentire da cinque
suoi gentiluomini, Attilio, Tespio, Catinio^ Caracciolo e Rotilio de cosifatte
« trasformationi over favole che voglian dire et quelle che miglior vi par-
« ranno non altramente che s'elle f ussero novelle ».
Le trenta favole sono tra le più note, e tolte in massima parte dalle Me-
tamorfosi. Alla fine di ciascuna delle tre giornate una delle donzelle canta
una canzone o un madrigale,
La famiglia Mariconda, oriunda di Sorrento, era nobile napoletana del. Se-
dile di Capuano. Antonio fu figliuolo di Niccola Mariconda ; ed ebbe forse
per moglie una Vittoria de Cordes (1). Sono queste le sole notizie che sono
in grado di aggiungere intorno all'autore della Philenia.
Benedetto Croce.
La coronazione di Corilla giudicata da Gaetano Marini. — Uno degli
episodi più curiosi e, come si dice, caratteristici del settecento fu la coro-
nazione della famosa Maria Maddalena Morelli Fernandez, fra le pastorelle
Corilla Olimpica, prima nel Serbatojo Arcadico, e poi nella Sala de Con-
servatori, in Campidoglio. L'Arcadia si divise per tal cagione in due partiti
di Corillisti e d' Anti-corillisti ; i quali ultimi, ribellatisi all'autorità del Cu-
stode Generale, ab. Gioachino Pizzi, diedero origine al secondo scisma arca-
dico, in cui tanta buona gente trastullavasi ancora alla vigilia della rivolu-
zione francese. Ma che dico, l'Arcadia? Tutta Roma, anche questa volta, si
schierò in due campi ; tutta cioè, fatta sempre eccezione de' pochi savi, ai
quali doleva di vedere, in si gravi tempi, consumarsi le cure per cotali
quisquilie , ed anche avvilita cosi sulla fronte di una pazzerella la corona
cinta dal Petrarca e vagheggiata indarno dal povero Torquato.
Prima e dopo che questa vanitosa pastorella di cinquanfanni , come la
chiama il Milizia in data del 17 agosto 1776, ricevesse il poetico lauro, fu
una vera inondazione, una guerra accanita di sonetti, che erano spesso so-
nettacci, e di versi d'ogni specie, in italiano ed in latino. Delle sole pasqui-
nate e satire contro la Corilla si formò la nota raccolta Pizzi- Cor illeide,
che trovasi manoscritta in più biblioteche. Ed invano il Pizzi scriveva ad
Angelo Mazza, che solo « pochi insetti poetici han turbato iilquanto la tran-
ci quillità delle nostre selve». Tutt'altro! Il litigio assumeva grandi propor-
zioni; ne parlavano tutti i carteggi diplomatici dell'anno 1776, ed il povero
Pio VI, prima confuso e perplesso, dopo aver consentito quella grottesca pa-
rodia, ne rimaneva pieno di tristezza e di rammarico.
(1) Mazzella, Dtgcritt. del Regno, p. 497; Di Lillis, Discorsi, II, 85.
312 COMUNICAZIONI ED APPUNTI .
Or della coronazione capitolina abbiamo un ragguaglio dell'Amaduzzi, ar-
rabbiato corilliano, stampato, Tanno 1777, nel tomo XXXI della Nuova Rac-
colta di Opuscoli del Galogerà ; al quale è da porre accanto la relazione,
che ne fece contemporaneamente il Cancellieri, fiero anticorilliano, scriven-
done al Tiraboschi ; relazione pubblicata di recente in appendice al noto libro
dell' Ademollo (1887). Il quale ha trattato l'argomento più estesamente di ogni
altro; ma ne hanno toccato pure il Lancetti, il Giacometti, il Vannucci, la
Vernon Lee, il Silvagni, Ernesto Masi, ed altri. Anche Rodolfo Renier, sotto
il titolo di Quisquilie Corilliane, ha recato, dopo T Ademollo, il suo con-,
tributo a quest'episodio di storia letteraria, informandoci nel presente' Gior-
nale (X, 449) di una raccolta, o Pizzi-Corilleide, che si conserva nella Bi-
blioteca Comunale di Fermo.
Di questi giorni la Biblioteca Vaticana ha fatto acquisto di più centinaia
di lettere, importantissime per la storia civile e letteraria, dal celebre Gae-
tano Marini, mio predecessore, indirizzate, in gran parte, a Giovanni Fan-
tuzzi per aiutarlo nella grand'opera in nove volumi degli Scrittori Bolognesi^
ed, in minor parte, al dotto numismatico ab. Guido Antonio Zanetti. Or
avendo io incontrato in questo carteggio , che va per più di un ventennio
dal 1773 al 1795, pochi ma savissimi cenni relativi alla Gorilla^ cenni che
il Marini comunicava all'amicissimo Fantuzzi , mi par bene riprodurli qui
per far conoscere come la pensasse su questa faccenda il celeberrimo autore
degli Archiatri, delle Iscrizioni Albane, degli Arvali. e de' Papiri.
Isidoro Carini.
Roma, 24 luglio 1776.
« Tornato in Roma (1) ho ritrovato il paese pieno de' discorsi per la co-
ronazione della Gorilla, e di satire sanguinose contro di essa, tra le quali
una è questa, che mi è parsa assai arguta e salace:
Plaudite scorta; oUm pepuUt vos Qumttu ab urbe,
Nunc habet a Stxto seria OoriUa Pio (2).
Universalmente dai dotti, e dai buoni si disapprova un tal fatto, ed è poi
ridicolo il vedere alcuni Cardinali impegnati, e che il Governo stesso ed il
Secretano di Stato si mescoli con tanta premura in ciò. Quasi non ci fossero
affari serj da trattare, e non si multiplicassero tuttodì con svantaggio di
questa povera Corte » (3).
(1) Da Albano.
(2) L'indomani però mei, a qneita satira, la risposta dei corìlliaai :
Di Tisio e di rirtù giadiee è Boma:
Cacciò il Quinto le olicene, e il Sesto Pio
A Gorilla immortale orna la chioma.
(8) Tra i fkvoreToli a Gorilla c'erano inlktti il card. Neuroni, o Tìm. . o card. Pallavicini, Se-
COMUNICAZIONI ED APPUNTI 313
Roma, 14 agosto 1776.
€ Per la Gorilla io sono arrabbiatissimo, e mi crucia grandemente l'in-
famia, e il discredito, che ne torna al Paese, ed alla Corte, che ha voluto
mescolarvisi. Non ci è persona savia e dotta, che non bestemmii tal faccenda,
e ci è poi un fanatismo tale cosi per una parte che per l'altra, che poco è
più pazzia (1). Gli esaminatori son uomini ben ridicoli e da poco, non avendo
voluto tal carico gli uomini savj e dotti (2). Piovono le satire a josa, e si
par bene che non ci è altra strada allo sfogo che questa. Non si sa come
fare la spesa della funzione. Il Senato è povero, né il Papa ha voluto ac-
cordare che si faccian debiti : il Principe Gonzaga, che è l'alfa e l'omega di
questa poltroneria, è spiantato, avendo consumato il suo in dolcitudine e in
dar mangiare ad una turba immensa di poetastri e di parasiti. Staremo a
vedere che n'uscirà ».
Roma, 21 agosto 1776.
« Della coronazion di Gorilla ci è chi spera bene, cioè che non si faccia,
altri poi dice che si farà, ma senza pompa: il Gard. Pelavicini è stato ono-
rato anch'esso di una satira, e ben gli sta, questa è :
Magnum opus aggredititr septem post Lazarus annos.
Quid faciefì scortis laurea serta parai (3).
Roma, 4 settembre 1776.
« Finalmente sabbato passato fu coronata Gorilla, nel modo però che si
gretarìo dì Stato, come, fra i prelati , mons. Massei , presidente delle strade , contro del quale
corse la satira:
Fa noto a tutti Monsignor Massei,
Che passando Gorilla coll'alloro,
Se ardisce alcun tirarle i pomi d'oro,
Sarà multato di baj occhi sei.
(1) Tutta Roma era divisa , come dissi , in CoriUiani ed Anttcorilliani. Corilliani erano tutti
gli anti-gesniti , come rettamente notò V AdemoUo. Quindi il famoso giansenista ab. Amaduzzi;
e il non men famoso giansenista e rolteriano , ab. Giacinto Ceruti ; e il Cavalli , e il Pagnini ,
ambidue carmelitani; e il p. Aurelio Bertola ; e l'ab. Godard, poi Custode Generale d'Arcadia;
e il massone cont« Bezzonico ; e il can. Bandini (questi però uomo serio e dotto, allora delirante
anche lui), oltre del celebre P. Appiano Buonafede (l'antagonista del Baretti), del P. Giorgi, del
P. Jacquier, dell'ab. Scarpelli ecc. Sovra tutti si sbracciavano Ginori, e quel matto del Principe
delle Stiviere, D. Luigi Gonzaga. Tra gli Anttcorilliani ricorderò l'improvvisatore Mattoo Berardi,
gran nemico del Monti , Lorenzo Sparziani , 1' ab. Francesco Cancellieri, 1' ab. Gaetano Golt , il
commediografo Francesco Albergati, e 1' ab. Giuseppe Petrosellini , improvvisatore anche lui, che
poi fondò, con altri anttcorilliani e dissidenti dall'autorità pastorale del Pizzi, l'Accademia dei
Forti ecc. I savi tacevano, e deploravano le pazzie umane come il sommo Marini.
(2) Furono tra gli esaminatori della Gorilla il P. Reggente Cavalli, il canonista Devoti (!!) ecc.
(3j La Morelli Fernandez non godeva, in verità, gran riputazione di saggezza. Per altro, ella
medesima lo riconosceva, scrivendo, il 21 giugno del 1769 , al suo ammiratore P. Reggente Ata-
314 COMUNICAZIONI ED APPUNTI
meritava, cioè in faccia di una universHi disapprovazione, non essendoci an-
dato alcun Cardinale, niun ministro, niun uomo sensato, tre o quattro Pre-
latini di niun nome e significazione, quattro o cinque Dame, e pochissimi
Cavallieri. È incredibile quale sia stato su tal cosa il consenso e giudizio di
tutti. Pare che non si potesse ottenere una cospirazione cosi piena e concorde
senza maneggi, e trattati, eppure il buon senso Tha fatta, ed io ne sono conten-
tissimo, perchè così Roma ci resta colla sua riputazione ed onore, e tutta la
vergogna cade su pochi. Confessovi che dopo di aver saputa la storia di tal
coronazione mi tranquillizai, e scacciai dall'animo mio un certo mal'umore,
che rindegnità di tal fatto vi avea posto. Nell'uscire di Campidoglio, ancor-
ché fossero vicine le ore cinque, pur fu exsibilata da parecchj, che l'atten-
devano al varco, per la qual cosa comparvero quattro uomini armati a ca-
vallo, i quali circondarono la carezza della Corilla, e si diedero ad impau-
rire il popolo, poi scortarono la carozza sino a casa. Questa è una prepo-
tenza del sig."" Principe Gonzaga, ed una solennissima ingiuria al Governo,
pure non se n'è fatto risentimento, e solo sento che sia uscito ordine di cat-
turare que' quattro : il Principe, colla Gorilla, parte questa notte per Toscana,
e gli parrà d'aver trionfato » (1).
La stampa napoletana del 1506 delle « Rime » del Chariteo. — Riu-
scite inutili tutte le ricerche fatte da me nelle biblioteche napoletane e ro-
mane, e quelle di amici miei nelle biblioteche di Firenze, di Venezia, di
Torino, di Milano e di Palermo, per scovare la prima edizione delle Opere
nasio Cavalli, carmelitano, indi semplice abate : « Gindixio si voi che io, non ne abbiamo d» ven-
« dere, onde non è meraviglia se qualche volta si dà in corbellerie ». Ed ecco ora una delle più
sanguinose pasquinate del tempo :
Se meriietol fu d'avere in fine
Stazio gli allori in Campidoglio un giorno,
Onde famoso per le ascree colline
Il suo nome immortai suona d'intorno;
Se mérìtetol fu d'avere il crine
Il gran Petrarca di bei lauri adorno.
Se maritiKol fu Perfètti, allora
È meretrice la Corilla ancora.
Fin dalla prima coronazione di lei nel Serbatojo d'Arcadia, si era, del resto, cercato di stornare
la più solenne incoronazione in Campidoglio. Ma si giunse a disturbarla , non ad impedirla. Un
sonetto anUeoriUiano, dopo quella prima onorificenza, comincia così:
Qitta, Corilla, qnell'inntil fronda.
Per cui sen va la chioma tua superba;
Quella non è, che alla virtù ai serba,
E immortai sorge d'Aganippe all'onda.
(1) Il povero Prìncipe arrivò sino a fondare un «qtreiso Ordine, che chiamò dei CtunMéri Otm-
pici, e fece tante altre sciocchezze, indegne del gran nome che portava.
COMUNICAZIONI ED APPUNTI 315
del Chariteo, impressa a Napoli da Giovanni Antonio de Ganeto, e pubbli-
cata il 15 gennaio 1506; dichiarai, nell'introduzione a Le rime di Bene-
detto Gareth detto il Chariteo, secondo le due stampe originali (1), che
questa edizione, non molto rara nel XVII e nel passato secolo, quando la
videro e ne parlarono Lionardo Nicodemo, il Grescimbeni', il Gaballero e
Lorenzo Giustiniani (2); era stata per me « irreperibile ». Mettendo però in-
sieme tutto quello che n' avean detto codesti eruditi e bibliofili, descrissi
la sua forma esteriore; e, quanto al contenuto, affermai che doveva essere
del tutto identico a quello delle ristampe venete , fedelissime copie della
napoletana, che non ero giunto a trovare (3).
Ma s'era appena pubblicato il mio volume, che, gentilmente, Mario Men-
ghini mi avverte che 1' « irreperibile » se ne stava cheta cheta negli scaffali
della Estense di Modena: una delle pochissime, forse la sola biblioteca, che
sfuggi alle mie ricerche.
Avuta nelle mani, per cortesia di quell'egregio bibliotecario, la bella e
rarissima stampa, détti in un gran sospiro ; nelle mie affermazioni, nelle mie
congetture non m'ero ingannato: ess'era stata, com'io avevo supposto, il mo-
dello delle venete: vi si trovavan anche quegli strambotti, che, per non esser
stati ricordati da nessuno dei descrittori della napoletana, con qualche ra-
gione potevansi credere pubblicati per la prima volta in una delle stampe di
Venezia: cosa che io non avevo voluto ammettere; e l'edizione originale mi
dà ora pienamente ragione! E poiché io delle venete mi ero appunto ser-
vito nel dare e le varianti dei componimenti rifatti dal poeta e ripubblicati
nella seconda edizione napoletana, del 1509; ed il testo di tutti gli altri
esclusi da quest'ultima e compresi solo in quella del 1506; voleva dire che
nella mia edizione tutto rimaneva inalterato; tutto, tranne qualche arbitrio,
qualche indifferente varietà di segni e di ortografia, qualche errore di stampa.
1 componimenti, infatti, si succedono nell'istesso ordine : solo il madrigale 1,
dal secondo posto che occupa nella stampa napoletana, salta, stranamente, al
sesto, nelle venete. In queste si sostuiscono costantemente al henegno, homai,
eternamente: benigno (questo anche in rima), A orma e, eternalmenie:
e si modificano pater (-tir), disdegnosa (des-), iocundo (-con-), acquetarsi
(-quie-)y insino (-/-), ver tu (vir-), regnar ai e sim. (-gne-), r ino vare (re-);
e poi si dà a voluntario, culpa, tene, vidér la loro forma toscana; si mu-
tano paventoso (sp-), soverchio (sup-)^ iudicio e vicio (-tic), serria e sim.
(-r-), attrista e atterra (-^), belleza e sim. {-zz-)', si correggono i napoleta-
nismi sblendente e risblendore (spi-), ogne (-t), dispreggiando (-g-); e le brutte
grafie ogniun, subgetto, soglon ; si adoperano continuamente i segni d'abbre-
viazione per la n, per il per, per il que, nella napoletana rarissimi, ed al
segno 11=,'], di quest'ultima, si sostituiscono i due punti [:], equivalenti,
nelle stampe del quattro e del primo cinquecento, la virgola; si stampa
(1) Napoli, 1892, I, lvii.
(2) Vedi la mia Jntrod., p. lviii, e le Correuioni e Giunte (p. ccc).
(3) Le ediz, venete, cui accenno , son quelle stampate per Manfrin Bon e per Akxandro de
Sindoni (vedi la mia Jntrod., pp. ccxlit-vi).
316 COMUNICAZIONI ED APPUNTI
sempre allhor, perhò^ duncha, lachrime, sepulchro , ognhor ecc., queste
voci, che nella napoletana non hanno queir inutile h\ ed occhii sempre e
foelice, infoelice^ immancabilmente, in luogo di occhia felice ecc. ecc. ecc.
Due luoghi soltanto delle poesie comprese nell'ediz. napolet. , avendo io
seguito il testo delle ristampe venete, hanno bisogno di una leggiera emen-
dazione.
Nella canz. giovanile V, 45 (1) non bisognerà leggere più con le stampe
venete :
Onde, mia nocte obscara — Lana chiara;
ma, con la napoletana (f. B vii v) :
0 DB mia nocte obscara — Lana chiara;
e nello stramb. IX, 8, in luogo di leggere con le prime :
Et gli occhi mei serrar non si ponno;
— per aggiustare il qual verso, mancante d'una sillaba, io avevo corretto
serrare — leggeremo bene, con la stampa originale:
Et gli occhi mei serrar mai non si ponno.
U prezioso esemplare della biblioteca estense (2) , legato insieme ad una
nota operetta di Antonio Fregoso, detto Fileremo (3), ha sul dorso il titolo:
CHARi I TEO I opere; iTìisura mm. 205X148; consta di ce. 48, numerate a
pie di pagina con A-F iiii. Sul recto della e. A i : opere del | chariteo ; ed al
verso: al virtvosissimo cavaliere | messer cola dalagno prolo | go di
CHARITEO IN LO LIBRO IN | SCRIPTO ENDIMION ALA LVNA (il ProlOQO VE finO
a c. A ii »). A e. A iii r cominciano le rime, col titolo : libro db sonetti
ET ganzo I NE DI CHARITEO INTITVLATO | ENDIMION ALA LVNA; ed a C. EÌ r
cominciano, e vanno sino a e. Evir, gli strambotti, senza alcuna intesta-
zione; mentre le stampe venete hanno, invece, quella di : ([ Strammotti di
Ghariteo. Ecco perché i descrittori della stampa napoletana non li avevano
ricordati. A e. Eviu, l'altra dedicatoria: al illvstrissimo signor don | al-
fonso DAVA LOS MARCHESE | DE PESCARA GRAN CA.MARLBNGO | DEL REGNO NKA-
POLITANO: PRO I LOGO DI CHARITEO IN LA GANZO | NE DE LODE DEL SERENISSIMO
pRi- 1 NciPE DE capva; cd alla seguente e. E vìi r, la: canzone di chariteo
DE I LODE DEL SERENISSIMO siG | NOR PRINCIPE DE CAPVA. E , finalmente, a
(1) A p. 486 della mia edix.
(2) Ha dae segnature, l'una la l'altra, sor on cartellino masso salla coperta posteriors: LXYIII.
M. 10 e Bis. 3. D. 31. Pare che rnlUma sia la moderna.
(S) È II Rito di Dtmocrito compotiio p«r il Magnifico ca*ali'«r« Pkikr$mo. D. Antonio Frtgno.
Misara mm. 152 X 206, ff. aiiii-ei. Al f. eir: Imprtttum MtdMam p«r Pttrum \ MarUmn dt
Manttgatiit dictum \ Castanum | Anno DM. M.D. VI. \ Di$ .XX. Augniti. Sol Frsgtso Tedi
K. RiNiBB, 0<upar$ VitconU, Milano, 1836, pp. 76-81.
COMUNICAZIONI ED APPUNTI 317
c. F ii r, la celebre : canzone di chariteo intitv | lata aragonia. Sul recto
ed in principio dell'ultima carta (Ftììì) si legge : fine dela opretta {sic) di
CHARI I TEO IMPRESSA IN NAPOLI PER \ IOANNE ANTONIO DE PAVIA | ANNO
.M.cccccvi. A DI .XV. | DI lANVARio. 11 vcTso è bianco (1).
Erasmo Pèrcopo.
Ancora sui sonetti pseudo-polizianeschi. — Recentemente, nella Biblio-
teca delle Scuole Italiane (n° 5, voi. IV), mostrai che dei dieci sonetti fino
a qui attribuiti all'Arabrogini uno è di Pier Montanaro, cinqae vogliono es-
sere restituiti a Bernardo Pulci, e un paio al Bellincioni. Ai due rimanenti,
pubblicati dal Costa, nessuna autorità di manoscritti, a me cogniti, invidiava
l'onore che lor fa il copista del famoso cod. Vitali dell' Orfeo , oggi Par-
mense. Ma non per ciò mi parvero più autentici degli altri ; che anzi, dopo
una breve analisi stilistica, conchiudevo: « Faremmo troppo gran torto al-
4c l'elegantissimo cantore della Giostra^ afiìbbiandogli pur uno di questi versi,
« che sanno di apocrifo lontano un miglio! Di ben diversa officina essi re-
« cano l'impronta : in tutto simili ai molti, che del Cosmico, del Sasso, di
« Niccolò da Coreggio, di Feliciano, del Bendedei, e di tant'altri lor pari,
€ ci hanno conservati per l'appunto quei due su mentovati manoscritti, nella
« Estense di Modena e nella Palatina di Parma ». Son lieto di poter qui
assicurare i cultori degli studi polizianeschi, che le cose stan proprio cosi
come avevo immaginato : sotto quel Policianus , seducente , del codice di
Parma s'asconde un modestissimo Pelotus. Da tanta altezza!
Di Antonio Pelotto ha data qualche notizia il Renier, discorrendo néìV Ar-
chivio storico lombardo di Gaspare Visconti. Sue rime, come già ebbi a no-
tare in questo Giornale (XVll, 394), contiene l'Estense X. *. 34; dunque egli
era un confratello, e de' più oscuri, di Niccolò da Coreggio, del Cosmico,
degli altri detti sopra. E infatti, a smascherare il vero autore dei sonetti
editi dal Costa ci ha servito quel noto cod. Parigino descritto dal Mazzatinti
(li, 509), ch'è appunto una silloge copiosa di rime dovute a mediocri verseg-
giatori fioriti nell'ultimo quarto del secolo quindicesimo. In esso il sonetto
« Presso era il sole al suo secondo hospitio » (uno dei due famigerati ; che
stanno a coppia benissimo, e manifestamente derivano da un medesimo poeta)
è ascritto al Pelotto, e tien dietro degnamente a un sonettuccio del Tanzi,
il buon prete che primo die fuori le rime bellincioniane. Occorre appena ag-
giungere, che cagione dell'equivoco sono state le idéntiche iniziali dei due
nomi.
Ed ora, la morale di quest'aneddoto bibliografico. — Nelle quistioni let-
terarie, complesse quasi sempre, tutti gli elementi che concorrono in qualche
(1) Se tntt'i libri che son registrati nel Catalogo della libreria Capponi (Romsi, 1747), sonora,
come pare , conservati nella Vaticana , vuol dire clie anche in questa biblioteca si troverà una
copia dell' ediz. napol. del 1506 delle rime del Chariteo; essendo essa citata a p. 116 di quel
Catalogo.
318 COMUNICAZIONI ED APPUNTI
modo al giudizio debbono essere equamente ponderati. L'indagine erudita e
l'analisi estetica, compenetrandosi, s'illuminano: volte allo studio dei grandi,
giungono spesso, sorrette dalla psicologia, a svelarci l'intima essenza e la
ragion d'essere dei capolavori del genio; esercitate sulla turba dei minori,
mentre cooperano efficacemente alla conoscenza di certe malattie dello spi-
rito e depravazioni del gusto, mentre ci additano i precursori e gli epigoni
di quei capolavori, si aiutano anche a vicenda in quistioni particolari. Cosi
è seguito a noi ; cosi {grandia si parvis adsimilare licei) è avvenuto al Car-
ducci. Fondandosi sui soli criteri di stile, egli ha relegata fra le incerte la
poesia lunghissima, tribuita al Poliziano, che comincia Vi?nttó al hallo ecc.
R i codici, come dissi nel suddetto articolo, gli hanno data piena ragione.
Tutto, infatti, c'induce a farne autore Tommaso Cefi, il noto amico del Dati,
il revisore del trattato della Famiglia di L. B. Alberti.
Francesco Flaminl
Una lettera di Vittorio Alfieri. — Nel tomo primo degli Atti della
Accademia Italiana (Firenze, Molini e Landi, 1808) il segretario perpetuo
Giacomo Sacchetti pubblicò le « Memorie per la Storia dell'Accademia e
degli Accademici », e nel titolo V di esse — Dell'oggetto dell'Accademia
e delVopera degli Accademici — pubblicò l'elenco « dei più distinti letterati
« italiani » che furono invitati alla nuova associazione. L'elenco comincia con
Giangherardo de' Rossi, e finisce con Giovanni Rosini; ed il Sacchetti, quasi
a spiegare come in essa non figuri il nome di Vittorio Alfieri, pubblica in
nota (1) una lettera che è fra le più caratteristiche di Vittorio Alfieri, e che
è degna certo di esser segnalata, giacché non è fra le CCCIX lettere pub-
blicate a cura di Giuseppe Mazzatinti (2) , né fra le quattro che il racco-
glitore dà in appendice. La lettera essendo del 29 maggio 1798, verrebbe
quindi a collocarsi fra la CCXXXVllI e la CCXXXIX (11 giugno 1798)
del citato epistolario.
Ed ecco ora la lettera, colle poche parole dell'accademico Sacchetti che
la precedono negli Atti:
€ Era stato invitato all'aggregazione dall'abate Lenzini il conte Vittorio
Alfieri ; ma egli si scusò con lettera in data del dì ventinovesimo di maggio,
che stimo bene di riportare, perchè ci dà un'idea del carattere di quest'uomo
celebre e singolare :
Padron mio stimatissimo.
La ringrazio molto della gentilissima sua lettera de' 21 corrente, in cui
ella si compiace di oflferirrai un luogo onorato fra i membri di una nuova
Accademia.
(1) Pag. XXXI.
(2) t4tUr« tdit$ td ititdiU di F. i., Torino, Roux, 1890.
COMUNICAZIONI ED APPUNTI 319
Gliene sono gratissimo sì a Lei , che agli altri Socj , benché mi siano
ignoti : ma li pregherò pure di volermene dispensare, stante che ho fin dalla
mia giovanezza fatto voto ad Apollo di non esser mai di nessuna Accademia;
né attivo, né onorario, né aggregato.
Non già che io disprezzassi tali adunanze, e tanto più le pochissime dove
la scelta dei soggetti, ed il picciol numero di essi, e lo scopo che vi si pro-
pongono, escono in tutto dal triviale; ma la mia natura rozza, poco pieghe-
vole ed insociabile, rendendomi poco atto a queste fratellanze cogli estranei,
ho voluto con questo voto conservarmi piuttosto l'affetto e quella poca con-
siderazione, che avrebbero avuto per me i diversi Accademici, prima eh' io
fossi del lor numero uno, che non alienarmeli poi dopo che mi ci avessero
ammesso, col non compiere , o male , i carichi di accademico. Lo scrivere
lettere, il riceverne, il chieder pareri, peggio ancora il doverli dare, ed in
somma queste cose tutte , che vanno annesse all'essere di qualunque acca-
demico , ripugnano talmente alla mia natura , che non mi sono finora mai
pentito del voto. Se le cose promesse ad un Dio, e ad un Dio come Apollo,
fossero revocabili, farei certo questa rivocazione in proposito di (questa Ac-
cademia , di cui ella mi parla , la quale non dubito punto , che sia diversa
delle più. Mi abbia intanto per iscusato, e non mi creda punto sconoscente
all'onore che questi Signori mi volevano fare per mezzo suo.
Con tutta la stima me le professo
Firenze, dì 29 maggio 1798.
Suo Divotissimo Servo
Vittorio Alfieri ».
Alberto Lumbroso.
e R o :Nr ^ e ^
PERIODICI.
Un gruppo di giovani eletti ha fondato in Napoli, con pensiero encomia-
bilissimo, una speciale rivista, destinata ad illustrare la topografia e l'arte
napoletana ed a conservare quanto più sia possibile i resti di monumenti, che
tante volte il vandalismo borghese dei moderni sventramenti danneggia o
distrugge con franchezza cosi impudente. Il periodico s'intitola Napoli nobi-
lissima. Noi rileviamo nel n® 5 di esso (maggio '92) un articolo dotto ed
accurato di B. Croce su La tomba di lacobo Sannazaro e la Chiesa di
S. Maria del Parto. Di quella chiesetta di Mergellina , che il Sannazaro
fondò nei luoghi donatigli da Federico d'Aragona , intitolandola al Parto
della Vergine, in memoria del poema latino ivi composto, ed a S. Nazario,
e dove lasciò scritto nel suo testamento di voler essere sepolto, tesse il Croce
la storia, descrivendola in tutti i suoi particolari. Ma specialmente si trat-
tiene sul ricco mausoleo del poeta, di cui riproduce il disegno, mausoleo
pesantuccio , a dir vero , ma non privo di grandiosità , con certa movenza
michelangiolesca nelle figure laterali. Queste figure laterali sono un Apollo
ed una Minerva, convertiti dalla pietà, o dallo scrupolo, dei frati uflficianti
la chiesa in David e Giuditta. Nel mezzo v'è un quadro in rilievo di sog-
getto pagano e sopra, sorretta da due mensole, l'urna col deposito del poeta,
sormontata dal busto di lui, eh' è opera bella. È auesto storicamente uno
dei più notevoli monumenti che Napoli possegga. Il Croce lo descrive, si
ferma ad esaminarne il bizzarro miscuglio di pagano e di sacro , che cosi
bene risponde al carattere del personaggio ivi sepolto, tocca dei ritratti che
vi conservano l'effigie del Sannazaro, s'indugia sul vero autore della tomba,
intorno al quale v'e disparere, nonostante il nome ch'ei lasciò scritto sulla
base del monumento. Qui si sostiene che lo abbia veramente eseguito fra Giovan
Angelo Montorsoli da Poggibonsi, il quale può aver avuto cjualche collabo-
ratore nello scolpirne alcuni particolari. Tra i collaboratori non è escluso
possa essere quel Girolamo Santacroce, cui alcuni antichi eruditi assegnarono
tutta l'opera.
Un nuovo periodico d'erudi/ione vede ora la luce in Roma, stampato dalla
tipografia Vaticana. S'intitola II Muratori ed intende dare in luce documenti
storici tratti da archivi italiani pubblici e privati. Chiunque sappia quante
cose ghiotte si trovino ancora negli archivi nostri farà buon viso a questa
rivista, augurandosi che la scelta del materiale sia buona. Nel 1® fase., tra
varie cose importanti, che concernono la storia civile, notiamo le seguenti
che hanno maggiori rapporti con gli studi nostri. I. Carini, Tre lettere ine'
dite di Paride Avogadro da Ferrara relative alla congiura di Stefano
Porcari, tratte dal ms. Vaticano lat. 3908, che contiene una miscellanea di
lettere d'umanisti a Giovanni Tortelli, bibliotecario di Niccolò V. Il Carini,
illustrando dottamente le tre lettere che pubblica, dà notizie del loro autore
CRONACA 321
e del Tortelli, e si trattiene sulle relazioni che la congiura Porcaiiana e la
repressione di essa ebbero con l'umanesimo. Inoltre: G. Palmieri, Due lettere
di Silvio Pellico, la prima diretta alla sorella Giuseppina, superiora delle
Rosine di Chieri , tre mesi dopo la liberazione dallo Spielberg , la seconda
al fratello Francesco, gesuita; F. Ballerini, Frammenti di cronaca ro-
mana per gli anni 1738-39 nelle lettere di un contemporaneo^ tratti da
un cod. dell'Archivio di S. Paolo in Roma : tra i riferimenti di fatti politici
ragguardevoli , trovansi molte notizie anedottiche , aristocratiche , popolari ,
teatrali.
Nella Strenna Permana pel 1892 il conte Vinci inserisce : Un poeta fer-
mano del sec. XVI e una lettera inedita di Torquato Tasso. Nella Strenna
dei rachitici di Genova (1892) A. Neri ripubblica il suo articolo su La bella
Simonetta.
S. Bongi pubblica e studia nel voi. XXVI degli Atti della R. Accademia
Lucchese una Antica cronichetta volgare lucchese del sec. XIII. Oltre il
valore storico, questo documento ha importanza per gli studi linguistici.
Celebrandosi il quinto centenario dell' Università di Ferrara, uscirono i
due primi fascicoli del voi IV degli Atti della Deputazione Ferrarese di
storia patria con lavori tutti consacrati allo Studio ferrarese. Il primo fa-
scicolo ha: G. Jarè, Documenti e notizie sulV università ferrarese degli
studi dal 1735 al 1760, che fa seguito all'opera del Borsetti e ne segue il
sistema; 0. Venturini, Dei gradi accademici conferiti dallo Studio ferra-
rese nel primo secolo distia istituzione. 11 secondo fascicolo contiene: A. So-
lerti, Documenti riguardanti lo Studio di Ferrara nei sec. XV e XVI
conservati nelV Archivio Estense; A. Solerti, Statuto di un'Accademia fer-
rarese del sec. XVI. Tra i lavori di divulgazione intorno allo Studio di
Ferrara , comparsi in pubblicazioni periodiche , non è da trascurare quello
che A. Del Vecchio inserì nel giornale politico La Nazione (aprile 1892).
Nel periodico napolitano La Tavola Rotonda (an. II, n» 27) G. A. Cesareo
inserisce un articolo su Gli amori del Petrarca., in cui mostra che nel
Canzoniere non è cantata solamente Laura, ma eziandio qualche altra donna.
Nel periodico di Susa U Indipendente (an. VI, n» 34) G. Claretta , Rap-
presentazioni sacre e profane in Val di Susa nel sec. XVIII.
Nuovo Archivio Veneto (III, 2): G. Cipolla, Pubblicazioni riguardanti
l'Italia nel medioevo, resoconto bibliografico per l'anno 1891; F. Foffano,
Marco Musuro professore di greco a Padova ed a Venezia, buon lavoretto,
corredato di documenti.
Archivio storico Lombardo (XIX, 2): C. Vignati, Francesco de Lemene
e il suo epistolario inedito; C. Dell'Acqua, Di Cn'sto/bro Colombo studente
in Pavia ; G. Pagani, Milanesi parenti di Cristoforo Colombo.
Archivio storico italiano (Serie V, voi. IX, 2): P. Rajna, Gaia da Ca-
mino, nota a Purg., XVI, 140; G. 0. Corazzini, La madre di Francesco
Petrarca; I. Sanesi, Il testamento di Marchionne di Coppo Stefani; G.
Mancini, Un nuovo documento sul certame coronario del 1441 ; A. Medin,
Una lettera di Filippo Guazzalotti.
Archivio della Società Romana di storia patria (XV, 1-2): B. Fontana,
Documenti Vaticani contro V eresia luterana in Italia; M. Pelaez, Visioni
di S. Francesca Romana, testo romanesco del sec. XV, contihuaz. e fine.
Richiamiamo l'attenzione degli studiosi di storia dell' arte su di un note-
volissimo lavoro di Rodolfo Rahn intorno / dipinti del Rinascimento nella
Svizzera italiana., che viene comparendo nel Bollettino storico della Sviz-
zera italiana, dal n*' 3-4 (an. XIV) in poi. E' uno studio condotto con somma
accuratezza ed amore per le cose nostre.
Giornale itorico, XX, fuBr. 58-59. 21
322 CRONACA.
Gazzetta letteraria: L. Gretella, Cristina di Svezia in Italia, a propo-
sito del libro del Glaretta; E. Galani, Per un manoscritto dell'Ariosto, let-
tera di Garlo Poerio a Luigi Dragonetti, del 27 agosto 1860, in cui si parla
dell'acquisto di un ms. autografo dell'Ariosto (X Vi, 23); G. Bosio, Una ma-
schera veneta, cioè Facanapa (XVI, 26); R. Renier, Retorica, intorno ad un
metodo scientifico nell'insegnamento della retorica; G. Ferrari, Per Facanapa
(XVI, 27); A. Neri, Minuzie Montiane e Foscoliane, alcune lettere tratte
dagli autografi della bibl. Universitaria di Genova (XVI, 29); L. Reccardini,
Ancora Facanapa (XVI, 30); G. Rua, Carlo Emanuele 1 e la poesia na-
zionale italiana, artic. condotto su materiale inedito (XVI, 31); G. Sforza,
Un lessicografo dimenticato. Frane. Alberti di Villanova, n. a Nizza nel
1737, morto a Lucca nel 1800 (XVI, 33); R. Renier, Un analisi estetica dei
canti Leopardiani, sul libro di G. Trivero (XVI, 34).
Nel Giornale d' erudizione (1 v , 7-8) si legge una biografia dell' erudito
pistoiese Sebastiano Giampi scritta da mons. Enrico Hindi. Ivi pure trovansi
notizie, comunicate dal Tessier, di Giovanni Sagredo, secentista, noto spe-
cialmente per avere pubblicato sotto l' anagramma di Ginnesio Gavardo
Vacalerio il libro di novelle Arcadia in Brenta.
Il Propugnatore (V, 25-26): A. Lubin, // cerchio che, secondo Dante, fa
parere Venere serotina o mattutina, secondo i due diversi tempi, e dedu-
zioni che se ne traggono. — Continuazione del Fava pubbl. dal Guadenzi,
dell' artic. del Mazzi sulla Palatina di Heidelberg , dell' indice delle carte
del Bilancioni.
L' Ateneo Veneto (XVI, I, 1-3): F. Gabofto, Un poeta beatificato, cioè
Battista Mantovano, aetto il Garmelita; A. Gemma, // sentimento della na-
tura da Lucrezio a Galileo, in continuazione; S. Pellini, L'Enrico, ovvero
Francia conquistata, poema di Giulio Malmignati, in continuazione, nuovo
confronto dell'-Ennco con la Henriade del Voltaire, giudicando l'A. del tutto
insufficiente quello del Marasca. Gfr. Giornale, XVII, 278.
N. Antologia (Serie III, voi. XXXIX, fase. 6): F. D'Ovidio, Guido da Mon-
te feltro nella Divina Commedia; G. Pigorini-Beri, La Corte di Parma nel
sec. XVIII: (fase. 7), A. Zardo, Aristodemo: (fase. 8), M. Scherillo, La
€ Norma » di Bellini e la Velleda di Chateaubriand; E. Masi, Uno storico
americano delV Inquisizione, parla di E. G. Lea, A history of the Inquisi-
tion of the Middle Ages; (voi. XL, fase. 14): A. Solerti, Le liriche amorose
di Torquato Tasso; (ifase. 15) , A. Venturi , Natura del < Rinascimento >.
La Rassegna nazionale (voi. LXV): Lettere inedite di N. Tommcueo;
(voi. LXVl), G. Salvadori, Guido Guinizelli.
Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per le provincie
di Romagna (Serie III, voi. Ix, fase. 4-6): F. Pellegrini, // serventese dei
Lambertazzi e dei Geremei, continuazione, la fine nel fascicolo successivo;
(voi. X, fase. 1-3), L. A. Gandini, Viaggi, cavalli, bardature e stalle degli
Estensi nel quattrocento; G. Albini, Di un duello tra Guido Rangone e
Ugo Pepoli nella cronaca e nella poesia del tempo ^ si trattiene special-
mente sul poemetto del Modesti, il duello avvenne il 31 die. 1516; A. Fa-
varo, Lo Studio di Bologna nel i6i0 secondo un carteggio del tempo.
Archivio storico siciliano (XVII, 1): G. Romano, Guini forte Barxisza
all'impresa di Gerba del 1432 e un poemetto inedito di Antonio Canobio
sullo stesso avvenimento.
Rivista italiana di filosofia (luglio-agosto '92): G. Marchesini, La dottrina
metafisico-psicologica ai Andrea Cesalpino.
Rivista italiana di numismatica (V, 2) : B. Morsolin , Tre medaglie in
onore di frate Giovanni da Vicenta.
CRONACA 323
Rivista delle biblioteche (IV, 37-38): A. Solerti, Di una rara collezione
di rimatori della fine del cinquecento, stamp. a Bergamo; G. Maruffi, La
biblioteca palatina di Lucca; L. Frati, Della biblioteca Corvina, in Buda;
V. Finzi, Bibliografìa delle stampe musicali della R. Bibliot. Esteme, con-
tinuazione; L. Bandi, Il marito e i figliuoli di Beatrice Portinari, su do-
cumenti che si trovano nei libri de' Bardi, già posti a profitto dal Del Lungo.
La Cultura (II, 20): E. Zama, Orosio e Dante; (II, 25), G. Gristofolini,
Ancora una parola sul « veltro » annunziato da Virgilio ; (II, 29), Bonghi,
Il « Giorno » del Parini, sul libro del Carducci; D. Jahier, Un ostacolo alla
riforma in Italia nel sec. XYl; (II, 30;, F. M. Pasanisi, Ancora a propo-
sito della riform,a in Italia.
La Biblioteca delle scuole italiane (IV, 16): G. Gipolla, Un illustre bi-
bliografo, cioè G. B. G. Giuliari; G. Valeggia, Nota dantesca, sulle prime
quattro terzine del G. IV del Purgatorio; A. Solerti, Noterella dantesca,
a Inf, X, 108; (IV, 18-20), V. A. Arullani, La donna nella letteratura del
quattrocento; (IV, 19-20), 0. Bacci, Nota dantesca, a Purgai., VI, 142-144.
Bullettino della Società Dantesca italiana, oltre la solita Bibliografia
Dantesca, nel n» 7: F. Novati, Nuovi doci^menti sopra frate Giovanni da
Serravalle, tratti dall'Archivio di Firenze; nel n» 10-11: I. Del Lungo: Alla
vita civile di Dante in Firenze due documenti inediti.
Atti della R. Accade mÀa di scienze inorali e politiche di Napoli (vo-
lume XXIV): D. Lojacono, U opera inedita « De molestate » di Giustiniano
Majo e il concetto del principe negli scrittori della corte aragonese di
Napoli.
Giuseppe Baccini fondò un nuovo giornaletto regionale , che s' intitola
Bollettino storico-letterario del Mugello. Vi compaiono molti antichi do-
cumenti riguardanti luoghi, cose e persone di quella parte della Toscana.
Per gli studi nostri possono interessare : (I, 2), il testamento, 22 giugno 1423,
di Aladdalò del fu Leonardo de' Medici con un lascito a favore della com-
pagnia dei battuti di Barberino, e due lettere del vicario Leonardo Busini,
febbraio 1556, intorno all'arresto di Benvenuto Gellini da lui praticato ; (I, 3),
un tumulto di scolari seguito a Scarperia nel 1516, e la distinta di parecchi
scritti inediti di Bartolomeo Gorsini, che sono nell'archivio privato del cav.
Aristide dja Barberino, e due lettere di Gosimo Ricci e di G. B. Nelli a Gio-
vanni Lami.
Nel n° 12 del Bullettino dell' Istituto storico italiano G. Merkel inserisce
un utilissimo spoglio dei Documenti di storia medievale italiana, pubblicati
dal 1885 al 1891. La divisione è fatta per regioni e città, e la storia let-
teraria v'ha larga parte.
Miscellanea Francescana (V, 4): L. Frati, Inventario della biblioteca
francescana di Bologna, del 1421. Tutte opere teologiche, liturgiche, asce-
tiche, filosofiche. E. Filippini, Mudo da Perugia e le sue profezie: si veda
l'annuncio nelle pubblicaz. nuziali di questo fascicolo.
Journal des savanis (maggio '92): Gh. Leveque, Les manuscrits de Lio-
nard de Vinci, sui volumi V e VI della ediz. Kavaisson-Mollien.
Zeitschrift fur Volkskunde (IV, 5 e 6): L. Freund, Aus der italienischen
Spruchweisheit. Schizzi paremiologici.
Revue des biblioihègues (II, 1, 4, 5-6) : H. Omont, Les manuscrits grecs
datés des XV^ et XVI^ siècles de la bibl. Nationale et des autres biblio-
thèques de France; (II, 2), L. Dorez, Recherches sur la bibliothèque die
cardin. Girolamo Aleandro (1480-1542); L. G. Pélissier, La liasse « Potenze
324 CRONACA
sovrane^ Lodovico XII •» à V € Archivio di stato » de Milani H. Omont,
Les manuscrits grecs de Guarino de Verone et la biblioth. de Ferrare \
(II, 3), L. Dorez, Docwnents sur la biblinthèque de la reine (^hristine de
Suède; (II, 5-6), L. G. Pélissier, Manuscrus ae Gilles de Yiterhe à la bi-
bliothèque Angélique; L. Dorez, Un document nouveau sur la bibìiothèque
de Jean Lascaris.
Romanische Forschungen (VII, 2): R. J. Albrecht, Die Dresdener Hand-
schrift der Erotica des Tito Vespasiano Strozza.
Neues Archiv der Gesellschaft fùr altere deutsche Geschichtshunde
(XVII, 3): 0. Holder-Egger, Bericht ùber eine Reise nach Italien im Jahre
1891. Interessante resoconto del viaggio di ricerca erudita che l'A. fece tra
noi. Egli ha parole di lode vivissime per l'ordine delle nostre biblioteche e
la liberalità e cortesia che vi si usano. Le sue ricerche furono tutte storiche,
per gli scrittori italiani del periodo degli Hohenstaufen , che devono com-
parire nei Monumenta Germaniae. Specialmente notevoli sono le appendici
a quest" articolo , sulle raccolte di mss. della biblioteca Vittorio Emanuele,
su quelle delle bibliot. di Cremona e di Brescia, su quelle deWImago rnundi
di Jacopo d'Acqui ecc. Stampa integralmente un ritmo latino sulla vittoria
della Lega Lombarda nel 1175.
Historisches Jahrbuch (XIII, 3): St. Ehses, Papst Klemens VII in dem
Scheidungsprozesse Heinrichs Vili.
Mittlieilungen des Instituts fùr òsterreichische Geschichtsforschung (XIII,
1): M. Tangl, Das Taxwesen der pàpstlichen Kanzlei vom XIII bis xur
Mitte des XV Jahrhunderts.
Historisches Taschenbuch (Serie VI, an. X): H. Fechner, Ursprung,
Wesen und Bedeutung der Philosophie Friedrichs des Grossen. — (An. XI),
K. Hartfelder, Desiderius Erasmus v. Rotterdam und die Pdpste seiner
Zeit\ B. Hilliger, Katherine v. Medici und die Zusammenkunft in Ba-
yonne, nel lòo5.
Deutsche Zeitschrift fùr Geschichtswissenschaft (VII, 1): M. Philippson,
Die Rómische Curie und die Bartholomàusnacht.
Centralblatt fùr Bibliothekswesen (IX,5): H. Omont, Anciens catalogues
de bibliothèques anglaises; (IX, 6), Th. Ilgen, Zum Buchhandel im Mit-
telalter.
Bibìiothèque de fècole des chartes (LUI, 1-2): H. Omont, Catalogue des
mss. grecs d'Antoine Eparque (1538), tratto dal cod. Vatic. 395S col con-
fronto del Parig. gr. 30d4; P. Durrien, Notes sur quelques mss. fran^ais
dans des biblioth. d' Allemagne, sì notino i codici ai versioni francesi d'o-
pere del Boccaccio a Monaco, a Dresda, a Vienna.
Revue des langues romanes (ott.-dec. '91, ritardato): F. Novali, Nouvelìes
recherches sur le roman de Florimont d'après un ms. italien^ quello della
Capitolare di Monza.
Romania (XXI, 82): P. Toynbee, Christine de Pisan and Sir John Maun-
deville.
The Academy (n® 1040): Steele, Dante and the heliotrope.
Archiv fùr Geschichte der Philosophie (IX, 5): W. Dilthey, Auffassung
und Analyse des Menschen im XV und XVI Jahrhundert.
Neue freie Presse (n« 9974): R. Lothar, Die Marionetten. Sulla storia
dei burattini.
Mémoires de la société de linguistique de Paris (VII, 4): Bréal, Anciens
mots germaniques d'origine latine.
CRONACA 325
Anzeiqer der Akademie der Wissenschaften in Krakau (maggio '92):
A. Brùckner, Die lateinische Poesie des Mittelalters in Polen.
Mittheilungen des òsterr. Museums fùr Kunst und Industrie (N. S.,
VII, 4): J. V. Falke, Fine Gruppe mittelalterlicher Wandteppiche.
Bldtter fùr literar. Unterhaltung (1892, no 23) : R. Friedrich, Die Tas-
so fehde.
Der Katholik (III, 5-6): F. J. Holly, Marienverehrung in Liede der dl-
testen Kirchensprachen.
Ungarische Revue (XII, 5): B. Làzàr, Das Casseler Fortunatus-Brama.
The Nineteenth Century (n° 184): W. E. Gladstone, Bid Dante study in
Oxford ì Rilevante. Quest'articolo del sommo statista inglese comparve an-
che tradotto nel Corriere della sera.
Notices et extraits des manuscrits (XXXIV , P. l), oltre lo scritto del
De Nolhac esaminato nel Giorn., XVII, 460. contengono : Langlois, Formu-
laires de lettres du XII, du XII l et du XI V siede; Delisle, Anciennes
traductions frangaises du traité de Pètrarque sur les remèdes de Vune et
de Vautre fortune; Perret, Le ma,nuscrit de Cecco Simonetta.
Nella Revue de la Socièté des études historiques., 1892, fase. 1°, si noti un
articolo di Giuseppe R. Sanesi su Uorganisation d^une armée communale
italienne, nel 1260, condotto sul Libro di Montaperti edito da G. Paoli.
Notevolissima nella Revue des traditions populaires (1892) una serie di
scritti iniziata da E. Muntz su Les légendes du moyen dge dans Vari de
la Renaissance. Il primo capitolo riguarda La legende de Trojan.
^eìVOversigt over Yidenskahernes Selskahs Forhandlinger (fase. 1° del
1891) Giov. Steenstrup ha inserito uno studio sulle canzoni popolari del me-
dioevo in Danimarca, che non deve essere trascurato dai nostri folkloristi.
Nel fase. 3, J. L. Heiberg parla dei primi mss. greci della biblioteca pontificia.
Revue historique (XLIX, 2): A. Leroux, La royauté frangaise et le saint
empire romain au m,oyen dge.
Annales de la Faculté de lettres de Bordeaux (1892): L. G. Pélissier,
La politique du Marquis de Mantoue pendant la lutte de Louis XII et de
Ludovic Sforza {1498-ioOO). Articolo molto importante, che si fonda su
documenti inediti tratti da vari archivi, particolarmente da quelli di Mi-
lano e di Mantova.
Revue des deux mondes (voi. GVIl): G. Séailler, Léonard de Vinci sa-
vant; (voi. GVIII): G. Valbert, Don Carlos dans la poesie et dans Vhistoire\
G. Larroumet, La comédie en France au moyen dge; (voi. GXI): G. Séailler,
U esthétique et Vari de Léonard de Vinci.
Archiv fùr das Studium der neueren Sprachen und Litteraturen
(LXXXVIII, 3-4): G. Steffens, Die altfranzòsische Liederhandschrift von
Siena., riproduzione diplomatica e nuova descrizione del ms. , su cui vedi
Schwan, Die altfr. Liederhss., pp. 56 sgg. — A. Tobler, Zur Erinnerung
an Adolf Gaspary.
Revue des questions historiques (disp. 103;: R. P. Pierling, Les Russes
au concile de Florence, del 1439.
L' undecime Annual Report of the Dante Society di Gambridge (S. U.
America), 1892, contiene, oltre la solita bibliografia dantesca, la lì parte dei
Documents concerning Dante' s public li fé raccolti da G. R. Garpenter ed
un articolo di Lucy Alien Paton, Danle's personal Character.
E finalmente comparsa la prima dispensa, di circa 10 fogli di stampa, del
326 CRONACA
Kritischer Jahresbericht iiber die Fortschritte der Romanischen Philologie
(Mùnchen u. Leipzig, Oldenbourg, 1892) diretto da K. Vollmòller e R. Otto
e compilato da 115 cooperatori. Come avvertimmo nel nostro annuncio (Gior-
nale, XVII, 160) in quest'opera, che consterà di sei fascicoli annui (prezzo
d'associazione Mk. 16) , si darà conto criticamente da specialisti di tutte le
pubblicazioni , linguistiche e letterarie , relative al territorio romanzo od a
materie e territori affini. Ora vien riferito della produzione del 1890. Nel
primo fascicolo, alPinfuori d'un articolo di K. v. Reinhardstoettner sulla let-
teratura latina della Rinascenza, tutto è linguistica. Sulla grammatica ita-
liana e sui dialetti italiani antichi si trattiene W. Meyer-Lùbke, sui dialetti
vivi del nord d'Italia C. Salvioni, su quelli del centro E. Monaci, sui meri-
dionali H. Schneegans, sui sardi P. E. Guarnerio. La storia letteraria italiana»
che comparirà in uno dei fascicoli prossimi, avrà i seguenti relatori: E. Mo-
naci, E. Pèrcopo, M. Barbi, R. Renier, V. Crescini, G. Mazzoni, P. Rajna,
A. L. Stiefel, V. Rossi, C. Antona-Traversi, B. Wiese.
• Tardi, ma pur sempre in tempo, annunciamo un volume di Saggi critici
e biografici di Filippo Tribolati (Pisa, Spoerri, 1891), in cui sono raccolti
parecchi scritti suoi già sparsamente editi. Oltreché delle relazioni del
Voltaire con l'Italia e del soggiorno del Byron in Toscana, vi si tratta di
alcuni letterati nostri notevoli, come Domenico Batacchi, Pietro Giordani,
F. D. Guerrazzi.
• Un altro volume, ben altrimenti importante, di cui ci duole di non
aver dato notizia prima, è quello di Luigi Fumi, Orvieto^ note storiche e
biografiche (Città di Castello, Lapi, 1891). Noi vorremmo che tutte le città
nostre minori possedessero un libro così acconcio per richiamare ai cittadini
le vicende della patria. Il Fumi ha tracciato in 23 capitoli, con mano maestra,
la storia della sua Orvieto nei momenti più notevoli, dalle remote origini
etrusche sino all'annessione ai Regno d'Italia. La narrazione è condotta
su fonti in gran parte inedite ed è vivacissima ed elegante nella forma.
Molte cose sono accennate nel libro che possono interessare ai cultori di
storia delle arti e delle lettere. Il capitolo sui Monaldeschi e sui Filippeschi
(pp. 85 sgg.) è la miglior chiosa storica che sinora siasi scritta al notissimo
accenno di Dante nel Purgai., VI, 107.
• Giacomo Poletto ha fatto seguire al suo laborioso e comodo Dizionario
Dantesco un voi. intitolato Alcuni studi su Dante AUighieri, che ne sono,
a dir così, il complemento. Di queste 17 prose, di varia estensione e impor-
tanza, alcune riguardano la vita e la famiglia del poeta, altre la bibliografìa
delle opere, parecchie si aggirano su alcuni discussi quesiti d'esegesi dan-
tesca. Notiamo particolarmente un gruppo di scritti (IV-VIIl) diretti ad
illustrare la politica di Dante, uno scritterello (XI) sul simbolismo dei nu-
meri, e due (XV e XVI) d'illustrazione topografica, l'uno sulla Chiarentana
dell'/n/*., XV, 9, che l'A. vorrebbe fosse un monte del basso Trentino, l'altro
sul Bacchiglione, a proposito della terzina controversa posta in bocca a
Cunizza nel Parad.y IX, 46-48. Quest'ultima illustrazione è dovuta all' ab.
Bortolan. Per una più minuta esposizione di quanto nel voi. contiensi ri-
mandiamo al Bullettino della società dantesca italiana, n! 10-11, pp. 72-74.
• Il prof. F. L. PuUé ha pubblicato nella dispensa 242 della Scelta di
CRONACA 327
curiosità letterarie il voi. I di una raccolta di Testi antichi modenesi dal
sec. XIV alla metà del sec. XVII. Precede nel volume una prefazione sto-
rica riguardante gli scrittori in vernacolo modenese. Fra i testi sono spe-
cialmente notevoli, dal punto di vista letterario, i sonetti d'un Pincetta o
Paisan da Modna, fiorito nella seconda metà del sec. XVI. L'edizione di
questi sonetti è condotta su di un cod. dell'Estense e su due del Museo
Britannico. — Varie congetture storiche su questo misterioso Pincetta, che
s'ignora se così si chiamasse per pseudonimo o per suo cognome reale, pro-
pone L. F. Valdrighi in un suo studietto ' pubblicato a parte col titolo Di
una denominazione di pubblico spazio mercatorio e nundinario in Modena
nel sec. XVI, Modena, tip. del Commercio, 1892. Ivi trovansi pure alcune
dotte interpretazioni di vocaboli oscuri usati dal vecchio verseggiatore mo-
denese.
* Il dr. Curzio Mazzi, con quella singolare competenza nelle cose senesi
che tutti gli riconoscono, stava da molto tempo allestendo una edizione illu-
strata della Storia del Re Giannino, per cui intendeva specialmente profit-
tare del più antico ms. che la rechi, già appartenuto a Celso Cittadini, ora
nella Barberiniana. Di quel ms, egli parlò nel n» 31-32 della Rivista delle
biblioteche, e fin dall'ottobre 1891 Y Archivio stor. italiano. Serie V, voi. Vili,
p. 234 annunciava oflBcialmente la pubblicazione del Mazzi. Ci duole, per
quella cortesia e quelli onesti riguardi che fra studiosi si dovrebbero sempre
usare, l'apprendere che nonostante ciò altri attende in Siena a far comparire la
Storia (vedi Fanfulla della domenica, XIV, 19). Per quanto il Mazzi possa
essere certo che diflBcilmente il nuovo editore potrà conseguire la sua pre-
parazione, intendiamo benissimo come di quest'atto indelicato egli si dolga non
poco. In Italia, ove tante ricerche storiche sono ancora da fare, v' è proprio
bisogno di contendersi il primato nel dare alla luce un insigne documento?!
* La Scuola francese di Roma pubblicò un volume commemorativo di
Mèlanges G. B. De Rossi (Paris-Rome, Cuggiani, 1892). Buona parte delle
memorie' che lo compongono riguarda, com'è naturale, cose archeologiche,
ma alcune di esse si riferiscono anche a storia artistica e letteraria più
recente. Citiamo al primo luogo l'articolo di Pierre De Nolhac, Les manuscrits
de VHistoire Auguste chez Pétrarque, e quindi L. Dorez, La bibliothèque
de Giovanni Marcanova, archeologo e bibliofilo del sec. XV; P. Durrieu,
Une vue intérieure de Vancien Saint Pierre de Rome au milieu du
XV^ siede; A. GefFroy, Une vue inèdite de Rome en 1459; E. Muntz,
Plans et monuments de Rom£ antique; A. Pératé, La résurrection de
Lazare dans l'art chrétien primitif.
* Interessantissimo per gli studi sull'umanismo è il libro di Emilio Legrand,
Cent-six lettres grecques de Francois Filelfe publiées integralement pour
la première fois d'après le Codex Trivultianus 873, Paris, Leroux, 1892.
I testi greci sono corredati di traduzioni, note e commenti. Nel volume sono
anche pubblicate poesie greche del Filelfo, e lettere inedite del Bessarione,
di Giovanni Argiropulo, di Giorgio da Trebisonda, di Guarino Veronese e
d'altri minori.
* È comparso in volume lo studio di Antonio Paglicci-Brozzi, Il Teatro
a Milano nel sec. XVII, Milano, Ricordi, 1892, che vide già la luce nella
328 CRONACA
Gazzetta musicale. E diviso in diciotto capitoli, uno dei quali tratta di
Isabella Andreini, uno di Giov. Batt. Andreini, ed un altro di Pier Maria
Cecchini detto Fritellino. Lo studio storico è basato su documenti nuovi
tratti dagli Archivi di Lombardia.
* La R. Accademia di Napoli ha pubblicato in due grossi volumi la mo-
nografia di G. A. Cesareo su Salvator Rosa. Ivi è rifatta, su nuovi docu-
menti, la biografia del Rosa, sono raccolte le sue poesie liriche, edite ed
inedite, ed oltracciò le satire, una delle quali non prima pubblicata, e sono
stampate 130 lettere, di cui HO inedite. Il Giornale si occuperà con la debita
estensione di quest'importante contributo alla storia letteraria del seicento.
* La Casa Olschki di Venezia ha pubblicato una riproduzione fototipica
del De vulgari eloquentia secondo il cod. di Grenoble, il quale servì alla
edizione principe del Corbinelli.
* Col titolo: VEndimione del Chariteo secondo la stampa napoletana
d^l MDIX con note di Erasmo Pèrcopo (Napoli, tip. dell'Accademia reale
delle scienze , dir. da M. de Rubertis , 1892) , il Pèrcopo ha pubblicato
elegantemente in dieci soli esemplari « su carta imperiale doppiona a mano
« di formato grande in-R» », il primo libro dei sonetti e canzoni, cioè le rime
più belle, estraendole dall'edizione completa delle poesie di quel lirico quattro-
centista data da lui, della quale il Giornale nostro si occuperà largamente.
Quattro soli esemplari sono posti in vendita. Avviso ai bibliofili!
* S'è iniziata la pubblicazione a dispense d'una Storia delle lettere in
Sicilia dalV origine della lingua sino al i848 di Rosario Salvo di Pietra-
ganzili. Ogni fase, di tre fogli di stampa costa L. l,e 10 fascic. formeranno
un volume. L'opera intera risulterà di tre o quattro volumi.
» Uscirà entro l'anno un volume del dr. Antonio Belloni (Padova, Draghi
editore) intitolato Gli epigoni della Gerusalemme liberata. In esso saranno
studiati molti poemi epici stampati in Italia dal 1582 al 1700.
* Si annunciano per la fine di settembre i due primi volumi del Manuale
della letteratura italiana compilato dai professori A. D'Ancona ed 0. Bacci.
Ne sarà editrice la Casa Barbèra.
* Tesi di laurea e programmi scolastici: L. Wirtz, Die Politih der Katha-
rina von Medici (laurea, Jena); G. Mentz, Ist es bewiesen^ dass Trithemius
ein Fàlscher war? (laurea, Jena); H. Janitscheck, Die Kunstlehre Dante'' s
und Giotto' s Kunst (prolusione, Lipsia); B. Kindt, Die Katastrophe LudO'
vico Moros in Novara im Aprii 1500, eine quellenkritische Uutersuchung
(laurea, Greifswald); N. Spiegel, Die Vaganten und ihr Orden (prog. ginn.,
Spira); Anschùtz, Boccaccio' s Novelle von Falken und ihre Verbreitung
in der Literatur (laurea, Erlangen); H. Ungemach, La guerra de Parma,
ein italienisches Gedicht auf die Schlacht bei Fomovo 1495 (prog. ginn.,
Schweinfurt).
* Una tesi di laurea tedesca vogliamo segnalare con predilezione, sia
perchè proviene da un italiano, sia perchè tratta argomento agli studi nostri
molto affine, e per quanto ci sembra lo tratta con larga cognizione e pro-
fondità. La dissertazione è di Arturo Farinelli d' Intra e s'intitola Die
Beziehungen zwischen Spanien und Deutschland in der Litteratur der
beiden Ldnder (Berlin, Haack, 1892). La prima parte, unica sinora uscita,
CRONACA 329
va sino al sec. XVIII, e fu presentata all'Università di Zurigo. I rapporti
ideali della Spagna con l'Italia vi sono più volte richiamati.
* Libri ed opuscoli nuovi:
Lewis F. Mott. — Dante and Beatrice. An essay in interpretation. —
New York, Jenkins, 1892.
Pierre de Nolhac. — Pétrarque et Vhumanisme. — Paris, Bouillon, 1892.
Pio Rajna. — La genesi della Divina Commedia. Estratto dal voi. La
vita italiana del Trecento. — Milano, Treves, 1892.
Camillo Trivero. — 'foggio di commento estetico al Leopardi. — Salò,
Devoti, 1892.
E. KoEPPEL. — Studien zur Geschichte der italienischen Novelle in der
englischen Literatur des sàchzehnten Jahrhunderts. — Strassburg, Trùbner,
1892.
Benedetto Gareth detto il Ghariteo. — - Le rime secondo le due
stampe originali., con introduzione e note di Erasmo Pèrcopo. — 2 volumi
della Bibliot. napoletana di storia e letteratura. — Napoli, 1892.
G. Paxsa. — Il poeta Francesco Berni in Abruzzo. — Lanciano, Carabba,
1892.
Mario Menghini. — Tommaso Stigliani. Contributo alla storia letteraria
dei sec. XVII. — Modena, Sarasino, 1892 (stampato a Genova, estratto dal
Giornale Ligustico).
Eleutero Docimasta. — Dì alcune osservazioni critiche sopra recenti
studi intorno Albertino Mussato. — Roma, tip. dell'Opinione, 1892.
Giosuè Carducci. — Storia del « Giorno » di Giuseppe Po.rini. — Bologna
Zanichelli, 1892.
Ludwig v. Scheffler. — Michelangelo. Eine Renaissancestudie. — Al
tenburg, Geibel, 1892.
Giuseppe Lesca. — Giovannantonio Cam,pano detto VEpiscopus Apru
tinus. Saggio biografico e critico. — Pontedera, tip. Ristori, 1892.
Giuseppe Castelli. — La vita e le opere di Cecco d'Ascoli. — Bologna
Zanichelli, 1892.
Arturo Graf. — Miti, leggende e superstizioni del medio evo. — voi. I
11 mito del paradiso terrestre; Il riposo dei dannati; La credenza nella fa-
talità. — Torino, Loescher, 1892.
Cortigiane del secolo XVL Lettere, curiosità, notizie. Disp. 24-25 della
Bibliotechina grassoccia. — Firenze, 1892.
Cap.l Rodenberg. — Innocenz IV und das KÒnigreich Sicilien, 1245-
1254. — Halle, Niemeyer, 1892.
Max Goldstaub und Richard Wendriner. — Ein tosco-vene zianischer
Bestiarius. — Halle, Niemeyer, 1892.
Dario Garraroli. — La leggenda di Alessandro Magno. Studio storico-
critico. — Torino-Palermo, Clausen, 1892.
Francesco Nitti. — Leone Xe la sua politica. — Firenze, Barbèra, 1892.
Domenico Bosurgi. — Studii di psicologia applicata alla letteratura. —
Catania, Giannetta, 1892.
330 CRONACA
A. L. Stiefel. — Unbehannte italienische Quellen Jean Rotrous. —
Berlin, Gronau, 1891.
Flaminio Pellegrini. — Il serventese dei Lambertazzi e dei Geremei.
Estratti dagli Atti e mem. per le prov. di Romagna. — Bologna, Fava e
Garagnani, 1892.
Gaudenzio Claretta. — La regina Cristina di Svezia in Italia. — To-
rino, Roux, 1892.
Francesco Golagrosso. — Studi di letteratura italiana. — Verona, D.
Tedeschi, 1892.
Egidio Gorra. — Studi di critica letteraria. — Bologna, Zanichelli, 1892.
* Annunzi analitici:
Italo Pizzi. — Le somiglianze e le relazioni tra la poesia persiana e la
nostra nel medio evo. — Torino, Glausen, 1892 [Estratto dalle Memorie
della R. Accademia delle scienze di Torino. Di questo genere d'indagini
comparative i lettori nostri hanno avuto un saggio nell'articoletto con cui
il Pizzi stesso avvicinò in questo Giornale, XVII, 80, VAmeto del Boccaccio
al romanzo persiano di Nizàmi, articoletto ch'è anche sunteggiato nella pre-
sente memoria (pp. 61-62). In essa memoria il P. ha voluto porre a profitto
la cognizione larga ch'egli ha delle letterature orientali in genere e della
persiana in ispecie, per accostare a molti fatti e modalità del pensiero let-
terario occidentale altri fatti e modalità che già si riscontrano nell'oriente
persiano. Egli prudentemente dice di voler segnalare delle somiglianze e
non delle derivazioni (p. 5), e di ciò convien prender atto, quantunque più
di una volta gli avvenga di trarre da certe somiglianze conclusioni alquanto
arrischiate ed in fine gli accada di concludere che per vario tramite « una
« ricca derrata orientale è venuta a noi e presso di noi ha lasciato tali tracce
« che non anche sono state cancellate » (p. 70). La memoria, tal quale è,
densa di fatti e di congetture, basata su molta dottrina nelle cose d'oriente,
potrà e dovrà essere consultata dagli studiosi di cose medioevali. Premesse
alcune considerazioni generali sulle relazioni tra l'oriente e l'occidente e sulla
scienza particolarmente persiana, viene il P. a considerare in modo specifi-
cato: 1°, le somiglianze nei motivi epici; 2®, le somiglianze nelle dottrine
mistiche e panteistiche; 3°, le somiglianze nelle enciclopedie scientifiche;
4», le somiglianze nelle forme poetiche. Nonostante la divisione accurata
della materia, che risulta come da uno specchio nel bene inteso sommario
ch'è in testa , si riduce questa memoria ad una serie di appunti , cui è de-
plorevole manchino del tutto i rinvìi bibliografici atti ad agevolare la veri-
ficazione di quanto afierma VA. Egli infatti, che ha tanta pratica di studi,
deve sapere quanto sia utile, anzi necessario, in questioni così ardue, il poter
constatare tutto coi propri occhi. A noi sembra che specialmente il capitolo
sui motivi epici abbia parecchi vizi metodici , che lo rendono forse meno
utile di quanto avrebbe potuto riuscire. Il P., se non c'inganniamo, ha voluto
addurre troppi fatti, e quindi ha messo insieme un cumulo di somiglianze,
parecchie delle quali sodo cosi larghe da far concludere solamente ad un
risultato ormai vecchio, la povertà della fantasia umana, che ritorna sempre
sulle medesime vie. Oltracciò non è usato troppo discernimento nell'acco-
stare fatti minimi, artifici, si direbbe, letterari a grandi motivi leggendari;
CRONACA 331
per es., la chioma della donna guerriera, che si sprigiona nel combattimento
e fa innamorare i cavalieri nemici, allo sparire dell'eroe destinato alla im-
mortalità, fatto diffusissimo ed importantissimo, che si vuole abbia origine
mitica (cfr. Pio, Sagnet om Holger clanshe^ Kjòbenhavn, 1869, e Paris in
Revue critique, V, 1, 107) ed all'altro grande motivo del padre che com-
batte col figlio senza conoscerlo (per riscontri vedi Nyrop, Storia dell'epopea
francese, trad. Gorra, p. 69, n. 1). Molto ardito ci sembra quello che il P.
dice degli influssi che avrebbero esercitato gli orientali sulle enciclopedie
dell'età di mezzo; ed infatti fu questo il punto su cui fecero maggiori os-
servazioni gli accademici incaricati d'esaminare la memoria del P. (cfr. Atti
Accad. Scienze, voi. XXVII, disp. 5», pp. 356 sgg.). Ci spiace poi che TA.
sia tornato a toccare dell'origine orientale della rima (p. 60), tesi ormai di-
sperata, e che dia tanto peso agli influssi orientali in Provenza (pp. 53-54),
che furono combattuti già dallo Schlegel con sì buone ragioni. Il P. sa, del
resto, quanto sdrucciolevole sia il terreno su cui cammina, e per lo più va
innanzi guardingo; onde ci sembra tanto più strano che a p. 15 egli scherzi
sul neo vermiglio, contrassegno del sangue reale francese, quasiché il Rajna
abbia fondato su quell'argomento solo quel suo solido volume, per cui ormai
tutti ravvisano la dipendenza dell'epopea carolingia dalla merovingia. Le os-
servazioni che in questa memoria ci parvero più concludenti sono quelle sui
riscontri persiani della Tiirandot di G. Gozzi e dello Schiller (p. 18), quelle
sugli antecedenti persiani del poema bisantino Digenis Akrita (pp. 28 sgg.),
quantunque l'avvicinamento di Digenis ed Orlando (p. 31) sia per lo meno
molto bizzarro, quelle sull'origine persiana (questa volta innegabile) del Libro
di Sidrac (pp. 40-43). Notevoli pure le informazioni intorno agli strumenti
musicali venuti dall'oriente (p. 56), sul qual soggetto l'A. dovrebbe tornare
altrove più diff'usamente. La nuova congettura sull'origine, così disputata,
della parola sirventese (p. 64) è molto peregrina. Curioso l'avvicinamento del
libro pehlevico di Arda alla Commedia (p. 51); ma l'opinione del De Gu-
bernatis che la montagna del Purgatorio sia nell'isola di Ceylan , creduta
incontrastabile dal P., non regge davvero alla critica. Cfr. Graf, Miti, leg-
gende e superstizioni del medio evo, I, 5 e 130, n. 19].
Egidio Bellorini. — Note sulle traduzioni italiane dell'« Ars amatoria »
e dei « Remedia am.oris » d'Ovidio anteriori al Rinascimento. — Bergamo,
tip. Cattaneo, 1892; 100 esemplari [Questo lavoro diligentissimo , condotto
con metodo veramente esemplare, merita encohnio anche maggiore di qualche
altro, perchè l'indagine erudita non potè trovarvi quei sollievi e quei com-
pensi, che pur di solito accompagnano fatiche simili. Chi volenteroso si ac-
cinge a trattar soggetti di questa natura fa senza dubbio opera utile, ma si
sacrifica alla scienza, perchè è agevole il prevedere che dovrà lavorar molto,
senza raggiungere ri.sultati notevoli. E infatti nell'opuscolo del B., fatto, lo
ripetiamo, come difficilmente si poteva meglio, risultati notevoli, non vi sono.
Egli conosce e descrive tre versioni deWArs amatoria , due in prosa , con-
servate in molti mss., ed una in terza rima, diffusissima anche in antiche
edizioni, quantunque non sia compiuta. La prima versione, che può rimon-
tare alla seconda metà del XIU sec, ha un commento infarcito d'erudizione
mitologica, che il B. esamina, riferendone in una speciale appendice (pp. 69
332 CRONACA
8gg.) i passi relativi a fatti e ad usanze de' tempi del chiosatore. La seconda
versione, conservata da due codici, è del principio del sec. XIV; quella in
rima, che non è punto certo sia opera di Troilo degli Avenanti, come lo
Zeno suppose, appartiene alla seconda metà del trecento, ovvero alla prima
del quattrocento. Le traduzioni dei Remedia note al B. sono parimenti tre,
tutte prosaiche. La prima, abbastanza diffusa nei mss., fu stampata nel 1850
dallo Zambrini. È munita essa pure d*un commento, poco significante. L'at-
tribuzione di quel volgarizzamento ad Andrea Lancia è alquanto avventata,
ed il B. la combatte con buone ragioni; egli crede che il traduttore sia quel
medesimo cui dobbiamo la prima versione dell'Ara. La seconda traduzione
dei Remedia occorre nei codici che recano la seconda dell' Ars ^ onde con
tutta probabilità sono entrambe da ascrivere allo stesso autore. La terza ver-
sione dei Remedia, migliore delle antecedenti, è nel cod. Laur. XLI, 36, ed
appartiene ad un Toscano del XIV secolo. Chi , del resto , abbia interesse
speciale al soggetto, non può certamente appagarsi di questi nostri cenni
troppo sommari, giacché il lavoro del B. tratta molte questioncelle minute,
che troppo lungo sarebbe il riferire, ma che attestano la coscienziosità del
lavoratore. Il materiale inedito da lui esplorato è cospicuo, massime quello
delle biblioteche fiorentine. Chiudendo, vogliamo si noti che a p. 14, n. 15
il B. raccoglie dai testi a penna parecchie leggende biografiche d'Ovidio, e
che a p. 27, n. 24, indica alcuni documenti nuovi d'archivio che portano il
nome d'Andrea Lancia].
Domenico Tordi. — Supplemento al carteggio di Vittoria Colonna. — To-
rino, Loescher, 1892 [Il presente volumetto Vendesi a parte, ma si trova anche
legato col Carteggio (ediz. Ferrero-MùUer) nelle copie di esso di cui ancora
dispone la Gasa editrice. Gli studiosi rammentano come il Tordi, che è un
dotto specialista negli studi sulla Colonna , corredasse già il Carteggio di
un'appendice piena di notizie intorno alla tomba di Vittoria (cfr. Giornale,
XIII, 405-6). Proseguendo le sue ricerche, egli è riuscito a scovare parecchi
altri documenti, di valore, a dir vero, non grandissimo, ma che completano
il materiale storico relativo alla celebre Marchesa di Pescara. Sono le de-
diche a lei del Dante Aldino del 1515 e di opere di G. Britonio, P. Giovio,
"Pierio Valeriano, Bernardo Tasso, Adamo Fumano, non che alcuni documenti
e informazioni sui rapporti di Vittoria con la terra di Pesco Costanzo da lei
IX)sseduta; sono due lettere a Vittoria di Antonio Minturno, una del cardi-
nale Gaspare Contarini, in cui tratta a lungo, dal punto di vista filosofico e
da quello teologico, del libero arbitrio, una di Giammatteo Giberti, una di
Niccolò Martelli , che ha in nota un nuovo documento relativo alla prote-
zione accordata da Vittoria ai cappuccini. Della Colonna medesima leggonsi
qui solamente tre lettere nuove, due delle quali, ad Alfonso d'Avalos e ad
Ascanio Colonna, sono tratte dalla biografia della poetessa scritta da Pilo-
nico Alicarnasseo , ove si trovano in forma rabl)erciata ; la terza è diretta
all'abate di Montccassino il 15 febbr. 1530. Importante è la dedicatoria del-
V Apologia prò mulieribus del card. Pompeo Colonna, opera inedita, che si
conserva in un cod. Vaticano ed in uno Ambrosiano, e che il T. intende pub-
blicare. E questo forse lo scritto « più antico che tenti difendere il marchese
«di Pescara dalla imputazione d'aver tramato, a suggestione del Morone,
CRONACA. 333
« contro Carlo V », e ad esso sembra attingesse il Giovio (p. 17;. Con ottimo
pensiero il T. riproduce in fine, riscontrandola sui mss., la biografia di Vit-
toria dettata da Filonico Alicarnassco (cioè Costantino Gastriota), che fu giJi
stampata da Scipione Volpicella, ma oggi è divenuta assai rara. Lode gran-
dissima meritano le note erudite che il T. ha profuse nel volumetto, alcune
delle quali sono ben più importanti dei testi qui stampati. Noteremo due
osservazioncelle di poco momento, che ci accadde di fare. Per la dedica del
Dante Aldino (1515) non sarebbe stato male rinviare al libro del Bernoni,
Dei Torresani, Biado ecc., pp. 74-75, ove ne è riprodotta la parte più no-
tevole. Di amori « illeciti e furtivi » del Pescara (p. 101 , n. 2) non parla
solo il Campori, ma anche il Luzio, nell'articolo sulla Colonna inserito nella
Riv. stor. mantovana].
Angelo Solerti. — La vita ferrarese nella prima metà del secolo XVI
descritta da Agostino Mosti. — Bologna, Fava e Garagnani, 1892 [Estratto
dagli Atti e mem. della R. Deputaz. di storia patria per le provincie di
Romagna. Agostino Mosti, cortigiano estense, discepolo dell'Ariosto, priore
dell'ospedale di S. Anna, cui il Tasso diresse delle rime facete, nacque nel
1505 e mori nel 1585. La relazione qui pubblicata è tratta dagli archivi del
march. Gherardo Molza , delle cui ricchezze il Solerti diede già notizia in
questo Giornale, XV, 309 sgg. Il Mosti scrisse questa lunga relazione nel
1584, quando aveva 79 anni; ed essa ha infatti tutte le traccie della seni-
lità. È prolissa, salta continuamente di palo in frasca, vi sono troppo fre-
quenti le considerazioni morali, e ve poi quel continuo e stucchevole bron-
tolare sulla nequizia e la miseria de' tempi presenti confrontati con quelli
passati , che caratterizza i laudatores temporis acti. Tranne nelle faccende
religiose, in cui il Mosti riconosce (p. 18) che s'è migliorato dopo il Con-
cilio di Trento, tutto va alla peggio, vita cortigiana, costumi, amministra-
zione, foggie. Questo cicaleccio di vecchio è per di più esposto in uno stile
così sgrammaticato e sbilenco, che la lettura diviene assai faticosa. A ciò
forse avrebbe potuto in parte rimediare l'editore con una più razionale in-
terpunzione. Vi sono pagine intere, e non poche, senza un punto fermo !
Come si vede, noi non dividiamo l'entusiasmo che il S. manifesta per questa
scrittura, pur riconoscendo che là dentro vi sono fatterelli curiosi e notizie
rilevanti per la storia della vita privata e cortigiana di Ferrara. Frequenti
sono gli accenni allo Studio ed ai più valenti suoi professori; dei letterati
colui che vien citato più spesso è l'Ariosto, che qualche volta è chiamato
per antonomasia il poeta. L'accenno letterario più importante è questo : « pas-
« sato l'anno della peste grande , che fu del 1528 , si cominciò a recitare
t qualche Comedia dell'Areosto, sendosi posto a dormire quelle che si costu-
me mavano tradurre di Plauto in volgare, e massimamente farle in versi, cosa
« non molto laudabile, che per vecchie e belle che fossino divenivano stor-
« piate , come dico cominciorono a comparire in scena quelle dell'Areosto,
« che riconcie in versi sciolti ch'esso Poeta chiamava jambi volgari , ecci-
€ tomo molti ingegni , che composero e Comedie e Tragedie, che se bene
«non tutte sono state eccellentissime, non erano però goffi afi'atto : perchè
« in vero se fossino campati a questi giorni un pare d' un Conte Matteo
« Maria Bojardo, di così bello ingegno, e di facil vena, si sarebbe anch'esso
334 CRONACA
€ adagiato, e fattosi avanti » (p. 19). Ad un testo cosi disordinato e non
sempre chiaro, dove della cronologia non si tien conto, e dai tempi d'Er-
cole II si salta a quelli di Borso, e da Alfonso si retrocede ad Ercole I, sa-
rebbe stato utile apporre alcjme sobrie note illustrative].
Adolf Tobler. — Ungedruckte Briefe von Freunden Ugo Foscolos.
Berlin, 1892 [Estratto dal voi. Festschrift zur Begrùssung des fùnften all-
gemeinen deutschen Neuphilologentages zìi Berlin edito dal prof. Giulio
Zupitza (1). È questo un importante contributo alla parte più triste della
storia del Foscolo in Inghilterra. Le 14 lettere qui prodotte, tutte in inglese,
vanno dall'agosto 1827 (il F. mori nel settembre) al luglio 1829, e si riferi-
scono alla malattia ed alla morte del poeta, ed alle condizioni della figliuola
di lui, miss Floriana Emerytt. Gli originali sono in proprietà di Giorgio von
Bunsen, al quale pervennero, a mezzo di John Henry Gurney, dal ricco pro-
tettore del Foscolo (non banchiere, come fu detto) Hudson Gurney. Nomi
noti di amici, inglesi ed italiani, del poeta nostro compaiono in queste let-
tere, alle quali il T. mandò innanzi alcune note sobrie, ma piene di fatti e
condotte con la consueta esattezza e perspicuità , sui personaggi che ven-
gono richiamati dalla presente pubblicazione. Alla quale i numerosi cultori
di studi Foscoliani saranno lieti di attingere, e vieppiìi lieti saranno di sen-
tire che tra le carte del Gurney trovansi altri documenti riguardanti il Fo-
scolo, tra cui parecchie sue lettere autografe. Di ciò il T. si propone di dare
al pubblico particolare notizia in altra occasione, e v'è motivo di rallegrarsi
che quel materiale sia caduto in cosi buone mani].
Gaetano Amalfi. — Due componimenti di Gasparo Gozzi. — Napoli,
Priore, 1891 [Tiratura di 102 esemplari non venali, per l'annuale pietosa
commemorazione di Angelina De Angelis. l due componimenti poetici sono
ristampati di su un volume non agevole, pubblicato in Venezia nei 1779,
che contiene Alcuni componimenti, in prosa e in versi., di Gasparo Gozzi,
dedicati alla procuratoressa Caterina Dolfin-Tron. Il primo è un capitolo di
sapore bernesco, festevole e arguto, quantunque alquanto libero nell'espres-
sione e talora venezianeggiante nella lingua, In lode della convalescenza;
il secondo consta di cinque stanze, In occasione delle nozze di due villani,
e risente, nella sua mite e zuccherina giocondità, dei poemetti nostri rusti-
cali del Rinascimento. Entrambi sono frutti squisiti d'un limpi(io ingegno
d'artista, che attende ancora uno studio definitivo, poiché quello del Malmi-
gnati (cfr. Giornale, XVI, 426) è poco più d'un abbozzo ingegnoso].
Pierre De Nolhac. — Boccace et Tacite. — Rome, 1892 (Estratto dai
Mélanges d'archeologie et dliistoire editi dalla scuola francese di Roma.
Lavoro ricco di utili osservazioni, lucido ed esposto con garbo, come so-
gliono essere tutti gli scritti del chiaro erudito francese. Esso si collega,
come tanti altri articoli del De N. usciti in questi ultimi tempi, alla pre-
Ci) in questo volarne miscellaneo d'occasione, pnbblicato a Berlino dalla Weidmannsche Bnch-
handlang, si legge pore, come ci comunica il gentilissimo prof. Tobler. uno scritto di (Uulio Zu-
pitza Uebér di» mitttìengtischt Btarheitung wm Boccaccio$ « D« claris muli$n'bu$ * in der
Handtchri/t dé$ BrU. M%u. Aid. 10804. Lo Z. dimostra che quella elaborazione inglese, già
eegnalaU dalPHoRns Sludi $ulU op. ht. dsl B., p. 929, Ai composta tra gli anni 1482 e 1440.
CRONACA 335
ziosa monografia Pètrarque et Vhumanisme^ che ora è comparsa, e di cui
il Giornale nostro renderà conto. Che il Boccaccio abbia conosciuto gran
parte dei libri di Tacito e se ne sia servito, è cosa ormai certa; ma sta a
vedere quando egli venne a conoscere quel prezioso testo e come mai non
ne fece parte all'amico Petrarca, nelle opere del quale Tacito non è mai
rammentato. Il De N. crede di poter risolvere il quesito supponendo ragio-
nevolmente che il Boccaccio giungesse a leggere Tacito troppo tardi per
poterne far parte al suo grande compagno d'erudizione e maestro. Infatti
nessun argomento v' è per ritenere che il Certaldese avesse conoscenza
dello storico latino prima del 1370; gli stessi capitoli del Be claris multe-
ribus (1862), ove se ne serve, pare siano stati rimpastati più tardi. Di quei
capitoli appunto TA. si giova per additare i luoghi nei quali il B. attinse
a Tacito, e questi riscontri sono di grande ammaestramento intorno al modo
di comporre le opere latine d'erudizione che il B. teneva, non molto dissi-
mile da quello del Petrarca. L'A. crede probabile che il B. trovasse un cod.
di Tacito a Montecassino e se ne impadronisse, o ne facesse trar copia. Quel
cod. non doveva contenere più materia che il Mediceus II, il quale da Mon-
tecassino appunto deriva. Degli umanisti che conobbero il Mediceus II, o
almeno i testi in esso contenuti, dal Poggio in poi, si occupò il Sabbadini
nel Museo d'antichità classica. III, 339 sgg. Il De N. accenna a quelli che,
oltre il Boccaccio , ebbero diretta conoscenza di Tacito prima del Poggio,
vale a dire Domenico d'Arezzo, Benvenuto da Imola, Leonardo Bruni, Jean
de Montreuil, Secco Polentone].
Petrus De Nolhac. — De Patrum et medii aevi scriptorum codi-
cibus in Bibliotheca Petrarcae olim collectis. — Parisiis, Bouillon, 1892 [È
questa un' appendice utilissima al libro sopra menzionato Pètrarque et
rhumanisme. Per quanto le aspirazioni ed i gusti del P. lo sospingessero
a curarsi specialmente dei classici antichi , egli lesse pure e studiò anche
scrittori della bassa latinità, in cui poteva trovar pascolo quella parte d'uomo
medievale che in lui sopravviveva. Ora sono appunto questi studi del P.
che l'A. segue nelle sue opere , ed illustra per mezzo dei mss. da lui pos-
seduti. Tali manoscritti sono tutti parigini , all' infuori di uno dell' Univer-
sitaria di Padova. La dissertazione, conformandosi alla materia, si divide in
due capitoli, dei quali il primo riguarda segnatamente la letteratura patri-
stica, e l'altro i testi posteriori al secolo VI. Nel primo investiga il De N.
gli studi del P. sui tre Padri che egli ebbe più cari, S. Girolamo, S. Am-
brogio, S. Agostino (dei due ultimi possedette testi a penna), poi si ferma
sulle opere ch'egli possedette di Gregorio Magno, sulle sue letture bibliche
ed ascetiche, su di un cod, da lui adoperato di Giuseppe Flavio. Nel secondo
capitolo illustra un cod. delle Etymologiae di Isidoro, che porta la scritta
del P.: « Emptus mihi a patre Parisius, tempore pueritie mee, post furto
« perditus et recuperatus ». Gli scolastici godevano ben poco della sua sim-
patia; ma ciò non pertanto qualche loro scritto trova vasi nella sua biblio-
teca. V'era pure un cod. di cronache dei pontefici ed uno prezioso con le
lettere di Abelardo, che l'amante di Valchiusa dovette leggere con partico-
lare attenzione ed amore, perchè lo postillò di sua mano. De' suoi scolii l'A.
produce dei saggi. In fondo all'erudito opuscoletto stampa il D. N. una let-
336 CRONACA
tera che da Roma, il !<> febbr. 1777, diresse Pierantonio Serassi al p. An-
tonio Evangelii. La lettera, che si serba nella biblioteca del Seminario di
Padova, tratta di parecchi rass. Petrarcheschi, tra i quali c'interessano spe-
cialmente i due Vaticani del Canzoniere, 3195 e 3196, di coi si è tanto di-
scorso in questi ultimi anni. Chiudendo questo breve annuncio, richiamiamo
pure l'attenzione dei lettori nostri su due altri scritti del De N., che al P.
si riferiscono. L'uno su Pétrarque et Barlaam comparve nella Recide des
études grecques (1892) e riguarda le cognizioni di greco del P. e la parte
che in esse ebbe quel monaco basiliano, Barlaam di Serainara , che fu suo
maestro. 11 De N. sostiene che l'insegnamento di Barlaam dovette ridursi a
ben poca cosa e che non si estese alla spiegazione delle dottrine platoniche.
Da un noto passo del De ignorantia non può ricavarsi , come si suppose,
che Barlaam facesse delle traduzioni da Platone, né che il P. fosse molto
addentro nella filosofia platonica. È solo il Timeo , col commento di Cal-
àdio, ch'egli cita e che possedeva in una copia oggi esistente nella Nazio-
nale di Parigi. L'altro opuscolo accennato è un bel lavoro di sintesi, che
provenendo da uno studioso che consacrò al P. tante cure speciali, dovrà
essere tenuto in massima considerazione. Il titolo vale a spiegarne il conte-
nuto, Bu róle de Pétrarque dans la Renaissance (Paris, 1892), ma le molte
e fini e bene ordinate osservazioni, di cui lo scritto è pieno, non si possono
in modo alcuno riassumere, perchè danno esse stesse un riassunto di un
lungo lavorìo analitico, i cui risultati non potrebbero essere meglio definiti].
Ildebrando Della Giovanna. — L'uomo in punto di morte e un dia-
logo di Giacomo Leopardi. — Città di Castello, Lapi, 1892 [Ha ragione il
D. G. d'osservare con qualche rammarico che mentre le poesie del Leopardi
trovarono già parecchi illustratori, nessun commentatore decente ebbero fi-
nora le prose, vale a dire nessuno che le considerasse partitamente ed ana-
liticamente come opera di pensiero, e non di sola forma. Ad una illustra-
zione simile egli rese un buon contributo con questo opuscolo, ove studia
uno dei più noti dialoghi Leopardiani, Federico Ruysch e delle sue mummie.
Larga messe di riscontri allega qui l'A. intorno al giudicio che portarono
gli antichi sul passaggio dalla vita alla morte; e dagli antichi scende agli
scrittori dell'evo moderno, fino ai filosofi del secolo scorso. È una dotta rac-
colta senza dubbio, ma che forse in qualche parte sconfina, entrando in un
soggetto ben più ampio, e che qui non era il caso di trattare, l'idea cioè,
e la rappresentazione della morte nei vari periodi storici. Incamminatosi per
questa via, l'A. non può che riuscire incompiuto o poco esatto, come quando
accenna (}>p. 9-10) all'idea della morte nel medioevo, soggetto larghissima-
mente trattato da coloro che meglio s'occuparono delle rappresentazioni ma-
cabre. Ma questo po' di pompa d' erudizione non toglie valore alla conclu-
sione dell'opuscolo, che è la seguente: il ragionamento del Leopardi nel
dialogo summenzionato è tolto quasi di pianta dalla Bistoire naturelle de
Vhomme del Buffon. Il Leopardi non ha fatto altro che dare una forma
nuova e più arguta all'argomentazione del celebre naturalista. 11 che forse
gli è accaduto anche altre volte, perchè egli non fu, come il D. G. giudica
saggiamente, « pensatore grande e originale quasi mai », mentre fu « sommo
« artista quasi sempre ». Sarebbe desiderabile che a meglio confermare tale
. CRONACA 337
opinione il D. G. facesse seguire altri saggi sulle fonti delle prose Leopar-
diane, simili al presente].
Mario Mandalari. — Matelda. — Roma, tip. Pallotta, 1892 [Estratto dalla
Piccola Rivista. Ci dice l'A. che questo suo scritterello fu pubblicato la prima
volta in rumeno, nel 1888, come appendice illustrativa ad una versione della
Commedia. Al pubblico straniero esso dovette senza alcun dubbio tornare
molto più utile che al nostro, giacché riassume con sufficiente chiarezza le
principali opinioni espresse sul personaggio di Matelda, e ne sostiene una
molto verosimile, che cioè Matelda non corrisponda punto ad un personaggio
storico, ma sia puro simbolo. La cosa simboleggiata da lei è la vita attiva,
come già da Lia, nel sogno di D. che di poco precede la apparizione di Ma-
telda. Tale corrispondenza di Matelda con Lia, il cui significato simbolico
è tradizionale, fu già fatta valere da molti. L'A. dà pure grande importanza
alla etimologia del nome di Matelda, quale D. la accettava (pp. 8 e 16) ; ma
in questa parte egli ci sembra meno felice. In complesso Tarticoletto si legge
con piacere, quantunque non rechi quasi nulla di nuovo. Per informazioni
larghe e precise sull'argomento è pur sempre necessario ricorrere alla di-
gressione dello Scartazzini, Div. Com., Il, 595 sgg.].
Luigi Amaduzzi. — Spigolature letterarie inedite. — Savignano, tip. dei
Filopatridi , 1892 [Oltre una breve serie di poesie, fra cui notevoli alcuni
epigrammi volgari di Vincenzo Monti ed un epigramma latino d'Ippolito
Pindemonte, reca quest'opuscolo una raccolta di lettere, la maggior parte
delle quali si conservano ora autografe nelle biblioteche di Savignano, in
Romagna, e di Bevagna nell'Umbria. Sono documenti d'importanza molto
diversa, che l'A. si studiò d'illustrare diligentemente. Parecchie lettere sono
dirette all'ab. Gian Gristofano Amaduzzi, professore di greco in Roma, morto
nel 1792 , il cui carteggio passò nella libreria di Savignano , come si può
scorgere dal Mazzatinti, Inventari, 1, 106 sgg. L'editore dedica appunto a lui,
suo antenato, quest'opuscolo, e riferisce copiose notizie della sua vita. Sono
dirette alFAmaduzzi tre lettere di Melchiorre Cesarotti, cinque di Girolamo
Tiraboschi , una di Vincenzo Monti. In una delle lettere del Cesarotti
(6 agosto 1776) è parola della coronazione di Gorilla Olimpica, e l'A. nota
che nella biblioteca di Savignano esistono due volumi di lettere autografe
di Gorilla dirette all' Amaduzzi (p. 16 n.). Pare gli sia sfuggito che dell' Ama-
duzzi nelle sue relazioni con Gorilla parla in più luoghi l'Ademollo nel libro
speciale sulla celebre improvvisatrice, e pubblica anche (a p. 489 sgg.) una
relazione del Savignanese sulla coronazione capitolina. Seguono tre lettere
di Francesco Torti, letterato umbro dimenticato, a' suoi genitori ; sette di
Antonio Canova a Romualdo Turini di Salò ed una al medesimo di Andrea
Majer; una finalmente di Antonio Rosmini a Isaia Rossi. Ma il gruppo più
rilevante è quello delle lettere indirizzate a Luigi Nardi : ve n'ha di Paolo
Costa , Francesco Gassi , G. Ignazio Montanari , Giulio Perticari , Costanza
Monti Perticari, Monaldo Leopardi. Si osservi specialmente la lettera di Co-
stanzo Perticari (pp. 53-55), in cui è stigmatizzata la « infernale condotta »
del Cassi, accusato qui di bel nuovo d'aver trafugato le carte del defunto
Giulio Perticari. Quest'accusa compare anche in una lettera di Costanza al
Papadopoli, intorno alla quale vedi Giornale., Vili, 450. Gfr. anche le let-
tere pubblicate dallo Scipioni in questo Giornale., XI, 74 sgg.].
Giornale storico, XX, fase. 58-59. 22
338 CRONACA •
Ernesto Monaci. — Aneddoti per la storia letteraria dei laudesi, dei
disciplinati e dei Bianchi nel medio evo. — Roma, 1892 [Estratto dai Refi-
(Hconti dell'Accademia d£i Lincei. In questo primo contributo il M. si oc-
cupa di un cod. privato, che è in possesso del dr. Pietro Tommasini-Mattiucci
di Città di Castello. Quel cod. reca sette laudi, due sole delle quali il M.
crede di poter stabilire che non si riscontrano in altre raccolte a stampa e
mss. Egli le pubblica, e ne studia la lingua, che è l'elemento loro più im-
portante. Per mezzo delle rime e delle assonanze l'A. dimostra che il fondo
di quelle due laudi è l'antico romanesco, su cui s'andò stendendo in seguito
uno strato idiomatico toscano. Il romanesco di quelle laudi non sarebbe della
città, ma della provincia, e più precisamente del contado di Nepi. Lettera-
riamente le due poesie sono « assai mediocri >, come il M. stesso riconosce.
Tuttavia, a noi sembra, il primo componimento è per questo rispetto di gran
lunga più rilevante del secondo. Nell'uno non mancano strofe fragranti di
poesia ingenua ed originale, ed il sentimento vivo, che ve espresso, trova frasi
ed imagini talora bizzarre, ma talora anche veramente fresche e ispirate. La
seconda lauda invece è una prolissa filastrocca piena di luoghi comuni. Cor-
rottissimo è il testo d'ambedue , né gli ingegni dell'esperto editore valsero
sempre a chiarirlo].
Ernesto Monaci. — Di Guido della Colonna trovadore e della sua pa-
tria. — Roma , 1892 [Estratto dai Rendiconti delV Accademia dei Lincei.
Il M. svolge qui una asserzione da lui posta innanzi a p. 75 della Cresto-
mazia^ intorno alla patria ed alla famiglia di Guido giudice. Il suo ragio-
namento è persuasivo. Egli mostra come possa esser frutto d'un equivoco il
trovarsi indicato Guido come messinese nel Vatic. 3793 e nel De vulg. eia-
quentia. Era giudice in Messina, e tale ufficio esclude ch'egli fosse nativo
(li quella città, in grazia d'una consuetudine medievale, che trovasi sancita,
per la Sicilia, nelle costituzioni di Federico II. Il M. crede che Guido fosse
dei Colonnesi di Roma, e ne ravvisa una conferma negli elementi linguistici
romaneschi che spesseggiano nelle quattro canzoni di lui giunte sino a noi,
quantunque siano riferite da mss. trascritti da Toscani].
Augusto Conti. — Letteratura e patria. — Firenze , Barbèra , 1892
[Questa racoolta di scritti diversi si divide in duo parti, di cui la prima è
più specialmente letteraria, la seconda interamente politica. Si tratta di di-
scorsi e d'opuscoli d'occasione, che vengono a formare, come l'A. stesso dice
nel sottotitolo, una collana di ricordi nazionali. Nella prima parte, che solo
concerne gli studi nostri, v'ha un lungo scritto su Dante, considerato parti-
colarmente come filosofo e come teologo. A questo se n'accosta un altro su
Beatrice. Nei successivi discorsi l'A. parla, più o meno a lungo, del Pe-
trarca, del Galilei, del Manzoni, di Giuseppina Turrisi, di N. Tommaseo, del
Fornaciari, del Lambruschini, del Capponi, del Guasti. Quantunque siano
prose alquanto enfatiche, necrologiche o commemorative, l'affetto vi palpita
talora vivo, ed il dettato è elegante. Il cultore di .studi storici potrà attin-
gervi, se non notizie peregrine, almeno qualche arguta osservazione].
Carlo Cipolla. — Appunti storici' tratti dalle epistole di S. Pier Da-
miano. — Torino, Clausen, 1892 [Estr. dagli Atti della R. Accademia delle
Sciente di Torino. Richiamiamo l'attenzione degli studiosi su ciò che il C.
CRONACA 339
osserva rispetto alla coltura del laicato e specialmente sulle paure del fini-
mondo nell'anno mille. Da due frasi di Pier Damiano il G. ricava, contrad-
dicendo a P. Orsi, che alla metà del sec. XI si viveva in Italia nel timore
della fine del mondo, e corrobora la sua asserzione con altri passi di scrit-
tori sincroni. A ragione trova il G. una allusione alla prossima distruzione
del mondo, o almeno del genere umano, nella terzina dantesca del Farad.,
XXX, 130-2].
Giacomo Lumbroso. — Osservazioni sulla Basvilliana. — Roma, 1892
[Estr. dai Rendiconti dell'Accademia dei Lincei. Sono tre noterelle utili
alla intelligenza del poemetto Montiano. Nella prima TA. mostra come il
Monti sia poco curante dell'esattezza storica, e allega l'esempio dell'abate
Raynal, che nel III canto compare tra le ombre desiderose di bere il sangue
del giustiziato Luigi XVI, mentre nel IV canto il poeta spiega , con un ar-
tificio tutto dantesco, com'egli sia vivo. Il L. acutamente congettura che il
Monti credesse morto il Raynal quando scrisse il III canto. Avvertito del-
l'errore, rimediò nel quarto in un modo altamente poetico. In una seconda
nota il L. fa vedere come le truci fantasie della Basvilliana non sieno punto
una stranezza in quel tempo, ma trovino spiegazione nella letteratura rivo-
luzionaria. Finalmente in una terza nota prende FA. a considerare il brano
inedito della Basvilliana, che fu pubblicato nell'ediz. Le Monnier del 1847,
e dubita forte che esso appartenga veramente a quel poemetto, giacché sono
tante le somiglianze di pensieri e d'espressioni col G. Ili, che bisognerebbe
ammettere il Monti si fosse stranamente ripetuto. Anche ragioni storiche
fanno sospettare all'A. che si tratti, anziché d'un brano della Basvilliana,
d'un frammento di poema napoleonico].
Giovanni Zannoni. — Studi storici sconosciuti di Camillo Porzio. —
Roma, 1892 [Estr. dai Rendiconti delV Accademia dei Lincei. Pubblica tre
lettere del Porzio al card. Antonio Garafa, che si trovano nella biblioteca
dei Lincei , regalate da Quintino Sella. Una sola di queste lettere è vera-
mente importante, la prima , che rammenta due opere del Porzio ignorate
sinora, vale a dire un elogio del papa Pio V ed un libro sulla battaglia di
Lepanto ed i suoi antecedenti, per il quale verosimilmente il Porzio giunse
solo a mettere insieme del materiale. Lo Z. illustra i documenti con molte
opportune considerazioni].
Pietro Rivoire. — La « Nobla Leyczon ». Studio intorno ad un antico
poema valdese. — Ancona, Morelli, 1892 [Nel 1886 questo Giornale (VII,
223 sgg.) ebbe ad occuparsi sommariamente delle molte , curiose , difficili
questioni storiche e filologiche, che presentano i poemi valdesi. Dopo quel
tempo alcune importanti pubblicazioni si sono avute sull'argomento, quali
l'edizione della Nobla Leyczon che diede il Montet nel 1888, ed il lungo ed
acerbo , ma altrettanto dotto ed acuto , articolo che a quella pubblicazione
consacrò il Forster nei Gótting. gel. Anzeigen (cfr. Giornale, Xll, 321). Il
dr. Rivoire, senza aver la pretesa di arrecare elementi nuovi all'indagine,
riferisce con lucidità e buon metodo tutti i risultati della critica intorno al
più notevole fra i poemi valdesi, mostrando di dividere quasi sempre le opi-
nioni del Forster. Nella questione cronologica, che è essenziale, egli tiene
un indirizzo medio, non vuole, cioè, assegnare alla Leyczon quell'alta anti-
Giornale storico, XX, fase. 58-59. 22*
340 CRONACA
chità che dapprima si pretese, ma non credo neppure, come altri ritenne,
che sia opera del sec. XV. A p. 26 sembra inclinato a riporla nel sec. XIV;
a p. 58 invece, per ragioni interne, reputa sia da < fissare la data della sua
« composizione non dopo il secolo decimoterzo ». Del poema dà un'accurata
analisi, ne esamina il valore letterario, rispetto al quale ha ben ragione di
non dividere gli entusiasmi del Montet, tratta della versificazione, si dilunga
nell'esporne il contenuto dottrinale. Quest'ultima disamina è forse la parte
migliore dello scritto, né vi mancano osservazioni nuove. Il R. conclude che
il valore dottrinale del poema è esiguo. Le dottrine della Leyczon « man-
€ cano quasi del tutto d'un carattere speciale ben determinato, ed è appunto
€ ciò che permise ai critici, preoccupati per lo più da teorie aprioristiche,
« di trarne le conclusioni più diverse e opposte » (p. 43) ].
Vittorio Fiorini. — La bella Camilla^ poemetto di Piero da Siena^ con
prefazione di T. Casini. — Bologna, 1892; nella Scelta di curiosità leti.,
disp. GGXLlll [Di questo poemetto in otto cantari , che ora per la prima
volta esce alla luce, già aveva dato una compiuta analisi il Wesselofsky,
discorrendo della Figlia del re di Bacia. Appartiene al ciclo leggendario
famosissimo della fanciulla perseguitata, e meriterebbe d'essere illustrato
ampiamente da quest'aspetto. Il Fiorini, molti anni sono, ne trasse copia di
sur un zibaldone di scritture piacevoli ed utili, il Palatino 359; copia ch'è
quasi una riproduzione fotografica del manoscritto, corredata di copioso ap-
parato critico. Stampata già da più tempo, la Camilla minacciava non per-
tanto di restare inedita, perchè altre cure distrassero l'editore, e più ancora,
perché gli spiacque « vedersi innanzi nella stampa una troppo fedele imma-
« gine del codice antico »: nella qual cosa non sapremmo dargli torto; pa-
rendoci, di fatto, ingiustificata tanta premura di riprodurre i mezzi grafici,
nonché gli svarioni, del copista. Assunse finalmente l'incarico di presentarla
agli studiosi il prof. Casini, premettendo alcuni cenni biografici e bibliogra-
fici. Ei ci ragguaglia dei manoscritti che la conservano, tesse in breve la
storia di questa edizione, esamina gli otto cantari molto largamente, ormeg-
giando il Wesselofsky, anzi « quasi con le proprie parole dell'erudito russo »,
e in fine raccoglie alcune utili notizie sul poeta, Piero da Siena. Questi è
da identificare, probabilmente, con Pietro canterino, il noto autore del poe-
metto sulla morte e sui funerali del Conte di Virtù, d'un Papalisto in rima,
e di due ternari fatti conoscere recentemente dal Flamini e dal Novali. Di
Pietro da Siena il Casini conosce e riproduce un sonetto ovvio nelle an-
tiche raccolte. Giova notare, che nel cod. Ambrosiano 0. 63 sup. molte rime
hanno in testa questo nome; non ignote, se ben ricordiamo, al BilancioniJ.
Francesco Flamini. — Un codice del collegio di S. Carlo e le raccolte
a penna di rime adespote. — Bologna, tipografia Fava e Garagnani, 1892
[Estratto dal Propugnatore. Del codice di S. Carlo di Modena, contenente
una raccolta di antiche rime, aveva dato un ragguaglio V. Santi nella Gaz-
zetta della Domenica e aveva detto qualche cosa G. Vandelli, pubblicando
di lì un serventese amoroso nella Rassegna Emiliana. Ora il F. ci offre una
illustrazione completa del codice, che non poteva capitare in mani migliori,
per la pratica che egli ha di siffatte raccolte e della poesia dell'ultimo tre-
cento e del primo quattrocento, alla quale appartengono i componimenti di
CRONACA 341
questa silloge. Questo codice di S. Carlo, copiato da un Giacomo di Paolo
di Valente a mezzo il secolo XV, per il contenuto si può dividere in due
parti ; delle quali la prima comprende poesie di A. Beccari e G. Pellegrini,
a giudizio del F. concittadini del copista , e il rimanente « racchiude una
« copiosa silloge di rime, prive di qualsivoglia didascalia », alle quali però
il F. ha saputo ritrovare l'autore certo o almeno indicare quello probabile.
11 F. ragiona sopra l'importanza di questo codice , che ne ha molta per la
conoscenza di G. Pellegrini, « curiosa figura di borghese e d'asceta, princi-
pe palissimo fra i non molti rimatori rappresentanti la produzione poetica
€ dell'Italia superiore nella prima metà del quattrocento » : e prende occa-
sione per far buone osservazioni generali sulle raccolte di rime antiche,
specialmente su quelle di rime adespote, tentando anche una classificazione.
Speciale encomio merita il F., per aver pensato ad uno studio comparativo
degli antichi canzonieri , al quale è da sperare che dedichi ancora le sue
cure. Dopo la tavola del cod., il F. pubblica un Lamento del citato Giovanni
Pellegrini , importante per le notizie che si ricavano intorno alla vita del-
l'autore ed anche dal lato linguistico].
Adolfo Albertazzi. — Parvenze e sembianze. — Bologna, Zanichelli,
1892 [Difficile è il dire se sia un libro d'arte o d'erudizione: è un libro
elegante, che si legge con diietto. L'A. s'è giovato delle ricerche laterali
cui dovette assoggettarsi per lo studio laborioso sui Romanzieri (v. Giorn.,
XVIII, 415), e senza dubbio le cose più curiose del presente volumetto sono
quelle che riguardano libri obliati del nostro seicento. Buono lo schizzo bio-
grafico di Gregorio Leti, di cui vengono in ispecial modo considerate le
satire contro il clero ; non cattivi ed abbastanza arguti i due studietti Pu-
nizione e Molto rumore per nulla , nel primo dei quali sono amenamente
ritratte le costumanze degli studenti del sec. XVII, spremendo il succo dei
dialoghi di Annibale Roero intit. Lo scolare (Pavia, 1604) , nel secondo si
tocca delle foggio e delle donne nel seicento. L'articolo Sicut erat è ri-
cavato dal bizzarro libro Hoggidì di Secondo Lancellotti (Venezia, 1630-36)
destinato a mostrare quanto sia ingenuo il credere che i tempi andati fos-
sero in tante cose diversi dai presenti. Chi di gallina nasce è invece uno
schizzo di storia bolognese , che ritrae il retaggio impuro e sanguinoso di
Bianca Cappello, nella figlia di lei Pellegrina Bentivoglio e nella nipote
Bianca, moglie del poeta, amico del Marino, Andrea Barbazza. Più consi-
stente degli altri è lo studio su / novellatori e le novellatrici del Decame-
rone^ che ha lo scopo di mettere in scena i caratteri così distinti delle dieci
persone che narrano le novelle boccaccesche. Questo scritto, già comparso
nella Rassegna Emiliana, ci sembra nella raccolta di gran lunga il migliore.
S'apre e si chiude il libro con due scritterelli simili : nell'uno. Liberalità di
mess. Bertramo d'Aquino, l'A. rinarra a modo suo, con molta arte, una
graziosa novella che prima raccontò, seccamente, Masuccio (nov. 21), e che
poscia diluì Gianfrancesco Loredano ; nell'altro. La novella di Fiordiligi, con-
sidera le somiglianze di contenuto e le differenze di forma tra la novella di
Tisbina e di Prasildo che si legge nel Boiardo, Innam., P. I, C. XII, e
quella di Dianora ed Ansaldo Gradense che è nel Decam., X, 5. Il libretto,
nel suo complesso, non riuscirà certo simpatico a tutti, ma se si guardano
342 CRONACA
le intenzioni dell'A. può dirsi fatto con garbo. A pp. 210-211, l'A. scocca
certi dardi contro i cultori della novellistica comparata , di cui non siamo
riusciti a renderci ragione. Abbiamo troppa stima del suo ingegno per at-
tribuirgli l'insensatezza di avere in dispetto l'unico modo razionale e scien-
tifico di studiare il grande patrimonio della novellistica indoeuropea. Forse
egli alluse solamente alle esagerazioni di certuni , che pur di accumulare
riscontri perdono interamente di vista lo scopo vero dell'indagine compara-
tiva; ed in questo caso ha ragione. Doveva peraltro esprimersi con maggiore
chiarezza].
Isidoro Carini. — Di alcuni lavori ed acquisti della Biblioteca Vati-
cana nel pontificato di Leone XIII. — Roma, tipogr. Vaticana, 1892 [È
una raccolta di relazioni bibliografiche di scritti diversi ed insieme di de-
scrizioni d'oggetti preziosi; quasi tutte cose che si collegano col giubileo
sacerdotale di Leone Xlll. Se alla munificenza ed alla liberalità del ix)n-
tefice va data lode per l' incremento che ne viene agli studi , bisogna
anche riconoscere che gli ufficiali di quel grande istituto che è la Bibl. Va-
ticana seppero e vollero mirabilmente secondarne i generosi propositi. Ed
in ciò, senza dubbio, una parte eminente compete al prefetto della Vaticana
mons. Carini, la cui instancabilità forma da tempo l'ammirazione degli stu-
diosi, mentre la sua cortesia inesauribile ne suscita e ne alimenta la grati-
tudine. Dei 25 resoconti, che qui si raccolgono, tutti, all'infuori del primo,
dovuti al Carini, buona parte è estranea ai soggetti di cui il nostro Gior-
nale si occupa, appartenendo a materia archeologica, o artistica, ovvero ri-
guardando gli studi biblici, patristici e di filologia classica ed orientale. Sa-
ranno tuttavia letti con profitto dai cultori di storia letteraria italiana l'articolo
storico sulla Biblioteca della Sede Apostolica^ il resoconto del Contrasto di
Giulio d'Alcamo edito dal Salvo-Gozzo e quello del Commento dantesco di
frate Giovanni da Serravalle, del quale sinora non ci fu concesso di offrire
ai lettori nostri particolareggiata notizia (cfr. Giornale^ XVlll, 452 e Bui-
lett. della Società Dantesca italiana, n» 10-11, pp. 01 sgg.). Sarebbe pur de-
siderabile che S. S.tii concedesse una maggiore pubblicità a quel commento,
che oggi è per i più inaccessibile , talché anche persone di solito bene in-
formate continuano a crederlo inedito (cfr. Arch. stor. ital.y serie V, voi. IX,
p. 286, n. 2). Non vogliamo mancar di notare, nel volume di cui ci occu-
piamo , le informazioni relative alla Collezione Visconti acquistata da
Leone XIII, con molti mss. osservabili di materia storica, ed un articolo
sui Libri e mss. lasciati alla Vaticana del march. Gaetano Ferrajoli, ch'è
in realtà una larga notizia bio-bibliografica dell'orientalista Michelangelo
Lanci. Godiamo terminare con una buona notizia. Il C. promette prossima-
mente una relazione sui codici Borghese entrati nella Vaticana, e frattanto
l'intraprendente Monsignore medita la fondazione d'un regolare BuUettino
di quella celebre libreria].
Domenico Berti. — Scritti varii. Voi. L — Torino-Roma, Roux, 1892
[A tre scritti di politica contemporanea qui ne sono accostati quattro d'ar-
gomento letterario. Il più rilevante, senza dubbio, è quello che riguarda /
Piemontesi e la Crusca. Biasima l'A., con giusta franchezza, le elezioni che
la Gru5'*a fc:j prinja della sua ricostituzione. I nomi infatti di Piemontesi
CRONACA 343
che ad essa furono ascritti nei passati secoli non stanno certo a rappresen-
tare ciò che v'era di meglio per ingegno e sapere nelle provincie subalpine.
Il grado d'accademico s'otteneva per intrigo e non per merito. Cosi vediamo
nel sec. XVI ascritti alla Crusca un Cristoforo Bisolio di Lu ed un Fran-
cesco Maria Vialardi, mentre non compare tra gli Accademici l'unica mente
piemontese veramente elevata del secolo, Giovanni Boterò. Nel sec. XVUI
vi sono sette accademici piemontesi, tre dei quali uomini di vaglia (Rosasco,
Gerdil e Paciaudi), ma non trovi i nomi di V. Alfieri e di G. Baretti. Nella
scelte dal 1811 in poi , l'Accademia procedette con miglior criterio e giu-
stizia. L'A. si trattiene su parecchi degli accademici di questo periodo, par-
ticolarmente sul*Galeani-Napione, su Carlo Botta, su Giuseppe Grassi, dei
quali dà molte e rilevanti notizie. Egli riferisce anche in appendice, toglien-
dole da un cod. della bibl. di S. M. il Re e dall'archivio della Accademia
delle Scienze in Torino, alcune lettere dirette al Grassi da Carlo Botta, da
G. B. Niccolini, da G. Leopardi. — Un altro scritto concerne La volontà e
il sentimento religioso nella vita e nelle opere di V. Alfieri. Qui ha solo
qualche importanza la seconda parte, ove l'A. rammenta certo aneddoto della
poetessa Diodata Saluzzo, che in una sua cantica commemorativa di Carlotta
Alfieri, finse che l'anima dell'Alfieri, non avendo cantato convenientemente
di Dio, fosse confinata fuori del paradiso a purgare il suo passato in una
pallida stella. Le lettere che su questo proposito diresse a Diodata l'ab. di
Caluso non sono prive di curiosità. L'articolo Luigi Ornato o ricordi di
conversazioni giovanili dà molto meno di quanto il titolo promette. In un
gran mare di considerazioni ben poco peregrine quivi s'affogano i pochi ri-
cordi dell'amico di Santorre Santarosa, del cittadino illibato, dell'alto e se-
vero cultore di studi storici e filologici. Dopo il libro sull'Ornato di Leone
Ottolenghi , che diede occasione ad alcune pagine calde ed opportune di A.
D'Ancona ( Varietà, 1, 231 sgg.) non si sentiva davvero il bisogno di questa
ristampa. Né, dopo la ricca letteratura recente intorno alla Staél, che l'A.
cita (p. 80 w.), ma non pone a profitto, poteva reputarsi di grande vantaggio
il riprodurre lo scritto La Staél e Roma, quantunque il carattere della scrit-
trice vi sia abbastanza bene rappresentato e con sufficiente ingegnosità si
cerchi di stabilire l'origine di molti episodi della Corinne'\.
Giacinto Romano. — Cronaca del soggiorno di Carlo V in Italia dal
26 luglio 1529 al 25 aprile 1530. — Milano , Hoepli , 1892 [Raccoman-
diamo segnatamente a chi s'interessa alla storia del costume nel nostro mi-
rabile Cinquecento la lettura di questo buon documento storico, di questa
cronaca che si allarga a diario, custodita in un codice della biblioteca Uni-
versitaria di Pavia. Autore di essa è un gentiluomo mantovano, che il co-
scienzioso editore è riuscito con quasi sicurezza ad identificare con quel
Luigi Gonzaga figlio di Giampietro, signore di Borgoforte, che fu confidente
del march. Francesco e del duca Federico, cui sopravvisse, uomo amante
delle lettere, nominato ad onore dall' Ariosto nel canto XXXVll, st. 8 del
Furioso accanto al più celebre Luigi Rodomonte. Codesto Luigi , che il
Campana riferisce essersi dilettato eziandio di ricerche genealogiche, fu
padre a Curzio, poeta del Fidamante (cfr. Belioni , Curzio Gonzaga, Bo-
logna , 1891 , pp. 5 sgg.). 11 ms. di questa cronaca proviene da Mantova
344 CRONACA.
(p. 285). Per quanto la storia di quella famosa lega e delle pompe che ne
accompagnarono la proclamazione sia molto nota, non riuscirà discara agli
storici questa minuta relazione, fondata su osservazioui personali o di testi-
moni oculari, ovvero su riferimenti ufficiali d'oratori mantovani, che retti-
fica e completa spesse volte il racconto accurato di Gaetano Giordani (Bo-
logna, 4842). Ma , va ripetuto , la ragione per cui qui la annunciamo è la
importanza sua per le ricerche sui costumi del tempo. L'oculato editore,
che non risparmiò fatiche affinchè l'opera fosse ben pubblicata, avverte nella
prefazione (pp. 66-67): «Questa cura del particolare, del minuzioso, dell'a-
de nedottico costituisce il lato più notevole della nostra Cronaca, ed è quello
« che può renderla più interessante innanzi al positivismo «storico moderno,
« che allo studio de' grandi fatti e delle grandi ragioni dei fatti va sosti-
€ tuendo la ricerca minuta e paziente dell'accessorio , ed ha creato quello
« spirito di curiosità erudita che anima, si può dire, tutta la nostra produ-
« zione scientifica >].
Guido Mazzoni. — / quattro evangeli concordati in uno da Iacopo Gra-
denico. — Padova, Randi, 1892 [Estratto dagli Atti e Memorie della R. Ac-
cademia di Padova. A Iacopo Gradenigo, rimatore veneto del trecento, venne
l'infelice pensiero di parafrasare in terzine i Vangeli concordati. Ne fece un
poemaccio indigeribile di quasi undici mila versi, che si conserva autografo
in un bel ms. Hamilton del Museo di Berlino (cfr. Biadene in questo Gior-
nale^ X, 320-21). Il M. ridescrive il codice, dà qualche notizia del suo au-
tore, riferisce i primi e gli ultimi versi dei 44 canti, pubblicando integral-
mente il I, l'XI, il XXVIIl, il XLIV].
PUBBLICAZIONI NUZIALL
Alessandro Spinelli. — Versi del 400 e del 600 attinenti a pittori od
a cose di arte, tratti da mss. Estensi. — Carpi, tip. Rossi, 1892; per nozze
Venèri-Mazzòli [Tre sonetti di un poeta di nome Ulisse su Iacopo Bellini,
il Pisanello, il Mantegna; uno di Filippo Nuvolone al Mantegna ed un altro
di Felice Feliciano Veronese pure al Mantegna, con la seguente didascalia:
« Felice ad Andrea antedicto, compatre del Rev.'"» Cardinale Mantuano, pre-
« gandolo si voglia adoperar per lui di aconzarlo col dito monsignore se-
« condo il parlamento auto insieme ». Due sonetti dello stesso Feliciano allo
scultore Cristoforo Geremia. Con ciò finisce la parto più antica della raccolta.
Poi viene un sonetto di Camillo Rubiera sulla tomba di Urbano Vili scol-
pita dal Bernini in S.Pietro; un complimento in versi, con cui il letterato
secentista perugino Napoleone Luna accompagnava una maiolica dipinta da
Raffaello a mons. Acquaviva; una strofe satirica diretta in nome del pittore
Gio. Andrea Carloni; una canzone scritta « per un quadro d'Angelica e Me-
€ doro fatto dal sig. Ludovico Lana, pittore Modenese eccellente » ; un so-
netto sulla reggia di Modena; alcuni versi in lode della pittrice Francesca
Brunetti; un sonetto caudato umoristico del pittore Sebastiano Sassoni, che
chiede un posto a Francesco II duca di Modena; una odicina scherzosa in
dialetto modenese di Oiov. Battista degli Erri. La parte secentistica, come
si vede abbastanza copiosa, è illustrata dallo Sp. con sufficiente cura, ed
CRONACA 345
anzi su parecchi personaggi, segnatamente sul poeta F]rri, riferisce notizie
non agevoli. Se di ciò gli va tributata lode, con la medesima schiettezza
dobbiamo dire che la illustrazione delle poesie più antiche e storicamente
più ragguardevoli, quelle del sec. XV, è assai deficiente. I tre sonetti di
Ulisse, che lo Sp. stampa come inediti, e di cui non sa valutare adeguata-
mente il valore, furono fatti conoscere già nel 1885 da Adolfo Venturi, che
li commentò da par suo nel Kunstfreund. Dopo d'allora ottennero molta
notorietà presso i non pochi che si occuparono dei tre artisti eminenti ivi
considerati. Di Filippo Nuvolone lo Sp. non crede siansi trovate notizie bio-
grafiche (p. 20), e sarà benissimo; ma non conveniva trascurare quel poco
che ne dice il Tiraboschi, nella Biblioteca Modenese, 111, 357. Cristoforo
Geremia è personaggio ignoto allo Sp. , che batte falsa strada per identifi-
carlo (p. 21). 11 Muntz nell'opera Les arts à la cour des papes ha portato
molta luce su quell'artefice, che fu scultore e medaglista mantovano di non
mediocre valore. Di lui si hanno oggi copiose notizie, che si possono leg-
gere raccolte in Armand, Médailleurs\ I, 30 sgg.].
F. De Simone Brouwer. — Storia di Argia. — Napoli, tip. dell'Univer-
sità, 1892; ediz. di 50 esemplari per nozze Filippi ni-Piccinelli [Saggio di un
episodio del De claris mulierihus di G. Boccaccio, nel volgarizzamento di
frate Antonio di S. Lupidio o S. Elpidio, marchigiano, di cui fu pubblicata
per le stampe la riduzione fiorentina di Niccolò Sassetti. Gfr. Hortis, Studi
sulle op. lat. del B., pp. 6034 , il quale a p. 931-32 indica sette mss. fio-
rentini , tre romani ed uno marciano di questa versione. 11 De. S. conduce
la sua stampa su due codici della Nazionale di Napoli, ove la traduzione è
adespota, rimasti ignoti all'Hortis].
Alfredo Saviotti. — Rime inedite di Curzio Ardizio da Pesaro. —
Pesaro, Federici, 1892; per nozze Palazzi-Giannuzzi- Savelli [Queste rime sono
tratte dal ms. N. VI. 72 della Nazionale di Torino, che è tra quelli appar-
tenenti un tempo ai Gonzaga (vedi Giornale., XI, 299-301). L'Ardizio, cor-
tigiano, letterato e pittore, ebbe la fortuna d'essere amico di T. Tasso. Fio-
i-ito nella seconda metà del sec. XVI, fu specialmente in relazione coi Duchi
d'Urbino e con quelli di Mantova. Il S. ne tesse in poche pagine, con molta
erudizione ed accuratezza , la vita , giovandosi anche di qualche documento
nuovo. Poi sceglie per la pubblicazione venti componimenti poetici dell'Ar-
dizio, tutti d'intonazione schiettamente petrarchesca. Non sono certo tali da
giustificare le lodi che loro tributò il Tasso, ma alcuni non mancano di va-
lore storico. Vi sono due sonetti a Bernardino Baldi, uno dei quali per la sua
Nautica, e parecchie poesie dirette a personaggi della famiglia Gonzaga.
Non manca una certa disinvoltura nel trattare il verso, ma il concetto è
fiacco, lezioso, cortigianesco. Come, del resto, potevano sottrarsi a questi di-
fetti i minori poeti di quel periodo , se vi cadevano così facilmente i mag-
giori?].
Severo Peri. — L'opera letteraria di un poeta del sec. XVIII. — Va-
rese, Macchi e Brusa , 1891; per nozze Manfredi-Sforza [Si occupa dell'ar-
cade Francesco Cassoli, di Reggio Emilia, accademico Ipocondriaco, amico
di Aurelio Bertola e del Parini, traduttore d'Orazio, benefattore del Passeroni.
Solo pochi de' suoi versi furono raccolti da un amico in un volumetto Bo-
346 CRONACA
doniano; molti altri giacciono ignoti in pubblicazioni d'occasione, in perio-
dici, ovvero anche manoscritti. Di questi ultimi l'A. qui ne produce alcuni,
tra cui notevoli due inni Alla sanità^ che fanno seguito a quello pubblicato
in Parma nel 1802. Sono liriche robuste e veramente inspirale, nelle quali
è agevole il riconoscere l'influsso del PariniJ.
Alfonso Lazzari. — Quattro lettere inedite di Fulvio Testi. — Faenza,
tip. P. Conti, 1892; per nozze Buffalini-Bonavia [Dirette a mone. Annibale
ed al march. Cornelio Bentivoglio nel 1640 e nel 1645. Trattano di svariati
negozi e toccano particolari di qualche interesse per la biografia del Testi,
che è ancora da farsi. Sono estratte dal cod. Riccardiano 2125].
Enrico Filippini. — La 4. Prophetia Fratris Mucii de Perusio » estratta
da un cod. napoletano del sec. XV. — Fabriano, tip. Gentile, 1892; per
nozze Filippini-Piccinelli [Di questo notevole componimento profetico, scritto
verso la metà del sec. XIV, aveva già dato notizia, pubblicandone due strofe,
A. Miola, nel descrivere il ms. V. H. 274 della Nazionale di Napoli, nel
quale altre profezie si leggono, in latino ed in volgare. Il D'Ancona pro-
dusse già questa poesia negli Studi sulla Ietterai, (tal. de' primi secoli,
pp. 95 sgg. , traendola da un ms. Vaticano , ov'è erroneamente assegnata a
lacopone, e poi il Mazzatinti nel Propugnatore ^ XV, II , p. 36 credette di
poterla attribuire a Tommasuccio da Foligno. Il F. la rivendica all'oscuro
verseggiatore umbro, cui la attribuisce il cod. Napoletano, e propone, senza
tuttavia affermarla, la identificazione di quel frate Mucio con ser Muccio da
Perugia, detto Stramazzo, autore di sonetti diretti al Petrarca. L'identifica-
zione ci sembra ancora malsicura; ma l'autore della profezia era indubbia-
mente umbro, come si può discernere dalle forme dialettali numerose, che
in essa figurano. Nella lezione del cod. Vaticano, non solo spesseggiano le
varianti, ma v'ha un ordinamento tutto diverso delle strofe. Crede pertanto
ragionevolmente il F. che il testo più rozzo del ms. di Napoli sia più ge-
nuino dell'altro, nel quale, più che una copia, s'ha a ravvisare una corre-
zione e rimanipolazione del documento umbro. La profezia in forma di ser-
ventese caudato, consta di 48 strofe, ed oltreché per le molte allusioni politiche,
è osservabile per le forme dialettali veramente curiose].
Alessandro Allmaeyer. — Un poemetto inedito del sec. XV sulla caccia
degli uccelli di rapina esistente nella pubblica biblioteca di Siena. — Siena,
tip. S. Bernardino, 1892; per nozze Bartolini-Mucci [Da un cod. Sforzesco
di falconeria, già descritto dal Novati. Vedi ciò che osserva circa questa
pubblicazione nuziale VArch. stor. lombardo, XIX, 481].
Salvatore Salomone-Marino. — Lora e la solennità del battesimo negli
usi del popolo siciliano. — Palermo, tipogr. Vena, 1892 [Tiratura di soli
50 esemplari, per commemorare il battesimo di Mario, figliuolo dell'A. Nel
grazioso opuscoletto è narrata una leggenda popolare sicula, che spiega perchè
il primogenito maschio debba sempre esser battezzato di sera con grande
solennità].
CRONACA 347
f II 28 dello scorso giugno s'è spenta in Asti la vita operosa di Carlo
Vassallo, benemerito veramente degli studi storici e letterari.
Carlo Vassallo nacque il 19 febbraio 1828 a Genola (circondario di Saluzzo).
I genitori di lui erano contadini, al servizio della famiglia D'Azeglio. Grazie
alla generosa protezione di questa, il Vassallo potè compiere i suoi studi
dapprima in Saluzzo ; poi, guadagnatosi nel Collegio delle Provincie un posto
che era legato alla facoltà teologica, dovette vestire l'abito ecclesiastico.
Otteneva la laurea in teologia nella Università di Torino nel 1850; vi con-
seguiva l'aggregazione nel 1854.
Ma già il marchese Roberto d'Azeglio lo aveva insignito di un canoni-
cato patronale nella Cattedrale d'Asti, e il Vassallo aveva trasferito il suo
domicilio in questa città che divenne la sua patria d'adozione e di cui gli
fu poi concessa, con solenne deliberazione consigliare fermata in una splendida
pergamena, la cittadinanza. Diresse da prima il Seminario vescovile; uscitone
poi, fu chiamato ad insegnare lettere italiane nel Liceo Alfieri, del quale fu
nominato preside nel 1873; in questa carica durò fino alla fine dell'anno sco-
lastico 1890-91, quando con rincrescimento di tutti la malattia, che doveva
accasciarne la fibra fino allora robustissima e trascinarlo anzi tempo alla
tomba, lo costrinse a ritirarsi dall'ufficio, dove aveva raccolto così unanime
consenso di autorità e di benevolenza.
L'operosità letteraria del Vassallo ha due stadi: nel primo egli par che
tenda piuttosto a formarsi un largo patrimonio di coltura. Privo dei sussidi
che oflfrono a questo riguardo i grandi centri di studi, egli cercò di supplirvi
formandosi una ricchissima biblioteca, e tenendo corrispondenza con molti
insigni studiosi. Studioso dell'Alfieri e dell'Alighieri, cosi da esser tenuto,
specialmente in questioni dantesche, come prezioso consigliere dal Witte
(intorno al quale scrisse un buon saggio critico: Sulla vita e sugli scritti
di Carlo Witte, Firenze, 1884), dal Blanc (di cui tradusse l'opera: Inter-
pretazione filologica di molti passi oscuri e controversi della Divina Com-
media, Bologna, 1877), dal Giuliani (cfr. il pregevole discorso per l'inaugu-
razione del monumento a G. B. Giuliani in Canelli, Torino, 1891), non tra-
scurò le letterature straniere, e si dedicò con particolare amore alla tradu-
zione di poeti tedeschi ed inglesi (cfr. specialmente La battaglia di Arminio
del Klopstock, Asti, 1868, e V Inno a S. Cecilia del Pope, Asti, 1866).
Ma quanto più progrediva negli anni il suo spirito parve ripiegarsi alle
investigazioni storiche, in cui portò un acume critico assai raro, ed una sciol-
tezza, indipendenza, onestà di vedute molto lodevoli: potè cosi dilucidare
punti oscuri della storia astigiana, recandovi i risultati delle sue amorose ed
attente investigazioni. Cosi il Vassallo sfatò errori su Giorgio Alione (Intorno
alla vita di Giorgio Alione, osservazioni critiche, Asti, 1865; Un nuovo
documento su Giorgio Alione in Atti dell' Accademia delle scienze di Torino,
1890); su Graiano d'Asti, sulle false cronache astesi (in Archivio storico
italiano, Firenze, 1886); trasse dall'oblìo Matteo Prandone, eroico difensore
di Asti contro Fabrizio Maramaldo (Fabrizio Maramaldo e gli Agostiniani
in Asti, Torino, 1889 ; Matteo Prandone, Torino, 1889), rischiarò le vicende
delle mura della città d'Asti (in Atti della R. Accademia delle scienze di
348 CRONACA
Torino, voi. XXV), la vita del Beato Alfieri (Asti, 1890), il periodo della
storia astigiana durante la dominazione strnniera (in Archivio storico ita-
liano, Firenze, 1878)... Ma a questa e all'altra opera sua diretta ad illustrare
di proposito la storia astigiana, occorre aggiungere come anche più meri-
toria r opera sua indiretta, quella, quasi direi, di propaganda; egli fece
conoscere agli Astigiani l'importanza del codice Malabaila, ed i lavori del
Cipolla, del Vaira, del Gorrini e di quegli altri valenti scrittori che negli
ultimi anni portarono il contributo delle loro ricerche e dei loro studi alla
storia del Comune astigiano, splendidamente primeggiante già nelle Pro-
vincie subalpine; egli promosse e diresse l'ordinamento di un Archivio sto-
rico e di un Museo archeologico in Asti; egli aiutò con tutti i mezzi coloro
che mostrarono di volersi occupare degli studi a lui prediletti.
Al molto eh' egli fece va dunque aggiunto, nel bilancio delle benemerenze
di lui, il molto eh' egli aiutò a fare : ecco perchè abbiamo qui rammentato
con mestissimo desiderio le rare doti d'ingegno e di cuor^ di Carlo Vassallo.
Delfino Orsi.
f Allorché la tiratura del presente fascicolo era già molto avanzata, ci
giunse la notizia dolorosa della morte di Rainoldo Koehler. La strettezza
del tempo non ci consente di darne un neciologio con molti dati di fatto:
possiamo solo annunciare col cuore stretto questa nuova e grande perdita
che hanno fatto gli studi. Il Koehler, nato il 24 giugno 1830, morì nella sua
città natale, Weimar, dove era bibliotecario fin dal 1857, al 15 agosto 1892.
L' immensa produzione scientifica di lui, sparpagliata in pubblicazioni diver-
sissime, merita che qualche connazionale dell'illustre estinto la raccolga
in una serie di volumi. Egli era uomo di varia coltura e trattò soggetti mol-
teplici, specialmente letterari. Ma quella che poteva dirsi la sua specialità^
in cui forse nessuno in Europa lo uguagliava, fu la novellistica comparata,
uno dei più fecondi e difficili rami della demopsicologia. L'erudizione del
Koehler in questa parte era sconfinata, onde a lui si soleva ricorrere da ogni
parte del mondo, per consigli ed aiuti da quanti si perigliavano, anche esperti,
sul diffìcile terreno. In Italia si giovarono delle sue informazioni erudite,
per citare i più noti e distinti, l'Imbriani ed il D'Ancona, il quale ultimo
gli dedicò il volume dei Poemetti popolari italiani, Bologna, 1889. Nel
Koehler infatti erano pari alla dottrina la liberalità e la cortesia. Il Giornale
nostro lo ebbe a collaboratore: egli vi prese ad illustrare le novelle del
Sercambi edite dal Renier. Solo sei di quelle sue illustrazioni poterono ve-
dere la luce (Giorn., XIV, 94; XV, 180; XVI, 108), a intervalli, perchè in
questi ultimi anni la fibra del chiaro scienziato era illanguidita per la salute
sempre malferma.
Luigi Morisbnoo, Gerente responsabile.
Torino — Tip. VoicBirao Bona.
LA STAMPERIA FIORENTINA
DEL
MONASTERO m S. JACOPO DI RIPOLI E LE SUE EDIZIONI
Stadio storico e bibliografico,
I.
La stamperia stabilita nel Monastero di S. Iacopo di Ripoli in
Firenze nel secolo XV merita speciale attenzione non solo per
la importanza sua nell'arte e nella storia tipografica fiorentina,
ma anche perchè rappresenta un tipo singolare fra le numerose
forme di operosità che ebbe il movimento intellettuale e indu-
striale manifestatosi nel risorgimento dopo le tenebre del Medio
Evo. Lo spirito di associazione era la caratteristica di quei tempi
e dalle opere dello intelletto si estendeva a quelle materiali espli-
candosi nei traffici estesissimi di merci e di danaro per mezzo
delle grandi compagnie di mercanti, e abbracciava tutte le isti-
tuzioni, fossero esse d'indole laicale o ecclesiastica. Cosa infatti
ci rappresentano certe Corporazioni monastiche di quei tempi
se non associazioni per le quali l'ascetismo era uno degl'intenti,
ma non il solo, mentre coll'esercizio delle arti e colla industria
cumulavano guadagni molte volte non piccoli ? Alcune di queste
corporazioni erano esclusivamente dedicate a grandi, industrie
speciali, come i Frati Umiliati all'arte della lana, gl'Ingesuati
alla manifattura dei vetri dipinti, ed altre traevano profitto da
tutto. Fra i monaci vi erano architetti o, come allora dicevano.
Giornale ttorico, IX, fase. 58-59, 23
350 P. BOLOGNA
maestri muratori, scultori di ornato e di figura, intagliatori, pit-
tori, capi di maestranze e anche esecutori semplicemente mate-
riali di minori opere. Tutti lavoravano insieme nei grandi edifizi
che lentamente, ma con rara costanza dei pochi costruttori ai
medesimi addetti, si alzavano giganti come la nostra Santa Maria
Novella. Poi, pagato il debito alla famiglia della quale formavano
parte, quelli artisti si accomodavano al servizio di Repubbliche
e di Signori, e i guadagni andavano a profitto dell'associazione
alla cui premura era non di rado dovuta la eccellenza acquistata
dall'artista. A questo principio di associazione operosa, quantunque
assai indebolito e degenerato nella seconda metà del secolo XV,
devesi l' incominciamento e lo sviluppo della celebre stamperia
di Ripoli che stette aperta per circa otto anni, dalla metà del
1476 al novembre del 1484.
Seguendo la disposizione e l'uso dei tempi, le Domenicane di
Ripoli anziché starsene oziose nel loro monastero, si occupavano
nell'arte di scrivere codici e di ornarli di miniature. Il P. Fi-
neschi nelle Notizie storiche sopra la stamperia di Ripoli (1)
ricorda diversi codici scritti e miniati da queste monache, fra
le quali si resero specialmente notevoli suor Angela dei Rucellai
e suor Lucrezia dei Panciatichi che scrissero e miniarono alcuni
libri corali per il convento di S. Maria Novella. Questo esercizio,
che necessariamente aveva sviluppato nelle monache un certo
sentimento letterario ed artistico, fece forse nascere l'idea della
istituzione di una tipografia nei due religiosi, frate Domenico da
Pistoia e frate Pietro da Pisa, i quali fino dal 1474 avevano la
direzione del monastero, uno come procuratore e l'altro come
confessore. Il primo, fra Domenico, era sicuramente persona eulta
e studiosa, trovandosi che aveva trascritti di sua mano i trattati
De amicitia et De senectute di Cicerone (2), e forse a lui prin-
cipalmente è dovuta la iniziativa della istituzione delia tipografia;
quanto a fra Pietro, egli non doveva essere da meno se deve
(1) Firenze, Mouche, 1781, pp. 7 e seg.
(2) Giornale di spese della stamperia^ car. 19 1.
LA STAMPERIA FIORENTINA 351
giudicarsene dalla premura con la quale assistè e diresse la nuova
istituzione.
Da chi e dove i due frati apprendessero l'arte tipografica o
acquistassero i tipi, i torchi e gli arnesi per esercitarla è affatto
ignoto, ma che principiassero a stampare nel 1474 si sa dal
Giornale di spese della stamperia , conservato nella Biblioteca
Magliabechiana di Firenze.
Di questo Giornale della stamperia, documento importantissimo
per la storia della tipografia fiorentina, è opportuno dare suc-
cinta notizia. Il codice che lo contiene è oggi segnato X. 6. 143,
e passò nella Magliabechiana per acquisto fattone a proposta di
mons. Angelo Fabbroni nel 18 agosto 1794. È in foglio piccolo,
di forma oblunga a guisa di agenda, di carta bambagina molto
consistente , di 150 fogli , compresi alcuni bianchi , e ricoperto
con doppia carta in pergamena, tolta da un antico codice ms.
in lingua latina. Ha due numerazioni, la prima da 1 a 131, e la
seconda da 1 a 12. Il fascicolo contenente questa seconda nume-
razione è alla fine del codice ed è legato a rovescio. In un fo-
glio sciolto dopo la copertina si legge di mano del P. Fineschi :
« Questo quaderno appartenente al Yen. Monastero in oggi R. Gon-
« servatorio di S. Iacopo di Ripoli in Via della Scala di questa
« città di Firenze è servito per denotare le spese della stamperia
« che vi fu introdotta nel 1476 da due Religiosi Domenicani cioè
« da Fra Domenico di Daniello da Pistoia e da Fra Pietro di Sal-
« vatore da Pisa, ed ebbe il suo termine nell'anno 1486 conforme
« ho dimostrato nelle Notizie della stamperia di Ripoli stampate
« nell'anno 1781 in Firenze, lo F. Vinc. Fineschi m. pp. ».
Il Giornale fu già spogliato mentre era ancora nell'archivio
del Monastero di Ripoli dal predetto padre Vincenzo Fineschi,
domenicano di S. Maria Novella, per scrivere le sopra citate no-
tizie, e quindi servi anche a Vincenzo Follini per la compilazione
degli Annali della tipografia di Ripoli, inseriti a principio del
tomo III del Catalogo del Fossi (1), nei quali corresse molte sviste
(1) Catalogus codicum saeculo XY impressorum qui in puhlica bihlio-
352 P. BOLOGNA
e inesattezze del Fineschi. Il sig. F. Roediger cominciò nel 1887
a pubblicarlo sul periodico 11 Bibliofilo, cessato il quale, la pub-
blicazione rimase in tronco. La scrittura, meno pochi tratti, è
autografa di mano di fra Domenico da Pistoia; la prima partita
è del 14 novembre 1476, e da essa si apprende che in quel giorno
furono portati a vendere alla bottega di Domenico di Piero car-
tolajo quattrocento Donatelli', la qual circostanza dimostra che la
stamperia doveva essere stata aperta qualche mese prima. L'im-
portanza del codice è grande non solo per gli annali della tipo-
grafia fiorentina, quantunque non tutti i libri editi dalla stam-
peria vi siano ricordati, ma anche per la storia della tipografia
in genere, trovandovisi molte minute notizie sugli arnesi usati per
la stampa, sulla carta, sui prezzi dei libri, della loro legatura e
miniatura e sul modo dello smercio di essi. Ci rivela poi il codice
alcune curiose particolarità della vita letteraria fiorentina della
fine del secolo XV, che procureremo di mettere in vista nel pre-
sente lavoro.
Ritornando ora alle nostre monache, non sarà fuor di luogo
notare prima di tutto che il loro Istituto fu stabilito nel 1229
nel Piano di Ripoli, alla distanza di poco più di un miglio da
Firenze, fuori della Porta di S. Niccolò, presso un antico oratorio
dedicato a S. Iacopo, dove appunto dieci anni prima avevano
preso stanza i frati dello stesso ordine Domenicano, passati poi
a Firenze prima nello spedale di S. Pancrazio, poi in quello di
S. Paolo e finalmente in S. Maria Novella, per dare posto alle
monache. Dalfesservisi stabiliti i seguaci di S. Domenico, che al-
lora empiva il mondo con la sua fama , quella località fu chia-
mata, e si chiama tuttora, il Santo Nuovo. Cresciuto a poco alla
volta il numero delle monache, fu necessario che nel 1292 si
dividessero. Una parte venne a Firenze e andò prima ad abitare
nelle case dei Cerchi e poi nel Convento di S. Domenico del Ma-
glio, detto allora di Cafaggio, e le altre rimasero nel Piano di
theca Magliabechiana Florentiae adservantur , Florentiae, 1793-95, voi. 3,
in gr. fol.
LA STAMPERIA FIORENTINA 353
Ripoli, finché nel 1300 si trasferirono esse pure in Firenze in
un nuovo monastero che avevano costruito in via della Scala e
che chiamarono S. Iacopo di Ripoli, in memoria di quello da cui
erano uscite (1). Il vasto fabbricato allora eretto serve oggi a
caserma pei soldati del Genio, e ignoro se vi sia rimasta memoria
del luogo preciso in cui era impiantata la stamperia; ma fino a
pochi anni indietro, quando vi era il Conservatorio delle Mon-
talve, facevano vedere uno stanzone in fondo al cortile principale
a sinistra, ridotto ad uso di scuola, che fu quello dove ebbe ri-
cetto la stamperia. Tutto ciò servirà a dimostrare l'errore di al-
cuni scrittori di storia tipografica, i quali asserirono che la stam-
peria era nel Piano di Ripoli fuori di Firenze (2).
Abbiamo già detto che non si sa da chi e dove i due frati
apprendessero l'arte tipografica o acquistassero i tipi, i torchi e
gli arnesi per esercitarla. Questa circostanza ci richiama, prima
di entrare a discorrere particolarmente della stamperia di Ri-
poli, a fare una breve rassegna delle condizioni in cui si tro-
vava l'arte tipografica in Firenze allorché fu aperta la stamperia
stessa.
II.
Dalla stampa del Servio del Genuini , terminata nell' ottobre
1472 fino al 1476, epoca nella quale cominciano i lavori della
tipografia di Ripoli, un solo libro con data certa si conosce stam-
pato in Firenze, ed è il Philocolo del Boccaccio, in fine del quale
si legge la seguente soscrizione: Magister Joannes Petri de
Magontia scripsit hoc \ opus Florentiae die XII novembris
MCCCCLXXII (3).
(1) MoRENi, Contorni di Firenze, t. V, pp. 192 e seg.
(2) Fra gli altri il De la Serna Santander, nel Dictionnaire bihliogra'
phique choisi du XV^ siede, P. I, p. 270.
(3) Esiste nella Magliabechiana. Negli spogli del Bandini alla Marucel-
liana se ne citano tre esemplari. Uno esisteva in Livorno nella biblioteca
di Giorgio Jackson, un altro presso Angelo Pandolfini in Firenze e il terzo
presso il cav. Gio. Batt. Baldelli.
354 P. BOLOGNA
Il De la Sema Santander (1) dubitò della verità della data
di questo libro, perchè gli fu difficile credere che Maestro Gio-
vanni dopo aver fatta quella edizione nel 1472, rimanesse ino-
peroso ed abbandonasse l'arte tipografica per diciotto anni, cioè
lino al 1490, epoca in cui se ne ritrova per la prima volta il
nome nelle stampe fiorentine, e inclinò a supporre che la data
del 1472 non si riferisca all'anno della stampa del libro, ma bensì
a quello della copia eseguita da Maestro Giovanni — scy^ipsit hoc
opus. Per altro a noi sembra che debba ritenersi vera quella
data per le seguenti ragioni. Maestro Giovanni usò la stess;i frase
scripsit hoc opus anche nella sottoscrizione al libro dei Trionfi
del Petrarca — die XXII februarii — senz'anno, del quale fa-
remo parola più avanti; e sarebbe strano supporre ch'egli la-
sciasse di fare il tipografo per mettersi a copiare codici in un
tempo nel quale l'arte tipografica progrediva e si estendeva per
tutto. D'altra parte il Giornale di Ripoli (2) fa nota una circostanza
ignorata certo dal Santander, b^iona ad eliminare ogni dubbio,
ed è che M.« Giovanni nell'aprile 1477 vendè i suoi caratteri a
quella stamperia, facendo nel tempo stesso società con fra Do-
menico. Non è vero adunque che M.*> Giovanni abbandonasse l'arte
per il lungo periodo di 18 anni. Forse dal 1472 al 1477 non usò,
come allora molti tipografi praticavano, di mettere il proprio
nome sulle stampe che dava fuori; e seppure in quel periodo di
quattro anni sospese, per ragioni che ci sono ignote, di attendere
all'arte, la vendita accennata dimostra evidentemente eh* egli
aveva sempre conservato il materiale per l'esercizio dell'arte
stessa. Anche il Dibdin (3) ritenne questo libro veramente stam-
pato a Firenze alla data che porta, e riscontrò nei caratteri una
grande somiglianza con quelli di molti volumi usciti dai torchi
del convento di S. Iacopo di Ripoli qualche anno dopo. E che
egli non sbagliasse notando siffatta somiglianza, lo prova il fatto
della, vendita sopra ricordata.
(1) Op. cit, P. I, p. 269 e P. 11, p. 224.
(2) Car. 7.
(3) Bibliot. Spenc, VII, 138.
LA STAMPERIA FIORENTINA 355
È certo adunque che verso la fine del 1472 si stampava in
Firenze in due officine tipografiche, in quella del Genuini e nel-
l'altra di Maestro Giovanni di Pietro da Magonza. Il primo lavo-
rava senza aver appreso l'arte da alcuno, con caratteri da sé
stesso fabbricati, mentre il secondo, che era uno dei tanti tede-
schi venuti in Italia ad esercitarvi la tipografia, portò sicura-
mente dalla sua patria il materiale occorrente. Ora si domanda :
È egli possibile che queste due tipografie dopo aver dato fuori
un solo libro per ciascheduna, siano rimaste ad un tratto com-
pletamente inattive? È egli possibile che i caratteri e tutto il
materiale di esse sia andato disperso o sia rimasto abbandonato
ed inutilizzato specialmente dopo gli splendidi saggi che ne erano
usciti ? È egli possibile che mentre tutte le città d'Italia facevano
a gara per avvantaggiarsi coi benefizi della nuova invenzione,
aprendo tipografie, la sola Firenze, che per spontaneo impulso
proprio aveva esordito nell'arte con prove per quei tempi quasi
perfette, lasciasse cadere l'arte stessa fino al punto di non pro-
durre alcuna stampa per l'intero periodo di tre anni?
Il Manni, nella lezione intitolata : Della prima promulgazione
dei libri in Firenze (1), dopo aver dato conto del Comm£niario
di Servio al Virgilio y stampato dal Genuini e di una supposta
Vita di S. Caterina dello stesso, scrive a p. 9: « Dopo di queste
« impressioni, che sole bastarono a far conoscere il valore del
« Genuini , io non istò ad annoverare tutte le altre ». Dunque
egli riteneva che il Genuini , oltre gli accennati due libri , ne
stampasse diversi altri, e che per conseguenza continuasse nello
esercizio della tipografia. Non si conosce per altro su qual fon-
damento il Manni basasse tale opinione; anzi i più accreditati
bibliografi moderni ritengono per cosa ornai certa che nessuno
altro libro fu stampato dal Gennini dopo il Servio^ e ciò per le
seguenti due ragioni: — perchè non si conoscono altri volumi
col nome del Gennini o che a lui possano essere con sicurezza
attribuiti, — perchè esaminando i documenti relativi alla vita
(1) Firenze, stamp. di Pietro Gaetano Viviani, 1761.
356 P. BOLOGNA.
di lui si ha ragione di ritenere che per stampare il Servio, do-
vendo necessariamente cessare di lavorare come orafo , consu-
masse la poca sostanza per l'a vanti cumulata; e quindi lo ve-
diamo riprendere, l'arte sua antica e lavorare con Andrea del
Verrocchio e Antonio del Pollaiolo al celebra tissimo dossale d'ar-
gento di S. Giovanni (1).
Ma se il Gennini abbandonò dopo la stampa del Servio l'arte
tipografica, non ne consegue che i suoi caratteri e torchi rima-
nessero abbandonati ed inattivi; anzi per la circostanza appunto
di essersi trovato in strettezze economiche, è logico supporre che
cercasse di trarre profitto da tutto quel materiale costatogli fa-
tica e danaro, o vendendolo o cedendone Tuso o in qualsiasi altro
modo. Lo stesso dicasi di Giovanni da Magonza, tipografo di pro-
fessione, venuto in Italia per far guadagno sull'arte sua.
Per altro è vero pur troppo che di Giovanni da Magonza nulla
si conosce di certo dal 1472 al 1477, oltre la vendita sopra ri-
cordata dei suoi caratteri alla stamperia di Ripoli, e, quanto al
Gennini, ad onta delle ricerche fatte dal Manni, dal Fantozzi e
da tutti coloro che posteriormente si occuparono di lui , non si
è potuto mai conoscere cosa avvenisse dei suoi tipi e dei suoi
arnesi. Bisogna adunque procedere per via di congetture, a so-
stegno delle quali non mancano, a nostro avviso, fatti ed argo-
menti abbastanza concludenti.
L'origine della stamperia di Ripoli, con la quale comincia a
svolgersi con ordine regolare e non più interrotto la tipografia
fiorentina, è avvolta nella più completa oscurità. Il Giornale
della stamperia stessa ha principio, come già si è avvertito,
quando essa era in asercizio da qualche mese, e nulla ci rivela
sulle circostanze che poterono dar motivo o occasione alla sua
orìgine. Due frati, l'uno procuratore e l'altro confessore di un
convento di monache, divengono ad un tratto in Firenze tipo-
grafi, e cominciano a stampare senza si sappia dove né da chi
(1) Fantozzi Federioo, NotUie biograficfie originali di Bernardo Cen-
nini ecc., Firenze, tip. Galileiana, 18;i9.
LA STAMPERIA FIORENTINA 357
apprendessero l'arte tipografica o acquistassero i tipi, i torchi e
gli altri arnesi occorrenti. Mettono fuori per primo un piccolo
Donato, poi una leggenda di S. Caterina, opere che ebbero am-
bedue grand' esito; ad essi accorrono subito in folla cerretani,
cantimbanchi, ciechi e cantastorie per la stampa in semplici fo-
glietti di canzoni, laudi, preghiere da smerciarsi nel popolo; danno
mano senza indugio ad opere più gravi, serie e di maggior mole,
e la tipografia si regge abbastanza bene per otto anni.
Non possiamo supporre che i due frati, rinnuovando il caso
del Genuini, indovinassero l'arte, ma crediamo invece che da
qualcuno l'apprendessero e anche che si facessero assistere e di-
rigere fino da principio da persone pratiche nell'arte stessa. Ciò
trova appoggio nelle consuetudini del direttori della Ripoliana,
i quali tennero sempre per sistema di avere presso di loro esperti
tipografi 0 come soci o come lavoranti. Aggiungasi che i due
frati entrarono nei rispettivi loro ufiSci del monastero nel 1474,
cioè due anni prima dell'apertura della stamperia, e che ambedue
erano toscani, uno di Pistoia e l'altro di Pisa, per cui è impro-
babile che apprendessero l'arte in altre Provincie d'Italia, mentre
invece è facilmente supponibile che la occasione, l'impulso e i
mezzi per dedicarvisi venissero loro unicamente di Firenze.
Il primo contratto di società, rammentato nel Giornale (1), è
con un certo Don Ipolito. Ai 10 di gennaio 1477 (st. com. 1478),
cioè poco più di un anno dopo l'apertura della stamperia, la so-
cietà era già sciolta, al seguito di una questione fra i soci, ri-
messa al giudizio del vicario del vescovo di Firenze, il quale
dette torto ai frati di Ripoli e ragione a don Ipolito (2). Il Gior-
nale per altro non nota il principio di questa società, la qual
cosa induce a ritenere che esistesse anteriormente al 16 no-
vembre 1476, epoca in cui comincia il Giorn., ossia che D. Ipo-
lito fu socio dei frati, fino dal primo momento in cui si apri la
stamperia. Ora questo don Ipolito è quell'abile tipografo che, dopo
(1) Car. 2 1.
(2) Car. 9.
358 P. BOLOGNA
lasciata la Ripoliana, stampò il Confessionale di S. Antonino a
petizione di Giovanni di Nato in data dei 24 febbraio 1479
(st. com. 1480); e non sarà una congettura azzardata quella di
ritenere ch'egli esercitasse la tipografia anche prima del 1476,
e fosse accolto in società dai due frati per l'impianto e per la
prima direzione della industria, o, come si direbbe oggi , qual
direttore tecnico del nuovo stabilimento. Si potrebbe obiettare
che questo don Ipolito fosse un semplice socio capitalista e im-
parasse l'arte nella tipografia di Ripoli, ma in tal caso noi ri-
spondiamo: È egli ammissibile che i due frati, i quali ebbero
sempre il costume, anche quando la stamperia era nel fiore del
suo esercizio, di associarsi abili tipografi, assumessero come socio
uno affatto inesperto nell'arte appunto quando incominciavano
ad esercitarla?
Un altro che fece società coi frati di Ripoli nel 15 maggio 1477,
cioè pochi mesi dopo l'apertura della stamperia, fu, come si è
detto, Giovanni di Pietro da Magonza , riguardo al quale si ha
certezza che era tipografo molto abile, perchè fino dal 1472 aveva
stampato il Filocolo del Boccaccio, di cui già parlammo. Di esso
abbiamo citato anche un altro libro — / Trionfi del Petrarca —
in fine del quale sta scritto : — Magister Joannes Petri de Ma-
guntia scripsit hoc opus die XXII februarii — senza luogo e
senz'anno. I bibliografi più accreditati sono oramai concordi nel
ritenere che questo libro, stampato cogli stessi caratteri del Fi-
locolo, somiglianti a quelli della tipografia di Ripoli, sia anteriore
al 1480 (1); e poiché Giovanni di Magonza vendè i suoi carat-
teri alla Ripoliana ed entrò socio nella medesima nel maggio
1477, può anche supporsi che stampasse il Petrarca prima di
quell'anno.
Né questo è tutto, giacché si conosce un Rituale stampato a
Firenze da Antonio di Francesco Veneto con la data tertio nonas
marta 1476 (5 marzo 1476) (st. coro. 1477) (2), ed è noto che
(1) Brunet, Manuel du libraire, Paris, 1860, 1, 1012 e 1013; IV, 559.
(2) Questo Rituale esiste nella biblioteca Braidense di Milano.
LA STAMPERIA FIORENTINA 359
il celebre Niccolò Tedesco detto anche Niccolò della Magna o
di Alemagna, pubblicò nel 1477 in Firenze le Quaestiones in
libros Aristotelis de anima di Alfonso Toletano (26 luglio) e il
famoso libro del Monte Santo di Dio di Antonio Bettini (10 set-
tembre). Queste edizioni, specialmente l'ultima, sono tali da non
poterle ritenere uscite da tipografie allora improvvisate. Nessuno
metterà in dubbio che Niccolò della Magna fosse un abilissimo
tipografo anche prima di venire a Firenze, ma sarà permesso
di supporre che un libro come il Monte Santo di Dio non sia
stato il primo da lui dato fuori in questa città.
Abbiamo dunque quattro tipografi, uno dei quali sicuramente
(Giovanni da Magonza) e gli altri probabilmente (Don Ipolito,
Antonio di Francesco Veneto e Niccolò della Magna) lavorarono
in Firenze avanti il 1476. Si aggiunga poi che non mancano in-
dizi di libri stampati in Firenze in quell'epoca ; e se si potessero
con comodità mettere materialmente a confronto fra loro molti
libri sparsi nelle biblioteche di tutta l'Europa, non sarebbe dif-
ficile riuscire con la scorta dei caratteri, della carta e di tutte
le altre particolarità tipografiche a fare la luce sopra questo
periodo abbastanza oscuro della tipografia fiorentina.
Nella Biblioteca Nazionale di Parigi esiste un libro nel quale
il Brunet (1) asserisce di avere riconosciuto i caratteri del Servio
del Genuini, e che porterebbe pure, come l'ultima parte del Servio,
la data del 1472. Esso è: Ciceronis — de officiis — Paradoxa —
Laelius sive de amicitia — Calo major vel de senectute, — ha
carte 104, senza numerazione, richiami e segnatura. — Se è vera
la supposizione del Brunet, il libro potrebbe essere stato stam-
pato dopo il Servio o dallo stesso Genuini (ed in tal caso avrebbe
con ragione asserito il Manni che il Genuini fece diversi lavori
oltre il Servio), oppure (cosa più probabile) da coloro ai quali
il Genuini aveva ceduto i tipi e gli arnesi tipografici. Né sarebbe
giusto obiettare che, essendo stato terminato il Servio alle none
di ottobre 1472, mancava in quell'anno il tempo di stampare un
(1) Op. ciL, t. II, col. 19.
360 P. BOLOGNA
altro libro con quelli stessi tipi, perchè, com'è noto, l'anno, se-
condo lo stile fiorentino, terminava il 24 di marzo.
Lo stesso Brunet dice pure (1) che il citato libro di Cicerone
è conforme ad un Sallustio portante la data del 1474 — Crispi
Sallustii de conjuratione Caiilinae Liber incipit — in fol. pie.
carat.ton. di 67 carte e di 35 lin. per pag. Sempre nella suppo-
sizione che sia vero quanto asserisce il Brunet, sarebbe questo
un altro libro stampato coi tipi del Genuini proprio alla metà di
quel periodo di tempo che segna il vuoto nell'arte tipografica
fiorentina.
Tutte queste circostanze ci fanno ritenere che la tipografia
fiorentina non rimanesse inoperosa nel periodo che decorse dal
Gennini alla tipografia di Ripoli. Il fatto di non trovarsi in quel
periodo alcuna pubblicazione con data certa è senza dubbio piut-
tosto grave come argomento contrario, ma non è tale da inde-
bolire la nostra opinione. Più che si risale verso i primi tempi
della invenzione della stampa s'incontrano frequentemente i libri
mancanti di qualsiasi indicazione tipografica. Una delle cause per
cui è rimasta difiicile ed intrigata anche la storia dei primi
tempi della tipografia in Germania fu la cattiva usanza di non
apporre ai libri le note tipografiche e anche di falsare le note
stesse segnandovi date non conformi alle vere. Bisognerebbe aver
vissuto in quei tempi ed essere stati addentro nel commercio
librario per conoscerne le ragioni. Forse i prodotti delle tipo-
grafie di nuova istituzione avranno avuto meno credito di quelli
delle antiche; e la moda, come spesso accade, avrà favorito lo
smercio delle edizioni di un paese, di una città o di una tipo-
grafia in particolare a danno delle altro. Di qui la convenienza,
commercialmente parlando, di sopprimere le note tipografiche e
anche di falsarle. Era questo uno interesse tutto speciale agli
editori, alle esigenze dei quali i tipografi avranno facilmente sod-
disfatto, purché fosse assicurato il loro guadagno. E infatti come
potrebbe diversamente spiegarsi la grande quantità di edizioni
(1) Op. cit., t. II, col. 19 e t. V, col. 81.
LA STAMPERIA FIORENTINA 361
senza note tipografiche del secolo XV ? come potrebbe spiegarsi
dall'altra parte lo scarso numero di edizioni con data e firma
di taluni tipografi che lavorarono per diversi anni? Si deve poi
tener conto che nel periodo di oltre quattro secoli molte di quelle
prime edizioni sono andate affatto distrutte, specialmente se erano
opere di uso comune, come libri scolastici, leggende popolari ecc.;
e in generale i libri che in quei tempi uscivano dalle tipografie
di primo impianto contenevano appunto opere di tal genere. Il
fatto adunque di non trovarsi oggi libri con data certa stampati
in Firenze nel periodo di tempo trascorso dalla pubblicazione del
Servio del Gennini all'impianto della stamperia di Ripoli potrà
forse apparire un poco strano, ma non basta a far ritenere che
l'arte tipografica non fosse in quel periodo esercitata in Firenze,
perchè le circostanze sopra accennate conducono ad una opposta
conclusione.
III.
Se, come crediamo e come abbiamo cercato di dimostrare con
congetture che ci sembrano attendibili, l'arte tipografica non era
morta in Firenze anteriormente al 1476, è ragionevole supporre
che fra Domenico da Pistoia e fra Pietro da Pisa abbiano potuto
procurarsi in questa stessa città cognizione piena dell'arte, ed ivi
abbiano anche trovato il materiale tipografico e le persone pra-
tiche per esercitarla. Essi assunsero insieme la direzione della
stamperia, m.a il principale direttore per la parte amministrativa
era fra Domenico che teneva i conti, faceva gli acquisti e prov-
vedeva allo smercio dei libri. Forse fra Pietro dirigeva e vigilava
più specialmente il lavoro occupandosi della parte tecnica. Fra
Pietro mori, come ci fa sapere il Fineschi (1), nel settembre del
1479, ma da questo fatto la stamperia non risenti detrimento,
perchè continuò a condurla abilmente fra Domenico, il quale poco
dopo fece società con Lorenzo Veneziano, garzone della stamperia.
(1) Op. cit., p. 30.
362 P. BOLOGNA
che fu più tardi quello insigne tipografo a cui l'arte fiorentina
deve le celebri edizioni greche del 1496. Lo stesso per altro non
avvenne allorché mori fra Domenico e subentrò nel posto di pro-
curatore del convento fra Vincenzo Brunetti. Allora o per volontà
delle monache o per ordine dell'autorità ecclesiastica o più pro-
babilmente perchè il Brunetti non aveva trasporto e attitudine
all'arte, la stamperia cessò di lavorare e poco dopo si chiuse.
Non è certo il giorno della morte di fra Domenico, ma dal
Giornale si ritrae che avvenne fra il 17 maggio e il 16 agosto
1484, dopo non breve indisposizione o malattia che forse non gli
impedi affatto di occuparsi della stamperia, ma l'obbligò a tenere
un aiuto. Infatti a partire dal 15 novembre 1483 egli cessò dal
notare sempre di sua mano i ricordi sul Giornale e cominciò
a notarveli anche fra Vincenzo Brunetti, e si vede da diverse
partite che l'amministrazione era curata da ambedue i frati. Nel
17 maggio 1484 (1) fra Domenico prese ricordo di aver ricevuto
in deposito otto fiorini d'oro in oro da Lorenzo Veneziano, — nel
16 agosto dello stesso anno (2) fra Vincenzo fece un pagamento
con danari che tolse dal sacchetto dello scannello di Fra Do-
menicho de* f} 30 che verano di moneta, — e nel successivo
giorno 19 agosto (3) lo stesso frate Vincenzo di Bernardo Bru-
netti qualificandosi per la prima volta procuratore del con-
vento et munistero dì sancto Jachopo dì ripoli di Firenze di
consentimento della priora e della camarlingha et dalcune
altre più antiche di detto munistero, restituì a Lorenzo Vene-
ziano il deposito degli otto ducati, el quale (aggiunge) trovai nello
schannello di fra domenicho sopradetto.
L'ultimo contratto per la stampa di libri stipulato da fra Do-
menico è del 25 gennaio 1483 (st. com. 1484), trascritto per in-
tero nel Giornale (4). Con esso — Frate Domenico et Lorenzo
(1) Giom,y car. 127 1.
(2) Gar. iti.
(3) Gar. 127 1 e i28.
(4) Gar. 123.
LA STAMPERIA FIORENTINA 363
di Francescho da Vinezia conducono a imprimere più dialoghi
di Platone da franciescho di nicholo herlighieri (Berlinghieri) et
filippo di Bariol. valori ecc Fra i patti del contratto vi era
che la detta impressura debbino cominciare per tutto il di 8
di febbraio proocimo et quella seguire finattanto che abbino
fatti decti Dialogi e quali daranno detti locatori senza alcuna
giusta intermissione. Et tutte le facie overo quinterni impressi
stiano appresso a Filippo Valori o franciescho berlinghieri
tenpo per tenpo. Et non ne possine dare copia ad altri né
fame ad altri per tenpo e termine di anni tre proximi fu-
turi. Sembra che interessasse ai committenti che la stampa pro-
cedesse sollecitamente, perchè nel 12 febbraio (1) Filippo Valori
andò d'accordo con fra Domenico e Lorenzo Veneziano per im-
piantare un altro strettoio o torchio onde affrettare il lavoro,
obbligandosi di pagare fiorini quattro larghi per ogni quinterno
che con detto strettoio fosse stampato. Ed infatti la stampa pro-
cede alacremente, trovandosi che dal 17 febbraio al 29 maggio
furono consegnati a casa del Valori, in 17 partite, tutti i qua-
derni stampati segnati a-z e aa-cc (2). Terminata la consegna,
che precede forse di pochi giorni la morte di fra Domenico, nel
Giornale non si trova più alcuna traccia né di una ulteriore
stampa di fascicoli dell'opera di Platone né di nuovi lavori
eseguiti, ma soltanto vi si leggono partite relative a vendite di
libri 0 a liquidazione di conti, l'ultima delle quali é del 18 no
vembre 1484.
Dove passassero i tipi e il materiale della tipografia di Ri poi
allorché questa si chiuse, non é noto, ma può con molta proba
bilità arguirsi da quanto anderò ad esporre. Lorenzo Veneziano
prima garzone della stamperia e poi socio di fra Domenico, dopo
la morte di fra Pietro da Pisa, aveva una posizione primaria e
importante nello esercizio della industria, tanto che lo abbiamo
veduto intervenire insieme a fra Domenico alla stipulazione del
(1) Car. 123 1.
(2) Car. 125.
364 P. BOLOGNA
contratto per la stampa delle opere di Platone con Francesco
Berlinghieri e Filippo Valori. Apparisce quindi naturale che,
morto fra Domenico, lui solo, esperto tipografo, pratico ornai del
modo di esercitare e amministrare la industria, e conosciuto dai
clienti della stamperia, poteva utilmente continuarla. Ma non vi
era ragione per cui egli, sacrificando il proprio interesse, dovesse
accettare questo incarico per conto del monastero, e quando
anche lo avesse fatto, sarebbe stato impossibile, a lui secolare,
di mantenere col monastero stesso quei rapporti continui e fa-
miliari, mediante i quali fra Domenico capo, superiore e quasi
direi padrone del monastero, potè avere aiuti pecuniari e con-
corso materiale delle monache al lavoro. È perciò supponibile
che i tipi e tutti gli arnesi della tipografia passassero a Lorenzo
0 per compra da esso fattane o per afl3tto o per qualsiasi altro
analogo titolo. Questa supposizione trova conferma nella edizione
delle opere di Platone, tradotte in latino da Marsilio Ficino, fatta
a Firenze in due volumi, senza indicazione di anno, dallo stesso
Lorenzo. La edizione è in parte formata coi fascicoli stampati
in Ripoli per commissione di Filippo Valori e Francesco Berlin-
ghieri, e continuata poi con gli stessi caratteri; e poiché Lorenzo
nella sottoscrizione la dichiara sua senza rammentarvi il monastero
— Impressum Florentiae per Laurentium Venetum — sembra
doversi ritenere che i caratteri e tutto l'altro materiale della
tipografia a lui solo appartenessero. Cosi la pensò anche il Pol-
lini (1), notando che da un attento esame della edizione facil-
mente si scorge la differenza di tempo nella stampa fra una
parte e l'altra.
La stamperia era amministrata da fra Domenico separatamente
dal patrimonio del monastero, ma andava senza dubbio per conto
di questo, di modo che i contratti stipulati per l'esercizio della
stamperia impegnavano il monastero. Infatti, nel contratto più
volte citato dei 25 gennaio 1483 (st. com. 1484) con Francesco
Berlinghieri e Filippo Valori per la stampa dei DicUoghi di
(1) Fossi, t. Ili, p. xxiv.
LA STAMPERIA FIORENTINA 365
Platone, fra Domenico stipulò nella sua qualità di Sindicho et
procuratore del Monastero ; e nella società o compagnia per
stampare libri, fatta con Lorenzo Veneziano nel 15 maggio 1483,
fu esplicitamente detto che la società veniva costituita per una
parte da Lorenzo e per l'altra dal monastero, e fu stabilito (1)
che d ogni guadagno si farà sia le due parti dì detto Mona-
stero et una parte sia dì detto Lorenzo.
Le monache prestavano l'opera loro come compositrici, rice-
vendo un salario che nel novembre 1480, allorché fu fatta la
compagnia con Bartolo cartolaro, venne fissato d'accordo in
lire quindici per ogni mese (2). È veramente alquanto strano
che le monache lavorassero a comporre in una tipografia ove
si stampavano il Morgante e le Cento Novelle del Boccaccio;
ma nel Giornale ne sono ricordate due coi nomi gentili di suor
Manetta e di suor Rosarietta, che nel febbraio 1481 (st. com.
1482) aiutavano appunto a comporre il Morgante. Questa cir-
costanza fece pensare allo Audin de Rians (3) che la edizione
del Morgante di Ripoli sia quella rarissima di Francesco di
Dino a dì septe FeMo ap^re'lsso almunister di fuligno nel anno
MCCCCLXXXIJ, di cui si conosce il solo esemplare della Gren-
villiana, in quanto fosse stampata a Ripoli la parte dell'opera
che, senza offesa al sentimento religioso e morale delle monache,
poteva essere da esse composta, e l'altra parte nella stamperia
di Francesco di Dino. Ma non accettando come buona l'idea del-
l'Audin quanto alla citata edizione, e lasciando anche di osser-
vare che a quei tempi si avevano in certe materie minori ri-
guardi, può credersi che alle monache sarà stata data a com-
porre la sola parte castigata dei poema, riservando il resto ad
altri compositori della stessa stamperia. Ed infatti, quanto alla
composizione del Morgante^ il Giornale parla di aiuto dato dalle
(1) Car. 114 t.
(2) Gar. 77.
(3) Osservazioni bibliografico letterarie intorno a una edizione scono-
sciuta del Morgante maggiorey Firenze, 1831.
Giornale storico, XX, fwc.
366 P. BOLOGNA
monache: ivi (1) Rosarieta di casa ebbe per tutto ferraio i48ì
dice fiorini larghi sono per parte dello aiutarci comporre il
Morgante.
Nelle occorrenze loro il monastero e la stamperia si sovveni-
vano reciprocamente, e le monache stesse, coi loro assegnamenti
particolari, aiutavano fra Domenico, mediante imprestiti e depo-
siti di danaro, che egli puntualmente restituiva. Ciò non di meno
gli utili debbono essere stati assai scarsi, giacché si trova sol-
tanto che con essi fu comprato un mulino a Brozzi, che dovè
poi essere riscattato dal monastero, perchè fra Pietro che aveva
presi a prestito a quest'oggetto 60 ducati per rendergli col gua-
dagno dello stampare non gli ha renduti: ma rendegli il
Munistero nostro di Ripoli, e questo ha preso detto mulino (2).
La scarsità degli utili doveva in parte dipendere dalla man-
canza di capitale sufficiente all'esercizio della industria, per cui
l'amministrazione era sempre in bisogno e doveva procurarsi il
danaro mediante ripieghi ed espedienti che finivano con assor-
bire essi stessi il guadagno. In parte poi dipendeva dalle diffi-
coltà di smerciare i libri, che obbligavano fra Domenico a fare
società con editori, i quali, com* è naturale, approfittandosi della
loro posizione, avranno fatto a loro vantaggio la parte del leone.
Le stesse difficoltà avevano incontrate pochi anni prima in Roma
lo Schweinheim e il Pannartz, a nome dei quali il vescovo di
Aleria, Gio. Andrea de' Bussi, compose la commovente supplica
a Sisto IV, stampata nel tomo V della Bibbia, col commento di
Niccolò de Lyra del 1472, implorando dal papa un sussidio, perchè
(essi dicevano fra le altre cose) domfius nostra satis magna
piena est quintemiorum , inanis rerum necessariarum et
pauperes facti sumus nimis (3). Lo smercio dei libri che non
fossero di uso comune, come i Donatelli, le leggende e canzoni
(1) Car. 93 1.
(2) Car. 17.
(3) Questo importantissimo documento ò riportato anche dal De la Sbrna
Santander, Op. c»i., t. 1, pp. 129 e seg.
LA STAMPERIA FIORENTINA 367
popolari ecc., era allora difficile perchè gli amatori e collettori
preferivano i codici mss. ai libri a stampa, specialmente se adorni
di miniature, come più rari, più costosi, più belli, insomma come
oggetti di maggior valore. I libri a stampa erano tenuti in dis-
pregio, perchè tutti con poca spesa potevano averli e perchè la
tipografia aveva cominciato a democratizzare la scienza, ser-
vendo alla letteratura popolare. Ce lo dice Vespasiano (1), discor-
rendo della libreria del Duca di Urbino, nella quale i libri tutti
^ono belli in superlativo grado, tutti iscritti a penna, e non
v"è ignuno a stampa, Che se 7ie sarebbe vergognato; tutti mi-
niati eleganlissim^imente, e non v'è ignuno che non sia iscritto
in cavretto.
Ed invero i clienti più assidui della stamperia consistevano,
come già abbiamo accennato, in una turba di cerretani e ciur-
wMori (cosi li chiama il Giornale) che facevano stampare ora-
zioni, leggende o canzoni che vendevano e cantavano in piazza
e alla campagna ; e con essi la stamperia nulla perdeva, perchè
o pagavano avanti oppure lasciavano pegno o caparra, ma il
guadagno era certamente meschino. Riporto qui per curiosità
alcune di queste partite notate nel Giornale :
Beymardino che canta in piazza ebbe a dì 16 (novembre 1482)
cento delle bellezze di Firenze d accordo ne de dare soldi venti.
E mi lascia per pegno una tovagliola. — Paghò a dì 18 e
riebbe la tovagliola (2).
A dì primo di decembre (1481) tolsi a fare dal Pigro cier-
matore cinquecento operette in versi in rima d erode dove entra
un foglio per una in quarto a mene a dare L. 7 cioè lire sette .
di mio e fogli. Anne dati per arra soldi quaranta E a dì
22 di ferraio ebbe il detto dugento delle sopra dette istorie per
resto: e ammi lasciato per pegno uno lenzuolo ecc (3).
E tante altre partite simili potrebbero citarsi con Antonio lom-
(1) Vite, p. 99.
(2) Gar. 103 t.
(3) Gar. 88 i.
368 P. BOLOGNA
bardo cerretano, con Gio. Francesco ciermitore, con Angiolo e
con Gola ciechi, con Tommaso cerretano, e via discorrendo.
Dei libri che la tipografia stampava per proprio conto, anche
di quelli che più incontravano il favore del pubblico, come il
Donatello e la Leggenda di S. Caterina, la vendita procedeva
lentissima, continuando per diversi anni. Gli stessi venditori di
libri, che allora chiamavansi cartolari, li prendevano a vendere
a pochi alla volta, e spesso mandavano alla stamperia a pren-
derne una sola copia quando avevano pronto il compratore, e
talvolta rimandavano indietro le copie, come fece un tal Gione
cartolaio, che dopo avere ricevute dalla stamperia dieci copie
^QWOmnis mortalium cura di S. Antonino, le rimandò (1). E
un frate Girolamo Maruffl di S. Marco per diversi libri che avea
ricevuti mandò trentasei cucchiai d ottone e disse 'mettersi a
suo conto (2).
Questo modo di smerciare i prodotti della tipografia doveva
essere poco profittevole, specialmente se si tenga conto che per
stampare alcune opere l'amministrazione aveva dovuto contrarre
dei debiti, come avvenne appunto per la stampa della Leggenda
di S. Caterina, per la quale furono presi in prestito venti fiorini
dalla priora del monastero (3). Le strettezze anzi erano tali che
talvolta la stamperia pagava i debiti con libri di propria edizione.
Gosì Bernardino miniatore ebbe una Leggenda di S. Gaterina per
sua fatica e restò ad aver soldi venti (4) ; e con ser Francesco,
altro miniatore, al quale furono date a miniare quindici delle
dette Leggende, fu convenuto che della sua faticha se n"a ppi-
gliare legende a ragione di soldi dieci runa di miniatura (5) ;
e allo stesso Messer franciescho medico pel medicare di frate
domenicho dettero un fiorino largo, più una legenda di sanata
(1) Car. 31.
(2) Car. 16 1.
(3) Gar. 4 e 6 <.
(4) Gar. 17.
(5) Car 18.
LA STAMPERIA FIORENTINA 369
Caterina, uno quinto Curzio, omnis mortalium cura e libro
dell'arie del ben 7norire (1).
In questa condizione di cose ci volle la costanza di fra Dome-
nico, sostenuta dalla grande fiducia che in lui aveva Finterò mo-
nastero, per mandare innanzi la stamperia durante il periodo di
circa otto anni, ed è con ciò spiegabile, senza fare altre suppo-
sizioni, la ragione per cui, morto fra Domenico, la stamperia dovè
chiudersi. È veramente degno di ammirazione e di encomio questo
frate che con rara costanza , lottando con difficoltà non lievi ,
seppe utilizzare la sua vita operosa a stabilire e a perfezionare
in Firenze una nobile arte, della quale deve essere riconosciuto
altamente benemerito. In qualunque luogo egli apprendesse l'arte,
è un fatto che a lui si deve il primo nostro stabilimento tipo-
grafico d'indole tutta cittadina e paesana; e se il Genuini ha il
vanto di essere il reinventore della tipografia e va lodato per
aver procurato a Firenze il primo libro a stampa, fra Domenico
da Pistoia, coadiuvato da fra Pietro da Pisa, ha il merito di es-
sere il vero fondatore della industria tipografica nella nostra città
e di aver contribuito allo incremento dell'arte con l'opera pro-
pria e tenendo aperta per otto anni una scuola nella quale si
formarono artisti eccellenti.
Fra Domenico, povero frate, che aveva a sua disposizione sol-
tanto l'ingegno e la buona volontà, trovò la forza per sostenere
l'industria alla quale si era dedicato coli'associarsi principalmente
al monastero e poi a persone che lo potevano aiutare o nel la-
voro 0 nello smercio dei prodotti. E infatti nel Giornale di stam-
peria sono notate diverse società o compagnie fatte da fra Do-
menico con tipografi ed editori.
Le società con tipografi furono già precedentemente ricordate.
Quanto a quella con don Ipolito nulla occorre di aggiungere.
Quanto all'altra con Giovanni Te'desco da Magonza riporteremo
alcune partite del Giornale, dalle quali risulta che la società
(1) Car. 44 t.
370 P. BOLOGNA
durò soli tre mesi, restando occulti i motivi che ne provocarono
lo scioglimento:
1477. Nota che inne di passati cioè a dì 17 di magio prin-
cipiammo la compagnia con giovanni tedesco ali arte di for-
mare e libri con pacti et forma et modo com^ si contiene in
un foglio scripto per le mani di cassino daccordo tra noi e llui
e questo è che noi e llui stiamo alle perdite e al guadagnio
pel terzo e Ile masserizie nostre al partire rimarranno a noi
e Ile sue a lui. Et non ci e obligho ad ajutarlo ma per nostra
humanita se noi l'ajuteremo in fin che non si tocha denari e
scriveronnelo debitore (1).
A di dagosto 1477. Ricordo che abbiami facto saldo con
govanni tedescho nostro conpagnio allo stampare libri, di tutto
quello avessimo avuto a /fare insieme e di madri da lui com-
prate e dessere stato con noi e de libri trecento stampami
al Particino da compagnie e d orationi e d ogni altra cosa
avessimo a ffare insieme insino a questo di soprascripto
Nota che el soprascripto govanni fu pagato da noi per intero
a dì e nonna avere più nulla et e finita ogni conpagnia
fatta connesso lui ecc (2).
Dallo scioglimento della società con Giovanni Tedesco fino al
15 maggio, giorno nel quale ne fu fatta una nuova con Lorenzo
Veneziano, non apparisce che fossero fatte altre società con ti-
pografi, ma invece se ne trovano diverse concluse con editori,
come più avanti accenneremo. Forse fra Domenico si preoccupò
delle diflìcoltà che incontrava nello smercio dei libri , e volle
tentare di superarle con questo espediente, mentre alla parte ti-
pografica supplì con abili lavoranti e specialmente coi fratelli
Antonio e Lorenzo Veneziani. Della ammissione di Lorenzo a
lavorante di stamperia si ha ricordo nel Giornale coi termini
seguenti (3):
(1) Car. 8.
(2) Car. 9 1.
(3) Car. 2 della 2' numer.
LA STAMPERIA FIORENTINA 371
i478. Ricordo come lorenzo venetiano garzone allo stampare
libri dehha dare alle nostì^e monache fiorini sette sono per sette
mesi gli anno fatto le spese cominciando dal principio^ della
conpagnia facemo con Bartolo cartolaio che ìnjcominciamo a
m£zzo ferraio . per infino a mezzo settembre che vengono a
essere mesi sette dacordo uno ducato il mese in tutto fiorini
sette. — Della società che fra Domenico fece con Lorenzo dopo
la morte di fra Pietro abbiamo precedentemente discorso, indi-
candone anche le condizioni.
Quattro sono le società dalla Ripoliana concluse con editori
che si trovano ricordate nel Giornale. Una con certo Sandro
di Antonio, principiata il 26 giugno 1477, e della quale fu fatto
saldo il 24 agosto 1478 (1); un'altra con un tal Bartolo cartolaio
e suoi compagni, incominciata il di 11 gennaio 1477 (st. com.,
1478) (2); la terza con Giovanni di Nato, stabilita nel 1479 e
continuata per tutto il tempo che rimase aperta la stamperia,
e la quarta finalmente col notaro ser Piero Pacini da Pescia,
notissimo a chiunque abbia conoscenza anche scarsa di libri stam-
pati sul finire del sec. XV e sul cominciare del XVI. Questi soci
per altro non erano né comproprietari della stamperia, né co-
interessati in tutti gli utili della medesima, ma semplici com^
pagni per la stampa di quelle determinate opere che concor-
davano di pubblicare, per cui le relative società esistevano nello
stesso tempo, tenendosi per ciascuna un conto separato, e veni-
vano sciolte e liquidate e poi ricominciate per accordo fra le
parti. Talvolta la società o compagnia si risolveva in questo:
che il socio forniva alla stamperia un certo numero di risme di
carta per riaverle entro un dato tempo stampate al prezzo con-
venuto di un tanto per risma. Si trova infatti nel Giornale anche
il seguente ricordo in data del 1° maggio 1479(3): — Io ho facto
una scripta con giovanni di nato di questo populo di sancia
(1) Car. 50.
(2) Car. 1 della 2» numer.
(3) Car. 7 della 2* numer.
372 P. BOLOGNA
maria dognissanti come io mi óbligo a formargli cento lisime
(risme) di fogli comuni in quarto di che opere mi chiederà e
non 0 a form/ir m^eno di trecento dogni opera ne formaline
per m£ ne per altri senza suo consentimento e débhami dare
di lavoratura della lisima lire quattro che e in tutto lire qicattro
(forse quattrocento) e questo lavoro gli e lo a consegniare di
m^no in mano chome sarà fatto. E llui debba dare il denaro
del lavoro che io gli consegnerò.
Per altro questi editori non erano molto puntuali nei paga-
menti, perchè ogni qualvolta si faceva con essi una liquidazione,
la stamperia era creditrice; e fra Domenico usava la cautela di
garantirsi nel modo migliore che poteva. Allorquando fu fatto
il primo saldo con Giovanni di Nato nel 20 luglio 1479, essendo
Giovanni rimasto debitore di L. 38.11.4, fra Domenico non gli
consegnò il lavoro, e scrisse sul Giornale (1): e Lluj (Gio. di
Nato) si a una cassa in casa (nel monastero) che ve dentro el
suo lavoro quando ci ara dato la quantità di denari sopra
detti ellavoro si e a sua posta. E allorché fu fatto un altro salào
nel 17 marzo 1480 (st. com., 1481), nel quale lo stesso Giovanni
di Nato rimase debitore di L. 119.7, il lavoro fatto fu messo nella
solita cassa con la stessa dichiarazione.
Anche il famoso ser Piero Pacini non era più sollecito nel sod-
disfare ai propri impegni. Sotto dì l*' luglio 1483 si trova nel
Giornale (2) una dichiarazione, con la quale Ser Piero si rico-
nosce vero e legittimo debitore di fra Domenico di danielo priore
del Monistero di S. Iacopo a Ripoli di 79 fiorini per stampa-
tura di libri m a lavorato insino a questo di detto di sopra
non contando in questo conto cosa alchuna appartenente alla
compagnia habbiano insieme della qiuile s a ffare conio tra
noi. — E a garanzia di questo debito il Pacini lasciò in pegno
due cintole di ar lento da donna, l'una con fetta verde e V altra
con fetta biancha e tutte di domaschino di peso tutte due di
due libbre o circha.
(1) Gar. 3 della 2* numer.
(2) Gar. 113 r.
LA STAMPERIA FIORENTINA 373
Valido aiuto alla stamperia per la cura delle edizioni, quanto
alla parte letteraria, fu dato da Bartolomeo Fonti o Della Fonte
0 Fonzio prete fiorentino, uomo assai dotto, che tenne cattedra
di lettere a Firenze e a Roma, tradusse in italiano l'epistole di
Falaride sulla versione latina di Francesco Griffolini detto Fran-
cesco Aretino (1), e lavorò molto a correggere e trascrivere co-
dici antichi per commissione di Mattia Corvino re di Ungheria.
Nato nel 1445, mori nell'ottobre del 1513, pievano della chiesa
di S. Gio. Ba.ta a Montemurlo presso Pistoia, conferitagli fino dal
1493 dal patrono della chiesa stessa Pier Filippo Pandolflni suo
protettore. Sembra per altro che il Fonzio prestasse l'opera sua
alla stamperia interrottamente. Infatti nel decembre 1477 curò
la edizione Ripoliana del suo libro intitolato Explanatio in Persii
satyras; nel 4 agosto 1478 era sempre in stamperia come cor-
rettore, trovandosi sotto quel giorno notata nel Giornale (2) una
partita che lo riguarda, con le parole Ser Meo che ci correrie
de dare ecc , ma in un'altra partita del 9 settembre dello
stesso anno 1478 si legge invece (3): Ser Meo che fu nostro co-
rettore de dare ecc
Del resto che il Fonzio si allontanasse in questo tempo dalla
stamperia di Ripoli è anche provato dal fatto di avere esso cu-
rata e corretta la edizione di Celso Cornelio — de medicina, fatta
da Niccolò della Magna con la data del 1478. Per altro nel se-
guente anno era ritornato in stamperia e sembra che avesse fatto
qualche accordo o società con fra Domenico, leggendosi nel Gior-
nale (4) : Ricordo questo dì 5 decembre 1479 chome abbiamo
dato a bartomeo fontio il nostro libro giornale della compa-
gnia. Or a fede di ciò lui ha fatto q" ricordo di sua mano —
Renduto a dì 12 di dicembre 1479. — E a dì 16 dello stesso
mese il Fonzio distese la scritta tra frate Domenico e Bonifazio
(1) Vedi Mancini Girolamo , Francesco Griffolini cognominato Fran-
cesco Aretino, Firenze, tip. Carnesecchi, 1890.
(2) Gar. 49.
(3) Gar. 49.
(4) Gar. 68 t.
374 P. BOLOGNA
Peruzzi per la stampa della logica di S. Agostino (1), e final-
mente a di 19 ottobre 1480 contrattò con fra Domenico per per-
sona da nominarsi , che fu ser Piero Pacini , la stampa delle
Selve di Stazio (2).
L'edizioni di Ripoli, tenuto conto del tempo in cui furono fatte,
sono in generale assai belle. VEcopositfo in libros Eihicorum
Aristotelis dello Acciaioli , il Quinto Curzio, il Libro da Com-
pagnie e altri libri anche di minor mole sono lavori da fare
onore a qualunque tipografia. Il carattere preferito, salvo poche
eccezioni, fu il rotondo, che nel Giornale dì stamperia è chia-
mato antico, mentre il gotico è detto moderno, come si ri-
leva dalle parole del contratto stipulato per la stampa dei dia-
loghi di Platone , che sono in gotico, con lettere m,oderne pie-
chole di che e il champione appresso a detti locatori (3). —
Larga è l'interlineazione, staccate fra loro le parole, armoniosa
la composizione, buona e resistente la carta, che era fornita
quasi sempre da ser Piero Pacini e da Giovanni di Nato e pro-
veniva da Fabriano coi segni del balestro e della croce, da Pe-
scia coi segni del guanto e degli occhiali, da Bologna, da Colle
e da Prato. Traspira anche dalle edizioni di Ripoli quel gusto
tutto particolare che distingue e rende simpatiche le edizioni
fiorentine del quattrocento e che meglio poi si riscontra nei la-
vori del Della Magna, del Morgiani, del Miscomini, di Francesco
di Dino e di altri. I libri di Ripoli non hanno ornamento di fi-
gure xilografiche, perchè questo costume che aumentò grande-
mente il pregio di molte edizioni fiorentine del sec. XV, non era
allora praticato quanto lo fu posteriormente; per altro alcune
partite del Giornale lasciano credere che si facesse in stamperia
qualche lavoro di questo genere, come imagini di santi e di ma-
donne; e se fosse veramente di Ripoli l'edizione del Marguite,
citata dallo Audiffredi (spec. p. 395) e da noi descritta al N* 33
(1) Car. 68 1.
(2) Car. 76.
(3) Car. 123 r.
LA STAMPERIA FIORENTINA 375
della serie seguente, nella quale è una xilografia piuttosto rozza,
se ne avrebbe da essa la certezza.
I libri finiti dal lato artistico dovevano essere miniati , cioè
avere le iniziali dei capitoli e i segni dei paragrafi colorati a
minio, la quale operazione era fatta più o meno riccamente a
piacere di chi acquistava il libro , lasciandosi a quest' oggetto
nella stampa gli spazi o vuoti necessari. Non crediamo inutile
di riportare i nomi dei miniatori che lavorarono per la stam-
peria, e che il Giornale ricorda, trovandosene fra essi alcuni
abbastanza noti nella storia dell'arte.
Sono primi i fratelli Gherardo e Monte di Giovanni, divenuti
poi notissimi per le celebri miniature dei libri corali del nostro
Duomo di Firenze e per altre opere (1). A dì 9 di magio (1477)
portamo a botega di gerardo e Monte miniatori una legenda
di sancta Katerina (2). E a di 15 d'agosto dello stesso anno 1477
Gherardino e Monte ci miniarono 14 legende di sancta Kate-
rina da Siena per soldi 10 l una di miniatura d acordo mon-
tano L. 7 (3).
Vi è poi un Bartolomeo di Antonio, che probabilmente è quello
noto per il bellissimo Lezionario, miniato da lui e dal fratello
Giovanni per incarico degli operai di S. Maria del Fiore, che oggi
si conserva nella Biblioteca Medicea Laurenziana (4). A dì 8
d octobre (1478) de a Bartolomeo d antonio miniatore due libri
da coTnpagnia a m,iniare — Agli renduti miniati e Chimenti
suo fratello gli riebbe per legare (5); e anche sotto altre date
è fatto ricordo di libri datigli a miniare.
Figurano inoltre i seguenti :
Bernardino che sta in botega di Gherardino e di Monte (6).
(1) Vedi Nuove indagini con documenti inediti per servire alla storia
della miniatura italiana. Commentario nel voi. VI delle Vite del Vasari.
Ed. di Firenze, Le Monnier, 1850.
(2) Gar. 14 f.
(3) Gar. 16 ^
(4) Vedi Commentario sopra cit. a p. 243.
(5) Gar. 17 t.
(6) Gar. 12 e 16.
376 P. BOLOGNA
Ser Niccolò che sia in holega di Domenico cartolaio (1).
Francesco che minia in casa di Franciescho miniatore (2),
il quale ultimo è sicuramente quel Francesco di Antonio ^ no-
tissimo per pregevoli lavori in alcuni Antifonari già apparte-
nenti a S. Maria del Fiore, e che si conservano anch'essi nella
Biblioteca Laurenziana.
Ser Francesco cappellano di S. Felicita (3).
Per dare un'idea dei prezzi a cui si vendevano i libri, note-
remo i seguenti:
Il Donatello, stampato nel 1476, del quale non si conoscono
esemplari, si vendeva soldi 6 e 7.
Il Confessionale di S. Antonino — omnis mortalium cura —
in 4 pie, di 110 carte — soldi 30.
La Leggenda di S. Caterina da Siena in 4 pie, di 159 carie
stampate — L. 2, L. 3 e L. 4, secondo la miniatura.
Il Libro da compagnie, in 4, di 102 carte, soldi 40 per la
stampa, soldi 25 per la miniatura e soldi 25 per la legatura, in
tutto soldi 90, ossiano L. 4.10.
Daremo termine a queste brevi notizie riportando alcune par-
tite del Giornale relative alla fusione dei caratteri che si faceva
nella stamperia.
1478. Ricordo ogi e quesio dì 14 d agosto siamo rimasti
dacordo con benvenuto di chimenti orafo di tre abbicj cioè dua
dtichi e una moderna et abbialli a dare d acordo colini lire
cento diece di queste ire abbici (4).
1478. IL a dì 18 di dicembre comprai quattordici oncie di
rame per fare madre di quella lettera tnodema che ci dono
benvenuto — soldi 11 (5).
1480 a dì 17 marzo. Benvenuto orafo ebbe per resto di
(i) Gar. 16 1.
<2) Car. 17.
(3) Car. 13 e 13 /.
(4) Gar. 50.
(5) Gar. 52.
LA STAMPERIA FIORENTINA 377
puntelli (punzoni) 25 da breviature per la loicha mi fece lire
quattro (1).
1480. Giovanni di Nato mi arreco a dì i8 di maggio uno
gittino con tremila madre da lettera moderna et diciannove
madri di maiuscole (2).
1481. Giovanni di Nato fuori alla porta al prato de avere
a dì 10 dì novèbre lire sette sono di 100 lettere per minj picei,
e tì^e grandi . et tre piastruccje di fogliame per stampare . le
quale cose fece fare a Rancho orafo (3).
1481 a dì XI magio a benvenuto per tre puntelli ci fede per
la lettera minuta et uno per la grossa soldi 15. — It adì 17
di magio per uno puntello soldi 5 (4).
1481 benvenuto ebbe a dì 23 di novembre soldi dieci per
conprare ram.e per fare le madri della lettera greca (5).
1482. Fra Vincentio pago a Antonio fratello di Lorenzo
nostro soldi 10 e soldi 3 per un pajo di manette da punzoni (6).
IV.
Venendo a fare in questo quarto ed ultimo paragrafo una ras-
segna delle edizioni della stamperia di Ripoli, premetteremo una
breve avvertenza.
Il Pollini compilò e pubblicò, come abbiamo già detto, nell'o-
pera del Fossi, gli Annali della tipografia di Ripoli, ma alcune
edizioni gli furono sconosciute, riguardo ad altre corresse e com-
pletò posteriormente quanto aveva scritto in quel suo primo la-
voro, e di nessuna poi dette la descrizione o le generalità tipo-
grafiche, essendosi limitato a constatarne la esistenza o la data
(1) Car. 78 1.
(2) Car. 72.
C3) Car 87 t,
(4) Car. 82.
(5) Car. 88.
(6) Car. 103.
378 P- BOLOGNA
con la scorta del Giornale di stamperia. Nella nostra rassegna
procureremo di supplire a ciò che manca agli Annali del Pol-
lini, e per non far cosa inutile e per non accrescere di troppo
la mole del lavoro, sorvoleremo sugli articoli che da altri e spe-
cialmente dal Fossi nel suo celebratissimo Catalogo sono descritti
e illustrati, rimandando ad essi con opportune citazioni.
Abbiamo poi preferito di classare l'edizioni per ordine alfabe-
tico dei nomi degli autori o dei titoli delle opere, anzi che per
anni, sembrandoci questo il metodo più adatto a facilitare la ri-
cerca delle edizioni.
In un'Appendice poi riporteremo le edizioni dubbie, le supposte
e anche quelle erroneamente attribuite alla stamperia di Ripoli.
{Seguirà la serie delle edizioni di Ripoli).
Pietro Bologna.
LAUDI E DEVOZIONI DELLA CITTÀ DI AQUILA
(1)
LESSICO DELLE VOCI PIÙ' NOTEVOLI
Chiare, ' avviare ' ; abiome LVllI ,
39; abiàro XII, 27 ; abiàti LUI, 171.
abocata e abbacata, ' avvocata ', pas-
sim.
accascione , ' cagione ' , XVIII , 41 ;
XXXIl, 36; XLII, 89.
accesiuni, ' uccisioni ', XXV, 21.
accisa y ' acceso ', passim.
acconbandare, 'accompagnare'; ac-
conbandone XXIII, 213; acconban-
dato XXIII, 191.
a/fendere, ' offendere ', XXXVII, 10;
affendemo XXVII, 47; affende-
rago' LI, 18, 23.
agomentare, 'aumentare', LUI, 111.
Agustino (sanctu) XXVI, 33; Ago-
stino ibid., 37.
Alexandria XLII, 70.
alluminare e allumare, ' illuminare ',
passim.
angnelico, ' angelico ', LV, 66.
ancilla XXIX, 2. 80.
andare; annava LVII, ^.
Antioccia XIII, 5, 13.
antista, * caparbio ' (?), XL, 45.
apostula LIV, 2.
apparuto XXXII, 148.
apporto, ' bisogno ', XXI, 31 ; XXXII,
90.
appressomando XXXV, 49.
Aquila XXXVIII, 14, 29, 30.
Aquilea (provincia d') XLII, 38, 43.
argomintare; argominty XXVII, 43.
ascidere, 'sedere'; ascidate XXIII,
121.
aspectare; aspectete LII, 50.
assenare, ' assegnare ' ; asseno. Vili,
32 ecc. ; -a XXI, 185.
avenenaty L, 47.
avere; ayo , passim; abbe sempre;
abemmo XXXVI, 24, abero sem-
pre; averago' L, 53, averao LII,
47; agia sempre; avessete XXXV,
27; auta XXXII, 134.
avetare, 'abitare', XVI, 39.
avoUerio XXI, 244.
ayro, 'aere', XII, 1, 46; XLII, 179.
(1) Continuazione e fine. Vedi voi. XYIII, pp.
8gg-
380
E. PERCOPO
Bandera LUI, 68.
becere \ bebbe XVI, 3.
Bernardo (sanctu) XXV, 13.
briàta, ' brigata \ XXI, 152.
èwy, * voi ', sempre.
Calenty, ' cadenti ', XXIII, 211.
Gallura^ ' caldura ', XLI, 29.
capilly LIV, 28.
carty pi. XXV, 51.
cedo (cito), * presto', XXX, 12.
Celestino (V», papa) XXXVIII, 1, 33.
celico, ' celeste ', XLIV, 3, XLVII, 61.
certe^ avv., XXIII, 181 ecc.
certecze XII, 43 ecc.
cieschuno^ cieschauno^ cieschasuno^
sempre.
civo, ' cibo ', XXV, 34.
Collemagio (S. Maria di) XXXVIII,
24.
canna^ *gola', XLII, 101.
capare ' prendere ' ; capa XLIV, 27.
concedo^ ' offerta mentale ', XXXVIII,
8; XLI, 28; XLIX, 28, 52.
concedire XLV, 60.
confecto XLI, 108.
conpangnessa LIV, 33.
convenente^ 'avvenimento', XII, 32;
XXXII, 34.
correrò^ 'corriere', XXIII, 31.
crai/, cras, XV, 10.
credere; crederago ' L, 25, 34.
cunto LIV, 30.
cymitorio 1, 75.
J-Jamiscella XIX, 75.
dare\ dagea XXI , 65, XLII , 35,
•la, ìbid. , 19; dayva XLIII, 65;
daysty XLIX, 23.
delecto I, 2 ecc.
delitiano, sost., ' paradiso terestre ' ,
XLV, 11, 15.
delliberato pcp. XXIX, 4.
denionia XXI, 260.
demostar'e; demostò Vili, 4.
denglio^ 'degno', XXIV, 42.
dereto, ' dietro ', sempre.
descénge\ 'discendere', VI, 52; de-
scergne XII, 9; descyngny X, 22;
descento XLVI, 20, 26.
desdingno XIX, 9.
despeto XV, 39.
despónere^ ' esporre ', VII, 74.
destingnere^ ' estinguere ' ; destingny
X, 23.
difiso pcp. Il, 77.
dillicato, agg., XXIII, 165.
dine^ dies, I, 33 ecc.
disfactione^ ' soddisfazione ', XXV, 3.
dispigitata^ agg-» LVIII, 52. Cfr. s.
pietà,
distinta, * distinzione ', XIX, 81.
docento, ' duecento ', XXXIII , 50.
dolciore III, 1 ecc.
dolo, sost., XXIII, 2.
donny , ' donde ', LII , 13 : dontie ,
LVIII, 7.
dovere; dibìry XXI, 7, dibtrity XXI,
262; digimcllo XXI, 262.
dunoy sost., sempre.
Ecco (hic), 'qui', XXVIII, 33, 34,
XXX, 16.
Elena (sancta) LVII, 45.
essere; si\ sempre; ène, sempre; séte,
sempre; sónno, sempre: fo, fone,
sempre; fommo lì, 28, 31: serrago"
LAUDI E DEVOZIONI DELLA CITTA DI AQUILA
L, 27, 46, 50; LI, 20, 28: forvia,
'sarebbe', 1, 78, XXIII, 9.
exbinduraio XXIII, 99.
exblandore, ' splendore ', sempre; ex-
plandore LV, 77.
exmagare; exmaga XLl, 56.
exmarruto, ' smarrito ', XXIII, 35.
J^ allanza I, 44, 101 ecc.
famelglia LUI, 3.
Paragone XLIV, 18.
fare: ficy I, 28; farrago ' L, 35.
fegura I, 81.
fetentosa XXVII, 30.
finare; fina XXIII, 155.
finente, prep., 'fino', XLII, 108.
firmo II, 99.
flìscho, agg., ' fresco ', I, 84.
fioro, ' fiore ', XXIII, 192.
fógliori, ' folgori ', XLII, 181.
forventy, ' ferventi ', XXI, 282.
frecza, ' freccia ', XLI, 67.
fredura XXI, 110.
funj, sing., XLI, 85, 101.
(STalvano (monte), ' Calvario ', XXII,
95, 104, XXIV, 15.
gaudire XXVII, 52.
giongnere, ' giungere ' ; giongne 1, 69,
gire; jamo LUI, HO; yamo XLVII,
9 ; gerrago ' L, 38.
gòvety, ' cubiti ', XXXIV, 50.
grevy XXI, 25.
381
infenze
Honestetate XXV, 8, XXIX, 16. 8
Jmperadice XLVI, 72.
incennore, ' incendore ', VII, 4.
incennyosa LVI, 22.
Giornale ttorico, XX, fuse, 60.
infengere , ' infingere ' ;
XXXII, 14.
ingandare, 'ingannare', sempre; m-
gandato I, 5.
intando, ' allora ', XXXII, 27, XXXV,
48.
intrare', intremo XXXIX, 12.
intremorire, ' tramortire ' ; intr emoro
XXI, 100; m^rewwono, XXII, 142.
intreoperto XVII, 25.
invito, ' desiderio ', XXIII, 145, 173.
inzemora, ' insieme ', XXXII, 18.
t/ à, ' già ', sempre.
jacono, ' diacono ', VII, 56.
Ijatro, sost., XLIV, 32.
Limmo, 'Limbo', XLV, 18.
lingno, sempre.
Mone XLIV, 6.
longa, ' lontano ', XXXII, 7, 10, 114,
LVIII, 45.
Longnyno XLIV, 29.
Lucyferro XXI, 160.
J\uL alvascio, -a, sempre.
manda, 'manna'. III, 29.
mandare; mandane II, 33 ecc.
mando, ' molto '(?), XLVII, 8.
mangnare , ' mangiare ' , XXXII ,
124; mangnò XLII, 15: manicar
XLVII, 58.
muravelglia XII, 8 ecc.
Margarita (d'Antiochia, santa)XLIV,
martoro, ' martirio ', XXIV, 26 ; m^r-
terio LI, 16; martorio XLII, 127.
màrtorjy ' martiri ', III, 22.
Matalena XXXI, 25.
25
382 E. PÈRCOPO
maynere XXI, 92.
memora, ' memoria \ XXXII, 61, 111,
L,4.
mereta, pi., XXVIII, 50.
Micchaele (san) XXXVII, 2, 21, 29,
38 ; -0 ibid. 6.
mino, 'meno', XLI, 23, XLIII, 15.
mistero, ' mestieri ', XXIII, 32.
monimento XXXV, 15.
muUere XXXV, 18, 34.
l\ a, 'in la', sempre.
Nazarena, ' Nazaret ', XVIII, 18.
'nde = inde, passim.
Nynyva XLIV, 18.
Uguale, ' eguale ', XV, 20.
olemento, ' lamento ', XXI, 14.
oprirece, 'aprirci', XVII, 9; opra P^^i XLIV, 24.
XXXVII, 43; opHa XXXII, 139; Palificato, 'purificato', XXII, 39,
operta ibid. 146. XLVIII, 18.
oppinnione XLII, 178. P^^^ *pomo', sempre.
ostupire, ' stupire '; ostupèro XXXI, P^rgatoro XXXVII, 15.
44^ putirosa, ' puzzolente *, XXV, 22.
11, pigitate XI, 58, XLIV, 36. Cfr.
dispigitata.
pino, 'pieno', XXI, 94, XLI, 21,
LVIII, 24; -a I, 26.
pisare, ' pesare '; pisy LVII, 24.
piso, *peso', XXXVI, 21.
piangere; plangamo XXIII, 145;
piangale XXIII, 127.
pongnere, * pungere ' ;pongnea XXIV,
22;ponsy(i) LVI, 5.
porre; ponàte l, 55; puse II, 44.
potere ; porr ago ' L, 28.
pregare; pregàra (condiz.) XXIII,187.
pregherà II, 92, XLI, 94, XLIII, 26.
prencepe XXXVII, 1.
prescione sempre.
prete, ' pietre ', sempre.
primero (in) XXIII, 29.
JTagura, ' paura ', sempre.
pagurose, passim,
parire^ sost., I, 19.
parire, vb., ' parere ', XLI, 45.
passare; passóne II, 15 ecc.
Patimosse, ' Patmos ', Vili, 45.
patire; paczono XXI, 242.
penitire^ ' pentire ', sempre; peny-
tuty LI, 19.
pentero XLVI, 79; -t I, 23, 58.
perdire, 'perdere', XXV, 18.
pèrgole, 'pergamo', XLIII, 43, 45.
perna, ' perla ', XXIII, 152.
pietà (: visita) LII 1, 6 ; pigità X X XVII,
Quasimente XXIII, 56.
quillo, sempre.
quinata 'cognata', XVIII, 116, 133,
156, XLV, 104.
quinto, * come ', XIX, 66, 84, 87, 105,
XXV, 28.
quistOy sempre.
Jxascionare, sempre.
raùny, ' dragoni ', XXI, 114.
rcaòertf, 'riavere'; rea&csstf XXIII,
185.
rebùcine, 'rossiccio', XXI, 166; re-
bùscyne XXI, 264.
LAUDI E DEVOZIONI DELLA CITTA DI AQUILA
383
recepire, sempre; recepete, sempre.
regale^ sempre.
regame^ sempre.
regolglioso XV, 33.
remanere', remaso, ' rimasi ', I, 5.
remore XLII, 180.
repuso, sempre.
reshlandente LV, 24, 48.
resta^ ' resistenza ', XLUI, 49.
resurgere; resurresisty LUI, 65.
ri, ' re *, XII, 7 ecc.
ricchio, 'ricco', I, 85.
rista, ' eresia ', XXIV, 38.
rygo, ' rivo ', LVIII, 56.
roborare, ' rinforzare ' ; roborulu ,
LUI, 43.
^agecta, 'saetta', I, 26.
salire; salluto LUI, 86.
Sapir e, sempre; sappi (Perf. 1* pers.)
1,3.
scacciare; scacciar ago' L, 37.
scannalizare, 'scandalizzare'; scan-
nalizete LI, 14.
schallare , ' scaldare ' ; schallaro
XXI, 19.
schierno, ' scherno ', XLI, 46.
scoltare, passim,
sedio, ' seggio ' (?), XIV, 47.
semelglia, 'somiglianza', LUI, 2.
sentire; senterago' L, 36, 52; sen-
tuto XXIII, 36.
senzania, ' zizzania *, XXI, 227.
senzoy ' senso ', XLVII, 87; -» LUI, 38.
simulacra VII, 77.
Sisto (IV, papa) XL, 1.
sostenere; sostenete XXXVI, 17; so-
stendisty LUI, 64.
50M, seo, sia, -a, ' mo ', ecc., sempre.
sparangnare XV, 14.
spitiale, ' speciale ', XI, 66.
stare ; staymo LUI , 144 ; stando =
stanno, XLIII, 57 ; stayva XXXIV,
45; stagia XLII, 13; starrago ' L,
'Ò0;staiendo XII, 25, XLII, 178.
staterà, 'stadera', LVII, 23.
stilo, ' stelo ' ?, XVIII, 19.
stiso, pcp., ' steso \ XXXVI, 23.
stolu, * stuolo ', XXIV, 9.
straccio, ' strazio ', XLI, 46.
straginare, ' strascinare ' ; straginaro
XLII, 103; straginato ibid. 107.
stremj II, 75.
superba, ' superbia ', XXV, 15, XXVIl,
28.
I amanta, ' tanta ', XVIII, 40.
tando, ' allora ', XII, 57. Gfr. intando.
taupino, -a, -i, sempre.
tene, ' te ', II, 72.
testimonia III, 21 ; LI, 10.
ternitate, ' eternità ', XIII, 20.
tio, -a, ' tuo ' ecc., sempre.
transire , * salire al cielo ' ; transio
XXIV, 30.
V actere , ' battere ' ; vactendosi
XXXV, 40.
vacteture, 'battiture', XXI, 149.
vangnata, 'bagnata', LVl, 7.
vangnelista, XXVIII, 5 ecc.
vascello, ' vasello ', Vili, 1.
venardine XXXII, 32.
venire; vennisty XI, 2 ecc.
vermelglia XX, 24.
vetare; vetòne II, 14.
viso {in prò), 'in presenza', XI, 44,
XIV, 18.
volontero XXIII, 30.
384 E. PÈRGOPO
INDICE ALFABETICO DELLE LAUDI E DEVOZIONI AQHLANE (0
•* Alto patre omnipotente^ Anunptiatio sancte Marie, XVIII.
Amore de Cristo^ quanto day dilecto. Laude del divino amore, XLL
Angely sancty^ Laude del corpo di Cristo, XLVIII.
•* Assay tempo agio predicato^ Laude dell'apparizione di Cristo, L.
* Ave, gratta piena, Laude dell' Annunziazione, XLV.
•• Ave pretiosa stella, Laude dell'Annunziazione, XIX.
Ave, sopra tucte nella gloria beata (2), Laude di Maria Vergine, LV.
Baptista, da dio electo. Laude de sanctu Janny Baptista, XLIX.
Cary fratelly, cieschuno sia abisato, Laude della secunda domenica de
quaragesima, XXVIII.
Cary fratelly, con puro intellecto, Laude della domenica delle palme, XXX.
Oieschasuno de nuy penze na morte^ Laude della prima domenica della
quaragesima, XXVII.
Cristo aducto dallo spiritu bono. Laude della prima dominicha de qua-
ragesima, XVI.
• Cristo che consolasty Madalena, Laude della secunda domenica po'
Pasqua, XXXV.
•• Cristo glorificato. Laude dello Spirito sancto, LI.
Croce benedicta, Laude della croce, LVI.
** Dico se buy me amate. Laude dello Spirito sancto, LII.
Facea comandamento. Laude del Natale, VI.
•♦ Fratellu meu, bene sC venuto, Laude del Vivo e del Morto, XXI.
Gloria in excelsis^ a-dio cantamo, Laude della Pasqua, XX.
Gloria in excelsis^ dio superno. Laude di Gesù, V.
Gloriosa Madalena, Laude de sancta Maria Madalena, LIV.
In nello ayro apparia. In epiphania Domini, XII.
♦• lo vo cercando lu mio filgliolo^ Lo lamento della Donpna, XXIII.
Martyre glorificato. Laude di sancto Marche evangnelista, XLII.
Misericordia^ dulcissimo dio., Laude del peccatore, LVIII.
Misser sanctu Luca si-mne fa sermone., Laude de lu lunedy po' Pasqua,
XXXII.
Misser sanctu Mactheo apostolo gratioso, Laude delly Apoetoly, XXVI.
(1) Le Laudi segnate con nn solo asterisco sono le epico-drammaticlie ; qnelle con doe , le pn*
ramente drammatiche, o DivoMioni che si roglian dire.
(2) Questo non è il primo ts., perché alla Lande manea il prÌMÌpio.
LAUDI E DEVOZIONI DELLA CITTA DI AQUILA 385
O Cristo glorificato <& convertuto in sangue ^ Laude in festa de sancto
Calisto, XLVII.
0 croce benedecta. Laude della croce, LVII.
0 Yhesu Cristo, patre glorioso. Laude in 1' octava de Pasqua, XXXIV.
0 Yhesu Cristo, paire omnipotente, Laude de lu martedy po' Pasqua,
XXXIII.
0 Yhesu Cristo, singnore verace. Laude per la pace, XXXIX.
Omne gente agia paura. Laude della morte, XV.
Omnipotente patre salvatore. Laude de' Santi, IV.
Omnipotente patre salvatore. Laude della passione de Cristo, XXII.
0 papa Celestino da dio electu , Laude de sanctu Petro confessoro ,
XXXVIII.
0 patre nostro, con grande provedentia. Laude del Signore, IX.
0 patre omnipotente, Anunptiatio sancte Marie, XVIII.
0 prencepe delV-angely incoronatu. Laude de sanctu Angelo, XXXVII.
0 summo patre, eterno creatore. Laude di sancto Stephano, VII.
0 vera croce da dio glorificata. Laude della sanctissima croce, XXXVI.
0 vergene Maria Annunptiata, Laude della Madonna, XXIX.
0 vergene Maria, piena de pietate. Laude al Signore, per Aquila, XLIV.
Oy lasso, per mia falUnza, Laude del peccatore, I.
Patre superno. Re de paradiso. Laude del Signore, XI.
Patre superno, tu che-nne creasty. Laude della Pentecoste, LUI.
Perfecto lume, che sempre da exhlandore, Purificatio beate Marie vir-
ginis, XIV.
Perfecto lume, con grande claritate, Conversio sancty Pauly, XIII.
Piangete con Maria, Laude della Passione, XXIV.
Quilly che-sse volgliono V-anyma salvare. Laude della penitenza, XXV.
Santo Jacobo biato, Laude in sancto Philippe & Jacobo, XLIII.
Sisto, papa verace. Laude de Sisto IV, XL.
Tucty laudemo Cristo salvatore. Laude in Pasqua resurrectionis, XXXI.
Tucty plangamo la paxione , De paxio Domini nostry Yhesu Christi,
XVII.
Vascello pino de summa scientia. Laude di sancto Johanni evangnelista,
Vili.
Yera croce, sancta & pura. Laude della Croce, II.
Yerace corpo & sangue, Laude dello sanctyssimo corpo de Cristo, X.
Yergene matre, piena de dolciore. Laude di Maria Vergine, III.
Yergene matre, piena de dolciore. Laude della Vergine, XLVI.
386 E. PÈRCOPO
APPENDICE
IL CODICE MORBIO DELLE LÀUDI E DEVOZIONI AQUILANE
Oltre il nostro, è noto agli studiosi un altro codice (cfr. questa
Oiorn., VII, p. 159, n. 1) contenente, pur esso, Laudi e Devo-
zioni aquilane. Ne détte, per il primo, l'indice, il suo possessore,
Carlo Morbio', che lo aveva acquistato dal Gorvisieri (1). Ne
parlò, poi, il Rajna nella Perseveranza del 27 agosto 1878, che
non ho potuto vedere, in una recensione delle Origini del Teatro
(1) Opere storico-numismatiche ecc. ecc., Bologna , presso G. Romagnoli,
1870, pp. 292-93: « Antico Teatro Italiano, cioè: Rappresentazioni Sacre,
« Laudi e Misteri: Passione di Cristo. — Domenica de Palme. — Lu Lor
<L mentu della Nostra Dopnna, lu venerdì Sancto, Rappresentazione a vari
« personaggi. — Laude del Venerdì Sancto. — Laude del Sabato Sancto.
€ — Laude dellore Canoniche. — Quando fo salutata la Nostra Dopnna
« dallo Angelu. — La devotione della festa de Pasqua., Rappresentazione
« a diversi personaggi. (Il Diavolo ha spesso la sua parte). — Laude. — La
4. decollatione de San Johanny ^ac^tsto, Rappresentazione. — Laude: La
€ Canonizatione del Beato Bernardino. — Laude dello Etemo Dio. —
«Altra Laude. — Laude del B. Bernardino; di San Petro Celestino; del
€ Corpo de Cristo; di S. Agostino e d'altri Santi. — Laude ad Collemagio^
€ la Domenica del mese. — Laude ad Sancta Justa. — La Domenica terxa
a et quarta de Passione. — La devotione et Festa de Sancta Susanna^
€ Rappresentazione a vari personaggi. — La disponsatione et Festa della
€ Nostra Dopnna, Rappresentazione a personaggi diversi. ^ Laude. — La
« Devotione e Festa de Sancto Petro Martire. Fra i vari personaggi figu-
< rano il Papa e vari Cardinali; gli Eresiarchi; cittadini ed ambasciatori di
« Milano. — Legenda de sancto Tomaso. Rappresentazione a varj perso-
« naggi fra i quali l'Imperatore, Papa Gregorio, Cristo anche Crocifisso,
« Angeli e Frati, Alberto Magno ed il Re di Francia. Queste poesie, in parte
« autografe, sono scritte neìVaureo trecento, sopra grossa carta, e consistono
«in sestine, quartine, e talvolta in due soli versi rimati, detti Tornelli. I
« Poeti mi sembrano siciliani. »!!!
LAUDI E DEVOZIONI DELLA CITTÀ DI AQUILA 387
del D'Ancona, da poco tempo pubblicate (1877). Il Rajna, dietro
preghiera del Monaci, potè vedere il cod. per poco tempo, e
prenderne in fretta pochi appunti, e copiarne anche alcuni brani.
Dopo la morte del Morbio, il cod., insieme alla collezione tutta
di lui, consistente in libri e monete rare, fu venduto ad un an-
tiquario di Monaco. Le monete si vendettero all'asta; dei libri
e dei mss. ne fu fatto un catalogo e fu inviato al Ministero del-
l'Istruzione, nella speranza ch'esso li acquisterebbe, essendo il
prezzo richiesto a bastanza moderato. Il Ministero non ne fece
niente, e il codice, co' suoi compagni, furono condannati all' esilio
in una delle biblioteche della Germania!
Perché, poi, la perdita di esso — speriamo temporanea, —
riesca di minor danno agli studi sulle origini del nostro teatro,
ai quali queste nuove Devozioni e Rappresentazioni arrecavano
un non dispregevole contributo (1), riporteremo, qui sotto, fedel-
mente gli appunti, doppiamente preziosi, che il prof. Pio Rajna
ci ha gentilmente comunicati (2).
« Cod. cartaceo in f.", della fine del sec. XIV, o piuttosto della prima metà
del XV.
In principio di carattere grosso:
Liìrro della confraternita de sancto Tomascy de Aquino de più cose come
de sotto appareranno^ ciò è:
(1) Come, per es., con La Devotione e Festa de Sancto Petro Martire,
ove fra i personaggi compariscono il Papa, vari Cardinali, gli Eresiarchi, '^
cittadini ed ambasciatori di Milano; e con La legenda de Sancto Tomaso,
che, fra gl'interlocutori, presenta l'Imperatore, Papa Gregorio, Alberto Magno
ed il Re di Francia : ardimento codesto assai notevole pe' tempi in cui furon
composte : gli ultimi anni del sec. XIV, e forse prima, che il cod. non può
esser più moderno del principio del XV. Allora non sarebbe più vero ciò
che fu asserito, e ripetei anch' io, qui, nella prefaz., che la laude dramma-
tica abruzzese non presenta nessun progresso di fronte al suo. modello , la
umbra.
(2) Li riferisco letteralmente, con qualche leggiera modificazione, scio-
gliendo le abbreviazioni ed aggiungendo di mio il numero d'ordine delle
Laudi, in parentesi quadra.
388 E. PÈRCOPO
[I.] Passio Domini nostrj Jhesd Christi. Amen.
1—; terno dio, ch'-el celo firraasty,
Tucti elementi di per-sé allocasty,
Et Lucibello allora creasty.
Per la superbia tu lu cacciasty (1).
La composizione non è compiuta; s'arriva fino alFandata al Calvario. Son
142 quartine, delle quali ecco l'ultima:
Et quando Cristo lu-monte remira,
Tucto afFandato, multo sospira,
Quilly Judey forti lu tira,
E contra Cristo ciascuno s'-adira.
Segue uno spazio bianco. Sul f.** seguente (i fogli disgraziatamente non
eran numerati, né era permesso a me di numerarli):
[II] DOMENECA DE PaLME.
Una Lauda composta di cinque quartine, colle rime abba.
Tien dietro:
[III.] Lu LAMINTU DELLA NOSTRA DONPNA LU-VENARDY SANCTO.
È la composizione stessa pubblicata dal D'Ancona, I, 158 (2).
0
sconsulata mj ! , con grande doglia
Lu-core me comenza ad suspirare.
Et del dolor(e) me stregne tal catena,
Tucta smarrita non so que-mme fare.
Del mio figliolo el sangue me-sse agiaccia,
Non-è tornatu, non so que-mme faccia.
Dopo la 2* sestina:
Vote venire San Johannj de Maria li dice:
Dimme, Johannj mio, que è de Cristo? ecc.
Sono 38 stanze e tre tornelli. Ultima stanza:
(1) n metro di questa Laude , quartine di endecasillabi monorimi (oooo, bbbb eoe.) è daile a
<|nella della nostra Laude XXIII.
(2) Cfr. la noU 1 a p. 169 di querto Oiam.» VU.
LAUDI E DEVOZIONI DELLA CITTA DI AQUILA 389
Como vi penso, figliolo, de partirme,
Lassarete rechiuso in seppultura.
Con teco sarria jl meglio ad seppellirme,
La vita senza ti me sarrà dura.
Vuy che ascoltate de Maria el pianto,
De ley vi recordete in omne canto.
[IV.] La devotione della festa de Pasqua.
Dice Anna (1):
R
oy che nuy semo nel tenpio congregati (2),
Nuy avimu lu consillio radunato.
Che (3) omne un parie & dica lu sou abiso.
Voi tome, ecc.
Ci son nella pagina varie correzioni inutili, eseguite in antico.
Responde Gaifas . . . Dice Joseppe . . . Responde Gaipas . . . Subito è
misso in prescione. Et lu latrone va ad paradiso <& dice . . . Responde
^t^-ANGELU . . . Responde lu latrone . . . Dice Adamo . . .
Il soggetto è la discesa al Limbo e la liberazione dei SS. PP. Quindi la
risurrezione ecc. (4).
[V.] Laude ad Gollemagio, de San Pietro:
0
Aquilani, assay obligati sete.
San Pietro Celestino re[n]gratiare,
Sempre sta nauti a-Dio per nuy pregare.
Soccorre alli abisognj et vuj el sapete,
De questa ecclesia no'-vi-nne scordete.
Volese visitare comò è usanza.
El papa ci à-conceduta la (5) osservanza.
De quisti religiosi che vedete.
[VI.] Laude ad Gollemagio.
[VII.] Laude ad sancto Petro de Popplito.
(1) « Due sestine. » E.
(2) « Questo primo Terso, salvo il Poj\ è scritto d'altro inchiostro : dubbio se d'altra mano. » B.
(3) Nel cod. il Che ha una lineetta sulla h.
(4) « Ci sono nel Codice laudi dal Beato Bernardino. » B.
(5) LA, il cod. lo.
390 E. PERCOPO
[Vili.] Laude ad sancto Petro de Sassa.
[IX.] Laude ad Collemagio la domenbca del biese:
G,
lorioso criator, che-tte dignasty
Ad nuy Aquilanj San Pietro mandarne,
De! pacciate, Signor, de perdonarne
Sì corno ad Matalena perdonasty.
[X.] Laude del beato Bernardino.
[XI] Laude in Collemagio la dome[ne]ca del mese. Alla nostra dopnna.
Molt'altra roba porta l'indicazione Ad Collemagio^ indicando così chiara-
mente l'origine (1). Sulle laudi non ho altri appunti.
[XII.] La devotione & festa de Sancta Susanna.
Dice Joacchim:
Savj & prudenti fratelli honorati,
Sapite quanto narra nostra lege,
Ad ciò ch'jnpuniti vadano li peccati
Mo ordinemo collor che-Ili correge
Lu anno passato so' essate bon persone
Timenti de idio & vissiti ad rascione, ecc.
[XIII.] La disponsatione & pesta della nostra dopnna.
[XIV.] La devotione e festa de sancto Petro Martire.
Da questa ho preso un passo per stabilire cosa sia il tornello:
Responde el patre un tomellu:
La-mente mia da ciò no sia rimossa,'
Io lu raducerò justa mia possa.
Il codice termina con una lunghissima e importantissima rappresentazione
di S. Tommaso d'Aquino, che è in parte d'altra scrittura.
[XV.] GOMENZA LA LEQENNA DE SaNCTO T0.MASCIO.
Dice Sancto Dominicho:
0
matre de Cristo, o vergene beata,
L'-ordene meo jo te-recomando,
(1) Cfr. le note alla noctn Lande XXXTin, per Santa Maria di Collemagio, chiesa e oonrento
di AqnUa.
LAUDI E DEVOZIONI DELLA CITTA DI AQUILA 391
Déstime tonicha biancha . . .
Pilliarete te piaccia mo un altro afando,
Moderno doctore havesse vorria
De Bruczo vi prego forte che sia.
Responde la Dompna . . .
Termina :
Ya uno jnpirmo, che à [Z]a freve^ allu corpo de S. T. & dice
0 patre sanctu mustra piotate,
Sopre de mj che sonno inpedito.
Pregare te voUio con bona cantate,
Besogno òne di tou sancto aito!
La freve òne, & sonno poverellio,
Liberarne, patre, se è per-lo mellio.
Mustrase libero & dice:
Tridici annj ò patuta freve ardente,
So' libero, re[n]gratio dio omnipotente.
Finis. »
AG GIÙ NTA
Quando io, dopo il marzo 1886, mettevo insieme quest'Appendice , il co-
dice Morbio poteva dirsi quasi perduto; ma non così ora, nel 1892. Messo
in vendita da' librai List e Francke di Lipsia al n" 99 del loro Catalogue
d'une collection précieuse de manuscrits et de livres.... : raretès d'une haute
importance delaissées par feu monsieur le chevalier Carlo Morbio à Milan,
ov'era anche illustrato da una minutissima descrizione (pp. 10-13) (1), fu
acquistato dalla biblioteca Vittorio Emanuele di Roma. È in grazia di co-
desta descrizione- eh' io posso ora completare, in qualche modo, gli appunti
favoritimi cosi cortesemente dal professor Rajna.
Questo cod., dunque, appartenuto già alla « confraternita de Sancto To-
« mascy de Aquino » della città di Aquila , poi al dottor Corvisieri ed al
(1) Anche i nn. 100-103 del detto Catalogue son mss. contenenti, fra Taltro, laadì in volgare
dei seco. XIU, XIV e XV.
392 E. PÈRCOPO
conte Morbio, ed ora nella biblioteca Vittorio Emanuele di Roma, col n* 349,
misura cm. 29 X 21, ed è composto di sette quaderni, che formano in tutto
150 fogli, numerati dopo che il Rajna lo ebbe fra le mani, e scritti da due
mani diverse: la prima (fi. 1-121) di carattere grosso e Ideilo, la seconda
(flf. 123-150) di uno più minuto. Quest'ultimo sembra al D'Ancona « del ca-
«dere del secolo XY » (1); mentre il Rajna aveva giudicata, in generale,
la scrittura del cod., negli appunti più sopra riferiti, « della fine del sec. XIV
€ o piuttosto della prima metà del XV », e, nell'articolo citato della Perse-
veranza, « del principio del quattrocento », o « un poco più antico » (2).
E, quanto alle laudi, il Rajna, sempre nel citato articolo, le crede « pres-
se sochè di sicuro del secolo XIV » (3); mentre il D'Ancona, che esaminò
anch'egli « fuggevolmente » il codice, dice che almeno tutti i componimenti,
che seguono le laudi in onore di San Bernardino da Siena, debbono esser
posteriori alla morte del santo (1444) (4). Or quelle laudi (ff. 51, 57 6, 58 6,
65 b) son preghiere degli Aquilani impazienti e supplicanti per parecchi anni
papa Eugenio IV a voler finalmente canonizzare il beato Bernardino, il cui
corpo riposava nella loro città ed operava già infiniti miracoli (5). È noto
che Eugenio IV, poco dopo la morte del celebre predicatore, aveva intro-
dotto, come si dice, il processo della canonizzazione; e che questa, e per la
morte del papa e per altre circostanze, non fu proclamata che nel giubileo
del 1450, ai 12 di maggio, dal suo successore Niccolò V (6). E poiché in
(1) Origini del teatro italiano^ Torino, Loescher, 1891, I, p. 206. Il D'Ancona parla di qaesto
cod. anche a pp. 172 e n. 3, 182 e n. 1.
(2) Presso il D'Akcona, Op. cit., 1. cit.
(3) D'AscoHA, Op. cit, 1. cit.
(4) Op. cit., I, p. 206.
(5) Ecco i TV. alludenti alla desiderata canonizzazione di s. Bernardino, come li rilero dal cit.
OoMoffitt, p. 12:
. . . Aquilani,
No sciate pigri, scia canonizatn.
Spira eterno dio col toa lustrore
La mente de papa Eugenio, chel sia grata
Qnisto beato sia canonizatn . . .
Signari Citadini atete act«nti:
Ad questo Canonisar non sciate lenti.
. . . canoni tata
Or mo serri il beato Bernardino,
Che '1 pepalo Aquilano n'è dotata.
0 papa Eugenio, credo vi sia adgratu.
Che nel tou tempo è morto Bernardino.
(6) Vedi WADonw, AHnaU$ MAwrum, Eoma, 1784, voli. XI, p. 9tS, XU, p. 61; e cfr. PAnM,
Hiitorie dés papM, trad. Raynaud, Parigi, 1888, I, p. 363, II, pp. 71 agg.
LAUDI E DEVOZIONI DELLA CITTÀ DI AQUILA 393
quelle laudi aquilane in onor del beato Bernardino non si accenna mai alla
canonizzazione come compiuta, è evidente ch'esse dovettero esser scritte tra
il 1444 ed il 1450; e forse, poiché è sempre invocato Eugenio IV e mai
Niccolò V, tra il '44 e la fine del '46 : essendo il primo di questi papi morto
il 23 febbraio del '47. In ogni modo, gran parte del contenuto di questo co-
dice risale evidentemente all'ultimo decennio della prima metà del secolo XV.
Ecco ora i titoli e i capoversi dei componimenti non ricordati negli ap-
punti del Rajna:
Dopo il I (f. 1 sg.):
f. 14: [II]: Inirasti in Jertualem, o salvatore.
Dopo il III (flf. 15-21):
f. 22 : Laude del venardy sancto, Piangamo colla vergene Maria (strofe 6).
f. 23: Laude del Sabato Sancto, 0 creatore per ti*a pietate (str. 5),
f. 23 b : Laude dell' ore canoniche dello offitio della croce , Adoramote signor summa bontade
(str. 10).
f. 24 : Quando fo salutata la nostra dopnna dallo angela , Con reverentia disse Ave Maria
(str. 10 ; dialogo).
Dopo il IV (flf. 26-37):
f. 38 : Laude della devotione de Pasqua, Latidemo tutti el criator superno (str. 8).
ff. 39-49 : La decoUation de San Johanny Battista. Lv summo Sacebdote : Ad tucti vuj essuto
dechiaritu (Devozione),
f. 50 : Laude des S. Joh. Bactista nella festa soa, 0 criatore sempre si laudatu (str. 6).
f. 51 : La canonifatione del beato Bernardino, Ly con/essuri Cristo anno pregatu (str. 5).
f. 516: Laude dello Etemo dio, Misericordia eterno criatore (str. 8).
f. 52 : Laude per li peccaturi allo altissimo dio, Penganci, o peccatore, con contriiione (str. 6) .
f. 53: Laude del beato Bernardino, Ad dignità mundan non de audentia (str. 6).
f. 54 : Laude di s. Pietro Celestino, Ad ti recorremo, sancto confessore (str. 7).
f. 55: Laude del corpo de Cristo, Yirtù divina (str. 3).
f. 57 : Ad s. Massimo : Rendemo gratie al martir glorioso (str. 6).
f. 57 ò: Laude alla Annnntiata, 0 vergene del celo (str. 12). — Laude de b. Bernardino, 0
summa sapientia o primo amore (1) (str. 9).
f. 58 6 : Altre laude del b. Bernardino, Eterno patre dio e verbo incarnato (str. 5).
f. 59 : Laude dello Spiritu sancto, Oggi sci visitasti, o criatore (str. 5).
Dopo il V (f. 60) succedono altre laudi, e fra esse que' componimenti in-
dicati da me, negli appunti del Rajna, con i num. VI, VII, Vili, X, XI, e
di cui ivi son riferiti solo i titoli.
f . 60 6 : [VI] : El tempo fugge e-no-vi-nne accorgete.
f. 61 : Laude in sancto Dominico, Dominico beato confessore (str. 6).
(1) Beminiscenxa dantesca (Inf., Ili, 6), ripetuta nella prima delle laudi al f. 73.
394 E. PÈRCOPO
f. 62 : [YU] : San Petro primo netta sancia sedè {ittt. 8).
f. 63 : [ym] : Ad Saneto Petro Signor» dkitti (str. 6).
Dopo il IX (f. 63 6):
f. 64 : Lande ad 8. MacUo, Evangelista apostolo M. (str. 2).
f. 65 : Lande in s. Dominico, lA apostoly. Signore, adoctrinasti (str. 5).
f. 65 ft : [X] : Al beato Bernardino (1), Ave Maria fonte de pietate (str. 9).
f . 66 & : Laltre laude in s. Dominico, Con mente pura facciamo oraUone (str. 7).
f. 67 : Laude in Dominico per la festa de s. Jacobo apostolo , Fratel de Cristo nella
tate (str. 9).
f. 68 & : Laude ad S. Justa, Gloriosa Justa per gran devotione (str. 14).
f. 70 : [XI] : Piena d'umUità sahe Regina (str. 7).
f, 70 i: Lande ad s. Lorenzo: El papa Sisto mi fé sou cancelleri (str. 2). — Ad s. Stefkno,
Misericordia, diviita bontate (str. 1).
f. 71 : Laude ad s. Biascie et ad s. Victorino : 0 martiri nel cel glorificati (str. 8).
f. 72 : Laude ad (ToUemagio de s. Petro Celestino , Ad tucte Vore sci regratialu. — Lande ad
s. Benedicto, Glorioso confessor san Benedicio (str. 1).
f. 73 : La domeca (sic) terza de passione , 0 summa sapienUa o primo amore (str. 6). —
Lande ad-s. Macthia, Per spiraUon de dio fusti chiamato (str. 4).
f. 74 : Dominica quarta de passione, Cristo nel monte la turba satione.
GIUNTE E CORREZIONI
Le laudi I, XV, XLV del cod. napol., pubblicato da me, com'ebbi ad av-
vertire altra volta in questo Giornale, XV, 313, si trovano anche nel cod.
capestranese XXXIII, ff. 376-436, illustrato da V. De Bartholomaeis (Ricerche
Abruzzesi I-IV^ nel Bull, dell' Ist. stor. ital., n° 8). — La laude XX si trova
anche nel cod. mare, ci. IX, 182, anonima, come rilevo dal Feist (Mittei-
lungen aus dlteren Sammlungen italienischer geistlicher Lieder^ in Zeitsch.
f. rom. Phil, XIII, pp. 115 sgg., n® 142). La laude XXIV ha molta somi-
glianza, se non è la stessa di quella citata dallo stesso Feist al n« 1069,
come esistente sempre anonima , nei codd. 307 NDl , 3409 ND della comu-
nale di Ferrara e nei marciani ci. IX, 324 e 77. — Altri codd. contengono
la laude LVU, che è, come dicemmo, del Bianco da Siena, e per essa v. anche
il Feist, al n® 686. — Nel vs. 49 della laude XLII, invece di « ca-sa de ora-
« tiene » leggi: casa de oratione ^ perché ivi si allude al biblico (Matteo,
XXI, 13): «Scriptum est: Domus mea domus orationis vocabitur ». — Fi-
nalmente alcune correzioni ed osservazioni del compianto Gaspary al testo ed
alle note delle laudi VI, XII, XIII, XVUI e XIX si trovano nella Zeitsch.
f. rom. Phil, XII, pp. 604 e 609.
Erasmo Pèrcopo.
(1) Nel ms. ò corretto dall'ittessa mano OMÌ: « Lande del beato Bernardino nanti alla nostra
« dopnna *.
DI ALCUNE IMITAZIONI E RIFIORITURE
DELLE
" AMCBEONTEE „ IN ITALIA NEL SEC. XVI
Le poesie dello pseudo Anacreonte, ciò è quel gruppo di odi
che Arrigo Stefano (1) trovò in un quaderno aggiunto al mano-
scritto dell'Antologia di Gefala posseduto da John Clemente in
Lovanio — oggi quella parte di manoscritto che le contiene è a
Parigi — furono, ancóra prima che pubblicate, note in Italia per
opera di quello stesso che dopo averle trovate se ne doveva poi
fare editore a Parigi nel 1554. Perché venuto egli fra noi, con
un po' di ciarlatanesco mistero le aveva fatte fiutare a' nostri
dotti, sollevando venti di dubbi e tempeste di discussioni si che
molti negarono che la maggior parte di quelle potessero attri-
buirsi al poeta di Teo: lo Stefano poi soltanto a Pier Vettori (2)
concedeva nel passar che egli fece per Firenze, di impadronirsi di
una [M. XI: Aercuaiv ai fvvaiKec, =z Dicono le donne]; cui il Vet-
tori s'affrettava a pubblicare in Firenze nel 1553. Ma prima della
scoperta dello Stefano, di queste odicine non era integralmente nota
che quella che Aulo Gelilo, erudito grammatico vissuto sotto An-
tonino Pio, aveva trascritto nelle Noctes Atticae, libr. XIX, cap. 9.
Quivi egli, descrivendoci una cena, racconta — rifò in italiano
(1) Vedi Valentino Rose, Anacreontis Teii quae vocantur symposiaca
emihiambia... Lipsiae, 1876. Prefazione.
(2) Vedi Luigi A. Michelangeli, Anacreonte^ ediz. critica, Bologna,
1882. Prefazione. Nel corso dell'articolo, per comodo degli studiosi italiani,
rimando a questa ediz., e la indico con M.
396 S. FERRARI
servendomi della stampa apud Gryphium, Lugduni, 1546 — che,
« poiché i giovanetti e le fanciulle furono fatti entrare [nella
« sala del convito], questi con far giocondo posero mano a can-
« tare molte àvaKpeóvreia , e saffiche, non che certe èXereia
« èpujTiKà di poeti recenti. Più che d' altro gli astanti furono
« dilettati versiculis lepidissimi Anacreoniis senis : i quali l'au-
« tore, per temprare alcun poco colla soavità delle parole e della
« musica la fatica e l'inquietudine delle veglie, volle trascrivere ».
(L'odicina trascritta è quella Alla coppa Tòv dprupov Topeuaa?
=i V argento avendo cesellato M. XVII). Nel 1542, non si sa-
peva annotare in altro modo questo passo che colle parole di
Pietro Mosellano (n. a Protog nel 1493; m. nel 1524), il quale
amplificava le parole di Gellio per le anacreontee , e seguiva
Snida per la vita del poeta : « Anacreonte , nato in Teo , fu
« poeta lirico che fiori circa al tempo di Policrate re di Samo.
« Cacciato primamente di patria, riparò ad Abdera nella Tracia.
« Lascivi negli amori dei due sessi. Scrisse odi, carmi convivali,
« e quelle poesie che per tutta lor propria e indicibile soavità
« pigliano il nome di àvaKpeóvieia ». Né dagli accenni di Orazio,
Od. I 17 e IV 9 e Epod. 14 , né dal passo di Cicerone , Tils-
culan. IV 33, 71, si può fermare che i latini conoscessero le poesie
che noi chiamiamo anacreontee, poiché le loro parole convengono
forse meglio al vero Anacreonte. E il Petrarca stesso, dicendo
nel quarto capitolo del trionfo d'Amore:
Alceo conobbi a dir d'Amor si scorto ;
Pindaro, Anacreonte che rimesse
avea sue rime sol d'Amor in porto;
non ebbe, credo, innanzi altre parole che quello delle TtcsctUane
< Anacreontis poesis fere tota amatoria est ».
Questo adunque era quel tanto che si sapeva e si conosceva
del poeta greco quando Arrigo Stefano, dopo avere stuzzicata
la curiosità ed aizzato il nervismo degli uomini di lettere, man-
dava fuori nel 1554 quelle poesie che nel manoscritto erano
dette di Anacreonte, e ne traduceva gran parte in latino. Due
ANAGREONTEE IN ITALIA 397
anni dopo Elia Andrea le ripubblicava ritraducendole in latino
tutte. In francese le voltarono (non tenendo conto di una tradu-
zione che lo Stefano accennò di aver fatta, ed è ignota) Remi
Belleau nel 1556, e nel 1559 il Bégard. Il Ronsard intanto, e
fu il primo di tutti , e i suoi seguaci con felice eleganza le pa-
rafrasavano, le imitavano, ne traevano intonazioni e movimenti,
le ricantavano; grati allo Stefano che aveva scoperto il nuovo
poeta, come il Ronsard stesso dimostrava nei versi [Nous ne
tenons en nostre main] :
Verse donc et reverse ancor
dedans ceste grand' coupé d'or:
je vay boire a Henry Estienne,
qui des enfers nous a rendu
du vieil Anacréon perdu
la douce lyre teienne.
Cosi abbiamo che già prima del 1560 (1) in Francia, quando essa
cominciava a salire la curva di sua grandezza, le odicine di che
teniamo discorso avevano fatto furore: e l'Italia, che quella curva
cominciava a discendere e alla sorella latina cominciava già a
volgere lo sguardo, doveva seguirla poco dopo nell'ammirazione
e nella imitazione del greco poeta, quantunque ella procedesse in
principio più freddamente, e, toltone il Tasso, con nomi più umili,
e con meno larghezza. Né, per questo, mi do tuttavia a credere
che le anacreontee non avrebbero avuto efficacia su di noi anche
senza l'esempio straniero e qualora lo scambio fra Je due lette-
rature e le relazioni fra i due popoli fossero state men ferventi,
che troppe graziette civettavano in quelle odicine, per poter
dubitare che ai rimatori dello scorcio del Cinquecento e a quelli
del Secento avessero uccellato in vano.
Quel vecchio Anacreonte incoronato di pampini e rubizzo, nel
contrasto delle rose del volto coll'argenteo dei capelli e il verde
delle ghirlande lor sopra , con in cuore Amore che facea da
(1) Vedi ciò che, da par suo, ne dice il Carducci nella prefazione ai Poeti
Erotici del secolo XVHI, p. x, Firenze, Barbèra, 1868.
Giornale tlorico, XX, fase. 60.
398 S. FERRARI
chioccia a mille altri Amorini, i quali non feriscono mai invano
ma leggermente, poiché la punta di lor frecce, già prima tinta
da Venere nel miele, trova poi tanta dolcezza di vino nel sangue
del trafitto da non riuscire mai a inacidirlo; come dovette pia-
cere al Cinquecento, verso la sua metà blando, e al Secento,
per il contrasto dei colori e per le piccole novità che veniva a
porre di moda! La rosa, la cicala, la colomba porgevano pure le
immagini non mai, o diversamente, usate; e nuove stradicciuole
consigliavano, le quali poi tutte dovevano mettere capo a quella
gran fiera della pazzia, che, per tre quarti almeno, fu l'arte nel
Secento. Un nuovo canovaccio, per cosi esprimermi, veniva pure
a porgersi a voler cantare le bellezze della donna, sul quale
nuovi ricami si potevano arzigogolare nel consigliarle all'amico
pittore che doveva colorirle; e nell'intarsio della coppa bei rilievi
poteva efl3giare l'amico scultore. Il vino poi, misto a un gio-
condo senso di epicureismo, che tutte smussa e lenisce le cure,
non aveva ancóra offerto agli italiani materia di poesia , onde
troppo era ben venuto quel vecchio Anacreonte, che il Ronsard,
nell'ode già citata, tratteggiava cosi:
A toy, gentil Anacréon,
doit son plaisir le biberon;
et Bacchus te doit ses bouteilles,
Amour son compagnon te doit,
Yenus et Silene, qai boit
Testé dessous lombre des treilles.
E un italiano di poco posteriore, Filippo Alberti, del quale do-
vrò toccare più innanzi , in un madrigale ove parla con Ana-
creoniej imitando una anacreontea, doveva in questo modo di-
pingerlo:
Di vino ebro e d'amore,
Anacreonte, sei.
Ma che? saper vorrei
se 'n questa tazza tua di puro argento,
ov' hai tuffato il mento,
più vin bevi o più Amor; che miri insieme
ANAGREONTEE IN ITALIA 399
sculto Batillo in essa,
che l'uva pesta e preme
e le sue labbra a le tue labbra appressa.
Ahi, che dir può chi di sé stesso è fuore
di vino ebro e d'Amore?
E finalmente il Marino nella Galleria [Venezia, Ciotti, 1620] do-
veva darne questo ritratto:
Anacreonte.
Cingetemi la fronte,
lauri, pampini e rose.
Date ad Anacreonte
giovinette amorose,
vezzi baci e bevande,
penne tazze e ghirlande.
Lieo, Febo, Battillo,
son ebro; ebro vacillo.
Furor, furor divino
mi rapisce, e desvia,
furor di poesia,
di lascivia e di vino,
triplicato furore.
Bacco Apollo et Amore.
Non mi fermerò a notare quel tanto di bene Che la scoperta di
Anacreonte e l'imitazione francese fecero alla nostra metrica; né,
<x)me servissero di sprone e di autorità a proseguire nel ricer-
-care e rifare dietro ad Anacreonte altre forme della lirica greca;
né dirò il male e il bene fecero all'arte: ma soltanto cercherò
<ii stabilire quando le anacreontee piacquero primamente fra di
noi: dalla qualità e dalla pluralità delle imitazioni risulteranno
ie simpatie del tempo.
Le prime imitazioni a stampa d' Anacreonte in Italia — se
non prime, fra le prime: difficile affermare in ricerche si mi-
nute — , imitazioni che alle volte toccano la traduzione, non fu-
rono, come dopo quanto si è detto potrebbe ritenersi naturale, di
400 S. FERRARI
quelle odi che apparivano più nuove o più vaghe, o trattassero
della rondinella, o celebrassero il vino, o dipingessero le bellezze
muliebri ; ma si bene di quelle che, data l'educazione del tempo,,
sembrava dovessero essere tralasciate, o adoperate con cautela;
dico delle odi in che Anacreonte ama ed ammira Batillo. Né
tale fortuna principalmente dovettero attribuire a qualche spe-
ciale loro grazia che avesse ferita la fantasia di chi prese a ri-
farle , si bene soltanto all'opportunità per la quale la scoperta
di Anacreonte e la fortuna sua in Francia si trovarono a con-
correre col sorgere e coll'al largarsi in Italia della poesia fìden-
ziana. Sulla quale essendomi io già fermato in altro articolo in
questo medesimo Giornale^ non occorrerà che spenda molte pa-
role: basti al bisogno ricordare, che il suo inventore, lo Scroffa,
volendo satireggiare il pedante Fidentio Giunteo da Montagnana,.
lo rese ridicolo, oltre che per la parlata, per il suo amore col
fanciullo: e che i suoi seguaci non già misero alla berlina una
persona viva e vera, com'egli aveva fatto, ma soltanto segui-
rono per accademia le orme del maestro, imitandone e l'inven-
zione e i modi. Ora accadde, che Ercole Fortezza, che fu il
primo a battere la via aperta dallo Scroffa, e quegli che la poesia
fidenziana cominciò a convertire di satirica in semplicemente
burlesca , pubblicando sotto il nome di Argyrogloito [l' altro-
si era detto Glottocrysio] i suoi cantici di séguito a quelli del
caposcuola, nel 1564, si staccasse da questo in ciò, che, lasciata
l'imitazione petrarchesca, si rivolgeva alle letterature classiche
e specialmente ad Anacreonte, poiché nell'amore del greco poeta
per Batillo egli trovava il riscontro coU'amore del suo finto pe-
dante verso il discepolo Eriletto. La stima per Anacreonte si era
già allargata fra noi , tanto che il Caro neir Apologia [1558]
lo citava alla pari col Petrarca, e i fidenziani poi in un capitola
uscito verso il 1560 lo avevano sentito invocare da Filippo Terzo^
uno dei loro, con molta enfasi:
Suaviloquia Musa Anacreontica
che porti il nome d'ogni viro egregio
da Tonda Occidentale a THelIespontica,
ANAGREONTEE IN ITALIA 401
scendi benigna dal tuo solio regio,
et teco duci la cava testudine,
honor de i vati et del Phebeo collegio...
Ercole Fortezza, pertanto, dopo aver derivato da Catullo il so-
netto :
Viviam, suaviolo mio, et con syncero
perfetto amor conglutiniamci in uno,
e i rumori del popolo importuno
abbiam per stolti et repugnanti al vero;
si rivolgeva direttamente all'imitazione di Anacreonte. Ed ora
ne toglieva un tócco, come questo [son. Posso ben noncupar
felice et fausto]:
... le caste Dive d'Helicona
Apollo et Bacco et le sylvestri Nymphe
mi texon di lor man verde corona ;
ora ne contraffaceva una immagine come negli ultimi due versi
di queste quartine:
11 crispo di fin auro erroneo crine,
la fronte più eh' intacta neve albente,
i nigri ocelli, il bel naso decente,
le genule di rose et di pruine;
la bocca che rinchiude peregrine
margarite de l'ultimo oriente,
il mento, il lacteo collo, ove sovente
ludendo van le Cariti divine;
ora poi con piena imitazione si serviva di una intera anacreontea
[Al MoOaai tòv "Eptuia = Le Muse VA more M. XXX] come qui
appresso ;
Legar le belle Vergini Hyanteae
l'altr' hier l'alite Dio, ch'in Cipro ha nido,
con rosei serti, che né i fior di Gnido
equan d' odor, né de le rive Enneae ;
et lo diero a un fanciul, che le Phoceae
lymphae si beve, et con famoso grido
va da l'Australe a l'Hyperboreo lido,
da Thule a le contrade Nabathaee.
402 S. FERRARI
La madre or cerca con extrema doglia
et seco porta molti bei munusculi
per redimer, se può, l'amato figlio.
Ma advenga che qualch'uno lo discioglia,
restarà non di men tra il nigro ciglio
e i labri, ond'escono unici verbusculi.
Dairimitazione di un'immagine passando adunque a rifare un*o-
dlcina, il rimatore si venne poi naturalmente ad imbattere a
quella fra le anacreontee che per un fidenziano doveva sem-
brare per avventura il fatto suo; io parlo di quella in cui si inso-
gna al pittore il modo di dipingere Batillo e che incomincia fpdqpe
jnoi BdGuXXov ouTUJ = Dipingi a me Batillo [M. XXIXJ ; e allora
il fidenziano, al nome del fanciullo greco sostituito Erilletto, e
Atene diventata Ferrara, doveva chiudere l'amoroso suo canzo-
niere con questo rifacimento nel metro della canzone petrar-
chesca e in quel suo stile di pedante, avendo l'occhio in rifare
alla traduzione latina di Arrigo Stefano: rifacimento da Ana-
Creonte che è il primo, dei finora conosciuti, comparso in Italia,
Sopra ogni altro excellente
' pittor, pingemi, come
io ti dirò, l'amato mio Herilletto.
Fingi primieramente
le nitidette còme
dentro nigre et superne d'auro schietto.
Et cogendo il negletto
e inordinato crinulo
cosi come a lui pare
qua et là dolce vagare
lassa il formoso et crispulo cincinnulo:
po' il roscido e tenello
fronte coroni fusco pilo et bello.
Sia il nigro oculo, parte
truculento et rubesto,
parte mixto di dolce almo sereno.
Quel dal rigido Marte,
da la dea mite questo
ANACREONTEE IN ITALIA 403
habbia che nacque al mar spumoso in seno;
tal che l'huom sia ripieno
in un medesmo punto
tutto di meto e spene.
Fa' di rose le gene
che lanugine molle vesta, a punto
come pomo, et rubore,
quanto più puoi, v'adiungi di pudore.
Ma non so ancor che vera
norma dar delle labbia :
falle tenere, et piene di Suadela.
Tutto insieme essa cera
et silenti© expresso habbia,
et dolcemente garrula loquela.
Sia il volto ampio, che cela
Amor. Ma preteriva
il bel di nive asperso,
et più ch'ebore terso
collo, non men di quel che deperiva
Paphie nel vago Adone,
vago che non può equare alcun sermone.
Fa' il petto che riluce
et l'una et l'altra mano
come marmo del nuntio di Giove:
le coxe di Polluce,
di Baccho il ventre plano,
et di sopra le coxe, ond'Amor piove
perpetuo fiamme nove,
fa' pube simplicetta
che già incipia di Venere desire.
Ma hercle! la tua arte è invidiosetta,
perché, quel che più importa,
che si veggan le terga non comporta.
Che bisogna mostrarti
in che modo dipingere
alfin tu debbi i candidetti piedi?
Io son prompto per darti
(et non mi lice fingere)
quel tanto di mercede che tu chiedi,
404 S. FERRARI
se questa che qui vedi
del fratel di Diana
elaborata imago,
refingi nel mio vago
Herylio ond' ho lento igne all'alma insana.
Tu, s*a Ferrara mai
andassi, da lui Phebo pingerai.
Tratta da estraneo a questo idioma nostro,
di\ ode, a chi ti legge,
che tua impolitia causa stretta legge.
Questa ode in questo senso e con questa posizione non doveva
più trovare imitatori in Italia, che, finito il genere fidenziano,
non aveva più ragione di essere, né si adattava ai nostri co-
stumi; tuttavia per quanto era possibile fu ripresa da Giuseppe
Patrignani — quello deW Anacreonte cristiano, sotto il nome di
Presepio Presepi — nella prima mota del Settecento colla can-
zonetta
Dandin, nobil pittore;
né oserei affermare, dacché i fiori della fantasia di troppo mi-
steriosi succhi si nutrono ed a svariatissime nozze si aprono com-
piacenti, che . pur non suggerisse qualcosa al Monti nella canzo-
netta sopra un fanciullo « 0 prima ed ultima ».
Neir ordine del tempo , sempre secondo le stampe , al fiden-
ziano, Tanno dopo, il 1565, seguono come liberi traduttori ed
imitatori Claudio Tolomei e Benedetto Guidi nelle Rime di diversi
nobili poeti toscani raccolte e pubblicate dall'Atanagi. Il Tolomei
rifece l'ode, già recata dal Gellio « Alla Coppa », e TAtanagi an-
notò « da Anacreonte »; la rifece con molta eleganza nelle frasche
che dovè aggiungervi perché il contenuto dei quattordici di-
metri giambici catalettici dell' originale si allargasse nei quat-
tordici del sonetto:
Non mi far, o Vulcan, di questo argento
scolpiti in vaga schiera uomini ed armi:
fammene una gran tazza, ove bagnarmi
possa i denti, la lingua, i labbri e *1 mento.
ANACREONTEE IN ITALIA 405
Non mi ritrar in lei pioggia, né vento,
né sole, o stelle, per vaghezza darmi:
non può '1 carro, o Boote allegro farmi,
ch'altrove è la mia gioia, e '1 mio contento.
Fa' de le viti; e da le viti intorno
pendin de l'uve: e l'uve stillin vino,
ch'io bevo, e poi da gli occhi ebbro distillo:
e 'n mezzo un vaso, ove in bel coro adorno,
coro più ch'altro lieto, e più divino,
pestino l'uve Amor, Bacco, e Batillo.
Un secondo sonetto invece, in cui l'arguzia del greco si mesce
al sospiro e alla frase petrarchesca , non è accennato dall' Ata-
nagi come derivazione d' altro poeta. Ma è l'anacreontea XLIV
pEòÓKouv òvap ipoxaZieiv] che il Michelangeli traduce:
Mi parca correre in sogno,
a le spalle avendo l'ali;
ed Amor, grave di piombo
i piedini graziosi,
m'inseguiva e mi giungea.
Che vuol dir sì fatto sogno?
Io mi penso voglia dire,
ch'impigliato in molti amori
me la scapolo da gli altri,
ma da questo non mi sciolgo;
e il Tolomei:
Dormiva, e mi parca dormendo l'ale
preste e veloci a' miei òmeri avere:
correndo le sentìa tanto leggiere,
ch'io non pensai trovar nel córso eguale.
Pareami Amor avesse un peso tale
di piombo a' pici, che sol potea sedere:
ei pur seguimmi, e con le man sue vere
mi prese, e '1 fuggir mio fu lento e frale.
Che velo è questo? è '1 vel che copre, o serra?
No '1 so: ma credo che di molti Amori
volando al ciel fuggito ho l'aspra guerra.
406 S. FERRARI
Ma or perch'io giammai non esca fuori
de la man sua, con lacci e piombo a terra
mi tira e lega; e vuol cosi eh* io muori.
Per Benedetto Guidi l'Atanagi osservò che il seguente sonetto
era « tolto da Anacreonte » :
Scherzava dentro a l'auree chiome Amore
de l'alma donna de la vita mia:
e tanto era il piacer ch'ei ne senti'a,
che non sapea, né volea uscirne fore.
Quando ecco ivi annodar si sente il core,
si che per forza ancor convien che stia:
tai lacci alta beltate orditi avia
del crespo crin per farsi eterno onore.
Onde offre infin dal ciel degna mercede
a chi scioglie il figliuol la bella dea
da tanti nodi in ch'ella stretto il vede.
Ma ei vinto a due occhi l'arme cede:
e t'affatichi invano, o Citerea,
che s'altri il scioglie, egli a legar si riede.
In vero è l'anacreontea a\ MoOaai tòv *'EpujTa, la stessa che abbiam
già vista ripresa in un sonetto fìdenziano. Il Guidi l'ha rinno-
vellata a modo suo, con « qualche leggiadro allargamento », come
osservava l'Atanagi a proposito dell'altro sonetto che egli dà per
una imitazione di Saffo, dietro, credo, allo Stefano, che le lodi
alla rosa le quali si leggono in Achille Tazio [scrittore greco
del sec. IVJ nel II lib. degli Amori di Clitofone e Leiccippe [Si
regem floribus constiticere lupiter voluissei ecc.], disse credersi
cosa di quella poetessa riferita in prosa : ed è il sonetto che in-
comincia :
Rosa gentil, se con l'odor che spiri...
« Allargamenti » che erano invece già state graziose truccature
che rimodernavano alla francese le immagini antiche e loro da-
vano certe mosse famigliari e certa freschezza onde parevano
muoversi in quel tempo disinvolte a tutto lor agio, quasi fossero
ANACREONTEE IN ITALIA 407
native; come si possono osservare nel Ronsard, che a paragone
del Guidi voglio qui riportare, dopo avere osservato che per
r invenzione il Ronsard si tiene più stretto al greco:
Les Muses lierent un jour
de chaisnes de roses Amour,
et, pour le garder, le donnerent
aux Graces et à la Beauté,
qui, voyant sa desloyauté,
sur Parnasse l'emprissonnerent.
Si tost que 'Venus l'entendit,
son beau ceston elle vendit
a Vulcan pour la delivrance
de son enfant, et tout soudain,
ayant l'argent dedans la main,
fit aux Muses la reverence:
« Muses, déesses des chansons,
quand il faudroit quatre rangons
pour mon enfant je les apporte;
delivrez mon fils prisonnier. »
Mais les Muses l'ont fait lier
d'un chaisne encore plus forte.
Courage donques, amoureux,
vous ne serez plus langoureux:
Amour est au bout de ses ruses;
plus n'oseroit ce faux gargons
vous refuser quelque chanson,
puis qu il est prisonnier des Muses.
Dopo il Guidi, Torquato Tasso. Questo maggior lirico del Cin-
quecento, in cui il senso della gentilezza, un po' troppo artifìziata
e levigata se vuoisi, si espande in continui fiori, si piegò alle
morljidezze e alle arguzie di Anacreonte ancóra prima del suo
viaggio in Francia ove conobbe ed ammirò il capo della pleiade,
e donde ritornava nel 1571. Anzi, se io dovessi tener conto del
tempo in cui certe poesie furono composte e non di quello in che
furono pubblicate, il che non è possibile oggi di fare, forse che
al Tasso avrei dovuto dare la precedenza sui poeti anteriori
408 S. FERRARI
per alcune derivazioni; dacché l'amico Angelo Solerli, che at-
tende alla ristampa critica di tutte le liriche del poeta, mi av-
verte che tre dei componimenti ai quali dovrò riferirmi furono
composti, due certamente ed uno probabilmente, prima del '64,
che è Tanno dell'imitazione del fidenziano. Ma volendo fare
adunque solo fondamento nelle stampe, noi non troviamo il Tasso
imitatore di Anacreonte che nel 1567 con una canzone ed un
sonetto fra le Rime degli Eterei, La canzone — il Solerti la pone
scritta certamente nel '61 — che comincia :
Amor, tu vedi, e non hai duolo o sdegno,
dice nella 2' strofa:
Ecco ch'io dal tuo regno il pie rivolgo (1),
regno crudo e infelice: ecco ch'io lasso
qui le ceneri sparte e '1 foco spento.
Ma tu mi segui e mi raggiungi, ahi lasso!
e per fuggirti indarno il nodo i' sciolgo,
ch'ogni córso al tuo volo è pigro e lento.
Già via più calde in sen le fiamme sento,
e via più gravi al pie lacci e ritegni,
e come a servo fuggitivo e ingrato
qui sotto il manco lato,
d'ardenti note il cor m'imprimi e '1 segni
del nome a forza amato...
Quasi quasi in questa strofa la derivazione dallo anacreontee ci
sfuggirebbe se il Tasso stesso non l'avesse avvertita annotando
« Imita Anacreonte », ed allegando l'odicina « *'Ev icJxioi? )ièv
iTTTToi [Nelle cosce i cavalli M. LVJ »; annotazione e allegazione
che van ricercate nella preziosa stampa definitiva di sue rime che
egli pubblicò in Mantova nel 1592 e ripubblicò coli' aggiunta della
3' parte in Brescia nel '93. Stampe, dico, preziose, perchè in quelle
egli confessò e dichiarò quel tanto che ei doveva agli altri poeti
per le immagini e per le mosse. VI convengono fra i greci
Pindaro, Saffo, Simonide, Teocrito, ed in ispecie Anacreonte. Ma
(1) Séguito la lezione che piacque al Tasso quando stampò queste poesie
tra le citate Rime degli Eterei.
ANACREONTEE IN ITALIA 409
in questa canzone è del poeta di Teo soltanto un accenno ; e ciò
si potrebbe ripetere per i sonetti:
1) Giovene incauto e non avezzo ancóra
2) 0 felice eloquenza, avvinta in carmi ;
uscito il secondo nella raccolta tassesca di Rime e Prose, P. I,
Venezia, Aldo, 1581; e il primo nell'altra dì Mantova, P. I,
Osanna, 1592. L'imitazione più larga è da ricercarsi nel secondo di
quei componimenti che ho detto stampati fra le Rime degli Eterei,
ed è quello che il Solerti crede probabilmente composto fra il 1563
e il '64:
Stavasi Amor, quasi in suo regno, assiso
nel seren di due luci ardenti ed alme,
mille vittrici insegne e mille palme
trionfali spiegando entro '1 bel viso.
Quando rivolto a me, ch'intento e fiso
mirava le sue ricche e altere salme,
disse: Canterai tu come tant'alme
abbia, e te stesso ancor vinto e conquiso.
Né tua cetra sonar Tarme di Marte
più s'oda mai; ma l'alte e chiare glorie
e i divin pregi nostri, e di costei.
Cosi convien, ch'or ne l'altrui vittorie
canti mia servitute e i lacci miei
e tessa de' miei danni istoria in carte.
In questo sonetto si fa sùbito notare il modo con che è fatta
l'imitazione, che è simile a quella già osservata nel Guidi. Né
io posso negare al Tasso di esporre in persona i suoi intendimenti
artistici in proposito, e di confessare, senza travasarne il senso
nelle mie parole da che anacreontea abbia imitato, poiché tali cose
egli ci volle scoprire nelle stampe di Brescia e di Mantova sopra
lodate. In esse ristampando egli il sonetto or ora riportato con
questo argomento, Dice d'aver veduto Amor ne gli occhi de la
sua donna, il quale gli aveva comandato che non cantasse più
la vittoria d'altrui, ma quella di lei e la sua propria servitù,
seguita dichiarando « Imita Anacreonte il quale due volte tratta
«questo medesimo soggetto: prima in quei versi [M. I]:
410 S. FERRARI
QiXuì XéYCiv 'Arpciba^ (1),
QéXvj bé Kdò|iov ^beiv
à 3óp3iTO^ òè xopbaì<;
'EptuTa MoOvov ^xe«-
< [Voglio dire gii Air idi, Voglio cantare Cadwo: Ma la Cetra
« dalle corde Amore soltanto rende]. Ma il nostro poeta che scrive
«ancóra d*aUre materie, non può obbligarsi a questo concetto,
« a guisa di servo imitatore, ma libero nell'imitazione, segue più
« tosto gli altri versi di Anacreonte, non molto da questi dissomi-
«glianti; come il dotto lettore potrà conoscer leggendo fM.XVI];
lù niv XéT€i<; Tà 0fiPn<;»
6 b' aO <l)puYd>v àuTd<;,
iyùj b' èpàq àXiJb(J€i(;.
<i[Tu dici le guerre di Tebe Altri quelle dei Frigi Ed io le mie
< disfatte]. Fu trattato parimenti questo luogo fra' latini, dal Na-
« vagero in questa guisa :
Qui modo ingentes animo parabam...
« Ma non so la cagione per la quale egli taccia d'Anacreonle, o
« dissimuli ».
Nel metro della canzone riallargava Tanacreontea alla Coppa,
che era già in Aulo Gelilo, e che abbiam vista in un sonetto
del Tolomei; ma quando quella componesse, non sappiamo; perché
fu edita soltanto nel 1666 dal Poppa [Opere non più stampate
del signor T. T., II, 140], né il Solerti l'ha ritrovata in alcun
manoscritto:
Tu ch^agguagliar ti vanti
d'antichissimo fabbro arte o lavoro,
dando vita all'argento e spirto a Toro;
benché nudi giganti
non faccian risonar d'intorno il monte,
né s'affatichi qui Sterope e Brente;
non chieggio elmo, né scudo,
né lorica ond'io copra il petto ignudo,
(1) Essendo scorrettissimi nella lezione i versi greci citati dal Tasso, cor-
reggo tenendo davanti Tediz. di Anacreonte data da Elia Andrea.
ANAGREONTEE IN ITALIA 411
per andar poi lontanò
da questa gloriosa antica sponda,
là 've ritarda il gelo il córso a l'onda,
e '1 vinci tor romano
di Cesare pareggia il nome e l'opre,
e quasi la sua gloria oscura e copre ;
pur non dimostra orgoglio,
chiedendo allori e carro in Campidoglio:
ma del più fino argento
fammi lucente vaso, onde s'estingua
la séte de l'accesa e stanca lingua;
e non mi dia spavento
leon di stelle sparso, o fero drago,
0 gran centauro, od altra irata imago;
ma sol l'aquila e '1 cigno
splendan con vago aspetto e con benigno.
O vi dipingi Amore,
non com' ei spiega le dorate penne
dal lucid' elmo là dond' ei se 'n venne ;
né con l'acceso ardore
del folgore minacci, o pur con l'arco,
onde ci fere, anzi n'uccide al varco;
ma senza fiamme e strali,
e tutte d'oro sian le chiome e l'ali.
E '1 circondi la rosa,
la rosa ch'è d'Amor premio e corona,
corona ond'egli gloria or toglie or dona;
gloria che vive ed osa
trar l'uom già morto fuor d'oscura tomba,
e muta lingua inspira e muta tromba;
e con la rosa avvinto
faccia aurei pregi insieme il bel giacinto.
E tu, Febo, l'instilla:
sia quasi fonte il vaso,
e *1 verde colle il nostro allo Parnaso.
A molte imitazioni doveva poi dare occasione l'anacreontea in
discorso: qui basti ricordare quella di Gaspare Murtola che nel
1601 pubblicando le sue Rime, colla stessa libertà già usata dal
412 S. FERRARI
Tasso, ma di suoi secentisti arabeschi fiorettandola, riprendeva
Tanacreontea : cosi nella prima strofa:
In questo bel cristallo
spiega Topre tue e l'arte,
saggio fabro de' fini e bei colori;
col minio e col corallo
discopri a parte a parte
mille tue varie tempre e mille ardori;
siano gli argenti e gli ori
al bel lucido seno
chiare pompe amorose,
vaghezze preziose:
qui adopra il tuo pennel, qui un bel sereno
ormai per te risplenda,
e ciò che a te paleso arda e s'accenda.
Le strofe VII e Vili mostrano meglio il Secentista:
E perché ancor non creda
che sol con puri e schietti
liquori tempre l'ardor mio vivace,
si discopra e si veda
Iri che in sé perfetti
nembi d'acqua ritegna,e la mia face
renda anco essa fugace;
e se ancor più vaghezze
brami, confondi e mesci
stelle insieme, aurei pesci.
Il cielo io qui vedrò, qui le ricchezze
de l'ocean profonde
tra vaghi frutti ognor tra vaghe sponde.
0 che mar dolce! o quale
vaghezza aver per nave
due labbra, e per antenna un'amorosa
lingua, cui preste l'ale
il core! o che soave
ondeggiar, s'ha per scorta luminosa
chiara stella spumosa!
Quivi languir più tosto
LE ANACREONTEE IN ITALIA 413
credo bramassi, o fido
Leandro; quivi il lido,
Ariadna, mirar; quivi al sol posto
cadere, Icaro; e conte
far le tue faci in questo mar, Fetonte.
Per ritornare al Tasso, e per starmi pago delle imitazioni di
maggior conto, riporterò altri quattro sonetti cogli argomenti e
colle annotazioni, sicuro che al lettore non dispiacerà di rileggerli
meco, tanto sono eleganti e al caso.
1) Loda il 'pittore che ritrasse la signora Marftsa d'Este.
[Il pittore era Giulio Nuti; quattro altri sonetti avevano presa
ispirazione dal medesimo ritratto. — Pubblicati la prima volta in
Firenze nel 1582 « sopra un ritratto dell'Ili"^* et EccelP* Signora
« D. Marfisa d'Este Cibo Marchesa di Massa ecc. »] :
Dipinto avevi l'or de' biondi crini,
e de le guance le vermiglie rose,
e quella bocca, in cui Natura pose,
quasi caro tesor, perle e rubini.
E '1 bianco petto, e i suoi dolci confini,
e mille vaghe altere e nuove cose
in prima non vedute, or non ascose,
e volevi ritrar gli occhi divini.
Ma dicesti fra te — La terra e '1 mare
non ha color, ch'esprima il puro lume,
né '1 temprerfa, se rinascesse, Apelle.
Pur, chi formar li vuol, poggi a le stelle,
che santo Amor gli presterà le piume,
e furi al Ciel le fiamme sue più chiare.
Il poeta, dopo aver confessato di essersi ricordato del Petrarca
Ma certo il mio Simon fu in Paradiso ecc. , termina « Ma il
< Petrarca medesimo imitò Anacreonte, ne la scultura di Venere
« nel Desco, il qual disse [M. LI] :
fipa Ti<; luirepGe Xeuxàv
àiraXàv xàpal^ KuTrpiv
vóo<;, éc; Geoùc; àepGeU
ILiaKÓpujv (piicrio<; ópx^v...
Giornale storico^ XX, fase. 60. 27
414 S. FERRARI
[Dunqite alcuno scolpi la bianca morbida Cipride principio
della stirpe de' beati: alcuno oso di innalzarsi fra gli Dei ...].
Ma il Tasso adorna questo concetto col principio del fuoco in-
volato da Prometeo ».
2) Dichiara con la similitudine del fuoco e del fonte come
da un Amore nascessero m^lti Amx)ri. [Stampato esso pure
in Mantova nel 1592 — il Solerti lo crede composto probabilmente
fra il '63 e il '64] :
Voi, che pur numerate i nostri amori,
e per saldar la mia ragione antica,
qual mi fosse benigna, e qual nemica,
e le mie vecchie colpe, e i novi errori:
non ha tanti l'aprile erbette e fiori,
né questo lido e questa piaggia aprica
ha tante arene, ove più '1 mar s'implica,
né tanti bella notte almi splendori;
quante per le mie pene in breve gioco,
e quante le mie fiamme, e '1 cor nudrille
pur come faci d'un medesmo foco:
e sparse un fonte sol le dolci stille,
ma non spense l'arsura o tempo o loco,
d'Amor nascendo Amori a mille a mille.
Nelle Annotazioni avverte « Nei due primi quaternari imita
« Anacreonte. I versi di A. son questi [M.XXXII] :
€1 q)iiXXa iràvra òébpujv
èrrioTaaai Kaxenrelv.
€1 i^iiaGOùbec; €Ùp€W
TÒ xf\c, t\r\c, eaXàaan<;
aè tOÙV èflOÙV £plI)TUIV
ILióvov ttoOj Xoyiot/|v.
^{Se le foglie tutte degli alberi Puoi numerare , Se le arene
< trovare Di tutto l'oceano, Te de' miei amxyri Te solo fo com-
<f^putista\. Ma ne* terzetti lascia l'imitazione, e va poetando di
« propria invenzione, e con vagbe comparazioni, che possono
« esprimere il suo concetto ».
LE ANACREONTEE IN ITALIA 415
3) Assomiglia il suo amore ojcceso ne gli occhi de la sua
donna al fuoco che s" accende ne lo specchio. [Edito la prima
volta fra le sue Rime e Prose, Parie III, Venezia, Giulio Va-
salini, 1583]:
Qual da cristallo lampeggiar si vede
raggio» ch'accender suole esca repente,
tal de' begli occhi vostri il lume ardente
ch'a me da voi risplenda, a voi se 'n riede.
Specchio son io, di beltà no, di fede,
puro ed informe e sol a voi presente,
fatto sono da voi bello e lucente,
de la vostra beltà che mia si crede.
E se non ch'assai spesso il duol la fronte
mi turba, e turba in me la vostra imago,
n'arderian fiamme più vivaci e pronte.
Ma qualunque io mi sia, torbido o vago,
son vostro specchio, e lacrimosa fonte.
Oh miracol d'Amor, possente mago.
con r Esposizione « Assomiglia sé stesso a la fonte, come prima
« aveva fatto a lo specchio, anzi più tosto dice d'esser già tras-
« formato in ispecchio et in fonte, imitando in ciò Anacreonte,
« il quale tra le molte tramutazioni ch'egli desidera di fare,
« numera queste due: ma l'affetto del poeta è maggiore, perché
«afferma d'essersi tramutato in quelle forme, ne le quali Ana-
« Creonte desidera di trasformarsi : i versi d'Anacreonte sono
< questi |M. XX: 'H TavidXou ttot IcTiri = La Tantalide stette']:
5 ètdj b'ÉcJOTTTpov eiTìv,
ÒTTUjq del pXéTrr]c; |ii€*
bfÙì XlTlbv T€VOl|Ll€V,
Sttiu^ del cpopfl^ |li€...
< [Io specchio mi farei Perchè sempre guardassi me. Io veste
< diverrei affinchè sempre mi portassi] ».
4) Paragona Amore a la Rondinella mostrando come
faccia nido nel suo cuore. [Stampato la prima volta nella prima
parte delle Rim£, Mantova, Osanna, 1592]:
416 S. FERRARI
Tu parti, 0 rondinella, e poi ritorni
pur d'anno in anno, e fai la state il nido:
e più tepido verno in altro lido
cerchi su '1 Nilo, e 'n Menfi altri soggiorni.
Ma per algenti, o per estivi giorni,
io sempre nel mio petto Amore annido,
quasi egli a sdegno prenda in Pafo e *n Onido
gli altari e i tempi di sua madre adomi:
e qui si cova, e quasi augel s'impenna:
e, rotta molle scorza, uscendo fuori,
produce i vaghi e pargoletti Amori.
E non gli può contar lingua né penna,
tanta è la turba: e tutti un cuor sostiene,
nido infelice d'amorose pene.
A questo sonetto pure il Tasso annotò: « Imita Anacreonte in
< que'versi dov'egli parla similmente alla rondinella fM. XXXIIIJ:
èxrioiri ^oXoOaa,
e^p€l irXCKCK KttXlflV,
Xeiinùivi ò* eie; fiqpavxoc;
f\ NetXov fi 'iti MéMqpiv
€ [Tu, amata rondine, Ogni anno tornando Tessi il nido d*e-
€ state In inverno ripari Sul Nilo o a Menfi] ».
Studiando le imitazioni fatte dal Tasso, abbiam visto come volen-
tieri egli faccia rifiorire quella mossa anacreontica con che s'invita
il pittore a dipingere le bellezze dell'amata, o con lui si parla, e
abbiam visto come egli sappia modificarla opportunamente. Quella
mossa doveva poi diventare uno dei luoghi comuni nella parte
decorativa della lirica del Secento, e doveva rifrangersi per entro
ai yetruzzi colorati ove quei poeti atteggiavano le loro immagini
in mille modi. Intanto un contemporaneo del Tasso, prima ancóra
che questi stampasse i suoi componimenti, rifaceva con altra inten-
zione tutta l'anacreontea al pittore per ramata [in M. la XXVIII],
la quale cosi a noi sonava «Or su, pittore eccellente, maestra
< dell'arte rodiana , dipingimi come io ti descrivo la mia amica
LE ANACREONTEE IN ITALIA 417
■< lontana. In prima, le chiome morbide e nere e, se la cera lo
« permette, olezzanti. Dalla radice delle guance sotto ai capelli
«lucenti [purpm^ei] pingi una fronte d'avorio. Lo spazio fra
«ciglio e ciglio né spezzare né unire, ma sia nella pittura,
«come è veramente in lei, insensibilmente congiunto. L'occhio
« poi sia fatto col fuoco stesso; glauco come quello d*Atena, lan-
« guido come quello di Afrodite. Pingi il naso e le gote tritando
« rose con latte. Il labro, simile a quello della Persuasione, pro-
^ vochi i baci. Sotto il delicato mento e in giro per l'alabastrino
« collo volino le Grazie tutte. Sul restante del corpo gittale pur-
« purei pepli, ma traluca un tal poco delle carni per saggio.
« Fermati : io già la vedo. Forse, o cera, ancóra parlerai ». II
poeta che la riprendeva era Giuliano Goselini. Nella Dichiara^
tione di alcuni componimenti, che pubblicò a Milano nel
MDLXXIII — la prima stampa della poesia non ho trovata
— veggo una canzone, sul metro di Chiare fresche e dolci
acqiie, che per T appunto ricanta T anacreontea in discorso ;
se non che dalle bellezze naturali della donna trae argomento
per lodarne le morali, che quelle sono segno di queste, come
mostra nella Dichiarazione ivi aggiunta: « Al Dipintore, che
« s'apparecchia di ritrar la sua donna, ragiona l'autore in questa
< canzone, e gli dice, Anacreonte imitando, tutto quello che per
« doverla fedelmente ritrarre, egli deve osservare. E perché co-
« loro che di simil soggetti composero , hanno per lo più tócco
« le parti del corpo, e poco o nulla quelle de l'animo, e l'autore,
«all'incontro, è tutto vòlto a laudar queste come primiere, e
« da gli effetti che fa in lui la bellezza esterna, vuol dimostrare
« la interna bellezza, allontanandosi da l'uso comune ecc. ». Per
saggio, bastino le due prime strofe:
Saggio pittor, se vuoi,
se pur tanto alto aspiri,
ridolo mio ritrarre a parte a parte;
entro a' begli occhi suoi
accendi i tuoi desiri,
ch'ivi t'insegna Amor la tempra e l'arte;
418 S. FERRARI
ìndi lascia in disparte
ciò che vedesti mai,
perché la rimembranza
di qualche altra sembianza
non ti faccia mirar più basso assai:
ch'a questa nova dea
nova forma conviensi e nova idea.
Le chiome d'or lucente,
d'alabastro la fronte,
di zaffir gli occhi, e gli altri pregi tali,
son come faci spente
poste con l'altre conte
bellezze sue; son doti umane e frali;
son opere mortali:
che sotto a l'uman velo
altra beltà risplende;
e non ben si comprende
da chi non s'alza contemplando al Cielo.
Al Ciel, che raro dona
quei raggi, ond' ella sola oggi ha corona . . .
E per ristringermi a pochissimi esempi , ecco come questi con-
cetti faceva rifiorire a suo modo in un madrigale Alberto Parma,
nelle aggiunte alle Rime Piacevoli del Caporali ecc. [Venezia,
1587]:
Opra, saggio Pittore,
nel ritrar la mia donna a parte a parte,
più di pietà che d*arte.
Tempra pur col disegno
mentitor, ma ministro a me di pace,
del bel volto lo sdegno
che men bello lo face;
che se '1 fingi men fello,
lo fingerai più bello.
Ma rifacimenti veri e propri con maggiore o minore originalità
puoi trovare in Vincenzio Gatteschi, fiorito al principio del se-
colo XVII, nella canzonetta ove
Invita Santi di Tito a ritrarre Lidia, e glie la descrive:
LE ANACREONTEE IN ITALIA 419
' Prendi, Santi, il pennel d'oro;
e nell'altra del Monti:
Lo san Febo e le Dive;
e, in fine, nelle due di Gabriele Rossetti:
1) Siedi, i pennelli appresta
2) Deh, tu perdona, Amore.
In quanto al Goselini, prima di lasciarlo, avverto ancóra che
nelle Rime [ho davanti la 3' ediz. ampliata, Milano, MDLXXIV]
derivava poi la anacreontea [M. XIV: SéXw eéXuj cpiXfjcrai =
Voglio voglio amare]:
Mentre, perch'io pur v'ami, Amor mi tenta,
e con dolci lusinghe, e dolci sguardi
mi dice — Or se per questa omai non ardi
ben hai di gloria ogni favilla spenta; —
io pur di ghiaccio m'armo; ond'ei m'avventa
d'un in un tutti i suoi dorati dardi.
r fuggo, ei segue; e son suoi colpi tardi
si che 'ndarno mi tira e mi spaventa.
Irato al fin, poi che non ebbe altr'arme,
vibrò sé stesso; e qual saetta ardente
mi colse — ahi lasso! — ove mi stempra e 'ncende.
Cosi vinto conven ch'or mi disarme;
che stolto è ben chi fuor s'arma e difende,
se già ne l'alma il suo nemico è tardo.
Ritorniamo al fidenziano Ercole Fortezza. Ristampandosi nel
1586 i suoi cantici pedanteschi, attorno a quella canzone ad Eri-
letto, si trovano raggruppati alcuni altri madrigali, ma non in
pedantesco, tino è l'anacreontea Mr| )li€ q)iJTi;ì?, ópuJcra = Non mi
fuggire, vedendo [M. XXXI Vj:
Perché l'ottavo lustro il capo e '1 mento,
spezi'osa Licori,
a me sparga d'argento,
Ebe propizia a te le chiomi indori;
non sprezzar miei amori :
mira tra i fior vermigli
come s'implican ben candidi gigli.
420 S. FERRARI
Questo motivo, già più volte ripreso da Anacreonte medesimo
e variato di poi le mille volte nel Secento, e già gradito al Tasso
nel son. Donna se ben le chiome ho già ripiene, ci riporta a
Filippo Alberti, del quale abbiam già visto il ritratto di Ana-
creonte. Perugino, ed accademico insensato, prima ancóra di rac-
cogliere le sue poesie [di cui conosco una stampa del 1603 presso
Giovanbattista Ciotti, senese, con lett. dedicatoria del 1600], ne
faceva pubblicare un gruppetto in quell'aggiunta alle Rime pia-
cevoli del Caporali, le quali abbiam visto più sopra. Quando il
gruppetto apparisse la prima volta non so: la mia stampa è del
1587, ma è dichiarata come « quarta impressione ».
Nell'Alberti l'imitazione d'Anacreonte rasenta, come in altri,
ora più ora meno la traduzione : da notarsi è che egli si vale di
nuovi metri , lasciando il sonetto e la canzone petrarchesca. In
prima ci presenta 1' amante canuto che abbiam visto già fatto
madrigale nel Fortezza:
Non mi fuggir, ben mio,
perché m'imbianchi il pelo orrido verno;
non mi fuggir, per dio,
non m'aver, Glori, a scherno,
perché nel viso tuo dolce e gentile
pinga le rose aprile.
Non vedi, oimè, come il color vermiglio
col bianco si conface, e come al giglio
la rosa amorosetta
s'annoda e stringe in vaga ghirlandetta?
Uniàn dunque le rose e i gigli insieme,
dolce del mio cor speme.
Al madrigale l'Alberti faceva seguire l'ode, rifacendo nel metro
dell'epodo — che già con altro ordine di rime era piaciuto al Tris-
sino traducendo nella Poetica un'ode di Orazio — l'anacreontea
alla rondinella, essa pure già gradita al Tasso:
Per ch'io pianga al tuo canto
rondinella importuna, inan/.i '1 die,
da le dolcezze mie
tu pur cantando mi richiami al pianto.
LE ANAGREONTEE IN ITALIA 421
0 come invida sei!
invida si ch'ai mio bel sole in seno
or sarei leto a pieno
e vedrei giunti a riva i desir miei.
M'hai pur, ladra, rapito
la donna mia tra queste braccia stretta:
ah ladra rondinetta,
m'hai pur d'ogni mio bene impoverita !
È questa la mercede
del caro albergo ove sicura puoi
gli amati figli tuoi
nodrir, ospite ingrata e senza fede?
Poss'io morir penando
se non ti tronco l'empia lingua e fera;
garruletta straniera,
se non ti pongo da' tuoi nidi in bando.
Ma che? dal sonno oppresso
invan teco mi doglio; ebro vaneggio;
già me ne pento, e veggio
che son, misero me! fuor di me stesso.
Con chi, con chi m'adiro?
teco cui forse è la mia gioia ascosa,
mentre cara e pietosa
credi allentar col canto il mio martire?
Tu, noia dolce amara
lasso! mi dai: tal la mi desse Amore:
forse col mio dolore
tregua farei talor bramata e cara.
Che per timor del verno
or vieni, or vai, cangiando cielo e nido:
ma questo crudo infido
s'è fatto nel mio core un nido eterno.
Mille e mille Amoretti,
questi da quei nascendo, uniti insieme
stansi, e l'un l'altro preme
com'api ne' lor dolci almi ricetti.
Anzi i favi api tante
non han quant'io nel seno Amori accolgo;
fatto è d'Amori un volgo,
ma non son io però volgare amante.
422 S. FERRARI
Altri è nel guscio involto,
altri già spiega per volar le piume,
altri, che noa presume,
si sta su i vanni timidetto e stolto.
Tanto il numero cresce,
che '1 numer scemo se contarli io tento.
0 che susurro sento!
0 che bisbiglio si confonde e mesce!
"Vie di te più loquace,
peregrinetta mia, son fatto omai,
né t'ho detto i miei guai;
ecco ch'io taccio: su, rimanti in pace.
Il Secento poi, al solito, ne convertiva l'invocazione in ma-
drigali. Eccone uno del Murtola:
0 vaga rondinella,
quanto quanto desio
co '1 tuo stato cangiar lo stato mio!
Tu garruletta e bella
voli scherzi e t'aggiri;
io sol pianti e sospiri
mando: tu aprile eterno
hai sempre, io sempre verno.
E questa anacreontea e l'altra alla cicala dovevano poi dare
la spinta ai rimatori del secolo decimosettimo per tutte le invo-
cazioni e i raffronti coi quali misero a bottino tutto il campo
della zoologia, persuasi che la poesia se ne avvantaggiasse.
Ed ora che ho dato conto, cogli esempi del Fortezza del To-
lomei del Guidi del Tasso del Goselini e dell' Alberti , di quelle
imitazioni e rifioriture italiane delle anacreontee nella seconda
metà del Cinquecento che a me sono note, prima di far punto
avverto che se mi son lasciato andare a qualche scorreria nel
Secento, ciò ho fatto quasi per necessità; non essendo mia
intenzione di entrare in quel campo, poiché prima bisogne-
LE ANAGREONTEE IN ITALIA 423
rebbe fare lungo discorso sull'imitazione di Anacreonte in Ga-
briello Ghiabrera, la quale, per una parte, si manifesta in
quelle rime che sotto il nome di Scherzi pubblicò in Genova
per il Pavoni nel 1599. Si dovrebbe anzi, qualora si volesse pre-
star fede alle parole del suo amico Ambrosio Salinero, colle
quali egli accompagnò quella stampa, dire il Ghiabrera il primo
imitatore di Anacreonte:
Questi da Tebe per novel sentiero
portò primier sull'Arno eccelsi allori;
ora porta da Teo teneri amori
su le rive dell'Arno anco il primiero.
Né in vero, non ostante ciò che siam venuti osservando, ciò sa-
rebbe da rigettarsi senza maturo esame ; ma prima occorrerebbe
intendersi. Se dicendo che il Ghiabrera imitò per il primo
Anacreonte si intenda soltanto dire che egli per il primo lar-
gamente e di proposito volle, seguendo il greco, esprimere i
suoi concetti amorosi o graziosi e il suo culto per il vino, con
locuzione facile , con modi briosi , con immagini di piccolo di-
segno e gentile nei metri brevi , ciò , a mio credere, sarebbe
ben giusto: ma tal genere d'imitazione è ben differente da
quella che ha fornito materia al mio discorso, e che si è vista.
Il Ghiabrera ben di rado ha un'immagine, ha una mossa di Ana-
creonte , né lo rifa poi mai : egli sente Anacreonte attraverso
allo spirito francese, ed alla Francia deve inoltre l'impulso dei
nuovi metri, benché ciò egli non confessi mai apertamente: egli
sa mantenersi originale, e più rispetto al greco che ai francesi.
Se non che avendo còlte alcune delle caratteristiche più spe-
ciose che si ravvisarono in Anacreonte, accadde poi che gli ita-
liani chiamarono anacreontiche, non le poesie fatte ad imitazione
del greco poeta, ma quelle che seguirono i modi con che il
Ghiabrera aveva creduto nelle sue odicine amorose e leggiere
di rifare Anacreonte: onde che il padre Ireneo Affò nel prege-
vole Dizionario precettivo credè di poter ammonire : « Tre cose
« vi si richieggono pel comporre anacreontico, ciò è versi brevi.
424 S. FERRARI
«come sono i quinari, senari ed altri; uno stile tutto grazia,
« dolcezza e brio, che imiti la greca semplicità; ed argomenti
« piacevoli e teneri, non parendo questa poesia atta a cose gravi,
€ torbide ed aspre >. Ma con tali modi non si compongono pro-
priamente odi sul genere del vero Anacreonte, e soltanto in
parte sul genere delle anacreontee; si bene delle odicine, che
sarebbe meglio chiamare chiabreresche, perché fatte nell'uso e
nel gusto del Ghiabrera.
Severino Ferrari.
COMUNICAZIONI ED APPUNTI
GIUSEPPE CHIARINI. — Gli amori di Ugo Foscolo nelle sue
lettere. Ricerche e studi. — Bologna, Zanichelli, 1892. —
Due volumi. I, Studio storico critico (8°, pp. xi-638); II, Lei-
tare (pp. 561).
Nel proemio all'opera sua il Chiarini dice che il suo discorso non è una
semplice narrazione storica, ma un discorso in gran parte critico, ed anche-
polemico. Dovendo esporre opinioni sue, contrarie talora a quelle degli scrit*
tori che lo hanno preceduto, era naturale, aggiunge egli, che le sostenesse
con tutti gli argomenti che gli si porgevano acconci (1, ix-x). Se non che
il Chiarini, dimenticando che « una delle doti più necessarie al critico » è
« la serenità » (I, 540), sostenne le sue opinioni con argomenti acconci e
con non acconci; persino con le ingiurie. Le ragioni degli altri il più delle
volte non sono ragioni, taluno anzi de' suoi contraditori è incapace d'inten-
dere ragione (cfr. I, 546). Che se talvolta è pur costretto a riconoscere il suo
errore, o si perde in chiacchiere per avere le attenuanti; o aggiunge cavilli
a cavilli per offuscare il vero. Inoltre, mentre professa di scrivere la storia
degli amori del Foscolo, quale gli risulta dai documenti che riusci a racco-
gliere (I, 54), si lasciò andare alle più strane congetture; e un intero capi-
tolo è « in gran parte (io direi tutto) congetturale » (I, 540). Non è dunque
da maravigliarsi se il capitolo primo, il secondo e il quinto, in cui si trat-
tano ardue questioni, perchè non abbondano i documenti de' quali alcuni non
sono di facile applicazione, e perchè il Chiarini ebbe de' contraditori, sieno-
i più difettosi dell'opera: anche il sesto, benché sia stato riscritto, non è
senza gravi mende.
Il capitolo primo, intitolato Laura, fu pubblicato « con poche modifica-
< zioni di forma, nella Nuova Antologia del 16 agosto 1890 » (I, 539); e al
Chiarini risposi io con l'opuscolo La Laura di Niccolò Ugo Foscolo (To-
rino, Roux e C, 1891). Il Chiarini legge sempre i miei « libri noiosi » (1, 552),
noiosissimi anzi a lui, perchè « il leggere i libri altrui è cosa quasi sempre
« noiosa •» (Rivista critica della lett. ital., VII, 5, 131), e perchè i miei libri
mettono spesso in mostra i suoi errori. Adunque il Chiarini lesse « attenta-
ci mente, non senza un po' di fatica, le cinquantaquattro pagine dell'opuscolo
426 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
€ del Martinetti le rilesse due volte » ; ma dalla triplice lettura ei non
ritrasse nessun profitto per il suo capitolo su Laura : questa volta « la mano
€ dell'egregio critico era stata poco felice; la ciambella non era riuscita col
« buco » (1, 540).
Se non che « le chiacchiere — come c'insegna lo stesso Chiarini — non
€ fanno farina » (I, 55). Dal passo di lettera all'Olivi, nella quale Laura è
nominata, sappiamo che ella era per Ugo un adorabile oggetto, come sua
madre, come il Cesarotti, e che per la sua amica egli aveva scritto dei canti;
non altro: non possiamo, cioè, argomentare se la fosse donna o giovinetta,
né se Laura sia un nome poetico col quale battezzasse e sotto il quale na-
scondesse l'amor suo per un'altra donna. Che fosse giovinetta, è parso a me,
e, per quel che dice il De Winckels ( Vita di U. F., I, 15), anche al Bian-
chini ; tuttavia io non ho aflfermato in modo assoluto che non potesse essere
maritata. Ma quanto al nome, è tanto il candore della lettera, che a chiunque
legge senza pregiudizi non pare si possa sospettare che l'amica del Foscolo
non si chiamasse veramente Laura. Non lo sospettò il Carrer, non il Me-
stica ; fu primo il De Winckels a supporre che con questo nome il Foscolo
velasse Isabella Albrizzi. Da prima l'opinione del De Winckels parve al
Chiarini « un'opinione sballata, un'opinione che dovesse aver pochi se-
« guaci » (1, 13); ma poi mutò parere, perchè v< dal luglio 17S6 al no-
« vembre 179(5 , quando l'Isabella era apparentemente libera di sé , cade
« l'amore del Foscolo per Laura » — « appunto in quel medesimo periodo
« di tempo cade l'amore di esso Ugo per la Isabella » — e perchè non
si conosce « altro nome e cognome di donna amata dal Foscolo in quel
« tempo » alla quale « meglio che ad Isabella Teotochi si adatti tutto ciò
« che il poeta dice di Laura » (I, 17).
E indubitabile che dal luglio, anzi prima del luglio, del '95 al novembre
1796 cade l'amore per Laura; ma il Chiarini non può provare che in quel
medesimo periodo di tempo il Foscolo amasse l'Isabella e fosse da lei cor-
risposto : si può in vece provare il contrario; e fatto questo, il « fragile edi-
« fizio » del Chiarini è rovesciato. In fatti, nella primavera del 1806, quando
il Foscolo era in permesso a Venezia e frequentava l'Isabella, lagnandosi
questa della freddezza e delle distrazioni di lui, ei le rispondeva: « se tu
€ m'ami davvero, quand'io ti vedo circondata dal mondo, tremo per te e
« per la tua fama: e se l'amore è ancora perplesso e bambino, le dissipa-
€ zioni deWingegno e della civetteria usurpano il primo seggio e ne cac-
« ciano il cuore » (11, 120). Ora, se nel '95 e '96 il Foscolo amò l'Isabella
e questa amò lui, dieci anni dopo, alle lagnanze di lei su la sua freddezza
avrebbe subito capito che la lontananza non aveva spento la passione nel
cuore dell'Isabella e che al suo ritorno s'era fatta più ardente, e non avrebbe
potuto fare dilemmi su amore vero ed amore perplesso e bambino.
Che il Foscolo amò V Isabella da giovinetto < appare — dice il Chiarini
€ — più che abbastanza chiaro da due fra le lettere all' Albrizzi » (I, 18),
ripubblicate da lui a pp. 106-107 del II volume. Se non che il Chiarini non
interpretò bene le lettere (cfr. La Laura di N. U. F., pp. 30-35). Egli in-
siste specialmente su le ultime parole della seconda : « io porterò con me
« le rimembranze della mia fanciullezza e della mia prima gioventù, e va-
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 427
« neggerò con esse e le farò parlare con le mie speranze »; le quali parole
non provano punto quello che vuole il Chiarini, perchè non dicono di che
rimembranze si tratti: sono esse, tutt'al più, parole galanti; e bisogna ben
guardarsi dal ritenere come dettate da amore le galanterie che il Foscolo
scriveva a tutte le signore, giovani e vecchie; perchè, altrimenti, si corre
il rischio di prendere delle cantonate solenni. Per es., nello stesso mese (1),
0 a' primi di giugno, a Giustina Renier scriveva press'a poco quello che aveva
scritto alla Albrizzi : « io non vedrò più le belle fisonomie delle donne ita-
« liane; ma né la fortuna né il cielo faranno mai ch'io possa obbliarle ; — e
« i miei passati tempi, e Venezia, e voi mi sarete sempre care e pungenti
€ memorie » (Ep., Ili, 287). Non sembrano, anche queste, parole d'innamo-
rato? Se non sembrassero al Chiarini, eccogli, a commento, quest'altre che
Ugo scriveva alla stessa nel luglio del 1807: «vostra figlia mi lusingò che
« sareste venuta a passare l'estate a Brescia. Mia gentile amica, l'estate se
« ne va, quasi ; e se voi tardate un po' più , io non mi pascerò che della
« lusinga di vedervi, e parlarvi quest'autunno a Venezia ». Quand' io
stampai l'articoletto del Mercurio d'Italia sul Tieste ( Ultime lettere di
Jacopo Ortis, Saluzzo, 1887, pp, xx-xxi), mi dissi tentato a credere che la
dama a cui gli scrittori del giornale avevano mandata la tragedia per avere
di essa il suo giudizio (e la dama rispose con due versi francesi: Taime à
louer, f y trouve une douceur secrète \ Je suis née pour me faire adorer
d'un poète) mi dissi tentato a credere che la fosse Isabella Albrizzi. Ma,
uscito lo studio del Malamani su la Giustina Renier-Michiel , parve al Bian-
chini e parve a me che la dama potesse essere la Giustina, la quale tradu-
ceva Shakespeare, leggeva i poeti francesi e soleva « notare i pensieri che
« più la impressionavano nelle sue letture »; quei pensieri che rispecchia-
vano « una parte dell'animo suo » (2). Può dunque essere che a' compila-
tori del Mercurio ella rispondesse con due versi francesi: ella era nata per
farsi adorare da un poeta, e il giovinetto Ugo era già riconosciuto poeta
prima della recita del Tieste, e, come vuole il Chiarini, non sdegnava le
mature bellezze.
Ecco dunque tirato fuori « un altro nome e cognome di donna » che si
potrebbe dire amata dal Foscolo verso quel tempo. È un po' difficile, gli è
vero, dimostrare che a lei si adatti tutto ciò che il poeta dice di Laura, ap-
punto perchè Laura non è la Giustina; ma quel che dice di Laura si adatta
forse all'Isabella? Lasciamo stare il sonetto « Quando la terra è d'ombre
« ricoverta », che non sappiamo quando né per chi sia stato scritto; nep-
pure sappiamo se le varianti del sonetto da quello che comincia: « Cosi
« gl'interi giorni in lungo incerto », sieno del Foscolo (3): occupiamoci solo
(1) Ho molti dubbi suH'esattezza della data della lettera III alla Albrizzi (II, 107). Il Foscolo
fa nominato capitano di fanteria con decreto del 22 maggio ; e la nomina e il suo destino gli
furono comunicati il 26. Non mi pare dunque che già il 3 di maggio potesse scrivere alla Al-
brizzi che fra non molto sarebbe stato lontano d'Italia.
(2) Cfr. Viti. Malamani, OiusUna Renier Michiel , t suoi amici , il suo tempo , Venezia , Vi-
sentini, 1890 (Estratto dall'Arc^tw'o veneto, t. XXXVIII, P. I), p.ll.
(3) rnbblicandolo, gli editori fiorentini annotarono: « Ce ne diede copia il signor F. De Pelle-
428 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
delle Rimembranze. « Nelle Rimembranze — dice il Chiarini — il poeta
« canta l'ultimo (?) ritrovo d'amore ch'ebbe con Laura quando ella stava
« per allontanarsi da lui » (I, 5); « alla scena d'addio potè benissimo
« dar cagione la partenza d'Isabella per il suo viaggio, dopo le nozze [con
€ l'Albrizzi], in compagnia del Salimbeni. Ugo, che non sapea niente delle
<c nozze, avrà naturalmente ignorato il perchè del viaggio; e ne sarà stato
« dolentissimo; e la saggia Isabella avrà cercato di acquetare e consolare
€ come poteva le smanie del giovinetto innamorato » (1, 39-40).
Ma le cose non stanno cosi. Non è Laura, o, come vuole il Chiarini, l'I-
sabella che dica addio al poeta; sì bene il contrario:
Addio, diceva a Laura, e Laara intanto
Fise in me area le laci ;
e questa non cercava di consolare, come poteva, le smanie del giovinetto
innamorato; ma, innamorata essa stessa,
agli addio
Ed ai ringoiti rispondea col pianto . . .
Se poi si pone mente alla terzina
ta Tedi solitario * vago
Il giorin Tate, che piangendo porta
Ahi ! d'affanni più gravi il cor presago;
sapendo noi che le afflizioni delle quali il giovin vate si lagna nelle lettere
al Cesarotti — e nella Vera Storia — cominciarono ne' primi mesi del '96
e che fu lontano da Venezia ne' mesi di luglio, agosto e parte del settembre,
possiamo argomentare che le Rimembranze furono scritte nel tempo della
sua lontananza da Venezia , e che l'addio a Laura avvenne sul finire di
giugno 0 a' primi di luglio. Ora , l'Isabella era tornata nell'aprile ; e s' ella
amava sempre il giovin vate, come Laura faceva (1); poiché essa Isabella,
secondo il Chiarini, era donna « di facil costume > (I, 551), e non è ammis-
sibile che quel buon uomo dello Albrizzi, il quale aveva mandato la novella
sposa a fare il viaggio di nozze con un amico di lei, ingelosisse di un poe-
tino male in arnese; Ugo, al ritorno dell'Isabella, avrebbe dovuto gongolare
della gioia. Invece egli, anche dopo il suo ritorno a Venezia, era sempre
col dolore nell'anima (2). Pertanto l'Isabella dai capelli castani (la critica
« grini come di componimento che a Yenetia ognano rioonoeee aner» del Fowolo. E T«ra-
« mente T affetto, la melanconia e lo stile ci sembrano di lai » (Saggi di eriUea eoe., U, 832).
n signor Pellegrini era in obbligo di fkrci almeno conoscere donde trane il sonetto.
(1) 0 sacra rimembranza, o de la mia
Prima felicità tenera immago.
Coi Laara /or$i a consolarmi inwia.
(2) Cflr. BpisM., 1, 3-4, e gli sciolti ÀI SoU. — Il 23 sett. M. Cesarotti scrirera al Foscolo:
« He gradito le vostre notiiie, e godo che vi troviate più in calma e disposto a tnur profitto del-
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 429
non trascura nemmeno questi piccoli particolari) non può essere la bionda (1)
Laura : la Giustina, almeno , come ci fa sapere il Malamani , era fulva (2).
Non contento di trasformare la Isabella in Laura, vuole il Chiarini ch'ella
sia anche la Temira del frammento di romanzo da lui detto autobiografico,
che pubblicò nelV Appendice alle opere del Foscolo. In quel frammento « il
« Foscolo narra che un bel giorno la celeste Temira dopo averlo, per bontà
« sua, iniziato agli arcani d'amore, ebbe anche la bontà di spiegargli il
« perchè della iniziazione » (1, 22). « Il ritratto foscoliano della celeste Te-
« mira e la descrizione degli ammaestramenti eh' essa dà al suo alunno »,
parvero al Chiarini « improntati di tale realismo », che non dubitò « nep-
« pure un istante che non ritraessero un fatto e persone reali » (I, 546);
e parendogli che il ritratto « a nessun'altra rassomigliasse meglio che alla
« Alhrizzi fra le donne eleganti, di qualche coltura e di facil costume, che
« abbondavano a Venezia negli ultimi del secolo passato e nei primi di
« questo » (I, 551), congetturò subito che Temira fosse la stessa Isabella.
Per cominciare dal nome, il Chiarini si chiese e chiedeva altrui, infrut-
tuosamente, donde il Foscolo potesse aver tratto il nome di Temira; finché,
con l'aiuto del Mazzoni, lo trovò nel Tempio di Gnido « poemetto in prosa
« del Montesquieu, molto ammirato in Italia agli ultimi del secolo passato »,
« liberamente tradotto in ottave italiane dal veneziano Francesco Gritti »
(l, 547, 549). Dice il Chiarini che « quando sorse nella mente del Foscolo
« l'idea del romanzo, egli probabilmente avea letto di fresco 11 Tempio
« di Gnido ». Ma più probabilmente, dico io, anche prima che pensasse al
secondo romanzo, il Foscolo aveva letto i versi di Polidete Melpomenio
(Bassano, 1784), anagramma, se il Chiarini noi sapesse, del candido e molto
m£:llifluo cavaliere (I, 160) Ipp. Pindemonte, i cui versi pare che il Chiarini
non abbia mai letti. Tra questi è compreso il poemetto La Fata Morgana,
racconto a Temira:
Io la vidi, e nel cor sì dolce un moto
Sorse, che ricordar mi feo del tempo
De' nostri amor, Temira, e nel suo volto
L'antico io ravvisai poter del tuo.
« l'arversità. Questa è una scuola dura ma utile. Voi vivrete in pace cogli uomini quando avrete
« appreso a conoscerli meglio , amarli meno , e lusingarli di più. Bisogna soffrir tutto per uscir
« un giorno dalla loro dipendenza » [Nozze Rasi-Yanzan , Padova, Fratelli Gallina, 1891). Qui
il Casini domanda: « A quale fatto della vita del Foscolo di queir anno, anzi proprio di quei
« mesi autunnali, a quali tempeste dell' animo suo possono mai riferirsi le parole del maestro e
« la sua raccomandazione di esser meno facile ad amare, se non alle querele e ai dolori del gio-
« vine poeta per 1' abbandono della Isabella, o meglio a qualche scenata eh' ei facesse (e n' era
« ben capace) per l'abbandono stessei » {Rivista critica della lett. it., VII, 7, 195). — Legga il
Casini la III , e , se vuole , anche la II , delle Lettere inedite di U. F. alVab. prof. Melchiorre
Cesarotti (Padova, 1872, tip. del Seminario), e vedrà che le parole del Cesarotti, il quale non fu
mai maestro del Foscolo, non si riferiscono punto alle querele e ai dolori del giovine poeta per
V abbandono della Isabella.
(1) Quest'è la pianta che le die i beati
Fior ch'ella colse, e con le molli dita
Vaga Bi fé ghirlanda ai crini aurati.
(2) Op. cit., p. 106.
Giornale storico, XX, fase. 60. 28
430 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
Il Pindemonte avrà avuto a* suoi be' tempi dimolte avventure amorose , e
si può sospettare che questa Temira fosse una sua amante di carne e d'ossa.
Tuttavia io inclino a credere ch'ella fosse, come la sua « leggiadra Maga » (1),
un' illusione, una sua fantasia (2). Comunque sia, il Pindemonte che aveva
sortito una eletta educazione, che della virtù aveva tutt'altro concetto che il
Foscolo; mentre, sul fine del poemetto, invita Temira alla € notturna veglia
« che l'aspetta >, dove a lei
rìde intorno
Tutto e festeggia, e bear può beata ;
pure le fa l'elogio della Virtù, « bella Diva, unica e vera De l'uom felicità ».
E quando scriveva La Fata Morgana, il Pindemonte era giovine tuttavia.
11 Foscolo in vece, che, orfano di padre, crebbe scapestrato; che ìs^ virtù
credeva un idolo vano (Ep.^ 1,120), un nome vuoto {Ortis^ 17 aprile) e im-
becilli i virtuosi, invertì le parti, e in luogo di dare esso stesso ammaestra-
menti, se li fé' dare dalla celeste Temira. E quali ammaestramenti! davvero
io non so se dei peggiori se ne abbiano nei bordelli.
(1) Vedi il sonetto Partendo dalla Sicilia « navigando ntl MediUrranto, al quale seguita questo,
intitolato Lontananea:
D'nn aureo giorno nel lucente aspetto
Scintillar veggo di Temira il riso:
Veggo le guance di Temira, e il petto
Sopra la rosa e sopra il fiordaliso.
Sento il suo respirar, se un zeAretto
Batterai le odorate ali nel viso:
Entro il loquace umor d'un ruscelletto
Odo la voce sua di Paradiso.
E che mi piaccia per sé stesso io credo
Il solitario mio verde soggiorno;
Folle! e sovente a dirlo in versi io riodo:
E non m'avveggio, che sì bello e adorno
Mei fa colei, la quale ascolto e vedo
Nel zefiro, nel rio, ne* fior, nel giorno.
(2) Alcuni giorni prima che mi giungessero le bozze del presente scritto, ebbi contezza della
pubblicazione nuziale: Temira, UtUra di Guido MaxMoni a Giutepp* Chiarini. — Il Mazioni,
al quale pare indubitabile che il Pindemonte, sotto il nome di Temira, cantò Tlsabella Teotochi-
Harin, prima, e poi Albrizzi — avrebbe dovuto anzitutto dimostrare che il Pindemonte conobbe
la Isabella avanti il 1784. Stando a quello che ne dicono il Benansù Montanari e il Malamani,
e' non conobbe la bella greca se non se verso la fine di questo o dopo questo anno. Scrive il
Montanari : « Che vita non visse Ippolito que* nov' anni, di cui la bolla stagione peaniT» sa qaesti
« colli [di Avesa], o sia dall' ottantaquattro... al novantasei, levandone i tre che girò, invece di
« questi ooUi, l'Europa ! Con quanto dolore non avrà veduto rawicinaisi il canuto e malinconico
« inremo , che via gli portava i suoi favoriti piaceri , « lo affrttkuta a r^rar$ n$l mH$ amrt
« dM* vtnuiané lacune, ove la sua famiglia, registrata di fresco in quel kbro d'oro, da Verona
« erari trapiantata? » {Della vita • délU opere d'Jpp. Pind., Venezia, 1834, p. 69). E il Mala-
mani: « Pindemonte... in quell'anno 1784 .. s'era per la prima volta condotto a svernare tra le
« lagune. Quivi conobbe Isabella, che arricchendo la sua cetra d'una corda e d'un snono gentile,
« doveva indurlo a piantare in Venezia il suo quar^er generale d'inverno » (/«. Teotochi-AlòriMMi
- 1 suo* amici - il tuo tempo , p. 16). Ora, l'andata del Pindemonte a Seggio di Calabria, f^a la
quale città e Messina ha luogo la « meraviglia », argomento della Fata Morgana — poemetto
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 431
Fu già notato da parecchi che il Foscolo molto tolse da altri, anche da'
mediocri; e dal poco ch'io ho detto, s'intende essere mia opinione ch'egli
dal Pindemonte non si facesse imprestare soltanto il nome della precettrice;
ossia, a parlare più chiaro, e precetti e precettrice sono una fantasia destata
in lui dal poemetto pindemontiano. L'imitazione tuttavia non impediva che
il Foscolo sotto il nome di Temira nascondesse una persona reale. Sappiamo
benissimo, per sua confessione, ch'egli da giovine fu libertino; né dubitiamo
punto che in Venezia consacrasse le primizie della sua gioventù a qualche
sacerdotessa di Venere : anche nell' Ortis leggiamo che taluna lo « addottrinò
« nelle arti della seduzione », e lo confortò, per giunta, al tradimento (Pa-
dova, ). Ma questa taluna gli ha proprio a essere la Isabella? Ella era
donna di facile costume, era letterata, dice il Chiarini, al quale Temira è
parsa « la figura letteraria di una persona reale » (I, 546). Se non che di
donne di facile costume non fu mai difetto in nessun paese del mondo; e
quanto alla figura letteraria, dimentica forse il Chiarini che chi scrive è
il Foscolo? Se la precettrice sacerdotessa di Venere non era letterata (sup-
posto che veramente gli abbia dato que' belli ammaestramenti), doveva il
Foscolo farla parlare come proprio ella parlava, per non guastare il rea-
lismoì Perocché dal ritratto foscoliano non appare che Temira fosse lette-
rata; ella aveva spirito, cuore, gioventù, vezzi: doni, che letterate e non let-
terate possono avere.
Adunque il Chiarini non potè trovare « nessun argomento di fatto che
« confermasse la sua supposizione » (1, 158); anzi, come già dissi, nemmeno
potè provare che il Foscolo, giovinetto, amasse la Isabella, e questa rispon-
desse al suo amore. E perchè caricare così grave soma su le sue povere
spalle? Non era una santa l'Isabella ! ma nemmeno una lelterata-hag ascia
{I, 555), checché abbia detto la satira oscena; e dispiace — direi che addo-
lora — il veder trascinato per quasi tutto il volume il suo nome, come di
donna corrottissima, di donna corrompitrice di giovinetti.
«critto prima del 178i — avvenne nel '78, quando V Isabella da soli due anni era a Venezia. E
dicendo il poeta:
Io la vidi (*), e nel cor sì dolce un moto
Sorse, che ricordar mi feo del tempo
De' nostri amor, Temira, e nel suo volto
It^ antico io ravvisai poter del tuo — ,
facilmente si comprende che gli amori suoi con Temira erano cosa passata prima ancora eh' egli
«crivesse, cosa passata da tempo parecchio quando scriveva ; passata tanto, che,
Come tutto è quaggiù mutabil cosa,
Più di me non ti piace ormai che il canto.
Ebbene; Be il Pindemonte conobbe l'Isabella nell'inverno del 1784-85, non prima, l'Isabella non
è, non può essere la Temira della Fata Morgana — volendo congetturare , io direi che codesta
Temira è Paolina Grismondi (cfr. VOp. cit. del Montanari, a p. 22) — . Che poi l'Isabella in « un
-« dato anno » diventasse Temira per Ippolito , eh' ella sia o non sia la Temira de' Sermoni II
Poeta e / viaggi, sono questioni che non mi appartengono punto.
(•) La « tenera figlia » del suo ospite.
432 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
Il Chiarini è poco benevolo alle donne amate dal Foscolo, ma per l' Isa-
bella sente avversione addirittura: la dice donna volgare, e immagina di lei
cose improbabili non solo, ma veramente incredibili. Questa p, esempio.
Quando, nella primavera del 1806, Ugo rivedeva Venezia e l'Albrizzi, questa
non desiderava niente di meglio che riconquistare il suo giovine amico.
Il cuore della bella greca era grande come il suo salotto e fatto a somi-
glianza di esso; cera posto per tutti! E il poeta, partendo dalla Francia,.
portava con sé il ricordo de' suoi giovanili amori con lei e la speranza
di rinnovarli (I, 157-8). 11 bello poi si è che il Chiarini, contradicendosi,
scrive che la Albrizzi « recitando con Ugo la parte di Teresa, dovea puro
« mostrarsi innamorata; e si mostrava quanto e come poteva. Ma inna-
€ morata non era» (I, 171); e in tutte le proteste d'amore che Ugo faceva
a lei « non c'era niente d'amore; erano le effusioni dell'amicizia, che
€ assumeva le sembianze e il linguaggio dell'amore » (I, 170). Oh sì! benchà
la greca bellezza gli potesse parere, « nonostante le sue quarantacinque pri-
« mavere, abbastanza desiderabile » (I, 163), pare tuttavia più credibile che
Ugo andasse in traccia di bellezze più tenere; e forse fin da quel tempa
s'imbattè nella signora Fanny Spineda (cfr. Lettere inedite, Torino, 1873,
p. 47), della quale ci resta una lettera che a me pare — ed è certo — di
persona innamorata (1).
Ma lasciamo in pace e Laura e Temira e l'Isabella; e teniamo dietro al
Foscolo che, « cacciato dai casi politici lasciava , sulla fine del 1797,
€ Venezia per Milano » (1,46). Non è esatto il Chiarini dicendo che < una
« delle prime conoscenze che il Foscolo fece a Milano fu quella di Vin«
« cenzo Monti. Conosciuto il marito, conobbe poi naturalmente la moglie »
(I, 47). 11 Foscolo potè conoscere di vista il Monti nel maggio del '97 in
Bologna; e in Milano tenne da' nemici di lui fin verso l'aprile del '98 (cfr.
Ortis, ed. e, pp. xxv-xxvii), quando gli si fé' amico, preso, probabilmente,
dalla bellezza della moglie. « Che il Foscolo s'innamorasse della Monti —
« scrive il Chiarini — è cosa oramai nota agli studiosi del poeta, e che
< nessuno di essi può mettere in dubbio »; ma « la Teresina non corrispose
€ e non finse di corrispondere all'amore di Ugo » (I, 47, 49). Facciamoci a
(1) É questa, ed ò inediU:
Venezia 5 Maggio J6I4.
Amico
S«nza aaper dove ta sia, dirìggo costì questa mia lettera, pregando il (9elo a roler proteggerla^
e fartela perrenire con la possibile sollecitudine.
Amabile Ugo! come ti ritrovi di salute? che ne dici di questa strepitosa catastrofe? d« mì to
sbalordito al pari di me ? io ne rinvengo a fatica , ed in verità che una maggior riflesdone qi
fkrabbe affatto impazzirò; e perdo basti cosi. Dimmi quando conti di venir ad abbracciar la tua
Mamma, ed a riveder i tuoi Amici: affrettati, te ne prego, giaechò non vorrei che di bel nnovo
v'insorgessero delle difficoltà, e rimanermene per la seconda volta delusa nella mia aspettastone,
poiché (ktalmente ftirono ben sfortunati li tuoi progetti dello scorso Natale.
Fui sempre qui, nulla soffersi nel blocco , e la mia salute ò buona; desidero aver di to eguali
notizie, e se il Cielo arrise a* miei voti non ho nulla a dubitare ; affrettati di assicurarmene , ed
accogli le proteste cordiali, ohe partono dall'ingenuo cuor*
della tua Amica
Fakxt Sfizio a.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 433
intendere. Che il Foscolo non giungesse a cogliere fiori nel giardino della
Monti, Io dissero altri, lo diss'io probabile ben prima del Chiarini; ma che
ella non si compiacesse della corte assidua che le faceva il Zacintio, che col
suo portamento non destasse in lui delle illusioni, anzi che non ne fosse
tanto 0 quanto innamorata, tutto questo pare a me che non si possa mettere
in dubbio. Ei scriveva allo Strocchi : « La Teresina Veramente io sono
< in assoluta necessità di partire. Per Dio! amare, tacere, discorrere sempre
« di un altro per non annodarla; lodarlo; piangere in segreto ed affettare
« giocondità. Siamo troppo innanzi ». Il Chiarini riferisce queste ultime
parole al solo amatore, perchè il senso di esse ^< non può stare in contradi-
« zione col senso di ciò che precede » (1, 49). « Un amante — osserva il
« Chiarini — che dichiara d'esser costretto a non parlare di sé e dell'amor
« suo alla donna amata per non annoiarla, d'esser costretto a piangere in
« segreto ed affettare giocondità, perchè sa che mostrandole il suo pianto la
« importunerebbe; un amante che facendo tali dichiarazioni creda di dire
« che la donna amata gli corrisponde o mostra di corrispondergli, potrà
« chiamarsi non saprei come, ma Ugo Foscolo no, perchè il Foscolo non
< era uno sciocco » (I, 48).
Già, il Foscolo non era uno sciocco; gli sciocchi sono i suoi critici che
fanno a tira tira, perchè le parole di lui abbiano a dire quello ch'essi vo-
gliono. Confesso che quel siamo troppo innanzi parve a me veramente plu-
rale, perchè non vedevo che il Foscolo avesse, in quel caso, a parlare come
i re ed i papi; e non interpretavo punto come fa il Chiarini: « siamo troppo
« innanzi, io nell'amare e implorare, lei nello star dura e respingermi » (1, 49).
Se la Teresina stava sempre dura e lo respingeva, non era né innanzi né
indietro. Del resto io scrissi che quel passo di lettera dice chiaro che al-
l'amore del Foscolo la Monti corrispondeva o fingeva di corrispondere, non
tanto per le parole siamo troppo innanzi, quanto perchè dal contesto si
comprende che il Foscolo era sempre intorno a lei — la vedeva tutti i
giorni! (cfr.: Lettere amorose^ p. 15) — e che ella lo ascoltava volentieri.
11 fuoco senza esca si spegne, e sul duro sasso il piede non lascia impronta.
Se la Teresina fosse veramente stata sorda a' caldi sospiri di Ugo, questi
l'avrebbe capita una volta; avrebbe smaniato alquanto, ma poi si sarebbe
ridotto a darsene pace. Invece egli amava, taceva, discorreva sempre di un
altro per non annoiarla; lo lodava; piangeva in secreto ed affettava giocon-
dità. Ma sarebbe venuto il tempo — almeno lo sperava — che più non
avrebbe taciuto, che avrebbe discorso di sé, del suo amore. Il Foscolo non
era uno sciocco, e certi misteri delle donne sapeva spiegarseli; non aveva,
del resto, avuto gli ammaestramenti di Temira? Ma lo coceva sopra tutto
la tardanza, non poteva reggere più: « Doman l'altro corro a Modena a
< trovare mio fratello: di là a Bologna. E poi? Chi sa! ». E poi sarebbe
tornato più che di corsa a Milano, novamente all'assedio della fortezza, a
far capitolare la quale ei metteva in opera tutte le sue batterie. Fuori di
metafora; per vincere la ritrosia della Monti, si die' a dipingere nella Vera.
Storia la sua passione per lei; perocché
de l'amour la sfnsible peinture
Est pour alter au cocur la route la plus sure.
434 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
E riprese a farle la corte nel luglio e nell'agosto del 1800, al suo ritorno
a Milano dopo la battaglia di Marengo; le stette intorno nella seconda metà
di marzo del 1801, fino a che non s'innamorò della Arese, anzi continuò per
un bel pezzo a vederla tutti i giorni anche durante i suoi amori con la Con-
tessa. Alla quale poi scriveva della Monti, come di donna gelosa del suo
novello amore: « La ex confidente crede tutto finito, ma per tormentarla le
€ vo sempre ripetendo che t' ho amata e ti amo disperatamente, e che ti
€ amerò sino al sepolcro ». — « La Somaglia, la Monti, Pompeo Castiglione
« e quel francese del fiaschetto di rose mi hanno domandato s'io ti vedeva
€ più; ho detto fermamente di no, e ho fatto credere che tutto era finito;
* e non ci ho avuto pena a persuaderli, e la Giorgiana (i) trionfava ». -^
« Sta sempre ferma con quei del bello e del brullo mondo nel dire che non
« ci vediamo più. Tutti lo suppongono, Monti n'è sicuro, e la mogliera
« trionfa » (Lellere amorose^ pp. 125, 225, 276-277).
Andato il Foscolo a Bologna « sulla fine del 1798 », vi dimorò sino al 19
giugno, almeno, del '99; e, tranne « i due democratici intermezzi della Fiora
€ e della foresozza » (1, 54), il Chiarini non conosce altro nome di donna
che in quel mezzo tempo occupasse il cuore del Foscolo. Lasciamo da banda
la Fiora, perchè è noto oramai che le Lettere delVavv. Pietro Brighenti a
Domenico Albertazzi sono una goffìa falsificazione (2); ma il Chiarini avrebbe
pur dovuto accennare ad una Clementina, della quale da Bologna, il 15 agosto
1812, il Foscolo scriveva al Pellico: « Oggi io sarei in Firenze, se non mi fer-
« massi per desinare con l'Emilia [Briche], e con la Clementina di lei ospite»
« la quale,
Qaando de' miei fiorenti anni fuggiva
La stagion prima,
« piacque moltissimo agli occhi miei ». Chi sia questa signora, finora non
sappiamo; né possiam dire se la stagion prima fuggisse pel Foscolo nel '97
o nel '99. Ma se la Clementina gli piacque moltissimo nel *97, nel '99 non
gli sarà dispiaciuta. Anche non si sa, « ma probabilmente a Bologna o a
€ Lugo fra il 1799 e il 1801 » (1, '319), conobbe Cornelia Martinetti; e non
intendo perchè il Chiarini rida di me (I, 54), che credei possibile che allora
il Foscolo se ne innamorasse. A che , fin da' primi giorni che la conobbe»
aveva il Foscolo pensato molto sul suo carattere? (II, 297).
11 Casini accenna ad un altro amore. Scrive egli: < a Bazzano, dove il
« Foscolo visse nascosto per un mese al sopravenire degli Austro-russi nel
« '99, e dove fu cacciato in prigione dai reazionari, durò, sin che vissero
« gli uomini cresciuti quand'erano freschi i ricordi dell'età napoleonica, la
< tradizione che egli avesse lasciata ivi pure una Teresa: il nome della quale»
(1) Suppongo che il Foscolo cod chiamasse la Monti, perchè bella e graatosa donna. Fon*egli
e la Contessa conosceTano , o nel testo francese o in qualche rersione italiana , un romancetto,
che neiredixione a me nota ha questo tìtolo: Lt atvtnturt di Maria Ktmitki Giorgiana. Storia
90ra tradotta dal Francw, Napoli, MDCCLVIII. In esso, a pp. 4-5, si legge: « Tutti i Viaggia-
« tori convengono che non vi ha Paese nel Mondo, in cui le Donne sieno più avvenenti che nella
« Giorgia. La beltà non vi regna sola, ma ò acoompagnala da ogni sorta di grazie ».
(2) Cfr. questo GiornaU, XIX, 183.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 435
« per riguardo alla famiglia non ispenta, io taccio insieme cogli indizi
« che anche quest'amore non si arrestasse ai sospiri! » (1). La tradizione
è una bella cosa, ma più bella, certo, i documenti. Ad ogni modo quest'altra
Teresa fu tanto o quanto svelata dall'Antona Traversi, che ne ebbe i par-
ticolari dallo stesso Casini; e sarebbe stata figliuola o parente di un certo
Desio Sapori (2). Se non che l'amore avrebbe dovuto aver luogo non a Baz-
zane, bensì a Monteveglio. 11 Foscolo non visse nascosto a Bazzano per un
mese; ma, dopo il 5 maggio, fu per 24 giorni prima a Calcara, poi a Mon-
teveglio sino al 30, quando fu arrestato, condotto a Bazzano, poche ore dopo
a Vignola e il giorno seguente a Modena, dove fu rinchiuso nella citta-
della (3).
Seguitando adunque il Chiarini, saltiamo dalla Monti alla Roncioni, in-
torno alla quale egli spende dimolte pagine per definire una questione già
definita da tempo ; cioè, « quando l'amore di Ugo per la Isabella cominciasse »
(I, 58). « È un fatto provato — dice il Chiarini — che il Foscolo andò a
« Firenze nell'anno 1799 » (1, 62). Io, già si sa, non lo credo; ma sia pure
che il Foscolo andasse a Firenze nel "99; questo tuttavia «non vuol già
« dire che propriamente egli debba in quel tempo averci veduta e cono-
« sciuta la Roncioni, ed essersene innamorato ed averle fatto la sua dichia-
« razione ». « La possibilità che la vedesse e se ne accendesse — aggiunge
« il Chiarini — , senza probabilmente avere la opportunità di dichiararsi,
« questa possibilità c'è; e la possibilità diventa probabilità quando leggiamo
« alcuni sonetti dove sono allusioni all'amore del poeta per la Roncioni,
« quello particolarmente che nella mia edizione delle poesie del Foscolo è
« segnato del n. VII » (I, 63).
Non 80 se il Chiarini ancora la pensi come una volta; che, cioè, il Foscolo
conoscesse il Niccolini al tempo stesso che la Roncioni {Poesie di U. F.^
Livorno, 1882, p. ccv, in nota). Non essendosi disdetto, né lo poteva fare,
dobbiamo credere che si; ma conviene osservare ch'egli sarebbe stato più
esatto, ^e avesse detto che per mezzo appunto del Niccolini Ugo conobbe
la bella pisana. Ebbene, scrisse il Niccolini che il romanzo del Foscolo —
cioè la Vera Storia — era uscito prima eh' ei lo conoscesse, e però il Lo-
renzo era un personaggio immaginario come la Teresa (Vannucci, Ricordi,
II, 235-6). La Vera Storia venne in luce sulla fine del '99 o, più probabil-
mente, sul principio del 1800; né il Foscolo dal 19 giugno del '99 al novembre
del 1800 si trovò a Firenze (4). Adunque, poiché tra le affermazioni del Nic-
(1) L. cit, p. 197.
(2) Le conversazioni della domenica, an, I, no 20 (16 maggio, 1886).
(3) Cfr. i documenti della Vita militare di U. F., da me pubblicati (Livorno, tip. Aldina, 1883),
pp. 11-12; e Rivista Emiliana di Reggio (I, 1), nella quale il sig. Andrea Balletti pubblicò, tra
gli altri , due importanti documenti già dati in luce da me nel giornale di Saluzzo Jl Monviso,
an. II, no 85.
(4) Crede il Casini, anzi tiene per fermo, che il Foscolo capitasse a Firenze « sul finire delia
« primavera del '99 ». Ma quante cose crede il Casini nel suo scritto su Gli Amori, le quali
non sono vere ! Il Foscolo dice in più d'un luogo d* essersi trovato nelle battaglie alla Trebbia,
ma dice una bugia, perchè il 19 giugno egli era a Bologna. Potò tattavia giungere in tempo ad
nniisi con gli Usseri che combattevano per proteggere la ritirata dell'esercito ; e dice egli stesso
436 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
colini e le supposizioni del Chiarini non può essere dubbia la scelta, dob-
biamo ritenere che il Foscolo non conobbe la Roncioni nel 1799; e se non
la conobbe prima del novembre del 1800, come si può supporre che il so-
netto VII € indubbiamente scritto o pensato sulla riviera ligure, dove il poeta
€ si trovò durante l'assedio di Genova», * sia stato scritto appunto per la
« Roncioni »? Se anche concedessimo che prima del 1800 « il poeta avesse
* conosciuta la Roncioni, e se ne fosse invaghito, senza avere l'opportu-
« nità di dichiararsi » (1, 74), noi non vediamo come di essa, la quale non
sapeva nulla della passione del Foscolo, e forse nemmen lo conosceva, ei
potesse dire nel sonetto:
Sperai, poiché mi han tratto nomini e Dei
In Inngo esilio fra spergiuro genti
Dal bel paese ove or meni si rei.
Me sospirando, i tuoi giorni florenti . . .
10 non posso, per amore di brevità, intrattenermi su questioni di minore
importanza; non posso, cioè, ridimostrare al Chiarini che la proposta del-
l'appuntamento lung^Arno venne dal Foscolo; né che, innamoratosi della
Roncioni nel novembre del 1800, sebbene vedesse tronco l'amor suo a' primi
di gennaio, tuttavia poteva il Foscolo scrivere all'Arese che amore e la pazzia
gli « furono ospiti per alcuni mesi su e giù per la Toscana ». (Da Bologna
il Foscolo non tornò a Milano se non dopo il 16 marzo; e il Chiarini non
sa dirci dove quegli dimorasse fino a questo giorno. Se dopo il 9 di gennaio
fu per qualche tempo ancora in Toscana, chi può giurare che, nonostante
le poche righe scrittegli dalla Roncioni, ei non seguitasse dell'altro a spa-
simare per lei?) E per la stessa cagione non posso trattenermi intorno all'a-
more per la Arese, né intorno a tanti altri amori, de' quali del resto non
avrei — storicamente parlando — a dire molto. Mi contenterò dunque di fare
solamente, qua e colà, alcune osservazioncelle.
11 Chiarini chiede a' critici — cioè a me — un poco più di discrezione
nell'allargare il numero delle donne amate dal Foscolo (I, 64); ma, che ci
ha a fare il critico, se in amore il Foscolo non conobbe discrezione? Dico
dunque che la Sofia, della quale parla il Chiarini a p. 131 e sgg., non è
punto la signorina Petiet. Questa non si chiamava Sofia, ma, come ci fa
sapere lo stesso Chiarini, Eugenia Isidora; né il Foscolo le scriveva, sebbene
molto lo desiderasse. In fatti, quando ella, nel settembre del 18(©, andando
da Calais a Parigi passò per Boulogne dove si aspettava di vedere il Foscolo
e noi vide, di questo non a lei ma alla Bagien scriveva egli — anticipata-
mente pare — le ragioni che sodisfecero la signorina. Alle ragazze poi, specie
se ci è pericolo che le lettere cadano nelle mani de' genitori, certe cose non
si scrivono; quasi direi che alle persone ammodo, trattandosi di signorine
che « sella ritirata [sa Oenova] servi come capitano aggiunto all'iùa^^^t^ generale Franceeolù •
(CoKio, RtpsloMiowi, 88-89; e Teggaal il mio scritto U. F. a Otnota nel cit. Mom^ito^ m. II,
n> 76, 78). Adanqne il Foscolo ral finire della primavera del '99 non riparò in Toscana « rieon-
« giungendosi a qualche manipolo di milizia cisalpina ».
#
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 437
ammodo, certe cose neppure vengono in mente. E alla Sofia il Foscolo scri-
veva: « Le soir que je vous ai quittée et le jour après quand vous étes
« montée en voiture j' ai souvent balancé si je devais passar dans votre
« chambre pour prendre le dernier regard\ mais la bienséance et les
« égards que je devais à votre situation Font emporté sur mes plus ten-
« dres sentiments » (II, 98-9). Secondo il Chiarini, la lettera conviene alla
Petiet per tante ragioni; per la circostanza, specialmente, alla quale « il
« poeta accenna con le parole : " la fortune qui vous a présentée une autre
« fois à mes yeux „; poiché il poeta era stato un'altra volta a Galais nel
« settembre del 1804, dove probabilmente conobbe allora per la prima volta
« la signorina francese » (I, 134). Sia pure che il Foscolo avesse già cono-
sciuta la signorina nel 1804 ; ma quando essa l'anno dopo partiva da Ga-
lais, convien credere che il Foscolo ne fosse lontano, se ella sperava di ve-
derlo a Boulogne. In vece la Sofia fu veduta la seconda volta dal Foscolo
dove egli si trovava, ed ivi ella lasciavalo partendo; e il povero Ugo non
ebbe la baldanza di entrare nella camera di lei pour prendre le dernier
regard. Si può giurare che c'era con lei il marito.
In quanto a Fanny non so decidermi a credere ch'ella sia la signorina in-
glese dalla quale il Foscolo ebbe una figlia. Sembra veramente che la fosse
una giovinetta con cui il Foscolo, consapevoli i genitori, avesse fatto all'a-
more, dando a credere di volerla sposare; ma che poi essi, spinti da' metti-
mali che il Foscolo diceva suoi nemici, cambiassero idea. E sembra anche
che Fanny si rassegnasse facilmente e volgesse ad altri i suoi sguardi; e il
Foscolo, indispettito, darsi a sparlare di lui, scrivere alla signorina: « il n'est
« [pas] digne de la délicatesse dont tu pourrais le payer ni capable de te
« rendre plus heureuse » (II, 100). Oh, ci voleva proprio lui, Ugo Foscolo !
Ho detto sembrare che Fanny fosse una giovinetta; ma non bastano a ras-
sicurarmi queste parole della lettera: — « J'ai regu ta lettre; — j'avais
« déja regu les lettres que votre pére et votre mère ont eu la bonté de m'é-
« crire ; je les ai relues, et je les garde comme un gage de votre amitié ».
Supposto che la fosse tale, poiché la lettera è certamente del 1806, non mi
pare che il Foscolo, se da Fanny avesse avuta una figlia, potesse, senza
sposarla, pretendere di seguitare ad amoreggiare con essa; potesse lagnarsi
della « incostance d'autrui». Non sposandola, l'incostante era lui; perocché,
nonostante il suo fallo, doveva essere persona rispettabile la madre della
Floriana, se il Foscolo, come scriveva a Dionisio Bulzo, l'avrebbe tolta in
moglie, ove avesse potuto avventurarsi senza pericoli di lei e suoi (£/>., Ili,
226). Questi pericoli erano, probabilmente, una tarda scusa.
Neppure certo che Fanny sia la giovine resa madre dal Foscolo, il Chia-
rini dice di lei che « fu piuttosto leggera nelle sue affezioni e non troppo
« rigida né scrupolosa in quanto a costumi ». E che « tale fosse appunto la
« signorina inglese da cui il Foscolo ebbe una figlia, basta a dimostrarlo
« l'avere essa sposato un altr' uomo dopo la relazione avuta col poeta »
(1, 135)! Se per sì poco il Chiarini é tanto severo con una misera giovine,
forse ingannata, non mi meraviglierò ch'egli poi dica la Martinengo donna
< liberissima di costumi » (I, 175).
Non sappiamo se il Foscolo conoscesse la Marzia quando, verso il 1807,
438 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
ei fece una corsa a Brescia per intendersela col Bettoni su la stampa del-
V Esperimento di traduzione della Iliade; ma che almeno la conoscesse quando
vi andò la seconda volta nella seconda metà, pare, di marzo e vi stette sino
al 24 aprile , non può mettersi in dubbio. A Brescia tornava novamente
verso il giugno, e dalla Municipalità fu mandato ad alloggiare in casa Mar-
tinengo di Banco. Non visitava anima nata, vedeva poca gente, e parlava
con una sola persona, e soltanto verso sera {Ep.^ Ili, 291). Questa persona
era la Martinengo Gesaresco, in una lettera alla quale è pur detto che an-
dava a trovarla sull'imbrunire; e non è credibile che passasse il suo tempo
con sempre l'ufficio della Madonna in mano, leggendo e cantando salmi
(cfr. I, 188). Da Brescia il Foscolo partiva agli ultimi di settembre, o a'
primi d'ottobre. « Quando si separarono — dice il Chiarini — l'amore doveva
« essere dall'una parte e dall'altra molto caldo, poiché si scrivevano spes-
« sissimo » (I, 186). Ma nonostante le spesse lettere, l'amore del Foscolo si
raffreddò presto : — « Egli educava per lungo tempo un amore accarezzan-
« dolo e annaffiandolo di preghiere, di sospiri e di lacrime; poi quando il
« fior dell'amore era sbocciato, lo coglieva, si inebriava del suo profumo;
« poi, finita l'ebrietà, seppelliva il fiore nel cimitero del cuore» (1, 181-2).
Fatto sta che ben presto Ugo die segno di essere stanco della Marzia. Una
volta, sol perchè una lettera di lei tardò alquanto ad essergli consegnata, le
scrisse cosi sgarbatamente che ebbe a pentirsene (li, 180), e la stessa Marzia
se ne lagnava con lui: « Arrivabene scrive ed io agiungo {sic) due righe.
« Ma che voi siate destinato a tormentare voi e gli altri, e senza ragione,
€ non mi lamento — io speravo qualche consolazione dalla vostra lettera ed
« in vece — ma torno a ripetere — io non mi lamento. Aspetto col primo
« corriere questo tuo progetto. Addio addio ».
« Stabilire la data precisa della rottura fra i due amanti — scrive il Ghia-
ie rini — non m' è riuscito; ma ci sono documenti dai quali appare ch'essa
« avvenne prima dell'ottobre 1808» (I, 183); e attribuisce la rottura al so-
spetto che il Foscolo aveva della fedeltà della Marzia. Se non che vera rot-
tura non avvenne: l'amore da una parte e dall'altra languì per cagioni di-
verse, e la gelosia dell'ufficiale francese non fu, io sospetto, se non una
supposizione degli amici che non sapevano spiegare la sua strana condotta.
Golti i fiori nel giardino della Marzia, Ugo se li portò a Milano ; presto ap-
passirono non senza sua colpa, ed egli pensò di sostituirne ad essi, se non
dei freschi, almeno de' rinfrescati. Grede il Chiarini che « le relazioni fra
« Ugo e la Marzia, dal tempo eh' ei lasciò Brescia fino al 27 giugno 1808,
< si mantenessero inalterate» (1,191); ma così non fu: lo sappiamo da una
lettera a Pietro Armandi (li, 187 sgg.), lettera che il Chiarini dice «un po'
* enigmatica », ma che a me par chiara fin troppo: « ti dico più che non
« dovrei », scriveva Ugo all'Armandi; e diceva il vero. Prima di questa
€ ne avea scritta un'altra all'amico suo, oggi disgraziatamente sconosciuta,
« nella quale, a proposito di donne e d'amori, citava un verso di Tibullo in
€ fine della elegia sesta del libro secondo:
Quitv mtam itmat, quot Untata modi*.
« Non c'è bisogno di dire che meam sottintende puellam. L'Armandi vide
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 439
« in quel verso un'allusione alla Marzia, alla quale fece leggere la lettera;
« e si affrettò ad assicurare Ugo che l'amica sua lo amava sempre e gli era
« fedele » (I, 194-5). Ugo rispose all'amico che s'era ingannato, e di molto,
sul verso di Tibullo: quel verso toccava una corda assai diversa; non si
trattava cioè di sospetto della fedeltà della Marzia, ma di una nuova pas-
sione per un'altra donna: « Il poeta latino, tu, ed io abbiamo applicato il
« verso alle stesse idee, ma a diverse persone^ ed io con più proprietà, io
« unico con vera e funesta conoscenza di causa ». Pare che Ugo si fosse
riacceso di una sua antica fiamma (della Monti?), ma la fiamma fuggisse
lui, 0, almeno, gravi ostacoli gli impedissero di avvicinarsele: « Lunga lun-
« ghissima storia — il suo principio tocca i primi giorni della mia gioventù;
« ed è di pochi accidenti, ma fatti tutti grandi e dalla lor bizzarria, e dagli
€ ostacoli, e dagli uomini, e più da me stesso, dalla immaginazione tutta te-
< nebre, dal mio cuore che non può riposare, che vuole agitarsi ». Tuttavia,
facendosi forza, « forza violenta, micidiale, strozzando tutti i sentimenti nelle
€ viscere profonde », era giunto, se non ad addormentare la fiera che stava
nel suo petto, almeno a farla tacere. Quando, su la fine del 1807, la Marzia
lo visitò a Milano, da donna esperta, indovinò la causa delle sue « tristis-
« sime stravaganze » ; e « con poche parole, con uno scherzo forse » tornò
ad aizzare la fiera: « da prima fremeva sommessamente — poi cominciò a rug-
« gire ». Adunque la Marzia fu « causa innocentissima » delle sue frenesie.
Oià l'infiammazione era passata, quando scriveva all'Armandi ; era ai perpetui
e lenti dolori; li avrebbe sopportati fino alla guarigione. Ne' giorni d'un
amore disperato, cioè con la Arese, scriveva l'Orazione e ì" Ortis e le sue
poesie, e lo scrivere lo consolava. Se avesse potuto scrivere un altro Ortis
(cfr. : I, 189-90), gli pareva che sarebbe stato meglio, che avrebbe pianto
senza accusarsi di debolezza, che sarebbe forse guarito; si trattava dunque
di un altro amore disperato. L'avrebbe fors'anche potuto guarire la Marzia;
ma egli era poco disposto a ricorrere a questo rimedio : non si era già ine-
briato del profumo de' suoi fiori? Amava la Marzia, l'amava teneramente,
l'avrebbe amata quanto poteva l'afflitta anima sua. Ma, in conclusione, stimò
sempre la Marzia più di quello che l'avesse amata :
Marzia piacque tanto agli occhi suoi
Mentre ch'ei fu di là . . .
Tuttavia, « secondo la usanza sua, seguitava a scriverle molto amorosa-
« mente » (I, 181). Sempre le prometteva di rivederla, e a Brescia più non
fece se non una scappata — di questa il Chiarini non si accorse — agli
ultimi di maggio o a' primi di giugno 1808, come risulta da una lettera a
Camillo Ugoni (Ep., Ili, 308; si badi che la data dell'anno è sbagliata). Ma
le sue € tenerezze postume non aveano, sembra, gran virtù di. riscaldare la
« Marzia, la quale rispondeva fredda e sostenuta » (I, 182). In fatti fredda
e sostenuta è l'unica lettera, ancora inedita, che, oltre le poche righe già
riportate, ci rimane di lei:
440 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
BrescUC,] U 5 Aprile [1809.]
Amt'co
Col mezzo d'Armandi bo ricevuto la vostra Prolnsìone. Yi ringnrazio della vostra premars e vi
prego ad esser persuaso che Tesser ricordata da voi mi fu di vera compiacenza.
Sento da Armandi che non siete contento della vostra 8alate[;] abbiatevi cara. Addio[;] contata
che avete un'amica nella
Mabzu.
Questa letterina non è tale certamente che un amante debba per essa
estasine. Pure il maestro di finzioni rispondeva: « ti ringrazio che tu,
« mia cara amica, mi abbia scritte due righe; e quando sarò in Pavia, ri-
« porrò quella letterina fra le altre ch'io custodisco religiosamente e dove
« si conservano le memorie degli anni che fuggirono. Tu non fuggirai,
€ Marzia mia, tu non fuggirai dal mio cuore con gli anni » (I, 182). E
quando scriveva in questo modo era innamorato della Giovio e della Bignami.
Ma la Marzia non aveva tanto aspettato a conoscere l'amatore Ugo; e ri-
scrisse fredda e sostenuta, perchè rispondendo egli il 21 aprile, le diceva:
« Voi state sempre sul Voi, e fra non molto vedo che verrete al Lei » (I, 183).
Se venisse al Lei non sappiamo, perchè il carteggio della Marzia con Ugo
fu distrutto, e quello di lui con essa è, tranne poche lettere, inedito tut-
tavia. Probabilmente il carteggio finì, com'era finito Tamore, non molto dopo
l'aprile.
Non dispiacerà ch'io faccia sapere che, se il Foscolo avesse finito il Gaz-
zettino del Bel Mondo, alla Marzia avrebbe dedicato la lettera dal titolo
Pettegoli, o Pettegolezzo, che prima voleva dedicata a Felicina Giovio, anzi
ne scrisse alcune righe (1). Aveva incominciato così, ma poi mutò: « Che
« voler ciò udire S bassa voglia. | Dante, Inf., XXX, vs. ult. | Vorrei inco-
« minciare con quell'altro verso di Dante: Marzia che piacque tanto agli
« occhi ìniei, ma ho l'animo un po' inacerbito ».
Il 10 luglio 1808 il Foscolo scriveva al Pindemonte: « mi pare ch'io potrei
« scrivere un altro Ortis Poesie e versi medito sempre perchè io amo >
(Ep., I, l'25). Chi era oggetto del suo amore? forse la donna, alla quale al-
ludeva nella lettera all'Armandi, o ora un'altra, p. es. la FJignami? La ri-
sposta non è facile. Di quel tempo, anzi ben prima di quel tempo, vagheg-
giava Lucia Battaglia; ma costretto a far tacere l'amore, c'era, almeno in
parte, riuscito. Che possa essere la Bignami, non è aflatto improbabile, perchè,
< se nel novembre del 1808 Ugo era famigliare in casa Bignami [cfr. Ep.,
€ I, 168 in notaj, è naturale supporre che la conoscenza di lui con la fa-
« miglia e con la giovine signora di casa, fosse cominciata qualche tempo
« innanzi » (I, 214). Comunque sia la cosa, neW Epùttolario Ugo si manifesta
innamorato della gentile persona solo nel 1809 (voi. 1, 213-14; 239-40 sgg);
né la gentile persona conobbe il segreto di lui se non se nella seconda metà
di giugno (li, 244). II 9 di questo mese, da Codogno, ella gli scriveva che
(1) A Francesca Giovio — si sa — avrebbe intitolaU la lettera FanciulU; a Madd. Bignami e
a Matilde Vi^contini Dembowski, RomanMi.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 441
il domani sarebbe partita per Milano (1); e Pietro Borsieri, il di 13, lo av-
vertiva che
La bella donna che cotanto amara
era tornata (Il Baretti, an. 1873, p. 374). Ugo volò a Milano — sbaglia il
Chiarini dicendolo quivi il di 10, ma il suo sbaglio provenne àdWEpistO'
lario — ; e il 17 scriveva al Montevecchio la pietosa lettera che incomincia:
« Il caldo è sì affannoso » {Ep., I, 284).
Non appena tornata, la povera Bignami era stata riassalita da' suoi soliti
malanni di nervi e di tosse. In vece pare al Chiarini « molto probabile che
« la malattia di lei avesse relazione col tentato suicidio, e fosse forse una
« conseguenza di esso » (I, 233). Eppure vide il Chiarini che « se la Bi-
« gnami avea tentato d'uccidersi per amore del Foscolo, forse dopo qualche
« scena violenta fattale dal marito », Ugo non poteva « non solo seguitare
« a praticare quella casa, ma (né) andarci a tenere lunga ora di compagnia
« alla signora » (I, 234). E doveva il Chiarini badare meglio alla lettera
del Foscolo al Montevecchio, la quale spiega chiaramente la malattia di lei;
e badare ad un'altra della Teresa Bignami al Foscolo con la quale, il 16
agosto, gli faceva sapere che nel decorso di due mesi la Lenina non aveva
più avuto alcun accesso di tosse; ingrassava, e la sua salute guadagnava di
giorno in giorno. Avrebbe la Teresa scritto ancora al Foscolo, s'egli fosse
stato cagione del tentativo? e poteva il Foscolo scrivere alla Teresa qual-
mente non sapeva né voleva sapere quali ragioni avevano destata tanta dif-
fidenza e freddezza verso di lui? Inoltre, se il 2 di giugno la Lenina non
conosceva ancora il segreto di Ugo, segreto, del resto, facilissimo a indovi-
narsi; se da Codogno ella era tornata il dì 10 e il Foscolo, da Pavia, dopo il
13; potevano in sì breve spazio di tempo avvenire tali e tante cose? — gio-
verà ricordare che le lettere della Bignami al Foscolo non sono punto lettere
(1) Ecco la lettera non pubblicata, non saprei perchè, dal Chiarini:
Amico mio — Avete fatto benissimo di credere a me, perchè cosi ebbi il piacere di trovare nel
mio ritorno da Mantova due vostre lettere le quali leggo benissimo , e mi fanno molto piacere.
È pur troppo vero, che vi sono certi caratteri, che senza loro colpa sono preda d'eterna inquie-
tudine, e per nostra fatalità, credo che siamo nellMstesso caso tutti e due; non anelate in collera,
ma bensì sopportate con rassegnazione (come è il vostro solito) l'opinione forse falsa della vostra
amica. Vi prometto d'ora in avanti di non disputare più con voi, perchè voglio, che conserviate
la buona qualità, che avete di non parlar mai con ironia, e non voglio, che per convenienza alla
Signora ci facciate degli elogj quando dice delle bestialità; vi assicuro, che mi sarà più dolce
una contradizione che il sentire, che vi ho imbrogliato più di quel , che avrebbero potuto fare i
metafisici disputanti delV università. La mia salute è ottima, ed ho avuta anche la sodisfazione
di trovare bennone il mio Rocchino quale vi ringrazia molto della memoria, che conservate di lui.
Questa mattina mi sono alzata alle cinque, ed in questo momento suona mezz'ora dopo la mezza
notte, vi dico queste cose perchè non voglio, che crediate che sia per pigrizia eh' io faccia delle
lettere corte. Addio caro Foscolo, pregandovi de' miei saluti a Montevecchi mi dico di cuore
vostra amica
Codogno 9 Giugno 1809.
H. B IONA MI.
Domani parto per Milano.
[Al Sig.r Sig.r \ Ugo Foscolo professore casa | Bonfico Borgo Oleario | Pavia].
442 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
d'amore. — Il Chiarini ci fa osservare che « il Foscolo scrisse da Milano
« parecchie lettere alla Contessa d'Albany, ragguagliandola minutamente delle
« faccende di casa Bignami; e in nessuna di quelle lettere accenna neppure
« lontanamente al tentativo di suicidio della signora » (1. 236). Ma il Foscolo
ad amiche e ad amici scriveva quello che gli tornava. Del resto, a giudicare
dalle due lettere del 18 dicembre alla d'Albany e alla Mngiotti e da lettere
posteriori, si potrebbe argomentare che il tentativo di suicidio avvenisse tra
il novembre e il dicembre del 1513. Nelle lettere del 18 parla de' suoi do-
lori indicibili inenarrabili; nelle posteriori, sebbene si dica sempre forsen-
natamente innamorato della Bignami, è più forte, sta men male di prima
(cfr.: Ep.y 1,545; 555-56). Il fine della lettera alla d'Albany è per me assai
eloquente: « la mia assiduità, e il vedere ch'io per ora stava risolutamente
« in Milano e presso il ministro della guerra, inferoc'i l'antica gelosia del
« marito, che divenne muto, vigilante ed in uno stato deplorabile; e l'esser
« egli infelicissimo, e imprigionato volontariamente in casa dalla sua passata
« calamità, accrebbe i rimorsi^ i doveri e le angosce della moglie; e con
« le angosce un tremendo terrore perpetuo che s' è immedicabilmente in-
« nestato nelle mie viscere. Ho dunque dovuto rassegnarmi al partito di non
« rivederla mai più » {Ep.^ I, 543).
Adunque fu durante la malattia della Lenina che il Foscolo le fé' cono-
scere il suo segreto , e la Lenina non si sarà mostrata insensibile all' a-
more di lui. E l'amore andò tanto crescendo, che il 26 giugno 1809 (nella
stampa è, erroneamente, 1808) Ugo scriveva al Montevecchio di star male,
insopportabilmente quasi; aveva bisogno della sua compagnia , provando in-
sopportabile la solitudine delle sue stanze; ad ogni costo non sarebbe stato
a Milano: il perchè andava a Como per intendersela col padrone di casa
Resta circa l'appartamento sul lago. « Saprai ogni cosa dalla mia lettera
€ che ti scriverò domani l'altro », gli diceva. Gli riscrisse il primo luglio:
« Ci rivedremo: saprai tutto: vi è una vittima e un sacrifizio » {Ep.^ 1, 287).
Il giorno 7 riceveva da lui una lettera con la data del 3, nella quale non
era cenno della sua. Temendo che la andasse smarrita , gli scriveva nova-
mente: « Bada per carità di riavere la mia lettera non vorrei che fosse
« veduta da occhio vivente; v'è un'espressione che mi fa tremare pel se-
€ crete del mio cuore pazzo. Gli uomini ne riderebbero; ma una persona,
« una disgraziata persona, se lo risapesse, avrebbe, e ingiustamente certo,
« ma avrebbe mille ragioni apparenti di odiarmi ».
Una volta il Chiarini credette « che la disgraziata persona fosse la Bi-
« gnami » {Ombre e figure^ p. 306); ora invece gli paro evidente < ch'ella
« non può essere se non la vittima di cui si parla nella prima lettera, cioè
« la Cecchina » (1, 227). Ma io non so comprendere come mai, smarrendosi
una lettera impostata a Milano per Arena, la Cecchina a Como giungesse
a conoscerne il contenuto. Inoltre, dalla lettera di Ugo del 26 giugno ap-
pare che la cagione del suo male era a Milano, e la voleva fuggire ripa-
rando sul lago eh' ei desiderava « come un'anima ardente nelle fiamme in-
« fernali » {Ep., I, 292). Farmi dunque si possa argomentare che le visite
troppo frequenti in casa Bignami, le continue amorose cure per l'ammalata,
qualche imprudenza fors'anche, quando la fu guarita, destassero la gelosia
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 443
nel marito e la diffidenza in tutta la casa. Quindi la necessità, se ad evitare
lo scorno non voleva di punto in bianco troncare le visite, di diradarle al-
meno come fece veramente, a ciò confortato forse dalla stessa Bignami —
la vittima — alla quale saranno toccati de' fieri rabbuffi dal marito; quindi
la necessità di abbandonare, non foss'altro per qualche mese, Milano, e d'e-
siliarsi poi per sempre dalla casa Bignami. Ecco il sacrifizio!
Crede il Chiarini che Ugo ritornato « col cuore e la testa in grande tu-
« multo » da Como — non il martedì, com'egli dice, ma il mercoledì — ,
ricevesse la lettera della Cecchina, « con la quale essa confessandogli di
« avere, dopo molte resistenze e molti rifiuti, accettato finalmente la proposta
« di matrimonio fattale da suo padre, gli confermava il suo amore » (Ombre
e figure, 303-4); e si sfogasse « al solito scrivendo, come avea promesso, al
« suo Montevecchio » (I, 227). Ma con la lettera del 26 Ugo prometteva di
far sapere all'amico ciò che lo faceva star male prima di andare a Como.
E a Como erasi fermato sole ventiquattro ore, e se vide la Cecchina, non
intese da lei nulla di grave, perchè di questa visita neppure è cenno nella
lettera del 19 agosto. La lettera poi della Cecchina a lui non è del 17 giugno,
ma, se fu scritta nel 1809, e non nel 1810, è del 7 marzo.
Supposto che la lettera sia del 1809, essa non è anteriore al marzo per
molte ragioni ch'io mi taccio, appunto perchè gli è inutile l'addurle. La lettera
fu scritta il martedì e fu indirizzata a Milano (1). Ora, il -27 giugno del 1809
era bensì martedì, ma proprio in questo giorno il Foscolo da Milano andava
a Como, donde ripartiva la mattina del mercoledì. Il lunedì adunque, 26 giugno,
non essendo Ugo a Como, la giovine non gli poteva scrivere: « Se tu sapessi
« quanta pena, quanta compassione mi facevi jersera vedendoti sempre gli
« occhi pieni di lagrime ! ». Né può la lettera essere dell'aprile, perchè Ugo,
lasciato Milano il 30 marzo, fu a Como, ad Erba e di nuovo a Como per le
feste di pasqua; e da Como partiva il giovedì, 6 aprile. Bensì sappiamo che
il 5 di marzo — era domenica — ei rivedeva Como per la terza volta, e
presto tornava a Milano e precisamente il giorno 7: il 9 già scriveva al
Conte, mandandogli in dono l'orazione inaugurale. E appunto il martedì sera,
a tarda ora, la Cecchina avrebbe scritta la sua prima lettera (2) al Foscolo,
al quale poi scrisse parecchie altre volte, come sappiamo dal frammento di
lettera a Vincenzina Panigadi, sorella della Cecchina.
Alle parole della lettera; «Se tu sapessi» ecc. il Chiarini annota: « Si
€ capisce che la lettera, per quanto porti la data di martedì, fu realmente
« scritta il mercoledì mattina, cioè dopo la mezzanotte del martedì » (I, 226).
Questa è critica sottile! Crede forse il Chiarini che la Giovio non sapesse
distinguere i giorni della settimana, come certi critici non sanno quanti sieno
i giorni dei mesi? Del resto, se anche ella avesse scritto dopo la mezzanotte,
avendo datata la lettera m,artedì^ col jersera intendeva il lunedì. Ad ogni modo,
a supporre la lettera del marzo 1809 vi sarebbe un altro argomento. Leggiamo
in essa : « Non vedendo più tue lettere al Papà, io credeva che tu m'avessi
(1) La sopraccarta è così: AlVOmaLmo Signore | Jl Signor Ugo Foscolo \ Milano.
(2) Lo si potrebbe argomentare da queste parole: « l'averti scritto ti sia una prora della mia
stima, della mia amicizia, ch'io ti conserverò fino all'ultimo mio respiro ».
444 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
« dimenticata, e forse non amata mai, quant'io t'aveva amato; ma t'ho
« riveduto... più tenero di prima ». Chi guarda neW Epistolario, vede che dopo
il 3 di ottobre 1808 il Foscolo più non scrisse al Conte se non il 20 novembre
e poi ril dicembre. E sappiamo dalla lettera del 19 agosto che, dopo la sua
seconda visita alla Giovio — il Chiarini non ne fa menzione — la quale vi-
sita fu a Verzago verso la metà di ottobre, tardò un mese a mandare i suoi
ringraziamenti al Conte. Con l'anno nuovo gli scrisse spessissimo, cominciando
dal 6 gennaio; cioè, il 31 dello stesso mese, il 3 e 17 febbraio, il 9, 12-16,
20-21, 25 marzo; due volte nell'aprile, cinque nel maggio, e due volte ancora
prima del 27 giugno. Adunque con le parole: « non vedendo più tue lettere
« al papà », la Cecchina avrebbe alluso al lungo silenzio dei mesi novembre
e dicembre; e con le altre: « t' ho riveduto », alla visita del 5 marzo, che
altra il Foscolo non glie ne aveva fatta dopo l'ottobre.
Invitato dal conte G. B. Giovio alle sponde del Lario, il Foscolo vi era
andato su la fine di luglio del 1808 (Ep., I, 127, nota 2) , e la gentile im-
magine della Cecchina « fece vibrare dolcemente tutte le fibre del suo cuore,
« e gli s'impresse forte nell'animo »; tanto forte che ebbe, « per un istante
« almeno, l'idea di offrire la sua mano alla giovine » (1, 244). E quando
avvenne la « definitiva rottura del poeta con la Cecchina » (I, 243), quella
« gli lasciò nell'animo non poca amarezza ». Scriveva in fatti a Sabina Orozco:
< Oggi è un mese ch'io vi vidi per l'ultima volta; da quel tempo sono an-
« dato su e giù da Milano al lago di Como; e non potrei dirvi la causa^
« ma l'ultimo giorno del mese di Agosto ho tirato una linea che divide tutta
« la mia vita passata dagli anni che forse ancora mi restano » (Lettere ine-
dite di illustri italiani, Pisa, Nistri, 1874, p. 8). La lettera non ha data, e
io la dissi, altra volta (1), del settembre 1808, perchè in questo anno dalla
fine di luglio a quella di agosto il Foscolo fu da Milano a Como, da Como
a Milano, e a Lugano e a Lecco; onde scriveva al Brunetti che andava
€ pellegrinando su e giù » (£p., 1, 132). E ho pur detto che dopo l'ottobre
dei 1809 il Foscolo non andò più a Como, finché vi fu la Cecchina (2),
perchè neW Epistolario non vi è per un bel pezzo traccia di gita alcuna
colà. Leggendo ora nel frammento di lettera a Vincenzina Paaigadi che il
Foscolo nel 1809 aveva restituiti alla Cecchina i biglietti che gli scrisse
la prima volta, e quelli che gli restavano, gli erano stati mandati dal
primo all'ultimo di agosto dell'anno passato; essendo il frammento del
gennaio o febbraio del 1811 (3), devo convenire col Chiarini che la lettera
alla Orozco è del settembre del 1810, e che nell'agosto di quest'anno il Fo-
scolo fu ancora a Como, forse più d'una volta. Anche scriveva alla Orozco:
« io non so sotto che tetto poserò questo o quest' altr' anno il mio povero
€ corpo, che l'inquietudine della mia fortuna e della mia natura fecero sempre
« andar vagabondo »; e r8 di ottobre, non so a quale Eccellenza, che non era
(1) Cfr. qaesto OiornaU, XIX, 128.
(2) 2b., p. 119.
(3) In esso si legge : « Anche Montereccbi s'ammoglia »; e il Monterecchi sposò Maria Bedogni
il 23 febbraio del 1811, come si rileva dalla fede matrimoniale che il Bianchini ebbe dalla caria
Tcwo^le di Norara.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 445
possibile ch'ei seguisse a dimorare in Milano {Ep., 1,375); e la stessa cosa
dovette scrivere alla Panigadi, perchè questa il 24 novembre gli rispondeva;
« che vi decidiate ad abitar la Toscana, o Venezia vostra, io formerò sempre
< dei voti sinceri per voi » (I, 620). Adunque tutte e tre le lettere furono
scritte a poca distanza T una dall' altra , cioè dal settembre al novembre
del 1810.
Quindi appare manifesto che gli amori del Foscolo con la Giovio non fi-
nirono se non col finire dell'agosto del 1810. Ora, non potrebbe la lettera
della Gecchina essere di quest'anno? Potrebbe certamente. Il Ghiarini non
pensò punto a questa possibilità, né fino a qui ci avevo pensato io stesso;
perchè , com'egli dice , quando uno si è fitto un chiodo in capo , a levarlo
via ce ne vuole. Fu sempre creduto che « dopo la famosa lettera d'Ugo del
€ 19 agosto e le poche spiegazioni che ad essa tennero dietro , tutto fosse
€ finito fra il poeta e la Giovio » (I, 242) ; e, naturalmente, fu anche sempre
creduto che la lettera di lei a lui fosse dello stesso anno 1809. Ma riflet-
tiamo un po' : se il Foscolo aveva ricevuta codesta lettera nel marzo ovvero
nel giugno, come vuole il Ghiarini, del '9, come mai nella sua del 19 agosto
neppure lontanamente accenna alla promessa della giovine di sposare il
Vautré ? l'essere ella promessa non era un ostacolo di più a sperarla da' suoi
parenti? Inoltre, se il Vautré non aspettava più che una lettera del Conte
per andare a Gomo a sposare la Gecchina, è egli presumibile che il Gente
a scriverla tardasse più d' un anno ? Nella lettera della giovine leggiamo :
— « mio padre mi fece parlare da Benedetto, che fu testimonio del ter-
« rore che mi faceva una separazione così dalla mia famiglia »; e noi sap-
piamo dalla lettera del Foscolo al Gente, la quale ha la data del 13 giugno
1810, che appunto in questo mese Benedetto Giovio si trovò a Gomo: — « Il
« signor Vaccari vide la lettera ch'ella mi diede aperta per [mezzo di] Be-
« nedetto, e non ve n'era bisogno perch'ei considerasse l'imprudenza come
« frutto di generose intenzioni » [per l'intelligenza di queste ultime parole
veggasi il principio della lettera del 3 giugno]. Da queste parole poi : —
« quante volte ho avuto il pensiero di dirti di trovarti in bastione, che dal
« giardino del Prefetto lo potevi , eh' io t'avrei aspettato tutta la notte in
« giardino » , si comprende che il Foscolo era ospite del suo amico Ta-
massia (1), il quale era stato traslocato alla prefettura del Lario nel maggio
del 1810 (Epist., I, 346). E se badiamo che, dopo la lettera del 13 giugno,
il Foscolo più non si fé' vivo col Gente finché non fu a vederlo nell'agosto,
possiamo credere che a questo lungo silenzio alludesse la Gecchina con le
parole: « Non vedendo più tue lettere al Papà »; e con le altre: « t'ho ri-
« veduto più tenero di prima », alludesse alla prima delle visite, se, come
pare , più di una il Foscolo ne fece in quell'agosto. Quindi vediamo anche
che il Foscolo diceva il vero quando alla Panigadi scriveva: — «Le carte...
(1) « La mia strada mi conduceva per Como; e il desiderio di abbracciarti (forse — e senza
« forse ! — per l' ultima volta) , e di salutare la mia stanza ospitale, e di baciare i tuoi flgliuo-
« letti, e di ringraziare affettuosamente di tante gentilezze tua moglie, mi avrebbero pur condotto
« per Como » {Epistol, III, 341).
OiornaU storico, XX, fase. 60. 29
446 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
€ sono pronte; e le manderei per la posta, se non temessi d'avventurarle.
€ Vostra sorella saprà che sono pochissime; perchè io le aveva nel 1809 re-
« stituiti i biglietti ch'Ella mi scrisse la prima volta; e questi che mi re-
€ stano mi furono mandati dal i^ all'ultimo d'Agosto dell'anno passato». 0
il Foscolo restituì veramente, o distrusse codesti ultimi biglietti; ma, per
memoria del suo infelice amore, conservò la sola lettera della quale ho do-
vuto fare tante parole. Ed ora il Chiarini potrà crederla del 7 mar/o del
1809, 0 dell'agosto del 1810; ma non potrà credere che la disgraziata per-
sona della lettera del Foscolo al Montevecchio sia Francesca Giovio.
Tornando indietro alquanto, poiché il Chiarini suppose che il tentativo di
suicidio della Bignami avvenisse nel giugno del 1809, naturalmente credè
che la Matilde, menzionata nel frammento di lettera pubblicata a pp. 251
e sgg. , « facesse il suo ingresso nel cuore del poeta contemporaneamente
« alla Bignami, o poco dopo; e che la lettera sia del 1809, e propriamente
« del tempo quando la Lenina era malata ». Ciò sembragli risultare < ab-
« bastanza chiaro dall'accenno alla malattia della signora, che il poeta te-
€ meva di veder seppellire di giorno in giorno » (I, 253). Ma come io
ho dimostrato che il tentativo avvenne più tardi, probabilissimamente nella
prima metà del dicembre 1813, così ne consegue che il nuovo amore sorse
nel poeta verso quel tempo, nel dicembre cioè, o a' primi del 1814. Il poeta
temeva di veder seppellire di giorno in giorno la Lenina. E veramente, co'
rimorsi e le angosce nell'anima, col tremendo pei'petuo terrore che la spin-
sero a tentare « con tanto furore » di uccidersi, la sua salute doveva essere
tutt'altro che fiorente.
Chi era la nuova amante? « Fra le tante donne italiane conosciute dal
€ Foscolo, delle quali è rimasta memoria nelle sue lettere, ci sono due sole
« Matildi, la Matilde figlia del cavaliere Orozco, maritata nel 1813 ad un Ce-
« nami lucchese, e la Matilde Viscontini, moglie al generale Dembowski »
(I, 255). La Orozco non può essere la Matilde cui è diretta la lettera; invece
può essere la Viscontini per molte ragioni, ma specialmente perchè « riman-
« gono documenti dai quali è lecito argomentare che una volta il Foscolo
€ fu innamorato di lei » (I, 255-6). lo sono dell'avviso del Chiarini, il quale,
non so perchè , a' passi delle lettere alla Gentile e al Porta non aggiunse
quelli delle lettere de' 22 settembre 1815, 16 giugno, 6 e 30 agosto 1816 a
Giacobbe Enrico Meister (1). Sempre che parla di belle donne, il Foscolo
ne parla da innamorato; ma della Viscontini in queste lettere al Meister
parla da innamoratissimo, quantunque il 17 gennaio 1815 ne avesse scritto
al Pellico in questi termini : « E' sono due mesi che un'altra donna italiana,
€ e forse meno colpevole [della Negri '\y ma forse non meno misera, mi
« scrisse da Berna i suoi guai. E non mi rincresce d'afiSiggermi degli altrui
« guai, quantunque tu sai che mi basterebbero i miei ». Di questo non ci dob-
biamo meravigliare: il Foscolo non conobbe troppo la delicatezza; anzi, a
parlar chiaro, non rispettava punto le donne che amava od aveva amate;
due, forse, eccettuate: la Bignami e la Lucietta; appunto perchè, io credo.
(1) Jakrbuch f. romani$ch4 MHd tnglttehé Spraehé und LUeratur, LIpsU, 1871.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 447
non giunse ad aggavignarle. Leggendo queste parole di me « paladino delle
< mogli virtuose come l'Albrizzi », il Chiarini darà in « una risata » (I, 316).
In quanto alla Lucietta, non scriveva ella al Foscolo : « Potrei mai credere
« d'essere da voi veramente amata se mi esponeste a farmi scordare nuo-
€ vamente i miei doveri? ». Ciò è vero; ma è pur vero ch'ella gli prote-
stava che non sarebbe sua (una donna maritata può scordare i suoi doveri
anche senza venire a certi mali passi); ed è vero anche che, sebbene la
Lucietta fosse « una donna debole » ecc. ecc. (I, 277), tuttavia l'onore della
vittoria doveva toccare a lei. Dopo quasi un anno di lotta, il Foscolo, stanco,
sonava a ritirata: — « È tempo che l'amico tuo ti nasconda i delirj dell'a-
« more, e ti mostri i teneri affetti della sua religiosa amicizia. Scordati del-
« l'amante, o amabile giovine, e più amabile per la tua virtù, e ricordati
« sempre del tuo amico. Ah ! s'io perdessi anche la stima e la fede che tu
« mi hai conceduta, maledirei l'amor mio ».
Fra i manoscritti della Nazionale di Firenze ci sono tre bigliettini amo-
rosi di donna diretti al Foscolo, in francese, e di ortografia spropositata; e
nella mente del Chiarini balenò « il pensiero che la signora de' bigliettini
« potesse essere la Dembowski stessa; ma fra le lettere di lei, scritte con
« una certa spigliatezza e con sufficiente correzione, ce ne sono due in fran-
ge cese, abbastanza corrette anch'esse », ciò che lo induce a supporre « che
« i bigliettini possano essere di un'altra donna » (1, 267-8).
, Perchè il Chiarini tenesse per fermo che i bigliettini sono di un'altra
donna, bastava badasse alla mano diversa. Ristampandoli, egli non credè
« bello e nemmeno necessario, riprodurli con esattezza diplomatica; pronto
< a sfidare per ciò i fulmini critici degli egregi Martinetti e Antona Tra-
« versi » (I, 266). Ecco; se il Chiarini si contentasse di raddirizzare la or-
tografia dei documenti ch'egli pubblica, benché a me piaccia di averli ge-
nuini, ei non avrebbe a temere de' miei fulmini critici. Ma il Chiarini non
si sta contento a ciò; egli fa ben altro. E poiché ho toccato questo tasto,
non potendo io, per la già troppa lunghezza del mio scritto, dire del rima-
nente del volume che, del resto, è migliore d'assai, anzi ha qualche capitolo
veramente bello, darò qualche saggio da cui si possa argomentare con quanta
esattezza il Chiarini pubblichi i documenti inediti riguardanti gli amori del
Foscolo. Nel secondo biglietto (1), invece di six heures e le baslion, io credo
sia cinq heures e les bastionls]. Pour toi non è certo; in luogo di pour
pare a me si debba leggere puis, sebbene il puntino della i sia sulla prima
asticciuola dell'w; e perchè dopo toi non c'è punteggiatura, suppongo che
la signora volesse scrivere et puis avec toi nous ferons etc. , ma Yavec le
restò nella penna. Nel terzo, non ma voisine, bensì è mad (non sono
riuscito a leggere il nome della signora, scritto con la iniziale minuscola:
pare Riniere o Riviere); e non so perchè di questo biglietto il Chiarini
()) In fine del primo bigliettino, invece di Touté à toi, come stampò il Chiarini, era parso a
me di poter leggere Teres (il resto mi riuscì indecifrabile). Non potendo rivedere l'autografo, in-
terrogai l'egregio signor Cbilovi, prefetto della Nazionale di Firenze, il quale mi fé' gentilmenta
rispondere che vi si legge tote a toi ovvero tot atoi (sic). Danqne ho torto io.
448 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
abbia ommesso le ultime parole: elle a de l'esprit et mot I puntini li ba
messi io per segno della bella sospensione della incognita signora.
Maggiore cura non ebbe il Chiarini per le lettere della Bignami e di Paolo,
marito della Maddalena. Ecco i mutamenti più gravi: — Voi. I, 611, 14:
30 aprile (23 aprile) — Ib. : alla lettera IV manca il voc. Amico car.mo —
612, 3: così buone (sì ottime) — Ib., 4: come ne' scorsi giorni (come lo era-
vate ne' ecc.) — 614, 15; Can (Can., abbr. di Canonico) — 615, 12: uè
prendervela (con prendervela) — Ib.: non capisco perchè il Chiarini nella
lin. 6 della lettera III abbia messo un non tra parentesi, non richiesto dal
senso — 616, 1: quella tempra (quella stampa) — Ib., 12; è andata (s'era
data) — Ib., 23: letterine (vetturino) — 617, 1: bene stare (benessere) —
Ib., 9: in parte (in generale) — Ib., 22: qualche tempo (qualche giorno) —
Ib., 26: Foscolo (Focolo: così pronunciava Rocchino, il figliuoletto della Le-
nina, ovvero anche Fosco) — Ib., 28 : inalterabile (inalterabilmente) — 618,
12: Pottoni (Pattani, cioè i Tedeschi) — Ib., 13: l'Imperatore è stato (l'Im-
peratore è) — Voi. II, 243, 23: posteggiente di (posteggiante, di) — 244, 9 : E
perchè non versare (0 perchè non volete versare) — Ib., 24: Foscolo (Fosco).
Delle lettere del Foscolo alla Lucietta il Chiarini dice di aver notato nel-
Y Indice, che chiude il volume II, le differenze fra la mia e la sua edizione ;
ma quante ne ha ommesse, le quali sono tutt'altro che leggere ! (1). Nem-
meno le tre lettere che stampò dopo, nell'appendice al capitolo VI (I, 6(>2sgg.),
sono senza mende. Per non dir altro, dopo le parole per te (608, 9) mancano
queste : avrei almeno avuta una dolce e forte obbligazione di vivere. Nella
lettera a Teresa Bignami (I, 618-9) a p. 619, lin. 34, invece di rigorosamente
e assolutamente a, si legga rigorosamente a: le parole e assolutamente
sono nella seconda minuta (li, 245-6). E invece di vile; che questa sciagura
è innata (lin. 26), leggasi vile; questa sciagura è inerente. Nella linea se-
guente, dopo affrontarla nell'autografo non c'è punto; ma tengono dietro
queste parole tutte cancellate, eccetto la prima : risolutamente e le confesso
che questo sacrificio è per me maggiore di quello della lontananza. Nel
frammento di lettera a Vincenzina Panigadi (II, 234) nella lin. 9 si deve
leggere: ed il tempo versano nell'anima, non scusano; e a p. 118, lin. 1
del voi. I, non per matronam, ma per m,atronatu(m).
Oltre questi e pochi altri, io non ho veduto o non ho potuto riscontrare
gli autografi de' documenti pubblicati dal Chiarini. Le lettere del Foscolo
alla Russel egli dice d'averle pubblicate < integralmente con fedeltà scrupo-
losa »; ed io mi auguro che abbia fatto così anche delle altre tutte.
G. Antonio Martinetti.
(1) Kingratio il Chiarini d* avermi fatto accorto di quattro errori di atampa , de* qaali Don mi
era avredato , nella mia edizione delle UU$r$ alla Lucùtta , benchò foaee esatta la mia copia.
Leggìi dnnqae (p. 16, 1. 21): dtrivawmo — (p. 22, 1. 16) : cornuti no imI — (p. 27, 1. 20)-.
coti mmico ài m» — (p. 33, 1. 5): morrti infrutiuotamintt m/$Ue$.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 449
LUCIANO BAROZZI e REMIGIO SABBADINL— Studi sul Pa-
normita e sul Valla. — Firenze, Le Monnier, 1891. Nelle
Pubblicazioni del R. Istituto di studi superiori, Sezione di
filosofia e filologia (8° gr., pp. xii-268).
Su questo volume, dove, a malgrado del titolo, si tratta per quattro quinti
del Valla; a lettori che già conoscono, anche per ciò che ne ha detto il
Giorn. (XIX, 403), la bella opera testé pubblicata dal Mancini; ci sembra di
dover subito avvertire, come Tun libro non escluda interamente l'utilità del-
l'altro e, al tempo stesso, di dover subito rilevare la gran diversità che corre
fra essi, nella natura, nell'intento, nell'organismo: se pure d'organismo si
può parlare in proposito d'un volume formato da lavori di diverso genere,
d'autore diverso e inorganici tutti , qual più qual meno. Poiché gli Studi
sul Panormita e sul Yalta, di cui qui diamo ragguaglio, si compongono di
un saggio critico filosofico del Barozzi, sull'umanista romano, e di due cro-
nologie, della vita del Beccadelli e della vita del Valla, dovute al Sabbadini.
Quegli, spaziando con ardita fiducia pel territorio degli studi umanistici, si
compiace dell'erte rischiose, e incespica, delle vette onde al suo sguardo si
schiudano ampie distese, e, qualche volta, non vede o vede male : questi, da
scienziato irreprensibile, procede cauto, terra terra, raccattando quanto giovi
al suo intento speciale o ad arricchire la collezione, che da più tempo ha
iniziata, d'aneddoti, notizie e documenti sugli umanisti; senza mai voltarsi
addietro per agevolare a chi voglia seguirlo il cammino faticoso ; noncurante,
mentre rischiara la vita del maestro delle eleganze, di ogni garbo d'elocu-
zione; dottamente, oculatamente, aridamente. Il lettore è avvisato; frigida
pugnahunt calidis, humentia siccis.
Luciano Barozzi mori giovanissimo nel 1874; il lavoro che, adempiendo
a un dovere di pietà verso la memoria dell'antico condiscepolo, il Sabbadini
offre ora agli studiosi, fu la sua dissertazione dottorale di filologia, presentata
nell'estate del '73. Queste date e l'indole dello scritto bastano a spiegar la ra-
gione delle mutilazioni fattevi dall'editore e delle due cronologie ch'egli v'ha
premesse; le quali (sia detto col rispetto dovuto al nome di quel valoroso
rapito immaturamente agli studi) sono la sola parte del volume, onde s'av-
vantaggi veramente la scienza. Il Sabbadini vi dà prova, anche una volta,
della sua dimestichezza col materiale umanistico, cosi biografico come let-
terario, e riesce a risultamenti sicuri, spesso nuovi ed insperati. Egli primo,
ad esempio, ha incontestabilmente dimostrato, che il Valla dimorò nel 1435
a Genova (1) ; e primo ha messa in luce una lettera lunghissima di Maffeo
Vegio (pp. 89-92), che ci sembra nuovo e perentorio argomento dell'efficacia
(1) Le dae lettere a Luchino Belbelli, scritte appunto da Genova, ch'ei pubblica di sur un ms.
di Ferrara (pp. 73-74) e il Mancini ( Vita di L. Valla, p. 83) cita da un Viennese , occorrono
anche nel cod. Trivulziano 643 , f. 171 , insieme con più altre lettere , del Vegio e di Guarino
Teronese, indirizzate al medesimo.
450 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
benefica esercitata da questo umanista sul Valla, nello smussare (per dir cosi)
le asperità del suo carattere (1). Sottoporre a una sottile disamina questa
cronologia del Valla, dopo che l'autore stesso l'ha diffusamente ragguagliata,
in questo periodico, coi dati offertici dal Mancini, sarebbe vana fatica. Nato
nel 1407 (2) a Roma, dove stette sino alla fine del '29, Lorenzo fu Tanno
appresso a Piacenza e quindi a Pavia, dove insegnò pubblicamente un bi-
ennio (1431-2, 1432-3). Dopo una gita di qualche giorno a Ferrara e una
breve dimora a Milano (1434) e a Genova (1435), entrò ai servigi d'Alfonso
d'Aragona; insieme col quale, pertanto, lo troviamo e alla battaglia di Ponza»
e, prigioniero, a Milano, e, al ritorno dalla cattività, in Gaeta (febbraio 1436),
e in varie spedizioni che quel re fece dal '36 al '39. Circa questo tempo
andò in Sicilia, si trovò alla campagna contro Salerno, fu con Alfonso in
Puglia nel 1442, dopo aver passato, come pare, due anni fermo in Gaeta.
Stabilitosi nel '48 a Roma, vi rimase fino alla morte, che segui il 1« agosto
1457. Tutto questo è messo in sodo dal Sabbadini con un corredo di do-
cumenti amplissimo, qualche volta eccessivo, eh' ei produce da svariati
manoscritti, non sempre (per quanto abbiamo potuto riscontrare) con fe-
deltà scrupolosa (3). Alla cronologia del Valla il S. ne ha premessa una
del Panormita , perché questi esercitò su Lorenzo notabile efiìcacia ; in tal
modo ha surrogato la parte del lavoro del Barozzi che si riferiva al Becca-
delli, invecchiata e manchevole di fronte alle nuove ricerche. Anche pel
Panormita egli usa la stessa ostinata minuzia; arrestandosi al 141^, dal
quale anno in poi il poeta siciliano fu sempre presso re Alfonso, e trala-
sciando la cronologia del quinquennio 1429-34, perché si collega con le
Epistolae GalUcae, meritevoli d'uno speciale lavoro di ordinamento (4); si
trattiene in quella vece, e certo con ottimo pensiero, sulle ostilità tra il
Beccadelli e Antonio da Rho (5). Qualche maggior copia di notizie intorno
(1) Cfr. Mahcihi, Op. ci?., pp. 38-39. Il Valla si confessava obbligato all'amico pei consigli di
moderazione ricevuti nello scrivere il De vero botto. È verosimile, che li seguisse anche nel cen*
snrare Antonio da Rho ; contro il quale , senza essi , avrebbe forse inveito con queir acredine,
ch'era nella sua indole e che usò contro il Fazi e Poggio.
(2) Cfr. Oiom., XIX, 406.
(3) Tralasciando più minute divergenze, nella lettera del Panormita ricavata da un cod.
Ambrosiano, a pp. 86-37, trovo ommesso Htam alla lin. 0, Muta« alla lin. 41, e, in fine, la frase
JUrum vale, spts Mutarum, Uectntu. Inoltre il S. vi fa alcune correzioni un po' ardite senta
punto recare a piò di pagina la lezione del codice : cosi dove egli stampa Kxcitattu quidém Muta»
tunt, citharam Unent ac pUctrtim a unum arr«x$rt iam , potrebbe altri leggere , col ma.,
citharam tenent ac pUctrum , aurit arr«x«r« iam; e, da princìpio, amieos... p«r episioìa$
quasi vìsimus, come scrisse il copista, può forse stare anche senta quel prautntts, che supplisce
dopo qua$i il S. A p. 28 , dove questi legge QuinUmi iUi adoUtetntium ut m9mt$ Ubi eottiga-
buntur^ sarebbe stato utile avvertire, che il codice (un altro Ambrosiano) reca propriaoMat* otfo-
kseenUum mor«t, correggibile anche in adoleseenUum more.
(4) Oltre ai quattro pid importanti codici di queste Epistolae , il S. ne indica molti altri con-
tenenti lettere e poesie del Panormita (p. 1 n.). Particolari ricerche accreecerebbero certamente
la lista; noi, dal canto nostro, ricordiamo d'averne incontrati e a Napoli nella biblioteca dai G*-
rolomini e a Milano in Trivnlziana; dove, anti , il ms. sopra citato ne contiene nn aomero si
Taggnardevole, da poter eoere annoverato fra i principali.
(5) Pei rìsnlUmenti a cui il S. è giunto in tutte qoeaU indagini sol PanormiU , baaU qoi ri-
mandare al suo riepilogo (p. 47).
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 451
a più d'uno dei personaggi nominati in queste cronologie (1) avrebbe senza
dubbio giovato a valutare Timportanza di molte lettere intercalate nel testo,
prive d' illustrazioni ; e senza accrescere la mole del libro v' avrebbe tro-
vato posto, sol che l'autore fosse stato alquanto meno largo d'ospitalità alla
prosa de' suoi quattrocentisti (2), e nella propria più denso. Ma anche così
come sono , se non lette, consultate, le due nuove cronologie sabbadiniane
renderanno buon servigio agli studiosi.
Lo stesso, come già accennammo, non si può dire dello scritto sul Valla
del Barozzi : buon documento del suo ingegno e de' suoi studi, avuto riguardo
al tempo in cui lo dettò e all'officio a cui lo destinava; ma troppo oggidì
inadeguato alle nuove cognizioni acquisite dalla scienza, perché se ne possa
sostenere con profitto la lettura (3). Difettoso fin da principio nella disposi-
zione della materia, di tra le cesoie spietate del Sabbadini esso è uscito
miseramente deforme (4); e le osservazioni savie e acute, che pur v'incontri
in mezzo a vacue generalità fiorite d'immagini, quali vent'anni sono usa-
vano, anzi trionfavano, nei lavori di scuola (5), ora son rese vane dalla Yita
di Lorenzo Valla del Mancini, opera recentissima d'un veterano dell'erudi-
zione, di fronte alla quale ben poco valore conserva questo scritto invec-
chiato d'esordiente. Non è dubbio, che il Barozzi, se fosse vissuto ancora un
paio d'anni, sarebbe tornato sopra alla sua dissertazione, per isfrondarla dalle
ripetizioni inutili, per rassettarne qua e là l'elocuzione e mitigarne l'enfasi
sconveniente ad una trattazione scientifica (6): oggidì poi e' l'avrebbe addi-
rittura rifatta. Poiché nulla v'ha di più manchevole d'una sintesi prematura;
l'analisi e la discussione su date, su fatti sono per ogni ricostruzione critica
(1) Ad esempio, sa Niccolò Arcimboldi (p. 31), su Ant. d'Asti (pp. 60-61), sul Belbelli (pp. 73-
74), su Ant. Bossi (pp. 62-63), su Niccolò Malpigli (p. 21 n.), su A. B. Imperiali e Pietro Cotta
(p. 78), su Mattia Lupi (p. 19, n. 4) ecc. Per quest' ultimo, ai rinvìi del S. sono da aggiungere
Mehus, 7. A., p. 379; Coppi, Annali di S. fftfwitsrn., II, 195; Yoigt, il mor^rw»., I, 409; Gior-
naU, XVI, 76.
(2) Di pili d'uno dei documenti , eh' ei produce per intero , bastava riferire i passi di maggior
rilievo, collegandoli col riassunto del rimanente.
(3) Tutti sanno, ad esempio, quanto sia controversa la quistione del tempo in cui è da credere
abbia avuto origine la leggenda della donazione di Costantino (per ragguagli bibliografici, cfr.
Arch. stor. ital, serie V, voi. V, pp. 339-40; Hist Jahrbuch del Gbaubkt, X, 439). Il B. con
tutta sicurezza 1' afiferma sorta « allorché nel secolo YIII i Longobardi minacciavano di scuotere
« il giogo papale » (p. 245).
(4) Delle due prime parti non rusta che nn brandello : dieci pagine !
(5) Cfr. le pp. 158, 222, 215-16, 235-38. A p. 162: « Egli [il V.] ci sembra quasi un vigoroso
« gladiatore, che, attorniato da fiere, si volga intomo terribile, ferocemente combattendo »; a
p. 163: « Il Valla ci pare... che coli' ardor d' un tribuno si slanci contro l' inimico, intonando
« l'inno della vittoria »; a p. 189: < Il grande umanista... come un titano slanciasi minaccioso
« contro i pili radicati pregiudizi de' suoi tempi >.
(6) Poiché la copia, non autografa, onde s' è valso il S. non era destinata al pubblico , l'edi-
tore , che in nota rettifica più volte errori o inesattezze del Barozzi, avrebbe fatto opera buona
eliminandovi certe grossolane scorrezioni di forma: cosi, a p. 231 , Un. 28, un filoso/o in luogo
di filologo; a p. 244, lin. 38, un temevasi in luogo di temeva; a p. 245, lin. 26, un ne traeva
da essa e a p. 251, lin. 10, un che ne fa il Poggio dei medesimi. A p. 255, lin. 13, manca un
ponto interrogativo indispensabile. Inoltre, certe sviste di nomi potevano senz'altro essere emen-
date nel testo (p. 213, p. 255).
452 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
quello che per un edificio le basi, a quel modo che senza il lume della cro-
nologia è facile incorrere in afiermazioni infondate o cervellotiche. Piaceva
ai critici di trent'anni sono , fidenti in un cotale loro intuito qualche volta
non infelice, adoprarsi a stabilire, a priori e, diciamolo pure, a orecchio^
certi postulati, belli, ingegnosi, fecondi di deduzioni, qual'è per l'appunto il
concetto che informa tutto il lavoro del Barozzi, e ch'egli ha mutuato dal
Settembrini (1) ; ma ai seguaci di questo metodo non resta omai altro con-
forto, che d'imprecare contro la nuova « scuola boreal > (audace no, anzi per
essi timida troppo!) che, pur nella critica, ha osato sostituire alle parvenze
vaporose « l'arido vero », e quel concetto specioso cade innanzi ad una più
equa ponderazione dei fatti. Il Valla non si sollevò dalla filologia alla filo-
sofia : il dialogo De voluptate, già terminato nell'estate del 1430, a ven-
titré anni, è la prima opera del grande umanista romano fino a noi perve-
nuta. Ignorava forse il B. , che il Valla trattò la quistione morale prima
della dialettica ? No ; eppure , secondo lui , il celebre umanista , coi libri
Dialecticarum disputationum « determinò meglio il passaggio della filologia
€ in filosofia , si dischiuse la via al De vero bono (2) , che segna uno svol-
4 gimento ulteriore del suo pensiero e dell'erudizione » (p. 193) : tanto s'era
invaghito del concetto settembriniano quel giovine egregio, a cui non parea
vero di poter dire del suo Valla, che rappresenta « il passaggio dallo studio
« filologico alla critica filosofica , cui dovoano poi succedere i tentativi del
« Ficino e dei Greci, e finire col panteismo del Bruno e lo scetticismo del
€ Pomponazzi » (p. 209). Magnifici ravvicinamenti !
Per fortuna, le recenti indagini sulla vita, sugli scritti, sulle polemiche
del Valla (3) han gettato le fondamenta d'un edificio ben altramente solido
e compiuto. All'opera del Mancini, organica ed ampia, potrà taluno rimpro-
verare, oltre al procedere alquanto monotono, un soverchio insistere su cose
note; ma questo difetto scaturisce dall'indole stessa, essenzialmente analitica,
del libro, per cui l'autore, desideroso di studiare a fondo ogni quistione, del
pari che ogni scritto , a cui rivolga l'attenzione sua , si dilunga , e a volte
rifacendosi ab ovo^ nell'indagarne l'origine, nel ritrarre l'ambiente in cui si
generarono o si svolsero ; la qual cosa , se nuoce all'economia del libro e
affatica il lettore , giova peraltro a porger più chiari e meglio rilevati gli
elementi del giudizio a chi voglia da sé ricostruire (come appunto cerche-
remo di fare qui noi in breve) la figura del Valla, e considerarne l'opera
sinteticamente sulla scorta de' nuovi dati, senza ricorrere al riassunto finale,
un po' magro e incompiuto, del Mancini.
Messosi per la via degli studi in un tempo in cui, col decadere del prin-
cipio d'autorità, si facevano strada nuove idee, e la scuola si purificava, e
rinnovavansi le dottrine, Lorenzo Valla, stimolato dalla natura del suo in-
gegno e dal desiderio del nuovo, si dette tutto alla critica, alla libera dis-
(1) Luimi di UUerat. ital, I. 2ft7-68.
(2) Questo titolo si riferisce alla seconda edizione del saddetto dialogo Dt Voluptatt.
(8) A qaeete nltime ha dedicato ora speciali care il O&botto, nel sao Nuoto contributo aVa
ttoria tUWumtum^no Ugur», Oenova, 1898, pp. 187 tgf .
RASSEGNA. BIBLIOGRAFICA 453
cussione. Vi recò una larghezza di vedute singolare, un'indipendenza di giu-
dizio che in pochi altri ha riscontro; e, attingendo più territori dello scibile
(l'eloquenza, la filosofia, la teologia, il giure ecc.), in tutti mosse guerra, con
pari ardore se non con pari fortuna, alla tradizione. Nell'uso sapiente ch'egli
sapeva fare del metodo comparativo, applicando a una quistione particolare
la sua dottrina cosi estesa e varia, è da ricercare la ragion principale di
quella fama che ottenne, a preferenza degli analoghi scritti del Cusano e
del Pecock, il suo opuscolo sulla donazione di Costantino (1). Naturalmente,
quel suo spirito d'indipendenza, unito all'ambizione di riuscir nuovo e ori-
ginale, l'ha indotto talvolta, in ispecie ne' primi anni, a sostenere opinioni
che rasentano il paradosso e a combatterne, come al tutto erronee, altre in
cui è parte di vero ; ma i giudizi enunciati con foga giovenile venne in se-
guito temperando, sì da precorrere in più d'uno il pensar dei moderni. E,
ad esempio, nella quistione di preminenza tra Quintiliano e Cicerone, dopo
aver indubbiamente trasceso, per desiderio di rimettere il primo in onore e
combattere la troppo esclusiva adorazione del secondo, fini con ridursi a ben
più moderata sentenza; cosi pure, se, discorrendo nel De voluptate del sommo
bene, per impugnare le dottrine stoiche e i filosofemi dei commentatori di
Aristotele, egli ha vituperato il Maestro e con soverchia compiacenza, quasi
per amor di contrasto, s'è indugiato sulle dottrine morali degli epicurei (2);
ben ha mostrato in séguito, che diverso giudizio facesse dell'Aristotele svi-
sato dai commentatori e dell'Aristotele genuino, e come il desiderio di ri-
vendicare la fama d'Epicuro (i cui insegnamenti non gli parevano inconci-
liabili con la religione cristiana) s'accompagnasse in lui ad un vivo biasimo
per le esagerazioni dei seguaci di quel grande. Al suo fine senso pratico
dovevano ripugnare ugualmente il rigore ascetico e le immoralità poste in
bocca al Panormita (;S); giudicando con la sua testa e secondo la sua co-
scienza, il Valla si era reso ottimamente ragione dei caratteri, de' bisogni
dell'età sua. Perciò , dappoiché codesta età ha con la nostra notabile ana-
logia, egli è uno dei più moderni fra i pensatori della prima metà del
quattrocento : avverso agli stoici, le cui dottrine non si confacevano a tempi
inchinanti, come si sa, all'epicureismo, strenuo oppugnatore del sistema mo-
nastico, corrotto e sviato dalla sua santa missione; ma allo stesso tempo
alieno dalla troppo cieca ammirazione della sapienza pagana e dalle laidezze
di molti suoi dotti contemporanei (4).
Al Leibnitz il Valla parve non minor filosofo che umanista. E in vero,
nel dialogo De libero arbìtrio ei precorse in qualche modo le dottrine psi-
(1) Cfr. Manciki, Op. cit., pp. 145-59. Fra i contemporanei che credevano autentica questa
donazione è ricordato ivi anche Francesco Accolti ; ma sulla fede di due ternari , che (come al-
trove mostrai) appartengono pili probabilmente a un altro celebre giurista, il Eoselli.
(2) Fino a che seg^o nel suo segreto , e da giovine specialmente , egli abbia vagheggiato l'i-
deale epicureo , resta ancora da determinare con una disamina de* suoi scritti filosofici affatto
oggettiva e spassionata.
(3) Vedile riassunte in Mamciki, Op. cit., pp. 54-55.
(4) Cfr. Mancisi, Op. cit., pp. 292-93. Inutile , dopo i recenti studi , confutar qui il giudizio
eccessivamente severo espresso dal Barozzi sulla moralità di Lorenzo : basta, per quanto laconica,
la nota del Sabbadini (p. 198).
454 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
cologiche del positivismo odierno, nel De voluptate (questi gli scritti a cui
il Leibnitz si riferiva) oppugnò, in nome della libertà di pensiero, il prin-
cipio d'autorità. Nondimeno, con tutto il rispetto dovuto a un giudice cosi
insigne, grande filosofo non lo crediamo. Giustamente il Tocco rilevò il suo
inesatto concetto dell'atarassia epicurea , della gran parte che Epicuro as-
segna alla virtù (1), e altri meritati biasimi ebbe a fare al De voluptate il
Fiorentino (2) : se poi il Valla s'adoprò a separare la teologia dalla filosofia,
ciò non fu davvero per gran tenerezza eh' egli sentisse di quest'ultima, tale
da indurlo, come mostrava di credere il Barozzi (p. 219), a favorirne < lo
€ svolgimento e la trasformazione » ; che anzi da tutta l'opera sua letteraria
(ce ne assicurano anche le analisi dell'Invernizzi e del Mancini) appare il
poco conto ch'ei faceva de' filosofi (3) e la sua venerazione per la scienza
dei Padri, nonché pel Nuovo Testamento, cui cercò ridurre, mercé d'una
critica coscienziosa e profonda, alla genuina lezione, e sul quale si fon-
dava sempre per risolvere i problemi metafisici (4). Nella storia della fi-
losofia egli ha importanza sol per aver anche ad essa applicata la critica,
per avere con tal mezzo combattuto la scolastica e l'aristotelismo, come il
grande Cusano, suo corrispondente e ammiratore; ma la sua fu opera ne-
gativa, e demolì senza nulla riedificare sulle ruine. Della viva brama ch'egli
ebbe di abbattere, deliberatamente e coscientemente, in tutti i campi le opi-
nioni vulgate, restano documento notevole le seguenti parole d'una sua let-
tera al Tortelli (5):
Vidisti in libris De vero bono quod ad mores (6) pertinet me ab omnibus
dissentire, guod et in libris De institutìone phitosophiae feci. In quibus
unam feci virtutem, quae est fortitudo, nihilque differre a prudentia malitiam,
nec ullam differentiam inter cardinales theolo^icasque virtutes ; et multa hu-
iusmodi praeterea de dialectica, ita ut Boetium nedum alios derideam de
naturalibus somniare philosophos, et plerisque estendo metaphisicam
totam constare in pauculis verbis, nec in rebus versari sed in
vocibus, easque voces ab Aristotele per miram hebetudinem ignorari, om-
niaque illa vocabula, concretum et abstractum, quiditas, essentia, esse, ens,
frenetica piane esse nullius ponderis; quae si ille intellexisset, nunquam
tantam aais insaniendi materiam praebuisset. Haec ergo cum scripserim,
quid scribere verebor? Adde bue libros Elegantiarum linrjuae Catinae^
in quibus Priscianum, Servium, Donatum, Macrobium, Aulum Gellium, Mar-
cellum, lurisconsultos, Lactantium, Hieronimum aliosque (7) reprehendi, neque
aliter, salva fide operis, facere potui. Numquid retexam iam quod tanto labore
(1) Giorn., VII, 411.
(2) Il risorgim. filosofico nel Quattrocento, pp. 204-12.
(S) Cftr. Babozzi, p. 196.
(4) L'ortodossia del Valla è una delle ted foetenate dal Mancini con maggiore e miglior copia
d'argomenti.
(5) La lettera ò nel libro Lavbbntii Vallivbis Opuscula qttatdam (certo non cornane , ma di
cui por consenrasi nn esemplare nel fondo magliabechiano della Nazionale di Firenze), cbe al
Sabbadini non è venuto fatto di trorare. Il Mancini la riasrame in breve e in italiano; noi,
poiché ci pare importante, ne riferiamo qui gran parte, correggendone , col riscontro d' un tardo
codice Ambrosiano, la lezione a volte errata.
(0) La stampa maioret.
(7) Lft stampa e il ms. fuo$ non (I).
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 455
detexui? Idem ego (1), qui praeponam, in (2) comentariis quos in Giceronem et
Quintilianum componam (3), Quintilianum Ciceroni, Demostheni, atque etiam
ipsi Homero, ideoque qui non studiosissimi fuerunt Quintiliani eos nequaquam
eloquentes existimo. Quorum fere omnes sunt horum temporum homines;
quos abesse a perfecta vi dicendi, si una tu ego essemus, ostenderem. Igitur»
cum ex omni parte sapientiam divinam humanamque claudicare videam,
nonne eam prò virili mea sufiulciam? At mordent multi. Mihi crede, non
mordent ii canes, sed latrant. Nec generosae ferae est ad latratus catulorum
ab instituto itinere deflectere. Tunc autem morderent (4), tunc resistendum
mihi putarem (5;, cum opera mea invadere et confutare tentarent. Denique,
ut multus non sim, vix mihi videor posse (6) componere, in quo
non aliquid novi afferam.
Questa lettera, ce ne assicura Lauro Quirini (7), fece su molti penosa im-
pressione. Un uomo che osava vantarsi cosi esplicitamente d' aver rove-
sciata tutta la sapienza antica {omnem veierem sapientiam evertissé) do-
veva parere un prodigio di sfrontatezza; e certamente, più che le famose
polemiche con Poggio , col Fazi , col Panormita , nelle quali non eccedette
la misura e le consuetudini del tempo, fu codesta sua manìa d'attaccar tutto
e sempre, anche le più radicate opinioni, anche gli idoli più venerati, che
gli procacciò la nomea di maldicente insaziabile, inducendo i suoi avversari
d'una volta e talun suo critico d'oggi ad attribuire a bilioso livore (8) quello
che era desiderio del vero , congiunto ad ambizione di novità (9). Con si
fatte attitudini , è naturale che il Valla non abbia legato il suo nome a
nessun lavoro artistico. Le sue versioni in latino da Esopo, da Erodoto, da Tu-
cidide ebbero fortuna, e si capisce, nel quattrocento (10); ma ci maravigliano
ora , non tanto per l'infedeltà (spiegabile, chi ponga mente ai criteri seguiti
nel tradurre dalla maggior parte degli umanisti), quanto per la ineleganza.
Pensatore più che scrittore, sapea derivare dalla sottile e acuta analisi de'
classici i precetti dell'eloquenza, non praticarli egli stesso. Per ciò lasciò a
mezzo la versione, pur tanto desiderata e già molto innanzi, àoiVIliade (11); per
(1) La stampa ego swn.
(2) La stampa e il ms. ut.
(3) La stampa praeponam.
(4) La stampa mordent.
(5) La stampa putarent. *
(6) La stampa vidi at eposse !
(7) In una lunga epistola, al Valla, che le atterga l'Ambros. S. 99 sup., f. 157 6.
(8) Cfr. Babozzi, p. 183.
(9) Il Makcini (p. 327 n.) crede arbitraria l' attribuzione al Dati dell' epitafio di Lorenzo
ch'io pubblicai in questo Giorn., XVI, 65, « perché il Dati non era uomo maligno ». Ma non
T'ha ragione alcuna di negar fede al buon codice Chigiano, tutto di poesie del vescovo di Massa ;
al quale, d'altra parte, non fa gran torto l'avere anch' egli alluso epigrammaticamente alla ben
nota e quasi proverbiale mordacità del Valla.
(10) Sulla fede del vecchio Labbe, il Mancini ci fa sapere che Guglielmo Tardif voltò in fran-
cese la traduzione esopiana del Valla. Giova notare, che di questa fatica del Tardif è uscita mo-
dernamente un'edizione riscontrata dal Moktaiolon sul testo della Nazionale di Parigi (Les Apo-
logues de L. Valla, translate's du latin en franfois et suivis des diiz moraulx, par Guillacme
Tabdif du Puy-en-Velay, prof, au Collège de Navarre, maistre^Useur du roy Charles huictiesm»
de nom, Paris, Leroux, 1876).
(11) Il Mancini (pp. 135-36) adduce altre cause, che certo avranno anch'esse contribuito all'in-
terruzione. Ma la vera dovett'essere la debolezza dell'opera, avvertita dall'autore medesimo.
466 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
ciò, a differenza de'suoi confratelli, non coltivò che scarsamente (e quel poco
con negligenza frettolosa) la poesia latina (1). 11 suo vero posto, ed elevato,
è (ripetiamolo) nella storia della critica; parte non ultima della storia del
pensiero. E con ispecial gloria s'esercitò nella critica filologica; che della
filologia servi vasi (questo afferma anche nel passo su riferito) come di base
della metafisica, come di sussidio della dialettica, come d'arma contro il mo-
nachismo, contro l'autenticità della donazione di Costantino, e cosi via. Nelle
Eleganze ^ opera capitale, specchio fedele del suo ingegno, è mirabile lo
sforzo fatto per rinsanguare il latino, purificandolo dalla barbarie delle scuole,
con una più varia, più larga e meglio intesa imitazione de' classici, con os-
pitarvi neologismi e frasi plasmate sul conio della lingua viva (2); meno
pedante in ciò di molti altri, che al par di lui s'incaponirono nel ripudiare
l'uso dell'idioma parlato. E non meno mirabile è il modo com'egli ha intuite
alcune delle idee filologiche moderne (3), come, in altri scritti, ha precorso
la critica storica de' tempi nostri, spogliando audacemente dell'aureola che li
circondava certi nomi d'eroi romani, fissi in mente e in cuore a tutti i quat-
trocentisti. Questa ci pare vera gloria ; ed è gloria, senza dubbio, l'aver di-
schiusa anche al giure la via di godere i benefici dell'umanesimo, l'aver
avuto scolari come il Platina e Pomponio Leto, ammiratori come il Bude ed
Erasmo: alla quale alcun poco detrae, ma senza oscurarla, quello che pur
v'ha nella sua vita e nell'opera sua di violento, di retorico, di paradossale.
Francesco Flamini.
(1) I pochi saggi fino a noi perrenati giastiScano appieno quest'epigramma del Panormita edito
dal Raxobimo (Arch. stor. ital, anno 1889, p. 449):
Carmina componis, Lanrenti, stans pede in ano;
nil mimm, si sic carmina facta cadont.
Il poemetto in tre libri Triumphua À^honti dnicta NtapoU non è del Yalla; già prima del
Mancini, ma a sua insaputa, TaTera ascritto al vero autore L. Cokbxba , nella Riv. stor. /tot,
I, 229.
(2) Il cod. Univ. Bolognese 662 ci ha conservata una raccolta messa insieme dal Valla di ftasi
del volgare tradotte in latino. E le lodi di questo insigne umanista il Cantalicio, nel Dittichorum
libéUus de doctis viris et imperitis vioeniibus mortuisque nostrae aetatù, condensava ne* 4m w-
guenti versi:
Hoc duce barbaries decessit sordida nate,
et rediit Latio perdita lingua suo.
(3) Ecco quello che osservava giustamente , in tal proposito , il Baroni : < Decomponendo la
« parola nelle sue parti , che or diconsi temi e sufBfwi , comparando queste e le varie forme tra
« loro, facendo opportuni confronti tra le parole e le costrutioni greche e latine , col valersi di
« questi sussidii , come pure della storia , antichità , costumi ecc., per stabilire il significato di
« una parola, e col passare infine dallo studio di questa a quello del pensiero, ci pare che il
« "Valla gettasse 1 primi germi di quella grande rìvolnxione filologica, che si operò da poco t«mpo
« In Germania , e trovasse pel primo i criterìi principali di questa sdenxa. Anzi a rotte culla
« Inconscia potenza deirintulto ne anticipa alcuni risultamenti, per quella segreta armonia che
« lega le conseguenze della indagine scientifica con quelle che si hanno dairoso dei buoni au-
« tori » (p. 168).
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 457
ANGELO MARCHESAN. — L'universUà di Treviso nei sec. XIII
e XIV e cenni di storia civile e letteraria della città in
quel tempo. — Treviso , tip. del pio istituto Turazza, 1892
(8^ pp. 369).
11 libro del dr. Marchesan è un bel ^contributo alla storia civile e spe-
cialmente letteraria di Treviso nei secoli XIII e XIV, ma ha un difetto ca-
pitale. Esso pare a noi una raccolta di documenti e di notizie riferentisi alle
condizioni politiche ed intellettuali del piccolo, ma non inglorioso Comune
in quel tempo: documenti illustrati con acume di critica e notizie raccolte
con diligenza commendevole, ma non ordinate e, diciam così, fuse insieme
per modo da costituire una vera e propria monografia. Si direbbe che l'A.,
avendo esaminato buon numero de' primi ed accumulate molte delle seconde,
abbia voluto mettere in opera tutto il materiale raccolto, ed abbia quindi
introdotto nel suo libro la trattazione di argomenti che non hanno intima
relazione con quello principale : e il titolo stesso (come fu già notato da altri)
rivela nella sua imprecisione la difettosa unità dell'opera. Certo che un fila
lega insieme i dodici capitoli di essa, ma è talora così tenue, che quasi non
si ravvisa. Così, a giustificare la trattazione degli argomenti svolti nella se-
conda parte, che l'A. intitola Feste e lettere^ egli scrive: «E poiché è mio
# scopo... di presentare in questo mio lavoro l'Università trevigiana non già
4L come cosa , che stia affatto a sé , ma come istituzione , che é sorta dalle
« condizioni del suo tempo, ecco che ora veggo necessario, volendo in parte
« ritrarre il carattere di quest'epoca, dare anche , insieme colle vicende po-
« litiche, che accompagnano l'argomento principale e che ci mostrano solo
« in parte il vero aspetto del tempo , qualche notizia sulle vicende intime,
« sulle feste e sulla coltura letteraria , massimamente di Treviso a questo
« tempo » (p. 58). E sta bene s'egli ci avesse presentato come lo sfondo di un
quadro; ma in questa seconda parte egli tratta questioni del tutto particolari,,
quale quella degli amori di Cunizza da Romano con Sordello, dei costumi
di Gaia da Camino , dell' autenticità del cod\^e Barberiniano XLV, 47 e va
dicendo. Un nome, una data gli danno occasione a introdurre frequenti di>
gressioni ed episodi, i quali si leggono volentieri, specialmente da chi ama
conoscere le vicende della propria città , ma certamente non conferiscono
pregio ad un libro che pur vuol essere chiamato scientifico.
Riassumeremo qui via via i vari capitoli di esso, fermandoci a fare quelle
osservazioni che ci parranno opportune.
Nel primo l'A., accennate brevemente le molteplici e poco salde opinioni
su la fondazione dell'Università trevigiana, si ferma a descrivere le condi-
zioni politiche del Comune, dopo la cacciata degli Ezzelini, avvenuta nel
1260; e mostra come, dopo essersi uniformato per più secoli al decreto del-
l'imperatore Lotario (il quale imponeva ai cittadini della Marca trevigiana
di mandare gli scolari a Vicenza), ebbe poco dopo quell'anno uno studio suo
proprio. Gli eruditi citano i nomi di molti che avrebbero insegnato in questo
458 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
tempo le leggi a Treviso: ma essi hanno tenuto per tali coloro che dai do-
cumenti appariscono essere stati semplicemente dottori in legge, o forse, ag-
giungiamo noi , insegnarono soltanto per conto proprio , come accadeva in
parecchie città italiane di quel tempo. In tanta incertezza di dati ci pare,
che l'A. proceda con molta cautela, e miri più a provare che ad affermare.
Nel capitolo che segue si mostra la necessità, in cui li ovavasi il Comune,
di avere una scuola sua propria di leggi, mentre dovevano essere frequenti le
< questioni e controversie, per la cui soluzione era necessario avere a' servigi
« della propria città degli uomini che... fossero pronti a difendere il diritto
«di tutti » (p. 40): ragione tirata, ci pare, un po' cogli argani, perchè po-
tevano i Trevigiani andare agli studi in altre Università, e perchè, se così
fosse, ogni Comune avrebbe dovuto fondare una Università sua propria. Del
resto, che alcuni professori abbiano insegnato pubblicamente le leggi avanti
il 1300 in Treviso, è fuor di dubbio; né solo le leggi, ma anche la medi-
cina, su lo stato della quale nel secolo XIII dice TA. cose non ignorate,
ma che si rileggono volentieri. Si danno per ultimo notizie su gli scolari,
sul loro numero, sui privilegi che vi godevano, e si conchiude così la prima
parte del libro.
Quella che segue è la più geniale quanto alla sostanza, la meno scien-
tifica quanto al metodo con cui è svolta. Prendendo le mosse da quanto
scrive il Rajna su le consuetudini cavalleresche della Marca trevigiana,
l'A. discorre largamente della gaia vita che in essa conducevasi, e dà ra-
gione di quelle parole di Benvenuto da Imola a proposito di Gaia da Ca-
mino, eh' ella era gaia et vana et . . . tota tarvisina et amorosa (1). A di-
mostrar poi meglio quanto asserisce, riproduce la descrizione già abbastanza
nota, del castello d'Amore. Così si spiega come Treviso potesse diventare
« ritrovo gentile di letterati, di trovatori, di poeti, di gente piacevole » (p. 60);
ma a questo contribuì per certo anche la famiglia degli Ezzelini, i quali
ebbero relazione con alcuni dei più celebri trovatori del tempo, tra cui il
fiore de' rimatori italiani in lingua provenzale, Sordello.
Bellissimo tema questo della dimora di Sordello a Treviso , e dei suoi
amori con Cunizza , ma dall' A. è trattato un po' aridamente e con troppe
frequenti citazioni di testi noti. Non sappiamo poi perchè solo in fondo al
capitolo, e dopo aver parlato di Ugo de Saint-Circ, di Alberico da Romano ecc.,
egli si fermi a ribattere i dubbi sollevati dal Gittermann sulla identità tra
l'amante di Cunizza e il cantore della morte di ser Biacatz (2): ad ogni
(1) A noi sembra che VA.., ed altri con lai, esageri nn pò* neiraitrìboire nn significato
alla danjia trevisana^ di cai si parla in an ptactr italiano di Federigo II. Il M. dta nn esempio
del Boccaccio ; ma conriene notare che la poesia troradorica, sebbene espressione di eottaini non
sempre decenti, conserra però ana forma apparentemente eorretU. Del pari, un signlSeato poco
polito sembra dare il M. alla parola sohuMart in una canzonetta di Anonimo, riportata a p. Ili,
laddore per noi essa ha quello stesso che in una canzone di Pietro Cardinal (I, 19 di quelle re-
cate dal Bartseh nella Chrut. prottn^aìi, Elberfeld, 1880) e in ana ballata popolare pare del
BartMh {ibid., 112, 29).
(2) Strano che di qaesto argomento , il qaale occupa ben sette facciate , non si fkceia parola
nel sommario del capitolo!
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 459
modo ci pare che il ^I. sfati vittoriosamente gli argomenti addotti dallo
storico tedesco in appoggio alla sua opinione (1).
Treviso, libera dalla tirannia degli Ezzelini, si resse qualche tempo da sé,
poi si lasciò governare, con autorità quasi di signore, da Gerardo da Camino.
Anche questi accolse benevolmente ed ospitò nel suo palazzo poeti e lette-
rati, quali Ferrarino da Ferrara e Guglielmo Raimondo. L'A. si trattiene
poi volentieri a parlare della figliuola di Gerardo, la celebre Gaia (2), che
egli inclina a credere donna di facili costumi ; ma l'argomento più forte di
cui si vale per confortare la sua opinione, è che ella non doveva essere di-
versa dalle sue concittadine, le quali, appoggiandosi ad alcune espressioni
di significato per lo meno ambiguo, che troviamo negli scrittori del tempo
(ho già citato in nota la danza trevisana e il solazzare), ei tiene per diso-
neste e lascive. Seguono poi alcune notizie ed osservazioni su la morte, la
sepoltura, l'età della famosa gentildonna trevigiana (3). — Il capitolo quinto
contiene notizie biografiche su tre poeti trevigiani del tempo, Gualbertino
da Coperta, Albertino Cirologo e Nicolò de Rossi, l'opera poetica de' quali,
0 meglio dell'ultimo (che dei due primi ben poco ci resta) è dal M. studiata
largamente e giudiziosamente.
A compiere il quadro della vita intellettuale di Treviso nel secolo XIII,
l'A. tratta diffusamente della leggenda carolingia nella Marca trevigiana,
ricordando tutti i monumenti che attestano la vita rigogliosa ch'essa ebbe
in quella regione (4); tocca poi della letteratura sacra, che pur fiorì in essa,
e di alcuni trevigiani che promossero in quel tempo lo studio dell'antichità
e la coltura letteraria, raccogliendo cose d'arte e codici antichi. Ma la col-
tura e l'importanza di Treviso in questo tempo, sono attestate (cosi l'Autore)
anche dal fatto che molte famiglie fuoruscite, specialmente fiorentine, tro-
varono accoglienze « oneste e liete » in Treviso. Ciò confermano le molte iscri-
zioni onorarie e sepolcrali. Da queste poi toglie occasione il M. a parlare
della tomba di Francesca, figlia del Petrarca, della poco grata sorpresa toc-
cata a Gino de' Barisani d'essere sepolto vivo, e finalmente della autenticità
del sepolcro di Pietro di Dante. Lasciamo la opportunità di talune di queste
digressioni: diremo solo che gli argomenti recati per provare che Pietro di
Dante è veramente seppellito a Treviso , non ci sembrano decisivi. Il capi-
tolo si chiude con un cenno intorno a Nicolò Boccasino (Benedetto XI), il
più grande, senza dubbio, dei Trevigiani di questo tempo, e che l'A. chiama
« il più splendido esempio della larga coltura e della pratica sapienza di
« Treviso in quel tempo » (p. 199}.
(1) Cfr. Mebkel in questo Giornale, XVII, 381 sgg., che l'A., in generale mediocremente in-
formato di cose moderne, ebbe il torto di non conoscere.
(2) Peccato che l'A, non abbia potuto trar profitto del recente studio del Rajka, Gaia da Ca-
mino, pnbbl. nélV Archivio storico italiano. Serie V, t. IX, 284 e segg.
(3) Giacché ci si presenta l'occasione, accenniamo ad un albero della famiglia da Camino, esi-
stente nel museo Correr di Venezia (ms. Cicogna, no 3505 segn. mod.).
(4) Sia permesso all'autore di questa recensione ricordare, a proposito della leggenda carolingia
nella Marca Trevigiana , il poemetto da lui illustrato Orlando Santo di G. C. Graziano (vedi
Propugnatore, Serie antica, t. XX), poemetto in cui è più di un accenno all'antica leggenda, e
che dev'essere stato tratto da una vita di Orlando, inserita in qualche martirologio.
460 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
Esauriti gli argomenti che non hanno immediata relazione col tema prin-
cipale, l'A. ripiglia la storia della Università trevigiana, e ne espone le vi-
cende fino ci 1318. Anche qui, secondo il suo costume, il M. si trattiene a
narrare avvenimenti storici (per esempio, il passaggio di Caterina, sorella di
Federico d'Austria , per Treviso : cap. Vili ; la morte del beato Enrico da
Bolzano: cap. X), ad illustrare regolamenti universitari, mentre se ne do-
veva parlare di sfuggita, per essere i primi abbastanza noti, e i secondi il-
lustrati dal Coppi nel suo studio su le università italiane; ad ogni modo essi
non attardano notevolmente lo svolgimento del tema , né divertono l'atten-
zione del lettore, cosi come le digressioni dei capitoli antecedenti.
Per riprendere il compendio del libro, diremo che Treviso, spento Ric-
ciardo da Camino, e ridivenuta libera (1314), decreta la fondazione di uno
studio, ed apre, come diremmo oggi, il concorso per professori ordinari e stra-
ordinari di legge e medicina. Fatta poi l'elezione di questi, annunzia la fon-
dazione della Università alle città vicine, ed invita gl'insegnanti eletti a re-
carsi a Treviso. I quali (per non parlare che dei soli, che accettarono l'in-
vito) sono nell'anno 1314 Arpolino da Mantova e Zambono di Matarello per
le leggi ; Euzelerio di Monte Martino e Gerardo da Modena per la medicina.
Di quelli succeduti ad essi ne' due anni seguenti, non si ha sicura notizia ;
ma nel 1318 insegnarono certamente Uberto Follata e Nicolò de' Rossi.
Quanto ai due celebri Pietro di Abano e Cino da Pistoia, essi certamente
non furono professori a Treviso. Sull'insegnamento di Cino aveva già solle-
vato qualche dubbio il Casini; il M. tratta novamente, con molto acume, ma
non senza qualche lungaggine, la questione, e conclude che avendo Nicolò
de Rossi, eletto con maggior numero di voti, accettato la cattedra offertagli,
non può aver tenuto quella il giureconsulto pistoiese.
Nell'ultimo capitolo l'A. disegna le condizioni politiche della città intorno
il 1318, quando Cane della Scala volgeva ad essa le cupide brame, e tratta
ampiamente dei privilegi che il pontefice avrebbe secondo alcuni concesso,
e che Federico d'Austria concedette realmente ai Trevigiani « per l'incre-
€ mento e decoro sempre maggiore della loro Università » (p. 302). Senonchè
il diploma del 1318 con cui si riconoscevano alla città quei privilegi, è l'ul-
timo documento relativo allo studio trevigiano, di cui s'abbia comunemente
notizia; se ne inferisce dunque ch'esso dovette ben presto cessare. 11 M.,
seguendo il Denifle, afferma che questo fu non molto dopo il 1318 (1).
Tale la materia del libro del M., materia che se fosse stata più circoscritta
e meglio distribuita, avrebbe accresciuto pregio a questa monografia: la quale
del resto, considerata soltanto in riguardo all'argomento principale in essa
svolto, la storia dell'Università trevigiana, sarà bene accolta dagli studiosi,
ora che si ricercano con particolar interesse le origini ed il progresso delle
nostre scuole nel medio evo e nel rinascimento. Si scorge, è ben vero, nel
(1) Non sappiamo se egli abbia fatto ricerche nell' Archino di Stato ìq Venezia (è noto che
Treriso poco appresso si dette spontaneamente alla Repubblica); noi abbiamo esaminato le deli-
beraiioni del fenato dal 1318 fino alla fine del secolo, e nulla ri abbiamo trorato che si riferisca
allo studio trevisano.
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 461
M. un cotale studio di dare un alto significato od una grande importanza a
qualche fatto che non ne ha, ma oltre che questo è effetto di amore al pro-
prio paese, non conduce TA. a giudizi errati o conclusioni esagerate.
Ci spiace non poter lodare altrettanto la maniera di scrivere del M. In
un lavoro erudito non si pretende peregrinità di elocuzione od eleganza di
forme, ma per lo meno si vuole italianità di linguaggio e correttezza di stile.
Ora per questo rispetto il libro che abbiamo esaminato, lascia parecchio a
desiderare. Rilegga, per esempio, TA. il periodo del primo capoverso a pa-
gina 95, e veda se noi parliamo a caso. Aveva proprio ragione il Leopardi,
che la lima è rotta e non s'ha il tempo di rifarla!
Francesco Foffano.
Giornale $iori-:o, XX, f»8c. 60. 30
ORO N A.OA.
L* esilità di questo fascicolo, resa indispensabile dalla corpu-
lenza del precedente, ci costrinse a sopprimere il Bollettino ài-
Uiografìco e ad assottigliare il più possibile la Cronaca.
La Direzione.
PERIODICI.
Atti della R. Accademia di archeologia ^ lettere e belle arti di Napoli
(voi. XVI): B. Zumbini, Vittoria Colonna. Studio estetico e psicologico delle
sue rime.
Archivio per lo studio delle tradizioni popolari (XI, 1): A. Lumbroso,
Di alcune tradizioni popolari su Napoleone 1 e sui Bonaparte.
Archivio storico lombardo (XIX, 3): L. A. Ferrai, Gli annali di Dazio
e i Patarini; Z. Volta, Del collegio universitario Marliani in Pavia;
G. Vignati, Francesco da Lemene e il suo epistolario inedito, continuaz. e
fine. Rilevante.
Archivio storico italiano (Serie V, voi. X, 3): G. Rondoni, Un cronista
popolano dei tempi della dominazione francese in Toscana ^ Niccola di
Tommaso Gagliardi, che narra gli avvenimenti seguiti in S. Miniato al Te-
desco; A. Virgili, Dei battezzatoi o battezzatorii negli antichi fonti bat-
tesimali, ad illustrazione dei vv. 16-21 del G. XIX deìV Inferno.
Bollettino storico letterario del Mugello (1, 5): R. Ajazzi , Sant" Agata.
Notizia di Leonardo di Piero di Giorgio Dati, e una lettera di Lorenzo de'
Medici a Giov. Lanfredini in data 3. IX. 1488, estr. dall'Archivio Mediceo,
in cui si parla del Poliziano e del Franco.
Giornale di erudizione (IV, 9-10): Notizie di A. Tessier sulle edizioni
delle Rime di Serafino Aquilano e di G. Alderighi sui Proverbi di Aloise
Cinzio delli Fabrizii.
Il Muratori (I, 2): I. Garini, Attentato di Giacinto Centini contro Ur-
bano Vili; F. B., Per la storia dell' Università di Roma, rotule del 1568 ;
F. Ballerini, Le feste di Gubbio per la nascita di Federico Ubaldo dei
duchi d'Urbino, in continuazione.
Il Propugnatore (V, 27): G. Mazzi, Leone Allacci e la Palatitia di Bei-
delberoy in continuazione; F. Gabotto, Un poeta piemontese del sec. XVI,
Raffaele Toscano; G. Gogò, F. Buziacarini poeta latino del sec. XV.
Inventari dei manoscritti delle biblioteche d'Italia, a cura di G. Mazza-
tinti. — Le prime quattro dispense del voi. II contengono ^li inventari della
Bartoliana di Vicenza, delle Cfomunali di Gomo, di Cagli, di Nicosia, di Lodi,
della Leniniana e della bihl. del Museo civico di Belluno, della Gambalun-
ghiana di Rimini, della libreria di Fonte Colombo presso Rieti, della bibl.
Dominicini di Perugia.
CRONACA 463
V Ateneo veneto (S. XVI, II, 1-4): E. Callegari, La congiura del Fieschi
secondo i documenti degli archivi di Stmancas e di Genova; E. Lamma,
Intorno ad alcune rime di Lionardo Giustiniani^ nel cod. 1749 dell'Uni-
versitaria di Bologna , con uno studio speciale sulla lauda Maria Tergine
bella.
La Scintilla (VI , 39) : F. Foffano , Una versione dell' « Aristodemo » in
dialetto veneziano. Di Camillo Nalin, pubblicata nel 1846. Lo stesso Nalin
aveva già tentato una parodia della tragedia Montiana, che cadde irrepara-
bilmente al teatro S. Samuele di Venezia nel gennaio del 1836.
Nuova Antologia (Serie III, voi. XLl): G. Ricci, Cristina di Svezia in
Italia, a proposito del libro del Glaretta; A. Zardo, Due tragedie veneziane,
studia il Conte di Carmagnola del Manzoni e l'Antonio Foscarini del Nic-
colini; F. D'Ovidio, Dante e la magia; T. Casini, Ter. Mamiani in esilio^
da carteggi e documenti inediti, in continuazione; E. Masi, Vita italiana in
un novelliere del cinquecento, il Bandello, in continuazione.
Studi storici (1, 2): D. Santoro, La leggenda pisana di Cinzica Sismondi;
(I, 3), V. Fanucci, Pisa e Carlo Vili secondo recenti pubblicazioni e se-
condo nuovi documenti. Saggio di più ampio lavoro sulle relazioni tra Pisa
« Carlo Vili, condotto sui documenti dell'Archivio Pisano, che è in corso
di stampa negli Annali della Scuola normale superiore di Pisa.
Archivio storico per le provincie napoletane (XVII, 2): F. Gabotto, Al-
cuni appunti per la cronologia della vita dell' astrologo Luca Gaurico;
G. De Blasiis, La dimora di G. Boccaccio a Napoli, continuazione.
Atti del R. Istituto Veneto (Serie VII, voi. III, 4-5): A. Fa varo, Gli op-
positori di Galileo ; (111, 6-7), G. Marinelli, Il nome d' « Italia » attraverso
i secoli.
U Alighieri (IV, 1-2): G. Agnelli , La Lombardia e i suoi dialetti nella
Div. Commedia, in continuazione; P., Il sole che scherza, nota a Purgai.,
XV, 1 sgg.; G. L. Passerini, Di alcuni notevoli contributi alla storia della
vita e della fortuna di Dante, sui libri di M. Barbi, di G. Ricci, di G. Fran-
ciosi, e sulla raccolta di G. del Balzo; F. Ronchetti, Moronto ed Eliseo,
nota a Parad., XV, 136.
Giornale Ligustico (XIX, 7-8): A. Badini Gonfalonieri e F. Gabotto, No-
tizie biografiche di Demetrio Calcondila; G. Ferraro, La novella CCXII
del Sacchetti e una «paristoria » sarda.
Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per le provincie
Modenesi (Serie IV, voi. Ili): M. Campori, Corrispondenza tra L, A. Mu-
ratori e G. G. Leibniz conservata nella R. Biblioteca di Hannover ed in
altri istituti, con un' appendice di Documenti dell' Archivio Gonzaga di
Mantova che si riferiscono alle ricerche fatte dal Muratori in queW ar-
chivio.
L'Arcadia (III, 6): A. Bartolini, Dante in Gubbio; (III, 7), A. Vernarecci,
F. Petrarca a Bolsena; (III, 9), A. Bartolini, Lo stemma di Dante e
S. Francesco e Dante, in continuazione; (III, 12), A. Bartolini, / frati gau-
denti nella Div. Commedia.
La Cultura (li, 34): A. Professione, Caleffi di Siena, notizia storica sulla
cosa e sul nome; (li, 41), A. S. Martorelli, Per Vanni Fucci, dà conto della
pubblicazione di Peleo Bacci, Dante e Vanni Fucci secondo una tradizione
ignota.
Rendiconti dell'Istituto Lombardo (XXV, 15-16): A. Corradi, Donde la
parola calamitai
La Biblioteca delle scuole italiane (V, 1): Della Giovanna, La ragion
poetica dei canti di G. Leopardi, in continuazione; G. Braggio, Falstaff e
il grottesco nel rinascimento europeo ; G. Rua, Di alcune fonti italiane di
un vecchio libro francese, cioè i Comptes amoureux de Madame Jeanne
464 CRONACA
Florcy alcuni dei quali sono derivati dal Boiardo, dal Pulci, dal Cieco fer-
rarese, altri dal Boccaccio.
Bollettino della società geografica italiana (V, 7): G. Uzielli, Della gran-
olezza della terra secondo L. B. Alberti.
Mémoires et documents de la Società d'histoire de la Suisse Romande
^. S., IV, 1): A. Piaget, Poésies frangaises sur la bataille de Marignan^
1515.
Romania (XXI, 83) : A. Piaget, Là, « Quistione d'amore » di Carlo del
Nero. Come già La donna senza mercede del medesimo autore (cfr. Giorn.y
XVIII, 446), anche questo poemetto, edito prima da C. Arlia e poi da A.
Bruschi (Giorn., XV, 478), si mostra essere traduzione d'un poema di Alain
Chartier, e precisamente di quello che s'intitola Le débat Réveille-matin.
Bibliothèque de Vècole des chartes (LUI, 3): Mas Latrie, U € officium
robariae » ou l'office de la piraterie à Génes ati moyen Age.
Deutsche Zeitschrift fùr Geschichtswissenschaft (VII, 2): L. Zdekauer,
Die Handschriften der « Istorie pistoiesi ».
Archiv fùr slavische Philologie (XV, 1): A. Soerensen, Beitrag zur Gè-
schichte der Entvoichelung der serbischen Heldendichtung. Può interessare
gli studiosi dell'epica e della novellistica neolatina per la possibilità dei ri-
scontri di motivi leggendari.
Journal des savants (agosto 1892): L. Delisle, Les archives du Vatican,
Le moyen àae (V, 3): M. Willmotte, Note sur la chanson populaire^
complemento uell' articolo sulla Chanson populaire au rnox^en dge inserito
dal W. nel Bulletin de folk-lore , 1,1; (V, 8), F. Novatj , Quel^es re-
marques sur un très ancien document de la fable animale en France^
contributo allo studio sulle origini del Renard.
Vom Fels zum Meer (XII, 3): E. Koppel, Yitt. Alfieri und die Grdfin
Albany.
* Sul Tractatus de formatione humani corporis in uterOy di cui si parlò
in questo Giom.^ XX, 147-149, è da consultare la Eist. litt. de la France,
XXX, 463-65 [Comunica R. Renier].
* L' instancabile editore Hoepli ha fornito le nostre scuole, ed in genere
le persone colte, d'un altro volume pregevolissimo. Egli ha pubblicato in
un tomo solo la Divina Commedia col commento dello Scartazzini , ridotta
dall'autore a massima brevità. Tutti sanno quanto utile sia riuscito agli stu-
diosi del poema dantesco quel largo repertorio che è il grande commenta
dello Scartazzini nell'edizione di Lipsia. Ma quell'opera, completata due anni
or sono dai Prolegomeni (cfr. Giorn., XVI, 383), non era, pel suo prezza
e per la sua mole, accessibile a tutte le borse, né opportuna per i princi-
pianti e per la comune dei lettori non specialisti. La presente < edizione
€ minore », che contiene il buono ed il meglio dell'altro commento, con pa-
recchie rettificazioni ed aggiunte dovute a nuovi studi dell'autore e di altri,
non che alla recente pubblicazione di alcuni celebri commenti antichi, è nel
suo ordinamento e noli' assetto esteriore comodissima. La stampa è nitida ^
ed in fondo al voi. trovansi il rimario ed un indice dei nomi propri e delle
cose notevoli: tuttociò per un prezzo incredibilmente tenue (L. 4). Non du-
bitiamo che il libro avrà larghissima diffusione e facciamo voti affinchè la
Scartazzini possa presto effettuare il suo proposito di pubblicare una nuova
edizione del commento di Lipsia, rifacendo il voi. I, che non corrisponde
CRONACA. 465
all'ampiezza ed alla ricchezza degli altri due. Per l'anno prossimo egli pro-
mette una Dantologia, che sarà un rifacimento dei due manualetti danteschi
editi dairedit. Hoepli, di cui tenemmo parola in questo Giorn,, II, 427.
* Dal prof. Gioacchino Maruflfi ci perviene una seconda edizione (Palermo-
Torino, Clausen, 1893) del suo Piccolo manuale di metrica italiana ad uso
«delle scuole. Parlammo già con lode della prima edizione, comparsa in Ter-
ranova di Sicilia; cfr. Giorn., XVII, 173. La ristampa ha molti migliora-
menti, onde il libretto è reso sempre più raccomandabile per uso delle scuole
secondarie classiche.
* Ad uso scolastico è compilata pure la Storia della letteratura italiana
di Giov. Ant. Venturi (Firenze, Sansoni, 1892). È un compendio breve, ma
fatto con garbo , nel quale 1' A. s'è studiato di dare speciale risalto alle fi-
gure letterariamente maggiori. Sarà adottato con profitto da coloro che tro-
vano per avventura troppo pieno di notizie , e quindi non agevole alla me-
moria dei giovani, il Disegno storico di R. Fornaciari, nell'edizione rifatta.
* Poiché annunciamo libri scolastici, la cui produzione, da qualche anno,
oltreché crescendo , va migliorando in Italia , non ci è lecito trascurare la
edizione che delle Poesie liriche di Alessandro Manzoni apprestò il pro-
fessore Alfonso Bertoldi (Firenze, Sansoni, 1892). È un libretto molto comodo
anche per uso non didattico, perché tutto il patrimonio lirico del Manzoni,
vale a dire le poesie giovanili (a F. Lomonaco, In morte di G. Imbonati,
Urania), le sacre, le politiche ed i cori delle tragedie, vi si trova raccolto,
con un commento copioso ed una non meno ricca illustrazione storica. Il
metodo è il medesimo che il Bertoldi praticò già pel Parini e pel Monti
(Giorn., XVI, 428; XVIII, 450). Delle varianti è pur tenuto conto, dando
modo così allo studioso di seguire 1' opera perfezionatrice del poeta. Indici
bene intesi delle voci e locuzioni singolari e degli autori chiamati a riscontro
nelle note rendono vieppiù pratico l'uso del libro (1).
* Accresciuta e migliorata esce per la seconda volta l'antologia di Poeti
siciliani del sec. XIX^ messa insieme da Frane. Guardione (Palermo-Torino,
Clausen, 1892). Buona scelta regionale praticata su 35 poeti dell'isola, alcuni
dei quali appartengono ormai alla letteratura storica. Si comincia col Gar-
gallo e si finisce col Cesareo. D'ogni poeta il G. dà sobrie notizie biografiche.
* Venceslao Santi ha dato in luce due volumetti, condotti entrambi su
larghe esplorazioni d'archivio, intorno al suo nativo Frignano, nell'Appen-
nino Modenese. V'è qualche cosa che può interessare anche agli studiosi di
storia letteraria. Nelle Memorie storiche di Sant'Anna Pelago nel Frignano^
Modena, 1892, debbono richiamare la loro attenzione le pp. 136 sgg., in cui
è parola dei maggi e vien riferita una « lauda delle anime del purgatorio »,
che suol essere cantata in fin di maggio per raccogliere elemosine a prò
delle anime purganti. Nelle Yarietà storiche sul Frignano, Modena, 1892,
va notato a pp. 119 sgg. lo studietto su d'C7n accademico della Crusca ri-
vendicato al Frignano, cioè su Giov. Filippo Magnanini, letterato del se-
colo XVI amico di T. Tasso.
(1) Poco prima d'andare in macchina ci pervenne un'altra edizione scolastica commentata delle
Poesie di A. Manzoni dovuta alle care di À. D'Ancona (Firenze, Barbèra, 1892).
466 CRONACA
* Nella bella collezione francese La vie privèe d'autrefois A. Franklin
ha pubblicato due nuovi volumi, importantissimi per la storia del costume,
Les médecins ed Écoles et collèges (Paris, Plon, 1892). Il secondo s'occupa
specialmente della vita degli studenti nel medioevo e fornisce anche dei
particolari sull'origine delle biblioteche monastiche.
* La Casa editrice Le Monnier ha pubblicato la terza edizione, con ag-
giunte notevoli, del volume di G. Piergili, Nuovi documenti intorno agli
scritti e alla vita di G. Leopardi.
* I cultori di storia della geografia dovranno tenere molto conto della
bellissima pubblicazione recente di Gius. Ottino, Il Mappamondo di Torino
riprodotto e descritto, Torino-Palermo, Glausen, 1892. Per la prima volta
compare qui senza riduzione di scala, riprodotto a colori, quel celebre mo-
numento dell'antica cartografia latina, il secondo, per cronologia, che pre-
senti in forma circolare l'imagine del mondo. Lo si trova in un cod. della
Nazionale di Torino, del sec. XII, che riproduce un commento all'Apocalisse
con la data interna 787 di Gr., e vi sta ad illustrare la propagazione del
cristianesimo. Fatto conoscere dapprima, non senza gravi inesattezze, dal
Pasini (1749), fu poscia riprodotto e studiato dal Santarem, da Lelewel, dal
Jomard, dal Marinelli, dal Nordenskiòld. Se anche la mappa originale, di
cui nel cod. Torinese è una copia, non appartenne sicuramente al sec. Vili,
è indubitato che è molto più antica del Xll. Quest'è l'opinione dei più com-
petenti geografi, cui si associa anche l'Ottino, il quale ha corredato la sua
esemplare riproduzione di tre rilevanti note illustrative. Gi gode l'animo di
veder uscire dalle nostre biblioteche lavori così profittevoli agli studi d'eru-
dizione storica.
■* Pubblicazioni accademiche in Germania : H. Varnhagen, Passio sanctae
Catharinae Alexandrinae metrica e duobus libris mss. edita (Erlangen,
rettorato); P. Geyer, Kritische und sprachliche Erlduterungen zu Antonini
Piacentini itinerarium (laurea, Erlangen); 0. Rottig, Die Versfasserfrage
des Enes und des Roman de Thèbes (laurea, Halle-Wittenberg); J. Palme»
Die deutschen Veronicalegenden des XII Jahrhunderts (progr. ginn., Praga);
K. Wotke, Ercole Strozza (progr. della scuola Speneder, Vienna).
* Pubblicazioni recenti:
Giovanni Sercambi. — Le croniche^ pubblic. sui mss. originali a cura di
Salvatore Bongi. — Volumi due. — Roma, Istit. storico italiano, 1892.
Luchino Dal Verme. — Francesco Petrarca e Luchino dal Verme con'
dottiero dei Veneziani. Raccolta di memorie storiche. — Roma, tip. Vo-
ghera, 1892. Fuori commercio. Cfr. Arch. stor. ilal., Serie V, voi. X, p. 233.
Giacomo Leopardi. — / canti , commentati da Alfredo Straccali. — Fi-
renze, Sansoni, 1892.
Francesco Novati. — La € Navigatio Sancti Brendani » in antico ve*
neziano edita ed illustrata. — Bergamo, tip. Cattaneo, 1892.
G. A. Cesareo. — Poesie e lettere edite ed inedite di Salvator Rosa^
pubblicate criticamente e precedute dalla vita dell' autore rifatta su nuovi
documenti. — Napoli, tip. della R. Università, 1892.
CRONACA 467
Vincenzo Reforgiato. — La giovinezza di Giacomo Leopardi. — Ca-
tania, tip. Galati, 1892.
Alessandro D'Ancona e Orazio Bacci. — Manuale della letteratura
italiana. Voi. I, P. I, e voi. II. — Firenze, Barbèra, 1892.
Gustavo Uzielli. — Paolo dal Pozzo Toscanelli iniziatore della sco-
perta d'America. — Firenze, Loescher e Seeber, 1892.
Charles Joret. — La rose dans Vantiquitè et au moyen dge. Histoire,
légendes, symbolisme. — Paris, Bouillon, 1892.
Attilio Centelli. — Caterina Cornaro e il suo regno. — Venezia, On-
gania, 1892.
» Annunzi analitici.
Ludovico Pepe. — Il Cieco da Forlì cronista e poeta del sec. XVL —
Napoli, tip. De Rubertis, 1892 [Con molta e recondita erudizione scova FA.
di questa memoria le attestazioni di scrittori regionali del mezzogiorno, che
si riferiscono agli scritti storici di Cristoforo Cieco , personaggio quasi del
tutto obliato, che visse nella seconda metà del cinquecento. Egli, forse in-
dotto dal suo stesso mestiere di cantastorie, fu un gran viaggiatore, e di al-
cune regioni da lui percorse stese una specie di descrizione storico-geogra-
fica. Cosi fece dell'Abruzzo, della Campania, della Magna Grecia. Sulla fede
degli scrittori di Terra d'Otranto, il P. ricercò e riuscì a rintracciare in una
miscellanea dell'Angelica, la Chronica universale della fidelissima et antiqua
regione di Magna Grecia, stampata a Venezia nel 1575. Essendo rarissima,
pensò bene di ristamparla in quest'opuscolo, premettendole uno studietto co-
scienzioso, in cui mostra come il Cieco saccheggiasse la Descritione di tutta
Italia di Leandro Alberti, stamp. nel 1550, ma v'aggiungesse parecchio di
suo, sia rispetto ai luoghi, sia sul conto di vari ragguardevoli personaggi. A
questa illustrazione il P. era molto ben preparato da' suoi studi storici spe-
ciali su quelle provinole del mezzodì. Il Cieco fu anche verseggiatore, anzi
forse più specialmente verseggiatore. Esiste di lui a stampa, ma assai raro,
quantunque impresso più volte, un poemetto intitolato Stanze sopra la morte
di Rodomonte, la cui prima edizione è di Fermo, 1562. È una specie di coda
all'ultimo canto del Furioso, con reminiscenze ariostesche e dantesche, non
senza una certa facilità di verso, che è frequente negli improvvisatori. Ro-
domonte morto va a mettere lo scompiglio nei regni bui, volendone spode-
stare Plutone; ma gli si oppongono le ombre dei cavalieri, che furono in
vita suoi nemici. 11 P. riproduce quelle stanze secondo l'esemplare antico
della Melziana. Il trovare l'improvvisatore denominato nella didascalia Cri-
stoforo Scandio, gli fa credere che questo sia il suo vero casato, quantunque
il Boccalini, che a lungo ne discorre ne' Ragguagli di Parnaso (cent. II,
rag. 18), lo chiami «Cristoforo de' Sordi, detto il Cieco da Forlì, famoso
« cantambanco italiano ». A dir vero, su questo casato de' Sordi, che il Boc-
calini gli appioppa, l'A, scivola un po' troppo. Che possa esser nata una con-
fusione, come pei poeti ciechi così spesso accadde (cfr. Rua , in questo Gior-
nale, XI, 294), può darsi; ma bisognava chiarirla. Crediamo che forse qualche
nuova notizia l'A. avrebbe potuto rintracciare instituendo delle ricerche nel
copioso materiale mss. che esiste in Forlì].
Heinrich Ungemach. — La guera de Parma. Ein italienisches Gedicht
468 CRONACA
auf die Schlacht bei Fornuovo 1495. — Schweinfurt, Reichardt, 1892 [Progr.
ginn., Schweinfurt. L'A. di questo opuscolo ci dice che la biblioteca univer-
sitaria di Eriangen possiede una serie di stampe antiche italiane, che saranno
tra breve descritte dal prof. Varnhagen. Tra quelle stampe se ne trova una
senza note tipografiche, che i bibliografi non registrano, e che deve real-
mente essere molto rara. Con un titolo simile ad altra stampa, che s'occupa
della lotta di Carlo V in Italia, vi s'adagia un poemetto di 76 stanze, in cui
è narrata la battaglia di Fornovo, contro Carlo Vili. È cosa diversa dal-
l'altro raro poemetto , registrato nel catal. Libri , di cui fa menzione anche
il D'Ancona, Poesia popolare, pp. 70-71. Il presente componimento è molto
rozzo: esso appartiene evidentemente alla letteratura giullaresca: le stanze
si seguono monotone e bracalone, i versi zoppicano spessissimo, le esigenze
della rima fecero commettere all'infelice verseggiatore dei peccati di lingua
e di senso talora imperdonabili. Tuttavia l'importanza e la curiosità del poe-
metto non sono scarse; vi trovi anche dei tratti rozzamente efficaci, vi trovi
dei particolari che forse rivelano testimonianza de visu. Ha fatto dunque bene
il sig. U. a renderlo accessibile. Ma se di ciò volentieri lo lodiamo, ci spiace
dover aggiungere che la sua pubblicazione è fatta assai male. 11 testo è ri-
prodotto con fedeltà diplomatica, quasiché si trattasse d'opera dei primi se-
coli, con un rispetto per le ipermetrie ed anche per i più grossolani ed evi-
denti errori tipografici (cfr. st. 6, v. 1; st. 7, v. 4; st. 47, v. 1 ; st. 66, v.8 ecc.)
degno davvero di miglior causa. Seguendo un uso, che in Germania ormai
può dirsi un abuso, credette necessario l'U. di offrire uno spoglio delle forme
linguistiche, per nessun rapporto notevoli, che il componimento presenta. La
illustrazione storica, che avrebbe dovuto essere accurata, rivela nell'A. somma
inesperienza e cultura deficiente. Egli non ha saputo (ed era pur facile) met-
tersi in grado di chiarire con precisione e compiutamente i nomi e le allu-
sioni del poemetto. Sulla battaglia di Fornovo non conosce che le relazioni
storiche più ovvie; non solo non gli son noti i documenti pubblicati nel-
r Archivio storico italiano , serie V, voi. VI , ma pare non abbia contezza
né della Spedizione del Sanudo, né della Cronaca di Jacopo d'Atri, né del
libro recente del Delaborde, e non siasi saputo servire del Litta (1). Il suo
commentario storico è pieno di ommissioni e formicola di errori. Trova
Carlo Vili chiamato el re de li capponi, ed anziché vedervi uno scherzo
trivialuccio diretto al re dei Galli , almanacca rapporti con Piero Capponi
(p. 39), che qui non c'entrano aff*atto. Nella stanza 59 trova notato tra i morti
Teofilo da Pesaro e non sa chi sia (p. 49), mentre ormai a tutti é noto che
si tratta di Teofilo Collenuccio. Nella st. 34 vede nominato Pandolfo d'Este,
e con una disinvoltura mirabile chiosa: « gemeint ist Alfonso d'Este, dar
€ nachmalige Herzog Alphons I von Ferrara » (p. 42). No, no; Pandolfo
non è Alfonso, e codeste sostituzioni non sono lecite. Non s'è accorto l'I),
che nella st. 60 è detto che quel Pandolfo morì appunto al Taro? Fra i morti
è pure indicato Galeazzo da Correggio (st. 59; v. st. 34), e l'A. lo scambia
(1) Dopo scritto il nostro annunzio 1' U. aggiunse un « Kachtrag za den LiUratarangaben » e
la correzione di alcani errori tipografici nel lÀUraturbl. fùr gtrm. und rom. Phiìologù, XIII,
828-24; ma queste correzioni ed aggiunte non tono tali da modificare in nolla il giudisio nostro.
CRONACA 469
(p. 42) con Giangaleazzo figliuolo di Niccolò postumo, il quale ultimo fa mo-
rire nel 1517, anziché nel 1508. È una confusione incredibile. Giangaleazzo,
non il padre, passò di vita nel 1517; il Galeazzo morto al Taro era un cu-
gino di lui, figliuolo di Manfredo. Questo non è che un saggio dei primi
errori che ci capitarono sott'occhio].
Rudolf Anschùtz. — Boccaccws Novelle vom Falken und ihre Ter-
breitung in der Litteratur. — Erlangen, Junge, 1892 [Tesi di laurea, Er-
langen. Discorrendo della graziosa novella boccaccesca di Federigo degli Al-
berighi, che caduto in povertà, diede in pasto alla sua donna la cosa più
cara che s'avesse, l'unico falcone rimastogli (Decam., V, 9), il Landau (Quel-
ìen^ , p. 24) accennava a qualche lontano riscontro sanscritico, accennava
al fableau di Guillaume au faucon, e finiva col dichiarare di non ricono-
scere in quei racconti la vera fonte della novella. Ad un risultato negativo
simile giunge anche rAnschùtz, il quale peraltro, guidato da una nota del
Liebrecht al Dunlop, rammenta una narrazione araba che ha maggiori affi-
nità con quella del B. , salvochè vi si parla d'un cavallo , e non d'un fal-
cone. La parte maggiore e più notevole dello studio dell'A. consiste nella
enumerazione ragionata dei numerosi drammi e poemetti, che indiretta-
mente risalgono alla nostra novella. Egli ne conosce, oltre la novella del
Sansovino e la riduzione in ottave del Brugiantini, ben 17. Ed è curioso
l'osservare come scrittori eminenti d'ogni paese si sentissero tentati da quel
leggiadro soggetto, specialmente per dargli forma drammatica. Tra i più an-
tichi sono da menzionare Hans Sachs, Lope de Vega ed il La Fontaine, il
quale ultimo giovò assai alla diffusione di quel motivo in altre opere fran-
cesi. Tra i più moderni bastano i nomi del Goethe, la cui elaborazione per-
altro non ci pervenne, del Longfellow e del Tennyson. Uno scrittore fran-
cese del secolo scorso, il Delisle de la Drévetière, per farne una commedia
in prosa, contaminò la novella del falco con l'altra boccaccesca, d'antichis-
sima origine, del giovane ingenuo e delle papere, eh' è nella introduzione
alla IV' giornata del Decam. Vogliamo si noti che nel carnevale del 1506
fu rappresentata in Ferrara una commedia ov'era anche drammatizzata la
novella del falco. Cosi ne scriveva Bernardino Prosperi a Isabella Gonzaga
il 22 febb. di quell'anno (doc. Arch. Gonzaga) : « La 111."»» patrona nostra
« qui {Lucrezia Borgia) fa fare domane de sira una comedia de tre sorta
« de inamorati, fra li quali gè è quello del falcone che descrive il Boccaccio
« in le cento novelle Questo che compone et ordina tal comedia è il priore
« de là, factore olim del Vescovo di Ferrara »] (1).
Ferdinando Gabotto. — Un poeta beatificato, schizzo di Battista Spa-
gnolo da Mantova. — Venezia, tip. Fontana, 1892 [Estratto dall'Ateneo
Yeneto. Il 17 die. 1885 Leone XIII beatificava solennemente il Carmelita
(n. 1448, ■\ 1516); quindi il parlarne oggi è quasi d'attualità, tanto più che
la sua grande fama fu molto oscurata dai secoli , sicché più volte avviene
che oggi se ne discorra non troppo esattamente (cfr. Bibliofilo, IV, 55 e 76 ;
(1) La memoria del dr. Anschtttz venne poscia a formare il fase. 13 degli Erlatiger Beitrdrje
zur englischen Philologie, Erlangen, 1892, con in fine ristampata integralmente la commedia di
Lope de Vaga El halcon de Federico.
470 CRONACA
Arch. stor. lombardo, XVI, 512). Per la parte biografica l'A. si valse, nel
suo riassunto, di buone fonti, quali la vecchia, ma pregevole, biografia di
Florido Ambrosio (1784) e lopuscoletto prezioso di S. Davari , Della fami-
glia Spagnolo (1873). Conobbe pure undici documenti inediti dell'Archivio
Gonzaga, dai quali peraltro non trasse molto partito. Scopo precipuo di
questo schizzo fu di porre in chiaro il carattere religioso e letterario di Bat-
tista, mostrando come la sua religiosità oscilli continuamente, al pari delle
sue aspirazioni e tendenze politiche, e come egli, nonostante le cariche ec-
clesiastiche elevatissime conseguite e la beatificazione recente, sia sopratutto
un umanista ed un poeta. A confessione sua stessa, fu la poesia che lo in-
dusse a farsi frate; e quantunque avesse talvolta ispirazioni vere e posse-
desse i segreti del poetare latino, bisogna convenire che si lasciava tentar
troppo spesso dalla Musa e diveniva volgare nella soverchia facilità del ver-
seggiare ad ogni occasione. 11 confronto di lui con Virgilio ben a ragione
indispettiva il Giovio (cfr. Giornale, XI, 213, n. 3), e fors'anco se ne rideva
ironicamente il Folengo nell'ultimo canto del Baldo (ed. Portioli, II, 208):
Mons quoque CarmeloB Baptistae Tersibos altis
lam boat, atqne novnm Manto fecisse Haronem
Gaudet, nec primo praefert tamen illa Haroni,
Namque vetusta nocet lans nobis saepe modernis.
Tuttavia la fama che godette fra i contemporanei fu grandissima: in Ger-
mania, nel cinquecento, i suoi carmi erano prescritti nelle scuole come mo-
delli classici di latino (cfr. Klette, Beitrdge, III, 20). È noto come in Man-
tova il medico e poeta Battista Fiera costruisse un arco decorato da tre
magnifici busti in terracotta: nel mezzo era quello del marchese Francesco
Gonzaga, che il Muntz ed altri riprodussero, dai lati quelli di Virgilio e di
Battista Mantovano (v. Bettinelli, Lettere e arti mantovane, Mantova, 1774,
p. 1(X)). Oggi quei tre busti, opera magnifica del Rinascimento, si ammirano
nel Museo di Mantova. Né è quella la sola eflSgie che si possegga del Car-
melita. Abbiamo di lui una medaglia (Armand, Médailleurs, I, 101) ed un
altro busto, molto espressivo, in bronzo, che la critica più oculata suppone
fattura di Gianmarco Cavalli, e che è fra gli acquisti più recenti del Museo
di Berlino. Lo si può vedere riprodotto da W. Bode nel suo eccellente vo-
lumetto Die italienische Plastik, Berlin, 1891, p. 124. Il Bode stesso (p. 123)
menziona una mezza figura in legno, pur rappresentante lo Spagnoli, che ò
nella biblieteca di Mantova, e che forse doveva servire ad un monumento.
A scritti dello Spagnoli non pubblicati accenna il Donesmondi, Ist, eccles.
di Mantova , II , 121 ; e a questo proposito sarebbero necessarie lunghe in-
dagini, che non erano negli intendimenti del G. Egli volle fare uno schizzo
più letterario che storico. Da molti anni il padre Caimi sta facendo ricerche
sulla vita e sulle opere del Carmelita (cfr. Giornale, XI, 430, n. 2). Non ci
consta che ne abbia peranco dato in luce nessun risultato, ma speriamo
voglia farlo tra breve].
Manuel de bibliographiebiographique et d'iconographie des femmes cele-
bres par un vieux bibliophile (A. Ungherini). — Turin, Roux; Paris,
Nilsson, 1892 [Impresa senza dubbio coraggiosa fu il compilare un reper-
CRONACA 471
torio bibliografico delle donne famose di tutti i tempi e di tutti i paesi. Il
grosso e denso volume che ne è uscito potrà sempre essere consultato con
profitto. La parte maggiore di esso è destinata airelenco alfabetico delle
donne celebri , di ciascuna delle quali sono date in poche righe le notizie
biografiche essenziali , quindi , per alfabeto , le indicazioni degli studi bio-
grafici ad esse relativi , in fine i rinvii iconografici. Seguono elenchi delle
biografie generali , delle speciali (per nazioni) , delle raccolte di ritratti e
d'autografi. 11 materiale è certamente copioso ; sarebbe ingiustizia il non
riconoscerlo. Ma TA. stesso ha preveduto che non pochi miglioramenti si
potranno arrecare all'opera sua. Infatti, non tenendo conto di qualche difetto,
d'ordinamento, che ci occuperebbe quando intendessimo esaminare il libro
con minutezza, molte e molte ommissioni ci fu dato di notare, solo sfo-
gliando questo repertorio. E si avverta che ci trattenemmo quasi esclusiva-
mente sui nomi delle donne celebri italiane, o che per relazioni con grandi
italiani sono quasi nostre connazionali, e segnatamente poi sulle letterate.
Anzitutto, per quel che concerne le sante, pare che l'A. non siasi servito
dei Bollandisti. Nella bibliografia speciale dell'Italia (col. 841 sgg.) non com-
pare la notissima raccolta della Bergalli , corredata di notizie biografiche
delle poetesse italiane; né trovano luogo i lavori, sia pure infelici, del Ma-
gliani e dello Zernitz (Giornale, VI, 437 e Vili, 299). Perchè questa tras-
curanza d'opere cosi agevoli? E perchè nella bibliografia delle donne di
Francia ommettere del tutto l'opuscolo accurato di 0. Schultz, Provenza-
lische Bichterinnenì Rispetto alle note bibliografiche personali indicheremo
air A. le principali ommissioni che, nel campo nostro, venimmo appuntando
cosi a memoria, senza nessuna particolare ricerca. Su Lucrezia Borgia è
dimenticato il notevolissimo articolo del Gampori, Una vittima della storia^
nella N. Antologia, sett. 1866; su Vitt. Colonna manca la memoria docu-
mentata del Luzio nella Riv. stor. mantovana; su Tarquinia Moba difet-
tano i lavori di G. Malmusi inseriti nelle Memorie dell' accad. di Modena.
L'A. ignora gli studi capitali dell'Abel intorno ad Isotta Nogarola ; non co-
nosce il voi. di lettere dell'Albany pubblicato nel 1887 dall'Antona-Traversi
e dal Bianchini , né quanto stamparono di recente su Veronica Gambara
E. Gosta e V. Gian (cfr. Giornale, XV, 477-78). Della Grismondi non indica
né la ediz. delle sue poesie fatta a Bergamo nel 1870, ove leggesi l'elogio
che di lei pronunziò il Bettinelli, né le Memorie dell'amica del Mascheroni
offerte al pubblico da G. Maes, Roma, 1874. Intorno a Laura De Noves di-
mentica di citare nientemeno che l'ab. De Sade. Per Isotta Malatesta non
tien conto delle dotte ricerche del Battaglini, che rettificano in parte certe
asserzioni del Mazzuchelli. Della Gurtoni-Verza non segnala la biografia del
Montanari ; sulla Sulgher-Fantastici, oltre l'elogio del Dentoni, è obliato l'ar-
ticolo del Ferrai nel Giornale, V, 370 sgg., che mette in chiaro le relazioni
di lei con V. Monti. Nonostante che, lo ripetiamo, queste dimenticanze, non
tutte lievi certamente, ci saltassero agli occhi in una prima scorsa del libro,
e siano certo indizio di altre forse maggiori, non dubitiamo che l'A., conti-
nuando le sue indagini pazienti , riuscirà a dare in una seconda edizione
opera più compiuta e soddisfacente].
Flaminio Pellegrini. — Cola di Manforte conte di Campobasso rima-
472 CRONACA
tore. — Cerignola, tip. del Progresso, 1892 [Con nuove cure ripubblica il
P. le ballate e gli strambotti di quel guerriero vissuto nel sec. XV , che
amava, come non pochi suoi pari, trovar qualche svago nella poesia. Queste
rime comparvero la prima volta nella raccolta di Rimatori napoletani del
Quattrocento di M. Mandalari. Nella prefazione il P. chiarisce qualche que-
stione metrica e letteraria, e mostra quanta importanza storica abbiano quei
rozzi poeti meridionali per ristabilire la continuità e spiegarsi Tapparizione
del Canteo e del Sannazaro. Egli è troppo indulgente quando chiama il
De Gennaro « il più geniale tra questi rimatori » (p. 6). Geniale non fu
nessuno di essi, a dir vero, neppure il Galeota, intorno al quale il P. non
poteva conoscere ancora l'articolo del Flamini, che lo rivela. Diamo special-
mente lode all'A. di quest'opuscolo per le saggio massime critiche, di cui fa
professione; massime di metodo storico severo, che piacciono specialmente,
nell'attuale naufragar del buon senso, in bocca ad un poeta gentile, com'egli è].
Gaetano Quadri. — Sui versi della « Gerusalemme liberata », Ma ecco
ornai fora fatale è giunta \ Che il viver di Clorinda al suo fin deve. —
Mantova, tip. Mondovi, 1892 [Estratto dagli Atti e memorie dell" Accademia
Virgiliana. I versi menzionati dell'episodio tassesco in cui è descritta con
tanta potenza d'affetto la morte di Clorinda (XII, 64) furono variamente in-
terpretati. Chi intese il secondo verso cosi: « nella quale il vivere di Clorinda
« deve pervenire al suo fine, cioè alla morte »; altri invece, col Guastavini,
« è giunta quell'ora destinata, la quale è debitrice verso la morte del vivere
« di Clorinda ». Cfr. a p. 132 il commento di S. Ferrari. Il Q. propone una
interpretazione nuova e la sostiene con finezza d'argomentazione. Conside-
rando tutta la vita fortunosa di Clorinda, egli crede che il fine (non la fine)
del viver suo, prestabilito dal fato {fatale), cioè dalla Provvidenza, non fosse
punto la morte materiale, ma la rigenerazione per mezzo del battesimo,
quindi la beatitudine eterna, o altrimenti Dio. E però il distico citato vor-
rebbe dire : è giunta ormai l'ora, fissata dalla Provvidenza, che deve al suo
Dio la vita di Clorinda].
Dante Alliqhifri. — Traité de Vcloquence vulgaire. Manuscrit de Gre-
noble publié par Maignien et Prompt. — Venise , Leo S. Olschki , 1892
[ Mentre s'attende l'edizione critica del De vulgari eloquentia , promessa
dalla Società Dantesca italiana, ecco una splendida riproduzione fototipica
del cod. di Grenoble. Il lavoro è cosi accurato e condotto con tanta perfe-
zione di mezzi, come rare volte s'è veduto fra noi ; di che va data lode par^
ticolare al coraggioso editore Olschki. Egli offre per tal guisa agli studiosi
di Danto il modo d'aver sott'occhio nella sua forma genuina il più autore
vole fra i mss. noti del trattato, e nel tempo medesimo offre un buon esem-
plare per esercitazioni alle scuole di paleografia, nelle quali di solito sono
insufiìcienti alla pratica i modelli consueti che non riproducono più d'una
pagina d'antico ms. I due studiosi francesi, che corredarono questa riprodu-
zione d'un proemio non breve , ebbero il merito di dimostrare inoppugna-
bilmente che il codice di Grenoble fu quello che il Corbinelli pose a baso
della sua edizione principe del 1577 e che di sua mano appunto sono le
chiose marginali del ms., con cui egli intese rettificare il testo. Alcune di
quelle correzioni sono buone e rette, altre inutili e fin puerili, perchè dovute
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unicamente al desiderio del Gorbinelli che il testo latino rispondesse in tutto
alla versione del Trissino, già pubblicata nel 1529. Il testo seguito dal Tris-
sino è quello dell'attuale cod. Trivulziano 1088 (cfr. Porro, Catal.^ pp. 124 sgg.),
il quale sembra certo sia copia del Grenoblano. Sin qui tutto bene : è questa
la parte migliore del proemio, per quanto si deplori la mancanza di notizie
intorno alla storia del ms. di Grenoble. Ma quando i predetti due studiosi
abbandonano l'esame esterno del testo e fanno considerazioni interne, o si
diffondono nel dare qualche notizia storica e filologica più generale, la loro
inesperienza riesce troppo palese, in una pubblicazione aristocratica come la
presente, che certo non andrà mai in mano al pubblico largo, è davvero
curiosa l'idea di offrire un saggio a stampa della grafia trissiniana e d'infor-
mare chi fosse Ippolito de' Medici, figlio di Giuliano, che è detto « person-
€ nage obscur » ! (p. 4). La ingenuità, e talora T audacia, appaiono vieppiù
manifeste nelle osservazioni particolari, delle quali poche (lo diremo franca-
mente) possono riuscire veramente utili , le più ripetono cose risapute ed
ovvie, qualcuna esce in asserzioni che nessun cultore serio di Dante giudi-
cherà accettabili. Con una franchezza singolare i due AA. del proemio svol-
gono a pp. 31-34 la teoria metrica della canzone e del sonetto secondo D.,
con l'aria di comunicare agli Italiani delle cose nuove di zecca , perchè
« les Italiens modernes sont devenus incapables de comprendre leur poètes
« lyriques du Moyen-Age, et ils n'arriveront pas à combler cette grave la-
« cune dans leur éducation intellectuelle , s'ils n'étudient pas le Tratte de
« Véloquence vulgaire du Dante, où les principes de l'art sont expliqués
« avec tout le soin nécessaire ». Questa lezioncina sommata con quanto gli
AA. dicono poco appresso degli « éditeurs modernes », inetti a capire la rit-
mica antica, non può che riuscire esilarante quando si pensi che ormai da
anni girano per le nostre scuole secondarie dei manuali che spiegano per
filo e per segno, ne' loro tratti fondamentali, gli usi metrici delle origini.
Forse peregrina, certo poco seria, è la spiegazione del famoso verso di Nem-
brotte (/n/i, XXXI, 67), che vorrebbe dire: « Un roi félon jamais n'aima les
« àmes sages » (p. 20). Incredibilmente ardita e procace (per non dir peggio)
l'aff'ermazione che D. non abbia voluto dare al suo poema il titolo di com-
media^ e che invece sia d'uopo denominarlo canzone (pp. 24-25). Ciò ha
contro l'esplicita asserzione di D. medesimo nel poema (v. Blanc, Dizion.
Dantesco, sotto commedia), anche quando non si ammetta l'autenticità della
lettera a Cangrande, che gli AA. qualificano « tout ce qu'il y a de plus
« grossier au monde, comme travail de falsification et d'imposture », sicché
non sanno spiegarsi « l'aveuglement des écoles allemandes (?) qui s'obsti-
« nent à attribuer à un homme tei que Dante ce recueil de contradictions,
€ de fautes et de sottises ». Scusate se è poco].
Matteo Maria Boiardo. — Stanze scelte, ordinate e annotate, col testo
a fronte del « Rifacimento > di Francesco Berni, per cura di A. Virgili.
Firenze, Sansoni, 1892 [Ottima idea davvero fu questa del Virgili d'allestire
per le scuole una scelta di stanze del Boiardo e del Berni, stampandole a
fronte in doppia colonna, ed aggiungendo del Berni tutti i proemi originali
bellissimi. Il confronto dei due testi s'oflfre cosi agli alunni ed agli studiosi
agevole e fecondo di buone osservazioni, di lingua e di stile. Le note sono
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molto sobrie, ma altrettanto diligenti ; né per uso scolastico si richiedeva di
più. Quanto al testo, il V. non ha risparmiato cure per renderlo soddisfa-
cente. S'attenne pel Rifacimento alla buona edizione datane nel 1827 da
G. Molini; per Mnnamorato rettificò la ediz. del Panizzi con una stampa
veneziana del 1535 e con la propria esperienza filologica. Questo saggio e
ciò che r A. ne dice nella prefazione acuiscono sempre più il desiderio di
possedere una buona volta un testo critico di quell'insigne documento epico,
ch'è il poema del Boiardo, testo che andrebbe condotto sulla ediz. principe
del 1486, di cui si conosce un esemplare solo, quello della Melziana, e sul
codice Trivulziano 1094, che ha importanza capitale, se anche non è auto-
grafo, come fu reputato. Per incidenza il V. ritorna nella prefazione sulla
tesi già largamente dimostrata nel suo noto libro su F. Berni^ intorno alla
trista opera d'adulterazione che avrebbe sofferto il Rifacimento per parte
dell'Aretino e dell'Albicante, e risponde in una nota aggiunta, con cortesia
e temperanza esemplari (oggi che gli eruditi hanno i nervi così scoperti), a
quanto gli osservò A. Luzio in questo Giornale, li, 167].
Georg Hart. — Die Pyramus- und Thishe-Sage in Eolland, England^
Italien und Spanien. — Passau, Lieseke, 1891 [E una giovevole raccolta
di indicazioni, d'analisi, di riscontri. L'A. studia le varie forme dell'antica
leggenda nei Paesi Bassi, in Inghilterra, in Italia, in Spagna, e stampa in
appendice da un cod. di Wolfenbùttel due elaborazioni versificate latine del
XIll secolo. Per quel che riguarda Tltalia, egli considera ciò che narrano
della leggenda il Boccaccio nel De claris mttlieribus, Sabadino degli Arienti
in un suo libretto ancora inedito che il Petzholdt descrisse nel Serapeum,
I, 39, Bernardo Tasso, una redazione anonima in versi, impressa più d'una
volta nel cinquecento, Antonio Mariconda nel sec. XVII, ed un Intermezzo
tragico pubblicato a Vienna nel 1770. Quasi tutti questi racconti riprodu-
cono più 0 meno estesamente ciò che riferisce Ovidio, delle cui traduzioni
italiane antiche non era male tener conto. Il H. accenna, oltracciò, ad una
Istoria di Piramo e Tisbe del sec. XIV, che dice pubblicata nel 1861 da
Ges. Gavara; ma si vede che ne conosce solo l'esistenza. Non sappiamo se
quel medesimo o un altro testo sia quello che viene designato come Un
libro di Piramo e Tisbe vulgare nell'inventario della libreria di Ercole 1
d'Este. Vedi A. Venturi, Uarte ferrarese nel periodo d'Ercole 1 d'Este^
Bologna, 1890, p. 14. Non si doveva ommettere la novella di G. Sercambi
su Piramo e Tisbe, che ha il n® 93 (Triv. 130) tra quelle edite dal Renier.
Oltracciò, forse, avrebbe giovato l'avvertire che dell'antica leggenda di Pi-
ramo volle un dotto critico vedere un riflesso nella storia pietosa di Romeo
e Giulietta. Gfr. Simrock, Die Quellen des Shakspeare ^ 1, 85 sgg.].
A. L. Stibfel. — Unbehannte italienische Quellen Rotrous. — Berlin,
W. Gronau, 1891 [Estratto dalla Zeitschrift fùr franzòs. Sprache und Litte-
ratur. Il Rotrou, chiamato letterariamente « padre » dal Corneille, è uno
dei più notevoli tra i commediografi francesi che segnano il passaggio dalla
commedia cinquecentista alla fioritura drammatica solenne del secolo di
Luigi XIV. Gome tale fu esaminato e studiato, specialmente nella sua bio-
grafia , da parecchi monografìsti francesi in questi ultimi anni. Ma molto
resta ancora da fare intorno alle fonti del suo ricco teatro, tra le quali le
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italiane tengono un luogo cospicuo, per la fortuna che la commedia nostra
ebbe in Francia nella seconda metà del cinquecento. Lo Stiefel esamina
appunto da questo lato quattro drammi del Rotrou, rischiarando anche questo
soggetto con la sua erudizione veramente straordinaria intorno alla storia
del teatro. 11 suo lavoro non è solamente un contributo alla conoscenza delle
relazioni letterarie tra l'Italia e la Francia, ma è anche una buona illustra-
zione di alcune nostre commedie, giacché dei componimenti drammatici ita-
liani in cui riconosce dei modelli del R., non soltanto egli dà un'analisi ac-
curata, ma ne studia la formazione, le fonti, i riscontri. Non si trattiene
molto su Clarice ou V amour Constant, rappr. 1641, perchè il R. stesso dice
d'averla tradotta àdXY Ero filomachia di Sforza degli Oddi, pubbl. nel 1572;
ma invece considera a lungo La pélerine amoureuse, rappr. 1634, che imita
direttamente La pellegrina di Girolamo Bargagli , comparsa sulle scene la
prima volta nel 1589. Due altri drammi del R., Celie ou le viceroy de Naples
e La scewr,. rappr. entrambi nel 1645, seguono due commedie di Giambat-
tista della Porta, che lo St. studia assai bene, I due fratelli rivali e La so-
rella. In un'appendice l'A. mostra l'imitazione della Sorella del Porta e
della Sceur del Rotrou nella commedia inglese No wit, no help like a Wo-
man's^ ascritta a Tommaso Middleton, che per ragioni cronologiche deve
essergli ritolta. Queste ottime ricerche dello St., che richiamano alla me-
moria alcune nostre commedie antiche rare e dimenticate, valgono eziandio
a far vedere che gran parte del merito tribuito al R. per gli anzidetti drammi
giustizia vuole si ascriva a' suoi modelli italiani, che di solito non ha mi-
gliorati].
Adolfo F. v. Schack. — Giuseppe Mazzini e V unità italiana^ traduz.
di Giulio Ganestrelli. — Roma, tipogr. Laziale, 1892 [Scrivere degnamente
del Mazzini dopo la densa e sapiente biografia di lui, che il migliore amico
ch'egli s'avesse, Aurelio Saffi, mandò innanzi al voi. IX degli Scritti editi
ed inediti di G. Mazzini, Roma, 1877, non è certo agevole. L'operetta dello
Schack,- diplomatico e letterato tedesco, di cui sono noti gli studi sulla do-
minazione normanna in Sicilia, sul teatro spagnuolo e sulle letterature orien-
tali, ha il pregio d'essere scritta con molto calore e grandissima simpatia
per l'Italia e per il grande suo agitatore, simpatia che proviene non tanto
da comunanza d'idee, quanto da verace e profonda stima personale. La tra-
duzione del sig. Ganestrelli è fatta con disinvoltura e sapore d'italianità, onde
molte pagine hanno conservato l'eloquenza incisiva e robusta dell'orginale.
Questo libro si registra qui perchè nel Mazzini non è soltanto considerato l'a-
gitatore politico, ma anche il pensatore ed il letterato, che si meritò la stima
del Garlyle. Ghi tesserà la storia letteraria del secol nostro non dovrà certo
dimenticarlo, perchè egli seppe essere scrittore profondo e signorilmente ele-
gante, e nelle prose letterarie profuse i tesori delle sue intuizioni d'artista.
Il G. aggiunse a questo volume una importante Bibliografia degli scritti di
G. Mazzini, che conta 558 numeri].
Domenico Bosurgi. — Studii di psicologia applicata alla letteratura. —
Catania, Giannotta, 1892 [Appunto perchè anche noi reputiamo che « l'alta
€ critica letteraria » sia « essenzialmente filosofica », come l'A. osserva a
p. 59, ci è grato di far buon viso ad ogni produzione critica che abbia per
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base una larga preparazione speculativa, e sappia quindi assorgere dall'esame
dei fatti a riconoscerne la motivazione interna ed a stabilire le ragioni del
loro avvicendarsi. Noi combattiamo solo la vuota volgarità della ciarla este-
tica, che se soddisfa al facile dilettantismo dei più, non ha perciò alcun
diritto di essere rispettata come frutto di scienza. Gli studietti del prof. Bo-
surgi, molto, fin troppo, densi e laconici, hanno dei pregi innegabili, perchè
tentano di sviscerare certe bellezze, delle quali non è sempre facile rendersi
ragione, rifacendo consciamente il cammino che l'artista ha fatto, nella mag-
gior parte dei casi, per intuito spontaneo. Il B. mette in chiaro la situazione
psicologica rappresentata dall'arte e mostra quale sia la sorgente di certi
effetti che ne risultano e che ci incatenano. Qualche volta, forse per istudio
di soverchia brevità, ci parve oscuro; ma talora è riuscito assai bene, come
nell'analisi del Consalvo, a parer nostro il saggio più acuto del volumetto.
L'A. s'occupa anche del Risorgimento di G. Leopardi , e spesso ritorna ai
suoi canti nell'abbozzo di studio intitolato La misura subbiettiva del tempo
nella letteratura^ soggetto appena sfiorato. Di Dante esamina la Francesca
da Rimini, il Farinata, il Pier delle Vigne; del Petrarca la canzone Chiare,
fresche e dolci acque, del Manzoni la risoluzione dell'Innominato di liberare
Lucia ed il sogno di Don Rodrigo].
Gaetano Gogò. — Intorno al trasferimento della Università di Padova
a Vercelli. — Padova, tip. Gallina, 1892 [Un documento vercellese stam-
pato dallo Zaccaria e dal Gloria mostra come nel 1228 il comune di Vercelli
s'intendesse con l'Università di Padova per fondare in Vercelli uno Studio
pubblico. Il Tiraboschi reputò che dal 1228 al 1260 tutto lo Studio padovano
venisse trasportato a Vercelli. Il C. combatte quest'opinione con argomenti
decisivi e pone in dubbio l'autenticità dell'atto vercellese, che ritiene sia
« una falsificazione di tempi posteriori »].
Corrado Zacchetti. — L'elemento imitativo nel « Ricciardetto » di Nic-
colò Forteguerri. Appunti. — Reggio Calabria, tip. Ceruso, 1892 [L'A. vien
notando le imitazioni di poemi cavallereschi anteriori che sono negli esordi
e nei commiati dei canti del Ricciardetto; quindi raccoglie le somiglianze
di motivi, di situazioni, di caratteri. Vi si ravvisano specialmente remini-
scenze del Furioso, àeiY Innamorato , del Morgante, della Gerusalemme;
ma il Forteguerri , con la sua larga vena burlesca , tutto trasforma in pa-
rodia, sicché le imitazioni riescono per lo più assai diverse dagli originali.
Questo breve saggio è stralciato da uno scritto, già pronto, sul Ricciardetto,
che farà parte d'una futura monografia, corredata di nuovi documenti, sulla
vita e sulle opere di N. Forteguerri. È d'uopo rallegrarsene perchè, all'in-
fuori del Procacci, nessuno finora s'era occupato sul serio di questo poeta].
Fra Paolo Sarpi. — Lettere inedite a Simone Contarini, pubbl. dagli
autografi a cura di C. Castellani. — Venezia, tip. Visentini, 1892 [Sono
36 lettere, spedite dal Sarpi al Contarini dal 3 genn. al 13 dicembre 1615,
raentr'egli era ambasciatore veneto a Roma. Del cod. autografo che le con-
tiene fece già menzione il Cicogna {Iscriz., IV, 704 e VI, 879): ora esso è
entrato nella Marciana. Con ottimo pensiero la Deputazione veneta di stona
patria pensò di renderle pubbliche, e ne affidò la cura al Castellani. Questi
vi spese intorno ogni diligenza, corredandole d'annotazioni copiose e facendo
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loro precedere un opportuno proemio. Le lettere trattano questioni di giu-
risdizione e di diritto ecclesiastici, e non trascurano nessuno de' fatti politici
di qualche momento accaduti in quelKanno. Ma l'importanza loro maggiore
consiste nel farci intravvedere, nella forma genuina, le idee del S. intorno
alla riforma religiosa, che molti, sembra a torto, sostennero ch'egli vagheg-
giasse di veder introdotta in Venezia. Su questo punto il G. s'indugia nella
prefazione e ne discute avvisatamente. Notevoli sono pure le pagine in cui
j)assa in rivista le raccolte di lettere del Sarpi, che finora si ebbero, e mo-
stra come tutte sieno da ritenersi, per vari motivi, poco attendibili. Racco-
gliamo con piacere la promessa ch'egli fa a p. xii n. d'occuparsi in seguito
dei mss. del Sarpi che si trovano nella Nazionale di Parigi, tra' quali sono
pure altre sue lettere autografe].
Giacomo Lumbroso. — Roma e lo stato romano dopo il 1789, da una
inedita autobiografia. — Roma, 1892 [Estratto dai Rendiconti della R. Ac-
cademia dei Lincei. Le memorie autobiografiche qui pubblicate sono del
viterbese Francesco Orioli, n. 1783, -{-1856. Esse giungono al 1831, e quan-
tunque non destinate dall'autore alla stampa, sono dettate con eleganza, con
ordine, con arguzia. Chi prenda a leggerle, difficilmente se ne staccherà sino
alla fine. Vi sono narrati moltissimi aneddoti caratteristici, atti a lumeggiare
la vita, gli uomini, le consuetudini, le superstizioni di quel tempo fortunoso,
de' cui avvenimenti politici si sentono qua dentro riflessi continui. Di no-
tizie letterarie non v'è dovizia : tuttavia il brano che concerne Paolo Costa
(pp. 6; 5-64) non va trascurato].
G.\ETANO Amalfi. — La regina Giovanna nella tradizione. — Napoli,
Priore, 1892. — Una fonte dei « Cento racconti » di Michele Somma. —
Napoli, Piiore, 1892 [Ambedue questi opuscoli, non venali, appartengono al
folk'lore storico (1); quindi rientrano nel campo nostro. Volentieri noi ne
teniamo parola perchè sono dotti ed arguti , come sogliono essere tutte le
pubblicazioni dell'Amalfi. Nel primo, dopo una breve esposizione della storia
di Giovanna I, condotta su fonti sincrone, l'A. constata che quella figura,
divenuta pe' suoi vizi popolare, subì nella mente del volgo una bizzarra so-
vrapposizione di elementi leggendari, per cui le sue scelleratezze, e special-
mente le sue insaziate libidini, assunsero proporzioni fantastiche. I fatti che
l'A. adduce sono molti e curiosi. Tratta delle profezie che si divulgarono
sul conto suo, una delle quali è accennata da A. de Tummolillis, un'altra
è qui pubblicata di su un cod. Baiberiniano, ed è la stessa che trovasi, ri-
dotta in volgare, nelle Mescolanze del Siminetti (cfr. Giornale, XIV, 317) ;
accenna ai vari palazzi, in Napoli e fuori, che si vuole fossero teatro delle
sue crudeltà e nefandezze; rammenta i canti popolari moderni che conser-
vano il suo nome; tocca della commistione d'elementi storici appartenenti
in ispecie a Giovanna II ; finalmente mostra come la morte turpissima della
regina non sia che un riflesso d'una leggenda già riferita da Apuleio (2). —
(1) Soavissimo contributo al folk-lore moderno reca invece 1' altro opuscolo, pure recente, del-
l'Amalfi, La culla, il talamo e la tomba nel Napoletano, Pompei, 1892. Ma anche qui i richiami
di poeti antichi napoletani sono continui.
(2) Una parte del materiale posto a profitto dall' A. si può trovare nel Oiom. d' eruditione
]II, 108-109 e 138.
OiomaU storico, XX, fase. 60. 31
478 CRONACA
Il secondo opuscolo studia un bizzarro libretto popolare, molte volte ristam-
pato, ii Nuovo libro per imparare la pratica di fare ogni sorta di dolci,
confetture e sciroppate ecc. di Michele Somma, cui sono aggiunti cento rac-
conti. L'A. fa vedere come il Somma molto attinga dalla tradizione popo-
lare e molto ricavi dal libretto di Nicola Vottiero. Lo specchio de la cevertà.
Tuttociò avrebbe un interes-se puramente locale; ma l'A. illustra quelle novelle
con tanti raffronti antichi , che questo suo diviene uno studio coscienzioso
ed erudito di novellistica comparata. I cultori di questa disciplina non do-
vranno trascurarlo , tanto più che i volumetti del Somma e del Vottiero
sono ignoti e difficili a trovarsi fuori delle provincie meridionali].
PUBBLICAZIONI NUZIALI.
Emilio Lovarim. — Due canzoni antiche. — Padova, tip. Gallina, 1892;
per nozze Pelaez-Ghiarini [Riproduce tal quale, non senza la sua brava si-
lografia rappresentante Giuditta, un opuscolino popolare privo di note tipo-
grafiche, del sec. XVI, che è nella bibl. Landau. Ha per titolo Questa sie
LA I Canzon la quale dice^ le \ fatto al pan caro | Vecchin \ con quella |
de Balla le Oche. Nella prima canzonetta si fìnge che una comare acco-
miati un suo ospite mangione infingardo; la seconda è una filastrocca di
versi a rima baciata senza senso determinato. Gfr. Propuqn"f V < )
II, 377].
Francesco Flamini. — Versi inediti di Giov. Mario Filelfo. -- Livornc,
Giusti, 1892; ediz. di 100 esemplari per nozze Zuretti-Cognetti De Martiis
I Rintraccia e descrive il cod. E. IV. 2 della Nazionale di Torino, contenente
un poema latino di G. M. Filelfo, che canta le lodi di Guglielmo di Monfer-
rato. Il poema, di cui il FI. riferisce qualche brano, ò di scarso valore sto-
rico e letterario: « Immagina il poeta, che quattro dee si rechino alla
« magione del gran Guglielmo, ciascuna desiderosa di cattivarsene l'animo :
« Venere, Diana, Bellona e Minerva. Una per volta, nell'ordine con cui le
« abbiamo mentovate, tengono al principe un discorso, annoverandogli i loro
« illustri alunni, non parva exempla virorum; ciò che al buon Mario procura
« l'ineffabile diletto di poter sciorinare il suo fardello d'erudizione classica e
«biblica. Ultima a parlare è Minerva e a lei resta la palma; poiché Gu-
€ glielmo, ponderati i meriti delle contendenti, determina d'addirsi ai servigi
« di quella che può renderlo più degno de' suoi maggiori. Le altre dee, per-
« tanto, ritornano airOlimpo; Pallas stetit una Casali >. Al poema tien
dietro nel cod. un ternario, composto pure ad esaltazione di Guglielmo Pa-
leologo, che il FI. riferisce. In una delle annotazioni egli rammenta parecchie
rime volgari malnote di umanisti, che gli occorsero ne' codici].
Giovanni Giannini. — Gli amori di Delinda e Mitene. — Lucca, Giusti,
1892; per nozze Lovarini-Garuso [Rappresentazione drammatica contadinesca
del territorio di Lucca, che entra nella categoria dei bruscelli. fìeiinda ama
Milene: il padre di lei, Seranto, vorrebbe invece concederla a Cerano e con
quest'ultimo ordisce un complotto per toglier di mezzo Milene. Brighella,
per arte magica, sventa la macchinazione e procura la felicità dei due amanti.
CRONACA 479
II componimento è tutto in ottave, abbastanza scorrevoli. L'editore dà qualche
notizia sui bruscelli lucchesi, differenti da quelli senesi, di cui parlò il D'An-
cona, Orig.\ II, 243-44].
Rodolfo Renier. -- Canzonieretto adespoto di Niccolò da Correggio. —
Torino, Bona, 1892; ediz. di 80 esemplari per noz/.e Salvioni-Taveggia [In-
dica le rime attribuite a Niccolò (n. 1450; -{- 1508) che occorrono in 12 mss.
miscellanei, due estensi di Modena, un bolognese, un ferrarese, un parmense,
due palatini di Firenze, due vaticani ed un sessoriano di Roma, un manto-
vano, ed una copia moderna dell'Archivio di Correggio; quindi stabilisce
esser tuttoquanto opera di lui il codicetto adespoto N. VI. 9 della Nazionale
di Torino. Descrive questo ms., dedicato a Leonora Rusca da Correggio, fi-
gliuola del poeta, e ne estrae tre sonetti d'argomento storico. Intorno a Nic-
colò da Correggio comparirà Tanno prossimo in questo Giornale una spe-
ciale monografia, che, stesa da parecchio tempo, attende il suo turno per
l'inserzione].
Luigi Alberto Gandim. — Sulla venuta in Italia degli Arciduchi d'Au-
stria conti del Tirolo (1652) studio storico. — Modena, tip. Soliani, 1892 ;
per nozze Calabrini-Gorsini [Additiamo come assai interessante per la storia
del costume quest'opuscolo condotto su molti documenti inediti. Vi sono in-
dicazioni e descrizioni di giuochi pubblici, tornei, quintane, spettacoli tea-
trali ecc. Copiose notizie specialmente sulla dimora degli arciduchi (Ferdi-
nando Carlo con la moglie e Sigismondo Francesco) in Firenze, dedotte dal
diario ms. del Settimanni].
Vittorio Cian. — Candidature nuziali di Baldassarre Castiglione. —
Venezia, tip. Ferrari, 1892; ediz. di 99 esemplari per nozze Salvioni-Taveggia
[Gustosissimo opuscoletto, tutto contesto di documenti per lo più inediti, che
il C. ha opportunamente riferiti nei loro brani più caratteristici, anziché rias-
sumerli, vale a dire sciuparli. Già nell'epistolario del Castiglione edito dal
Serassi s'intravvedevano i molti matrimoni proposti al celebre autore del
Cortegiano; ma qui essi sono seguiti ed illustrati col sussidio di documenti
nuovi, estratti da codici della Vaticana, ai quali altri se ne aggiungono, d'in-
teresse notevole, dell'Arch. Gonzaga e dell'Oliveriana di Pesaro. Messer Bal-
dassare fu fidanzato per una quindicina d'anni, e talora gli venivano proposte
fin tre o quattre spose alla volta, da varie parti, sicché queste curiose can-
didature raggiunsero la ventina. Ciò non deve fare troppa meraviglia quando
si consideri che il Cast, cercava nel matrimonio soddisfazione all'amor pro-
prio e ristoro alle finanze dissestate della sua famiglia. Gli fu offerta la mano
di fanciulle appartenenti alla nobiltà più fiorita del tempo; due Stanga, una
Gambara, una Martinengo, una Visconti, una Boiardo, una Correggio, una Bec-
caria, una Pico, Camilla Gonzaga e Clarice de* Medici. Ma tutti questi partiti,
per motivi svariatissimi, andarono in fumo, finché nel 1516 egli giunse ad
impalmare Ippolita Torelli, mediatore il march, di Mantova, con cui s'era
finalmente rappattumato. Il C. pubblica anche dei brani di letterine adora-
bili d'Ippolita, e non manca di riferire qualche nuovo documento delle te-
nerezze paterne del conte].
Antonio Virgili. — Otto lettere inedite di Francesco Redi. — Firenze,
Carnesecchi, 1891 ; per nozze Mattani-Bacci [Dirette al march. Luca Casimiro
GiornaU storico, XX, fase. 60. 31*
480 CRONACA
degli Albizzi, dal 1670 al 1686. Le conosciamo solo per l'annuncio dell'Arca.
stor. ital.^ serie V, X, 237, ove sono dette molto interessanti per la vita uffi-
ciale del Redi].
Curzio Mazzi. — [Saggio della € Storia del re Giannino *]. — Roma,
Forzani, 1892; per nozze Gorrini-Cazzola [È qui riferito il curioso brano
della Storia, ov'è dato un inventario del tesoro del futuro re. La illustra-
zione del testo importantissimo è dottamente copiosa, onde potrà riuscire
utile a chi indaga le vicende del costume e quelle della lingua. Gfr. Gior-
nale, XX, 327].
Alfonso Bertoldi. — Due lettere inedite di Pietro Giordani. — Reggio-
Emilia, tip. Calderini, 1892; per nozze Codeluppi-De-Francisci [Una delle let-
tere è diretta a C. E. Muzzarelli, il 27. XL 1846, l'altro a Luigi Ghinoz/i,
il 9. Vili. 1848, ed entrambe parlano dell'avv. Pietro Brighenti. La seconda
lettera è rilevante].
CORREZIONE.
In testa alla p. 425 di questo fascicolo fa stampato per errore
tipografico « Gomunicazioni ed appunti » anziché « Rassegna biblio-
grafica ».
Luigi Morisbnoo, Gerente responsabile.
Torino — Tip. YncBMio Boma.
INDICE ALFABETICO
DELLA RASSEGNA, DEL BOLLETTINO
E DEGLI ANNUNCI ANALITICI
In quesV indice , che abbraccia V intera annata {vv. XIX e
XX) sono registrati i nomi degli autori e degli editori; i
titoli delle opere sono dati per lo più in forma abbreviata.
Il numero romano indica il volume, l'arabico la pagina.
Abbattimento {L") della colonna in-
fame, XIX, 475.
Agnelli G. , Topo-cronografia del
viaggio dantesco, XIX, 159.
Albertazzi a.. Parvenze e sem-
bianze, XX, 341.
Alighieri D., Traité de Véloquence
vulgaire, par Maignien et Prompt,
XX, 472.
— V. Bassermann.
— V. Starrett Latham.
Amaduzzi L., Spigolature letterarie,
XX, 337.
Amalfi. G.,
G. Gozzi,
Bue componimenti di
XX, 334.
nella tra-
— La regina Giovanna
dizione, XX, 477.
— Una fonte dei « Cento racconti-»
di M. Somma, XX, 477.
— La vera lezione del Cicalamento
di G. M. Cecchi, XIX, 465.
Anschùtz R. , Boccaccio's Novelle
vom Falken, XX, 469.
Ardizio G., V. Saviotti.
Aretino P., v. Rossi.
Arzenti (degli) S., Novella, ed. 0.
Guerrini, XIX, 226.
Barbèra P., Nicolò Bettoni, XIX, 467.
Barozzi L. e Sabbadini R., Studi sul
Panormita e sul Yalla, XX, 449.
Bassermann A., Dante" s Eòlie uè-
bersetzt, XIX, 470.
Bellorini e.. Canti popolari Nuo-
resi, XIX, 474.
— Note sulle traduzioni italiane
d'Ovidio, XX, 331.
Benadducci G., Orazione epitalamica
di F. Filelfo, XIX, 476.
Berti D., Scritti varii, voi. I, XX,
342.
Bertoldi A., Cinque lettere ined. di
C. L Frugoni, XIX, 228.
— V. Giordani.
Biadego G., Catalogo dei mss. della
biblioteca comunale di Verona,
XX, 292.
Biondo F., v. Lobeck.
482 INDICE ALFABETICO DELLA RASSEGNA, DEL BOLLETTINO ECC.
Bisticci (da) V., Vite d" uomini il- \
lustri del sec. XV ^ voi. 1, ed. L.
Frati, XX, 258.
Blado, Lettere, XIX, 475.
BoDONi G. B., V. Ravelli.
Boiardo M. M., Stanze scelte^ ed. A.
Virgili, XX, 473.
BoNARDi A., Ezelino nella leggenda
religiosa e nella novella^ XIX, 222.
— Leggende e storielle su Ezelino
da Romano, XIX, 471.
BONCOMPAGNO DA SiGNA , V. Novati.
Borgognoni A., Studi di letteratura
storica, XIX, 435.
Bosurgi D., Studii -di psicologia ap-
plicata alla letteratura, XX, 475.
Bottegari C, Il libro di canto e di
liuto, ed. L. F. Valdrighi, XIX, 430.
Broccardi D., V. Saviotti.
Bruschi G., Ser Piero Bonaccorsi e
il suo € Cammino di Dante », XIX,
159.
Bruyn Andrews J., Contes ligures,
XIX, 437.
Campanini N., L. Ariosto nei pro-
loghi delle sue commedie, XX, 282.
Carini I., Bi alcuni lavori ed ac-
quisti della bibl. Vaticana, XX, 342.
— U Arcadia dal i690 al 1890,
voi. I, XIX, 177.
Castellani C, v. Sarpi.
Catelani a. , Sopra un attentato
alla vita di M. M. Boiardo, XIX,
218.
Cecchi G. M., V. Amalfi.
Celani e., « Be gente Sabella » ms.
ined.di Onofrio Pant'mio,XIX,219.
— V. Montecuecoli.
Gerquetti a., // testo più sicuro
delle odi di G. Parini, XIX, 466.
Gian V., Candidature nuziali di B.
Castiglione, XX, 479.
Cimegotto C, Studi e ricerche sul
Mambriano, XIX, 166.
Chiarini G., Gli amori di U. Fo-
scolo, XX, 425.
Cipolla C, Il trattato « Be Monar-
chia » di Bante, XX, 272.
Cloetta W., Bie An funge der Re-
naissancetragodie , XIX, 414.
Cogo G., Intorno al trasferimento
dell'Università di Padova a Ver-
celli, XX, 476.
Colonna V., v. Tordi.
Conti A., Letteratura e patria, XX,
338.
Croce B. , Canti politici del popolo
napoletano, XIX, 470.
— I teatri di Napoli, XIX, 103.
— Una raccoltina d'autografi, XIX,
221.
Crovato G. B., Ad Almerico da
Schio in mia difesa, XIX, 471.
De Castro G., Milano e le cospiraz.
lombarde, 1814-1820, XIX, 183.
Della Giovanna I., L'uomo in punto
di morte e un dialogo di G. Leo-
pardi, XX, 336.
De Nolhac P., Boccace et Tacite,
XX, 334.
— Be Patrum codicibus in bibl.
Petrarcae olim collectis, XX, 335.
De Simone Brouwer F., Storia di
Argia, XX, 345.
Donati G., Bieci ballate amorose di
R. Roselli, XIX, 226.
Erèdia (d') L., V. Salomone-Marino.
Eyveau G. , Una frottola politica
scritta nel 1504, XIX, 227.
Feliciangeli B. , Vita di Caterina
Cibo-Varano, XIX, 425.
Fenaroli O., Il veltro allegorico
della Biv. Commedia, XIX, 211.
Ferrai L. A., Lorenzino de'Medici,
XX, 236.
F1AM.MAZZ0 A., Raccolta di lettere
inedite, XIX, 220.
FiLELPO F., v. Benadducci.
— v. Pesenti.
— G. M., v. Flamini.
INDICE ALFABETICO DELLA RASSEGNA, DEL BOLLETTINO ECC. 483
Filippini E., La « prophetia fratris
Mudi de Periisio », XX, 346.
Pinzi G., v. Leopardi.
Fiorini V., La hello. Camilla, poe-
metto di Piero da Siena, XX, 340.
Firenzuola A., Prose, ed. G. Guasti,
XIX, 169.
Flamini F. , Sui pretesi sonetti di
A. Poliziano, XIX, 224.
— Un codice del collegio di S. Carlo,
XX, 340.
— Versi ined. di G. M. Filelfo, XX,
478.
Frati L., v. Bisticci.
Frugoni G. L, v. Bertoldi.
Fumagalli G., Librerie imaginarie,
XIX, 475.
Gabotto F., Gli epitalami per le
nozze di Margherita ed Isabella
di Savoia, XIX, 476.
— Un nuovo contributo alla storia
deir umanesimo ligure, XX, 254.
— Un poeta beatificato, schizzo di
Batt. Spagnolo, XX, 469. |
Gandini L. a., Tenuta in Italia degli \
arciduchi d'Austria nel 1652, XX, !
479.
Giannini G., Gli amori di Belinda
e Milehe, XX, 478.
Gilbert de Winckels F., Yita di
U. Foscolo, voi. II, XIX, 112.
Giordani P., Bue lettere inedite, ed.
A. Bertoldi, XX, 480.
Gnoli D., Un giudizio di lesa ro-
• munita sotto Leone X, XIX, 151.
Gozzi G., v. Amalfi.
Gradenico J., V. Mazzoni.
Guasti G., v. Firenzuola.
Hart G., Bie PyramuS' und Thisbe-
Sage, XX, 474.
Jacopone da Todi, Lauda, ed. P. Pa-
parini e F. Bagli, XIX, 473.
Lazzari A., Quattro lettere ined. di
Fulvio Testi, XX, 346.
Lensi a. , Bibliografia italiana di
giuochi di carte, XIX, 476.
Leopardi G., Canti, ed. F. Martini,
XIX, 440.
— Epistolario,edi.'P. Viani,XIX,182.
— Prose, ed. G. Finzi, XX, 294.
LoBECK 0. , Bes Flavius Blondus
Abhnndlung « Be militia etjuris-
prudentia », XIX, 434.
LovARiNi E., Bie Frauenwettrennen
in Padua, XIX, 472.
— Bue canzoni antiche, XX, 478.
LuMBROso G., Osservazioni sulla
Basvilliana, XX, 339.
— Roma e lo stato romano dopo il
1789, XX, 477.
Magliabechi A., V. Ravelli.
Mancini G., Yita di Lorenzo Valla,
XIX, 403.
Mandalari M., Matelda, XX, 337.
Mango F. , Le fonti dell' Adone di
G. B. Marino, XIX, 143.
Manuel de bibliographie - biogra-
phique des femmes célèbres,X.X,A10 ,
Manuzio P. A., v. Ravelli.
Marchesan a.. L'università di Tre-
viso, XX, 457.
Martello P. J., v. Restori.
Martini F., v. Leopardi.
Masi E., Sulla storia del teatro ita-
liano nel sec. XVIII, XX, 296.
Mazzatinti G., Molte fogie de vesti-
menti fate per Italia, XIX, 474.
Mazzi G., Saggio della « Storia di
re Giannino », XX, 480.
Mazzoleni a.. Gli ultimi echi della
leggenda cavalleresca in Sicilia,
XIX, 469.
Mazzoni G., Avviamento allo studio
critico delle lettere ital., XIX, 212.
— Evangeli concordati di J. Gra-
denico, XX, 344.
Medin a. , / Visconti nella poesia
contemporanea, XIX, 397.
Mirabella F. M. , Cielo d" Alcamo,
XIX, 492.
484 INDICE ALFABETICO DELLA RASSEGNA, DEL BOLLETTINO ECC.
MoLiNARO Del Chiaro L., Un ms.
inedito sulV origine dell" Ortis del
Foscolo, XIX, 471.
Monaci E., Aneddoti per la storia
letteraria dei laudesi, XX, 338.
— Di' Guido della Colonna trova-
dore, XX, 338.
MoNTECUCCOLi M., Feste torinesi per
le nozze d'Isabella di Savoia, ed.
E. Gelani, XIX, 476.
Mosti A., v. Solerti.
Mucio (frate), V. Filippini.
Notati F. , Il « De malo senectutis
et senii » di Boncompagno da
Signa, XIX, 466.
Orlando F., Carteggi italiani, Ser. 1,
disp. 1», XIX, 469.
Orsi D., La Passione di Sordevolo,
XX, 298.
Ottino G., Dal Diario del sig. Rof-
fredoy XIX, 475.
Panvinio 0., V. Gelani.
Papa P., Frammento d'una antica
versione toscana della « Disciplina
clericalis » di Pietro A^/bnso,XIX,
225.
Parini G., V. Cerquetti.
Pellegrini F. , Cola di Manforte
conte di Campobasso, XX, 471.
Pepe L., Il Cieco da Forlì, XX, 467.
Peri S. , U opera letteraria di un
poeta del sec. XVIII, XX, 345.
Pesenti a., Poesie di F. Filelfo^
XIX, 475.
Piero da Siena, v. Fiorini.
PiNTON P., M. Pietro Bembo cano-
nico Saccense, XIX, 443.
PiTRÌ5 G. , Di uno stratagemma leg-
gendario di città assediate, XIX,
222.
Pizzi I., Le somiglianze ira la poesia
persiana e la nostra, XX, 330.
PoGNisi A., Giordano Bruno, XIX,
216.
Quadri G., Su due versi della Ge-
rusalemme Liberata, XX, 472.
Ravelli G., Lettere ined. di P. A.
Manuzio, A. Magliabechi , G. B.
Bodoni, XIX, 477.
Redi F., Otto lettere inedite, ed. A.
Virgili, XX, 479.
Renier R., Canzoniereito adespoto
di N. da Correggio, XX, 479.
Restori a.. Capitolo di P. J. Mar-
tello, XIX, 474.
— Palais, XIX, 163.
— Per un serventese di Guillem de
la Tor, XIX, 422.
Ricci G., L'ultimo rifugio di Dante,
XIX, 137.
RivoiRE P., La € Nobla Leyczon »,
XX, 339.
Romano G., Cronaca del soggiorno
di Carlo V in Italia, XX, 343.
— Degli studi sul medioevo nella
storiografia del /2imwctm.,XlX,473.
Romei A., v. Solerti.
RosELLi R., V. Donati.
Rosi M., La riforma religiosa e l'I-
talia nel sec. XVI, XIX, 220.
Rossi V., Pasquinate di P. Aretino
ed anonime, XIX, 80.
Sabbadini R., Due questioni storico-
critiche su Quintiliano, Xl\, 224.
— V. Barozzi.
Salomone-Marino S. , La surci-giu-
rania di Luigi d'Erèdia,\ì\,46S.
— L'ora e la solennità del hatte^
Simo in Sicilia, XX, 346.
Samosch S., Ariosto als Satiriher,
XX, 282.
Sarpi P., Lettere ined. a S. Conta-
rini, ed. G. Gastellani, XX, 476.
Saviotti a., Ballate di Domizio Bro-
cardi, XIX, 474.
— Rime inedite di Curzio Ardizio
da Pesaro, XX, 345.
ScHACR A. F., Giuseppe Mazzini,
trad. G. Ganestrelli, XX, 475.
INDICE ALFABETICO DELLA RASSEGNA, DEL BOLLETTINO ECC. 485
Sforza G., Casiruccio Castracani in
esilio, XIX, 223.
SiRAGUSA G. B., L'ingegno, il sapere
e gVintendimenti di Roberto d'An-
già, XX, 275.
Solerti A., Appendice alle opere in
prosa di T. Tasso, XX, 289.
— Ferrara e la corte Estense, i di-
scorsi di A. Romei, XIX, 174.
— La vita ferrarese nella prima
metà del sec. XVI descritta da
A. Mosti, XX, 333.
Spinelli A. , Versi del 400 e del
600 attinenti a pittori od a cose
di arte, XX, 344.
Sterrett Latham Gh., A transla-
tion of Dante' s eleven letters, XIX,
214.
Stiefel a. L. , Unbekannte ital.
Quellen Rotrou's, XX, 474.
Stromboli P., v. Strozzi.
Strozzi L. di F., Vita degli uomini
illustri della Casa Strozzi, ed. P.
Stromboli, XIX, 221.
Tasso T., v. Solerti.
Testi F., v. Lazzari.
ToBLER A., Ungedruckte BHefe von
Freunden U. Foscolos, XX, 334.
Tononi A. G., Note storiche e rime
politiche tra gli atti d" un notaio
piacentino, XIX, 217.
Tordi D., Supplemento al carteggio
di V. Colonna, XX, 332.
TuRRiNi I., L'Orlando Furioso e la
regina delle fate, XIX, 215.
Ungemach H., La guera de Parma,
ital. Gedicht, XX, 467.
Valdrighi L. F., V. Bottegari.
Verga E., Saggio di studi su B.
Bellincioni, XX, 285.
ViANi P., V. Leopardi.
Virgili A., v. Boiardo.
— V. Redi.
Volpi G. , Poesie popolari italiane
del sec. XV, XIX, 223.
Wiese B. , Etne altlomhardische
Margarethen-Legende, XX, 278.
Zacchetti C, Velem. imitativo nel
« Ricciardetto » di N. Forteguerri,
XX, 476.
Zambaldi F., Delle teorie ortogra-
fiche in Italia, XX, 265.
Zannoni G., Rappresentazione alle-
gorica a Bologna nel 1487, XIX,
218.
— Studi storici sconosciuti di Ca-
millo Porzio, XX, 339.
H!?7
INDICE DELLE MATERIE DEL XX VOLUME
FLAMINI F. , Francesco Galeota gentiluomo napolitano del quattrocento e il suo
inedito Canzoniere Pag. 1
CESAREO G. A., Su l'ordinamento delle poesie volgari di Francesco Petrarca
(continuazione e fine) » 91
BOLOGNA P. , La stamperia fiorentina del Monastero di S. Jacopo di Ripoli e le
sue edizioni (in continuazione) . • » 349
PÈKCOPO E., Laudi e devozioni della città di Aquila (Lessico, Indice dei capoversi
e Appendice) » 379
FERKARI S., Di alcune imitazioni e rifioriture delle « Anacreontee * in Italia nel
sec. XVI » 395
VARIETÀ
LUZIO-RENIER, Il probabile falsificatore della « Quaestio de aqua et terra ». » 125
LAMMA E., // codice di rime antiche di G. 0. Amadei » 151
FRATI L., Un'egloga rusticale del 1508 » 186
GIAN V., Per la storia del sentimento e della poesia sepolcrale in Italia ed in
Francia prima dei « Sepolcri » del Foscolo » 205
RASSEGNA BIBLIOGRAFICA
PELLEGRINI P. C. — L. A. Febbai, Loreneino de' Medici e la società cortigiana
del Cinquecento •236
SABBADINI B. — Febdinando Gabotto, Un nuovo contributo alla storia dell'uma-
nesimo ligure » 254
BOSSI V. — Vespabiako da Bisticci, Vite di uomini illustri del secolo XV, ed.
L. Frati, voi. I » 258
BACCI 0. — Fbamcesco Zambaldi, Delle teorie ortografiche in ItaUa . . . - » 265
MABTINETTI G. A, — Giuseppe Chiaeisi, QU amori di Ugo Foscolo nelle sue lettere » 425
FLAMINI F. — LccuKO Babozzi e Bbmioio Sabbadimi, Studi sul Panormita e sul
Valla .' » 449
FOFFANO F. — Ahoelo Mabchesan, L'università di Treviso nei sec. XIII e XIV
e cenni di storia civile e letteraria della città in quel tempo . . » 457
488 INDICE DELLE MATERIE
BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO
CIPOLLA, Il trattato « De Monarchia » di Dante Alighieri e Voputcolo « D* pot$$ttit» regia $t
papali » di Giovanni da Parigi, p. 272. — 6. B. SIBAGUSA, L'ingegno, (l sapere e gVin-
tendimenti di Roberto d'Angiò, p. 275. — B. WIESE , Ein« alOombardische Margaretken-
Legende, p. 278. — N. CAMPANINI , Lodovico Ariosto nei prologhi delle sue eommtik^ e
8. SAMOSCH, Ariosto ah Satiriker und itaUenische Portraits, p. 282. — E. VERGA, Sàggio
di sttUli su Bernardo Bellincioni poeta cortigiano di Lodovico il Moro, p. 285. — A. S0>
LERTI, Appendice alle Opere in prosa di Torquato Tasso, p. 289. — G. BIADBGO, Ca-
talogo descrittivo dei manoscritti della biblioteca comunale di Verona , p. 292. — G. LEO-
PARDI, Prose scelte ed annotate, ed. G. Fiszi, p. 294. — E. MASI, Sulla storia del Uatro
italiano nel sec. XVJIJ, p. 296. — D. ORSI, La Passione di Sordevolo, p. 298.
COMUNICAZIONI ED APPUNTI
R. RENIER, Spigolature Ariostesche, p. 301. — B. CROCE, La *Philenia» di Antonio Mari-
cotida, p. 808. — I. CARINI, La corotxatìone di CoriUa giudicata da Gaetano Marini, p. 311.
— E. PÈRCOPO , La stampa mpoletana del 1506 dette « Rime » del Chariteo , p. 314. —
F. FLAMINI, Ancora sui sonetti pseudo-poUsianéSchi, p. 317. — A. LUMBROSO, Una Utr
iera di Vittorio Alfieri, p. 318.
CRONACA P(V. 820, 4«2
INDICE ALFABETICO DELLA RASSEGNA E DEL BOLLETTINO ...» 481
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PQ
G5
V.20
Giornale storico della
letteratura italiana
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